Rosina

Venne un giorno nel mio studio con la sua
aria furba di calabrese emigrata: “Mi fai a me?” E si sedette sullo
sgabello da cui si era appena alzata una ragazza che veniva a posare
quando non faceva la commessa nel vicino supermercato. “Ma io non ti so
fare a te. Tu poi vuoi che il quadro t’assomigli, non è vero?”.
“No, come viene viene. Tanto sempre io
sono”.
In effetti, non so dipingere ritratti. La
somiglianza mi “gela”. In un mondo di simulacri, e di simulacri di
simulacri, pretendere la “somiglianza” è fare violenza alla differenza tra
il simulacro, che passa attraverso lo stile dell’”autore”, e l’oggetto lì
fuori che si sottrae. Ma Rosina mi viene in aiuto: “È solo per vedere come
vengo”. “Se è solo per vedere come vieni, allora ci sto”.
Rosina “sa” la “differenza”… sa che la
sua immagine non è quella che vede allo specchio, ma quella che si porta
dentro – e quella che gli altri si portano dentro. L’immagine vera –
Rosina lo sa – è quella che non si lascia vedere. Rosina sa che c’è un
incrocio di dialogo, tra lei e ciò che a lei pare di se stessa; e tra me e
ciò che a me pare di Rosina…l’immagine è questa menzogna o questa verità…indecidibile.