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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

Gl/Gjuh/k/gh/f/th/a e mushk(ë/e)s (Gj. Fishta)

Agostino Giordano mi manda gratis da quasi un anno la sua creatura cartacea. Io l’ho già ringraziato e lo ringrazio ancora. Tempo fa, dopo la sua ennesima richiesta di abbonamento gli mandai una lettera provocatoria (che però non ha avuto il coraggio di pubblicare) con la quale gli parlavo di questioni pratiche/editoriali e di prezzi ma gli ponevo, implicitamente, anche una questione linguistica, ma forse lui non ha voluto (o non è riuscito a) cogliere

Così, grazie al suo dono, alla sua bontà ed al suo altruismo, oggi ho ancora modo di leggere mensilmente gli articoli dedicati a questioni alfabetiche e linguistiche e leggendoli penso al travaglio interiore che muove gli scriventi “nel coro o fuori dal coro”.

Come persona interessata, fortemente interessata, preferisco non entrare nella mischia, perché sono curioso di vedere per quanto tempo le polemiche e le proposte riusciranno a perpetuarsi e, soprattutto, come si creerà da sé l’arbërisht letterario(come qualcuno dice!).

Vi scrivo, e scrivo in italiano per evitare la schizofrenia linguistica e l’impasse della difficile scelta fra la mia parlata, le varie parlate che studio da anni e che in parte conosco, o fra l’albanese di Kadare che ho imparato all’università, o quello letterario ghegho che stento ad imparare, o l’albanese liturgico di E Diela, o ancora quello di Zef Schirò di Maggio, o sceglier fra quello usato da Agostino Giordano nei suoi articoli (e che usa, lo so, anche come metro per standardizzare gli scritti che riceve mensilmente) o quell’altro che lui stesso ha usato nella sua ultima lettera circolare che mi ha inviato: “Objekt: Kërkesë bashkëpunimi” (che purtroppo non riesco a leggere perché non me l’ha scritta con il mio alfabeto (sic) e nella mia parlata vasilara e poi perché non è bilingue e poi perché…), o ancora quello (quelli!) usato nei tre o quattro libri ultimamente pubblicati per le scuole arbëreshe, senza dimenticare i due Libri im i Par(ë), cioè quello di Golletti Baffa del 1979 e quell’altro, penoso ahimè!, pubblicato da altri nel 2002. O forse, meglio ancora, quello di DeRadaGangale (che fra l’altro uso quando scambio e-mail con il mio caro amico Enrico Ferraro da Pallagorio-Parma) che Don Giudice invece usa e propugna su questa rivista “fuori dal coro” e nei suoi corsi a San Nicola dell’Alto (ma chi lo decifrerà oltre a Ferraro, a poche altri volenterosi filologi, ai suoi poveri discepoli ed a me?) e per benedire e licenziare dubbie iniziative editoriali con buona pace di Giuseppe Gangale.

Non chiedo nulla.

Non vendo nulla.

Non voglio nulla.

Non voglio imporre nulla!

Ho voglia di stare come la gatta imbellettata alla finestra in attesa che un fidanzato passi (ma che non sia il topolino che partoriamo noi, la montagna dei cultori-intellettuali arbëreshë) e nell’attesa ingannare il tempo con un paradosso:

Mi (ci, vi) viene offerta la doppia pagina centrale del Corriere della Sera per lanciare la cultura arbëreshe in ambito nazionale con uno scritto, breve ma a caratteri cubitali che dovrà essere in arbërisht con una minuscola traduzione a fondo pagina; testo libero, foto e didascalie libere, libera pubblicità senza copyright…Per favore qualcuno (mi, ci) suggerisca, dica cosa fare, quale/i alfabeto/i-etnoletto/i- neolingua/e-lingua/e-koiné-dialetto/i-parlata/e-idioletto/i scegliere.

Potrebbe non essere solo un paradosso e neanche uno scherzo!

Chi ha voglia di rispondere? Abbiamo poco tempo! Una risposta entro il prossimo numero di Jeta o di Katundi o di Lidhja o di New Mondo Albanese i Ri o di Arbitalia o di Kamastra o di Uri o di Lajme-Notizie o di Biblos o di Shêjzat o di Vija o di Zgjimi o di Zjarri o di Zeri i Arbereshevet o di Vatra o di …

Toc-tot-toc. Tok-tok-tok.

C’è qualcuno! Katja ka/nga Çifti, (te)ku je? S’/(në)ng(ë) t(ë) sho(’/h/k/gh/f/th)!!!!

 

Gianni Belluscio

Rende

P.S. 1 Ho scritto queste riflessioni il 6 marzo 2004, e ieri 21 marzo sono stato informato da N.B. di Lungro che un quotidiano regionale gli ha proposto di avviare una rubrica settimanale bilingue italiano-albanese.Penso che le eventuali risposte al mio paradosso possano interessare anche lui.

 P.S.2 Katja ka Çifti pone giustamente la questione di come potranno leggere gli arbëreshë De Rada quando avranno imparato lo shqip. Io non starei in ambasce per ciò, mi chiedo e le chiedo quanti arbëreshë nella loro vita abbiano letto De Rada, e quanti di quelli che lo hanno letto non abbiano dovuto fare spesso ricorso anche alla traduzione italiana per riuscire a capirlo; d’altra parte lo sappiamo tutti, i nostri scrittori non hanno scritto solo con lo strumento “arbërisht parlato” ma hanno anche creato una porzione artificiale del loro sistema espressivo (ritengo utile leggere cosa scrive Camarda nella nota 1 a pag. 667 nel libro I parlari in Certaldo alla festa del V Centenario di Messer Giovanni Boccacci, a cura di Giovanni Papanti, Livorno 1875: “Il dial. di S. Demetrio, di Macchia e de’ luoghi vicini è stato adoperato nelle sue poesie dal Sig. Girolamo De Rada, a cui appartiene anche la traduzione che qui si produce. Essa pertanto mostra talune voci e maniere particolari dell’autore, che a dire degli stessi suoi conterranei non si riconoscono sanzionate dall’uso comune”. Ultimo piccolo test: Rā bôra ndë déjtit / e më sqépi vùdhëvet / kràghët e shqitezës, / Gjùmi mua më lodhënith; / kurmi vete tue m’u réshtur / porsi grùas te Màrbèla / mbrëmanet i réshtiet / strùshi taraftivet, / leghmī è qénvet / (…), gradirei sapere: dove si parla oggi questa “lingua”? quanti la comprendono completamente? Quanti di noi usano o hanno mai usato nella loro vita il verbo sqepinj, le parole vùdhëvet, taraftivet, leghmī? A Caraffa ed a Vena capiranno che qénvet non è altro che il loro più comune kuçvet? E qui chiudo sperando in tempi migliori per un pacato confronto de visu.

Shëndet! (capiranno i centomila lettori arbëreshë?).

 P.S.3 Gustini ha scelto di non pubblicare questa paginetta su Jeta perché dice (a Firmo, durante la presentazione dell’opera di Vorea Ujko) “non è bilingue”. Non ha voluto intendere il tono polemico del testo e soprattutto non intende dare una risposta al mio paradosso né dare ad altri la possibilità di affrontare la discussione sulla questione alfabeto/”lingua” arbëreshe.

 P.S.4 Pino Cacozza, presente al breve scambio di battute con il direttore di Jeta ha offerto ospitalità su Arbitalia, spero che queste righe possano raggiungere anche una parte dei lettori di Jeta e soprattutto che giungano a destinazione delle persone nominate.

P.S.5 A due mesi dalla prima stesura di questa nota scopro in un sol colpo su Arbitalia un intervento di N. Elmo e  di Kate Zuccaio. Elmo mitraglia ad altezza d’uomo contro i professori linguisti di Arcavacata in libera uscita, e sono felice per lui di trovarsi finalmente in ottima compagnia/sintonia (almeno per questo aspetto, e spero solo per questo) con Costantino Marco e con Italo Elmo. Un inedito triumvirato che pratica lo sport del tiro a segno contro i professori linguisti (albanesi o di albanese) di Arcavacata e che getta alle ortiche le (secondo lui/loro) inutili tesi dei “nostri giovani, e non solo” i quali sono “un niente intellettuale, ricerche niente affatto rigorose, marginalità di contenuti, quali che siano, purché si vada ad uno straccio di laurea”. Chiedo ad Elmo, factotum tuttofare tuttosapere tuttocitare yogapitturatantrafilosofiaritoortodossia e finalmente anche maîtreàpenser e linguista d’annata, e proprio in quanto tale gli chiedo di poter leggere il suo pensiero linguistico, indicandomi un saggio, un articolo, un rigo d’albanologia e di indicare il titolo di uno straccio di tesi arcavacatense che non supera i suoi rigidi parametri. A Kate Zuccaro che scrive ora una bella introduzione su ARS dal titolo “Poezia e re arbëreshe, para-parathënie për një paraqitje” (traduco per gli arbëreshë alfabetizzati in arbërisht senza “y” ed altro: La nuova poesia arbëreshe, pre-prefazione per una presentazione”) chiedo come mai non abbia scritto in “arbërisht letterario” e se gli arbëreshë (anche quelli che scrivono su Jeta o che abbiano studiato su Alfabetizzazione arbëreshe) non abbiano il diritto di sentirsi frustrati ed esclusi. Ma forse agli arbëreshë, popolo allenato, sia più giusto chiedere l’apprendimento di due varietà letterarie, l’arbërisht e lo shqip, a cui aggiungere poi l’italiano ed infine l’inglese. Ed il ghego per leggere Fishta dove lo mettiamo? Un abbraccio.

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