AN VEDI COME BALLA NANDO
di Nando Elmo contra Gianni Belluscio
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- “Il capriccio ha diritto a garanzie”
- “Voglio vivere secondo la mia stupida
volontà”
- Dostoevskij: Memorie dal sottosuolo -
Mondadori
Esimio professore
(stavo per usare il “caro”, ma ho temuto di travalicare i limiti),
l’altra volta ho finito il mio contributo, polemico nei suoi confronti,
con Pasolini. Ora mi permetta, se non oso troppo, in risposta al suo
THIK’E BARK, di citare il padre Dante (De vulgari eloquentia,
Cap. I, Rizzoli, 1998), da meditare parola per parola.
“…Verbo aspirante de celis locutioni vulgarium gentium
prodesse temptabimus, non solum aquam nostri ingenii ad tantum poculum
aurientes, sed, accipiendo vel compilando ab aliis, potiora miscentes,
ut exinde potionare possimus dulcissimum ydromellum”.
“(…) vulgarem locutionem appellamus eam qua infantes assuefiunt
ab assistentibus cum primitus distinguere voces incipiunt; vel, quod
brevius dici potest, vulgarem locutionem asserimus quam
sine omni regula nutricem imitantes accipimus. Est et
inde alia locutio secundaria nobis quam Romani gramaticam
vocaverunt. Hanc quidem secundariam greci habent et alii,
sed non omnes: ad habitum vero huius pauci perveniunt,
quia non nisi per spatium temporis et studii assiduitatem regulamur et
doctrinamur in illa.
Harum quoque duarum nobilior est vulgaris: tum
quia prima fuit humano generi usitata; tum quia totus orbis
ipsa perfruitur, licet in diversas prolationes et vocabula
sit divisa; tum quia naturalis est nobis, cum illa
potius artificialis existat (corsivi e sottolineature nostri).
Per chi non conosce il latino traduco a senso: “Esiste una lingua che si
chiama volgare. La impariamo senza regole da bambini, naturalmente,
direttamente, da chi ci sta vicino.
“Latini e greci possiedono una lingua secondaria che si chiama
gramatica. La si impara in pochi con molto dispendio di tempo
e applicazione.
“Di queste due lingue la più nobile è la volgare perché tutti se
ne servono anche se è divisa in varietà di forme e di vocaboli; l’altra
è piuttosto artificiale”.
E
questo è Dante, il quale pone la differenza tra naturale e artificiale,
applicando all’artificiale, tout court, il nome di
gramatica.
Devo dire che, appena trascritta e tradotta alla brava la lunga
citazione, mi sono pentito e ho pregato che mi cadessero le mani: non
vorrei che le venisse l’itterizia. Tengo, esimio professore, alla sua
salute. Non si trova ogni giorno uno con cui esercitare il pensiero - e
per questo le sono grato.
E mi perdoni lo stile – lutulentum et dimissum. Nando Elmo,
purtroppo, è così, cita (accipiendo vel compilando ab aliis ut exinde
potionare possimus dulcissimum ydromellum), ma lo fa per arricchire
sé - e gli altri, se possibile.
E
questo è Dante, dicevo, che nobilita il naturale (nobilior)
perché sa che lì soffia lo Spirito, la physis, che è l’innermost
flowering, il sempre fiorire da sé, Verbo aspirante de celis,
contro la Gramatica, umana, troppo umana, che tende con le sue
regole (metafisiche) a catacresizzarsi, a cementificarsi, a
sclerotizzarsi, in formule e formulette che dettano professori in vena
di innalzare steccati con il “così si dice così si fa”. - Ma Dante è uno
che crede nello Spirito… che c’insegna, per esempio, a fischiare
modulando istintivamente senza scuola labbra e lingua. Senza metterci in
bocca una tastiera, che ci faccia da guida, sappiamo produrre toni e
mezzitoni, alti e bassi, secondo l’occorrenza… e sappiamo cantare
modulando istintivamente le corde vocali…poi, viene la scuola…
Gramatica e locutio inconciliabili: la prima è statica
(vorrebbe esserlo, ma così non è, panta rei); l’altra è dinamica.
L’una è pietra, l’altra acqua che scorre, come lo spirito (“bisogna
rinascere in Spirito e acqua”).
La gramatica è dei professori – che la impongono con atti
d’imperio. La locutio è del popolo per natura. Tutti la usano
naturalmente. Ognuno, a modo suo, nelle diversae prolationes et
vocabola – ci vuol coraggio in ciò, si rischia, dicono i professori
per difendere il loro potere, di non essere chiari, di non essere
capiti. Ma se io non mi esprimessi nel firmoçkanjë che so, come
potrei continuare ad essere il firmoçkanjë e il tabanë che
sono e che voglio essere nelle mie mutevoli prolationes e
diversa vocabola? E questo, per non essere un anonimo firmoçkanjë
o un anonimo arbresh o, peggio, un anonimo shqipetar.
Li capisco i professori. Devono fare esami. Devono dare giudizi
“oggettivi”. Devono avere variabili indipendenti cui riferirsi, se no lo
scherzetto dell’“io so, tu non sai” come si giocherebbe? I professori
sanno, il popolo (il popolo, oddio, il popolo) no.
I
professori dovrebbero educare allo scetticismo, ai piedi di piombo,
all’apertura al possibile che può anche impossibilizzarsi; educare a
problematizzare, a mettere sotto critica le evidenze, ma toccali sul
loro, soprattutto se sono fighetti di turno che assaggiano il potere, la
sicurezza, la pancia piena, che deriva dall’esclusiva di corsi, ricorsi,
gestione di concorsi e risorse pubbliche: “A chi li destiniamo questi
fondi? Agli aventi diritto. Chi sono gli aventi diritto? Quelli che
sostengono le nostre tesi, e riconoscono la nostra autorità”. Toccagli
la gramatica e le sue leggi stabili, immutabili, come le entità
metafisiche: t’impiccano.
Il mondo va così; lo sappiamo. Per questo ci permettiamo di dissentire,
di rompere le scatole a costo di sembrare extravaganti. - Ma non abbiamo
anche noi tesi da difendere? Certamente no, sappiamo che ogni giudizio,
anche l’atremés, può essere confutato da un buon dialettico. Solo
vogliamo salvo il diritto di tutti ad esprimersi con i mezzi a
disposizione senza essere sottoposti agli sghignazzi dei saputi, che
rendono, col loro spirito di gravità (esprit de géométrie), e la
volontà di potenza, un incubo anche la gramatica – d’altra parte
se la gramatica non fosse un incubo, per i non aventi diritto,
che gramatica sarebbe?
Per uscire dal senso d’inferiorità e dagli incubi, Bruno di Civita mi
dice che finalmente ha preso il coraggio a due mani e ha scritto alla
civitiota. Il suo articolo su K.Y. ha gran dignità e finezza. Io spero
che Bruno (e così Bellizzi di S. Basile) non tema più gli sghignazzi di
nessuno e continui a scrivere “come sa e come può”, come gli ditta
dentro, Verbo aspirante de celis – solo de celis viene la
libertà…
Ma veniamo a lei, esimio professore.
In THIK’E BARK, mi lascia a bocca asciutta, senza manco la soddisfazione
di una bocciatura. Alza il ciglio e s’arma di cipiglio in gran dispitto,
come Farinata, e passa avanti, costringendomi, come s’usa tra gli
accademici, a una anticamera. Quanto devo attendere per essere
esaminato?
Io, per parte mia, le avevo offerto delle prove a sostegno delle mie
tirate: tesi di laurea lette, guai commessi dai (suoi?) laureati di
Arcavacata ad Acquaformosa Lungro e Firmo. Avevo azzardato qualche
argomentazione, anche se delle argomentazioni non mi fido: non basta
arrivare con due sillogismi alla fine di un discorso per avere ragione
(ma chi vuol avere ragione?). Di solito un’argomentazione o finisce nel
puro non senso nell’iperuranio, o è una tautologia, o una proposizione
che pare funzionare – ma se funziona, funziona per enne volte meno una.
Avevo corredato il tutto, nell’illusione di superare l’esame con lei,
con una lunga signora bibliografia. Lei mi lascia, invece, e siamo alle
solite, con petizioni di principio, con prese di posizione immotivate.
E
una metafora incongrua.
Certo che non si va avanti con due volanti.
E
tuttavia si va avanti con due remi; con sei, con otto, con quanti ne
vuole. E a proposito di macchina, si va avanti con quattro ruote, ognuna
indipendente dall’altra, se pur con l’altra armonizzata. E si va avanti
con l’aria, l’acqua, il fuoco, la terra, del motore - elementi tra loro
incompatibili. E se il sovrapporsi delle voci per il “parlarsi addosso”
degli intervenuti in una discussione politica diventa un bailamme, in
musica diventa un coro, un duetto, un terzetto, un quartetto. E per
eseguire la nona di Beethoven bisogna che si armonizzino due direttori
(ognuno col suo volante) quello dell’orchestra e quello del coro.
Si va avanti, poi, con due gambe.
Si respira con due polmoni. Lo sa anche il Papa che la Chiesa respira
con due polmoni, l’Orientale e l’Occidentale (sarebbe, però, meglio che
respirasse solo con l’Occidentale, come vorrebbero anche insospettabili
prelati sedicenti bizantini delle nostre parti. Lo vorrebbe anche lei?).
E respira con tre polmoni quella, che qualcuno vuole una semplice
teratologia logica, la Trinità, che armonizza tre personalità distinte,
vale a dire diverse – uguali ma perché diverse.
Insomma, mi perdoni l’ardire, credo che basti trovare la metafora giusta
per non finire nelle impasse, che lei teme.
Ma, poi, mettiamo che la sua tesi sia sostenibile.
D’accordo, allora: basta con la frammentazione (diversas prolationes
et vocabula); impariamo solo lo Shqip che, come ha unificato
l’Albania, unificherà l’Arberia.
Mettiamo che si decida che gli “sportellisti linguistici” (mamma mia!)
dopo anni di studi (non un semestre all’università, ma per spatium
temporis et studii assiduitatem.) traducano in Shqip i documenti
ufficiali. Che cosa avremmo ottenuto?
Prenda me: vado in comune e quello che non riesco a capire del
burocratese italiano cercherò di capirlo con l’ausilio del burocratese
Shqip, che per me è arabo? Oppure quello che non avrò capito nello Shqip,
che per me è arabo, mi aiuterà a capirlo l’italiano – sempre che
l’italiano dei burocrati sia decente e comprensibile?
Perché questo doppio tormento? - Qui ha ragione lei: con due volanti non
si va da nessuna parte.
O
vogliamo lasciare alle future generazioni, che non parleranno più né l’arbëresh
né lo shqip (forse neanche l’italiano – almeno il nostro), per ovvi
motivi, una testimonianza storica di quella che era la lingua
dei nostri antenati?
Ma ciò sarebbe un falso.
Nessuno in arberia ha mai parlato lo shqip – un falso storico è la targa
turistica di Lungro. E d’altra parte lo Shqip andrebbe contro la legge
attuale che prevede la tutela delle sole varietà locali – se sono bene
informato.
Ora, si sa, la monocultura genera il deserto; lo sanno bene i biologi
che si danno da fare per salvare le biodiversità, perché non dovrebbero
saperlo i linguisti?
In ogni modo, la cultura (se è questo che vogliamo) non si fa con le
carte burocratiche.
Anche - se vogliamo.
Ma un popolo ha cultura e fa cultura solo se ha la capacità d’inventare
visioni di mondo, di raccontarsi “favole” (anche scientifiche, che
seguono sempre le altre, però) che l’aiutino a sopportare la fatica di
vivere (Omero, Omero), se sa fiorire intimamente Verbo aspirante de
celis, raccontandosi paure sogni bisogni spirituali…Se sa crearsi,
di volta in volta, grammatiche che informino le sue “menzogne”.
Grammatiche, da cui fuggire prima che esse diventino prigioni,
turpi abitudini dove s’imbussolano altrettanto turpi pigrizie.
Ma per fare cultura non basta un atto di volontà, ci vuole una divina
mania (Diotima, Diotima, straniera nella e della grotta).
Noi arbreshë siamo persone troppo per bene, per essere folli. Abbiamo
perso la nostra follia diventando piccolo borghesi a furia di imitare i
latini che tali ci han voluti, dopo averci fatto vergognare di noi.
Non siamo più (se mai lo siamo stati) posseduti dagli dei. Dei, per la
verità, della volontà di potenza, che sconfiggevano le tenebre,
uccidevano i mostri, ordinavano il caos. È bene che questi dei se ne
siano andati (se se ne sono andati), e che non siano più tornati (se non
abitano sotto mentite spoglie tra noi). Ma in mancanza di loro siamo,
dice qualcuno, nella povertà assoluta: ci possiede solo il dio denaro,
un berlusconide, borghese troppo borghese.
L’avremmo un Dio, che sta, misconosciuto anche dai suoi, come uno
straniero seduto agli stipiti delle porte, ma è poco corrivo al nostro
buon senso, e non dà una mano ai nostri vizi, e soprattutto alla nostra
volontà di potenza e alle “pompe del mondo” con cui fornichiamo –
“pompe” del mondo cui sono corrivi anche coloro che t’ingiungono,
all’atto del battesimo, di rinunciare con giuramento. È egli un dio che
si svuota della sua potenza, continuamente. Un dio debole, che sfonda
tutti i fondamenti e tutte le grammatiche. Vuole (non insegna) che si
cammini sulle acque per un semplice atto di fede… senza salvagente…
Che cosa possono fare gli Arbreshë in questo stato di carenza? Forse
solo costruire case, piantare vigne come i personaggi positivi di C.
Abate…? Domandare: “Con quale tecnica si cammina sulle acque”?
Dobbiamo ricostruirci una coscienza. Quella conculcata dai professori
del liceo di Castrovillari per i quali, essendo noi
cagnuoli e gjegji,
eravamo barbari e poco intelligenti per definizione. - Mio zio vietava
alle figlie di parlare arbrisht perché nei temi d’italiano non
sbagliassero le doppie – una storia che si raccontava e si racconta
ancora oggi, col risultato che l’arbresh s’è dimenticato e l’italiano…
Conculcata la nostra coscienza, ahimè, mi duole dirlo, anche dai nostri
preti. Che, a fin di bene, ci volevano latini, tomisti, usi alle idee
chiare e distinte, alle grammatiche logiche ontologiche ed etiche.
Oggi si affidano i futuri sacerdoti non a Grottaferrata prima, e al
Collegio greco di Roma poi, dove volenti o nolenti si respira bizantino,
per forza di cose, ma al seminario latino di Reggio Calabria. Un altro
sberleffo alla coscienza arberisca.
Buoni ultimi vengono i professori di Arcavacata a imporci lo Shqip…
Non è ora che gli arbreshë prendano in mano la loro coscienza e dicano
basta a tutte le paure, dimettendo il senso d’inferiorità rispetto ai
Castrovillaresi e a tutti i latini? Facendosi un merito, per esempio,
del fatto che i loro papas si sposano? - Ma di questo un’altra volta…
Let my people go, caro professore: che
si metta nel deserto e non rammentiamogli quanto siano buone le cipolle
shqipetare e le grammatiche prescrittive.
Lasci che Bruno e Bellizzi scrivano i loro articoli nell’arbresh che
gli pare. La Ferraro scriva le sue poesie senza arrossire: agli uni e
all’altra lei dovrebbe essere grato, le forniscono materiali per i suoi
studi.
Firmozjot-ungirnjot-fermënjot-frasnjot-çivitjot? Dov’è lo scandalo e
l’impossibilità? Forse che Dante, con l’anima, la grande anima che
aveva, non ha armonizzato i dialetti italiani, sia pure curiali?– ma noi
non abbiamo una curia, sempre per dirla con Dante, e non un’anima – chi
sono gli arbreshë. E che cosa non ha fatto l’Immaginifico e che cosa
Gadda ecc., con l’impasto linguistico…- in ogni caso viene prima l’uso e
poi la gramatica…
Le nostre parlate sono molto più vicine di quanto non si creda. Il mio “erdhtit”,
invece dello Shqip “erdhët”, della
segnaletica turistica di Lungro, lo trovo pari pari nella targa
turistica (carta canta) all’entrata di Civita. E se l’orecchio non
m’inganna lo trovo a S. Demetrio Corone, a Carfizi, a S. Nicola
dell’Alto, a Maschito.
Non c’è una koinè arberisca? Non mi pare.
Ho appena finito di leggere i tre volumi della
Historia e Shëjte redatta da papas
Gjergji Skirò di Piana degli Albanesi. È uno
scialo d’arbresheria. Non ho avuto difficoltà a capire. Le inevitabili
varianti locali - anzi, proprio queste (tutti gli autori hanno varianti)
- hanno costituito il piacere più grande. Tra l’altro vi trovo un /gamil/
che lo shqip traduce /devè/ e
dhon Manoli /kamel/. /Gamil/
a Lungro è un soprannome. Mi trovo, dunque, anche in questo caso, più
vicino a Piana che a Eianina e alla Shqiperia. Eianina arricchisce il
vocabolario con l’italiano? E se dovessimo tradurre /affari/ a
che cosa dovremmo ricorrere allo shqip /biznes/
o all’arbresh /afarë/ – “ai di e bën afaret e tij/?
Cos’è meglio, contaminare con lo shqip/inglese o con l’arbresh/italiano?
- Tutte le lingue sono “creole”,”sabir”, “pidgin”
per dirla coi linguisti, non ci sono lingue pure - e nella lotta tra
katharevousa e dimotikì la vince sempre il secondo. L’arbresh
mi dà storia, lo shqip un prestito…
Ho letto la storia di Ruth di papa Gjergji, alla signora che fa
compagnia a mia madre novantenne. Ha avuto, pur non avendo studi, uno
scialo anche lei: “Sa bellu, sa bellu. Shomi: ësht
shkruajtur ati?”. Non sa, naturalmente, leggere: “Pse
nëng na i mësuan këto shurbise më skollë? Shi sa bellu ësht kjò prallez
arbëreshe”.
Per contro, una sera dell’agosto scorso, ad Acquaformosa, su un
banchetto, su cui si espongono libri in vendita di piccoli editori della
nostra regione, prendo quello di un arbëresh ( di cui non ricordo il
nome) che scrive in Shqip. Leggo una pagina, poi chiedo agli astanti se
hanno capito qualcosa. C’è anche la moglie del sindaco. Lei è di
Frascineto. Le domando: “Neanche tu, che vieni dal paese arbëresh per
eccellenza, capisci niente?”. No, non capisce niente neanche lei.
Capiamo, però, l’arbëresh che va scrivendo dhon Manoli in E DIELA:
“Nd’atë mot një djalosh ju qas Jisuit tue ju shtënë
përgjunja e i tha…”. Non è lontano dall’acquaformositano:
“Nd’atë mot një djalë ju qas Isuit ture ju shtun
pirgjunja e i tha…”. Anche papa
Gjergji Skirò mi è vicinissimo: “Perëndia
thirri Adhamim e i tha: Ku jè? E Adhami: “gjegja zërin t’ënt
(sic) e u fsheha se jam më likur”. Ecco l’acquaformositano:
“Inzot thërriti Adhamin e i tha: Ku jè? E Adhami :
Gjegja vuxhin tënde e u fshefa se jam xhakarun”. Le varianti
delle due lezioni sono minime. Non le pare?
Non dovremmo lavorare su queste nello scambio di doni linguistici, con i
quali creare la koinè che già c’è?
Ma su questo un’altra volta.
Quello che qui m’importa è che, siccome bisogna spendere soldi pubblici,
che sono anche miei, sarebbe più opportuno, per lo scambio linguistico,
favorire l’alfabetizzazione di base in arbëresh, in modo che più utenti
siano in grado di scrivere e leggere, quelle opere che sole possono
favorire la tutele delle parlate locali. Perché, poi, non si pubblicano
opere come la Historia e shëjte di papa Gjergji
Skirò che ho qui in edizione ciclostilata? In veste tipografica
adeguata sarebbero ottimi testi di lettura in una scuola elementare.
Non sarebbe questa la cosa più migliore?
Più migliore?
Il mio computer mi segnale l’errore. Se scrivo, però, il “più intimo”,
il “più estremo”, “così intimo”, “così estremo”, il disgraziato non fa
una piega.
In Kairòs – Apologia del tempo debito – Laterza 1993, 2 ed.,
un libro di Marramao, uno dei filosofi più invitati nelle
trasmissioni televisive, a pag. 62, trovo: “i critici più acerrimi”
– come dire “i critici più buonissimi”.
Che cosa ne dice, professore?
Chi ci dice che come si è arrivati, per l’uso, a “il più intimo”, al
“così estremo”, non si possa arrivare a “i più acerrimi” e al “più
migliore”?. – dimotikì contro katharevousa.
Questo per dire che non c’è grammatica imperativa e prescrittiva che
possa salvare una lingua dal divenire (Hic moti sunt inventores
gramatice facultatis: que quidem gramatica nichil (ma
come scrive Dante il latino? Secondo il suo tempo?) aliud est quam
quedam inalterabilis locutionis ydemptitas diversis
temporibus atque locis – Dante, ibidem). E non c’è Gramatica
che non evolva venendo meno al suo compito: l’inalterabilis ydentitas.
E
una volta appreso lo Shqip, che è di suo un divenuto, diversissimo dalla
sua origine (c’è sempre differenza tra origine e originato), come
potremmo trincerarlo per non fargli prendere le strade dei metaplasmi
(che sono quegli eventi che fanno mutare le lingue, e non solo) e per
mantenerlo nella inalterabilis ydentitas?
Questi sono i miei argomenti. Ma sono disposto ad accogliere i suoi, se
non sono fatti di alzate di spalla. E d’ironia spicciola. Che mette
tristezza, come certi ombelichi in esposizione di ragazzette gonfie di
cellulite, i cui sederini debordano da periclitanti jeans in sofferenza.
Quanto al tuttofare, lasci che le racconti ancora questo.
Una sera dell’agosto appena scorso, ero ospite dei meravigliosi amici di
Civita.
Un po’ bevuto, devo dire.
Passo davanti ad un pilone, sulle cui facce un pittore aveva dipinto non
si sa più che cosa. Forse una madonna, forse un Cristo. Delle vecchie
pitture sono rimaste solo poche macchie di colore indecifrabili. Come mi
capita spesso, nelle macchie dell’intonaco, vedo delle figure. Nel
caso, un Cristo ed una Theotokos (non una madonna). Chiedo una matita e
“restauro”.
Grafomania dirà lei. Fatto sta che preciso i due volti, completo in
bianco e nero le due figure: pochi minuti, il tempo di tracciare i
segni. Uno degli amici mi dice che le mie figure sono migliori delle
originali e m’invita per l’estate prossima a stendere i colori – parlerà
all’assessore alla cultura. Devo dire che ho lavorato (sic) nella
preoccupazione che apparisse un qualche vigile e mi arrestasse per aver
disegnato senza una delibera che elargisse finanziamenti regionali o
europei.
Un tuttofare fa anche questo: lavora gratis, soprattutto se gratis ha
ricevuto i suoi carismi.
Lavorando gratis si acquistano anche insospettabili estimatori.
Come a Lungro. Tra un gruppo di conoscenti uno mi dice:”Leggo i tuoi
articoli, sto finalmente capendo qualcosa di noi”.
Interviene un secondo: “Anch’io ti leggo, ma salto a piè pari le tue
elucubrazioni” - un modo molto educato di dire che non mi legge, essendo
i miei scritti tutto uno sproloquio?
Ma un terzo avverte:”Elucubrazioni? Le sue sono argomentazioni. E se il
pensiero è labirintico non è colpa sua. Solo i disonesti, i dogmatici e
gli ignoranti, vanno per la via retta, la più corta, scansando ciò che
non fa comodo” – un modo per dire che non solo mi legge, ma che sa
leggermi? Ed ha ragione a dire che solo i dogmatici e gli ignoranti
prendono le scorciatoie. Platone ed Hegel avvertono che la via per la
verità non è mai la più corta.
Ho temuto, sentendo l’apprezzamento dei miei scritti, che da qualche
angolo spuntasse lei, professore, e per il mio stile ironizzasse: “an
vedi come balla Nando”.
Non perda tempo con me, se posso azzardare un consiglio. So già di mio
d’essere un guitto, un cialtrone della cultura. E un uomo ridicolo. Ho
letto troppo Dostoevskij per non esserlo almeno un po’, e non mi è
alieno il destino (si parva licet) di Talete.
D’altra parte, come ho spesso sostenuto, dell’arbresh m’interesso come
dei miei capelli o delle mie unghie, che curo, non c’è dubbio, senza
farne una questione di vita o di morte. Perché allora tutto sto
discorrere? Ma per far venire in chiaro cose che, se no, rimarrebbero
nascoste chissà dove. In chiaro, in superficie - non chiarite, però:
ogni discorso o si risolve in un’aporia o la nasconde (appare a me
un’evidenza che quelle che paiono evidenze, a lei e al mondo, non siano
evidenze – ma io la mia evidenza la butto via come l’acqua del clistere
che mi ha pulito da quelle che paiono evidenze - la cul/tura! – e non
le permetto di intorpidirmi).
In ogni caso, pratico gli studi filosofici non per cogliere una qualche
verità. Ma come un lenitivo della gran noia che è la vita – e
soprattutto, come si dimostra, l’arberisca.
Il pensiero come un divertissement, insomma. – devo, tuttavia,
avvertire che anche lo studio della filosofia, come suo cascame, è, a
volte, più noioso della vita stessa - ma come si dice: “chiodo scaccia
chiodo”.
Il che è molto ridicolo, converrà, soprattutto per le servette Tracie
che sanno come veramente s’impieghi proficuamente la vita – raccogliendo
acqua, accendendo il fuoco, preparando il pasto, e, soprattutto, andando
al mercato, anche borsistico, costruendo case, piantando vigne; e, per
chi può, mettendo su un harem di donne.
Ridicolo io, come sono ridicoli tanti, che si fanno in quattro per l’Arberia.
E senza riconoscimenti. Potreste dargli una laurea onoris causa
prima (siamo tutti in attesa, dice Demetrio Emmanuele), e una cattedra
universitaria, almeno a uno Skirò di Maxho, che non ha meno meriti (anzi
di più, di più) di chi attualmente l’occupa.
E
qui mi fermo, non perché abbia esaurito gli argomenti, ma perché più
lavoro la pasta e più mi si gonfia tra le mani. Come dice il mio amico
di Lungro, Antonio Sassone: il pensiero è labirintico. Io direi
frattalico: ogni proposizione si arriccia su se stessa, dopo essersi
divisa per li rami sempre nuovi. Gran fatica di Sisifo e Tantalo messi
inseme…
Con simpatia
mio, tutto mio Nando Elmo