Eis
Alpheion

Non sono di quelli cui è toccata una “mano
facile”, anche se ritengo la mia “felice”. Non so mai dove inizi e dove
finisca un quadro. Il presente è forse incompiuto. Ma quando un’opera è
compiuta? Quando una figura si concretizza davanti agli occhi? Ma non è la
“figura” ciò che mi guida, ma la “logica” interna al quadro, alla
superficie pittorica, ai tratti: sono essi che mi guidano. Ed essi si
dispongono su una superficie aperta che conduce all’infinito. Come può
finire un’opera se essa continua a sfidare il suo autore, rivelandogli
continuamente aspetti nascosti, aprendogli continuamente prospettive? Solo
l’artigiano sa quando un’opera è arrivata al suo termine. Un’artista mai.
Egli imita gli dei che creano per puro gioco senza interesse. Nel
disinteresse dell’artista c’è del divino. Nell’artigiano, che guarda con
interesse alle cose, sapendo sempre a che cosa servono, c’è l’umano il
troppo umano, che riduce tutto a pratica: solo lui sa quando un’opera è
finita, perché conosce lo scopo per cui l’ha creata: il suo non è mai
immotivato giuoco.
Non avrei mai smesso di dipingere questo
quadro se l’amico dott. Alfio Spina, di cui avrebbe voluto narrare
una storia siracusana di fughe e di ritorni, non me l’avesse portato via
- così come appare oggi.