NANDO ELMO ALLA “RAISSA GORBACIOVA” DI TORRE
CANAVESE
A Torre Canavese, dopo le sue performance di lettore
di testi poetici, le sue conferenze e il suo quadro, esposto sul muro
esterno del municipio, “Dialoghi con Leucò”, ispirato a Cesare Pavese:
un’opera composita, tra mitologia e simboli, ove confluiscono memoria
individuale e memoria collettiva, tra trasparenze di acquerello e
spessori materici di colori acrilici, Nando Elmo è di casa.
Per
tale motivo non si è sottratto all’invito del sindaco ad esporre in
questo “Paese d’arte”, in occasione della presentazione di un libro
monografico su Torre, dove il nostro artista appare come autore di uno dei
testi, i suoi lavori realizzati nell’arco di trent’anni, tra il settanta
ed oggi.
Un’antologica? No, perché chi ha già visto le opere, in altre mostre, avrà
la sorpresa di trovarle del tutto modificate con aggiunte, o soppressioni
d’elementi, che le rendono degli inediti.
Elmo non consente alle sue opere – almeno a quelle che ha in casa – nessun
riposo. Non le considera espressioni compiute, mummificate, una volta per
sempre, nei loro tratti. Esse non sono il risultato di un “progetto”, di
un’idea “matura” in totale possesso di un soggetto che decide, in tutto e
per tutto, che cosa fare. Esse nascono, da una sollecitazione, con le
prime pennellate, allo Spirito perché parli - poi il quadro “si fa da sé”,
con suggerimenti continui dello Spirito all’artista per tramite dei
colori, dei tratti. “Artista scriba dello Spirito”, dunque, come Elmo si
dichiara.
Elmo “ritocca” continuamente le sue opere, aggiungendo, appunto, o
togliendo particolari, colori, luci, modificando le immagini. “…perché la
mia non sembri mia, e, soprattutto, parola definitiva, essendo la
definitiva solo dello Spirito”, aggiunge, “giusto il suggerimento del
Salmo 62: “Il Signore ha parlato una volta sola, io due ne intendo, perché
suo è il potere”.
Le
sue opere si sostanziano così, oltre che della maestria e dell’estro,
dell’alacre ricerca nelle più recondite profondità di se stesso, dove egli
ascolta la voce dello Spirito: “Sempre fraintesa per la parzialità
dell’artista, che non riesce mai ad essere puro, mai scarico dei suoi
“rumori” della sua inalienabile, soggettiva, umanità”.
Elmo continua ad inseguire un’immagine densamente espressiva, della quale
non conosce in maniera precisa il luogo, il tempo, i contorni, i colori,
le sfumature ed i sentimenti ( “e poi…?” sembra domandarsi
nell’incertezza).
Tutto in questa “ricerca” ( “parola abusata dalla scienza, che tende
sempre al meglio e alle cose in carne ed ossa”, dice) è carico di
sensazioni che giungono da chissà dove e non si sa in quale quadro si
comporranno in mosaico stabile (ma, dice: “Detesto il “finito” sempre
compromesso col kitsch”…), capace di riconoscere la propria “possanza” e
di farla riconoscere (“ma questa speranza la lasciamo ai professori…”).
Work in progress; per questo si presentano
sempre come una novità queste opere non ancora finite: basta cambiare una
pennellata perché l’orizzonte appaia ruotato di qualche grado e faccia
intravedere nuovi porti da cui salpare per altri momentanei approdi.
Restano, in ogni modo, a conferma di una poetica ormai consolidata (almeno
quella: l’orizzonte del nessun orizzonte, o del sartriano lavorare contro
se stessi), alcuni tratti distintivi che ritornano di dipinto in dipinto,
a testimoniare di una continuità nell’affannoso tumulto dei suoi stimoli.
Ne
sono emblemi il ricorrente Leitmotiv (quasi una firma) della lucertola, da
intendersi quale antichissimo simbolo dell’anelito al colore, alla luce; e
l’affacciarsi del tema della palude, con i suoi uccelli simbolo
dell’anima, protesi verso altezze che possono essere raggiunte solo
trovando il cibo tra le melme. In questo Nando Elmo pare far propria la
riflessione di Dostoevskij: “Non c’è anima senza sottosuolo”. “Un
sottosuolo”, avverte, “da non criminalizzare, come fa il “giorno” del
“principio d’identità” del potere; da non razionalizzare, come fa la
psicanalisi; ma da accettare come luogo sacrale del mistero dell’umano:
ventre a terra come la luminosa lucertola”.
Nella palude, nella terra, si attinge per poi guardare verso i barbagli di
luce dell’oltre…
Percorso rischioso questo, sempre in bilico tra il trovarsi e il perdersi,
visitato sempre dal dubbio del fraintendimento, dall’ansia della
scoperta, dalla temerarietà di un’impresa che non può non essere elusiva e
delusiva: “Mi sento come Frenhofer de “Il capolavoro sconosciuto” di
Balzac”.
Patrizia Mattioda