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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  

 

LETTERA APERTA A FERDINANDO BELLUSCI

(mai giunta a destinazione nel tempo opportuno)

di Nando Elmo

mitte panum tuum per aquas

Carissimo,

non ho il piacere di conoscerti, ma diamoci del tu, come vëllezir  arbreshë (come vuole la vulgata), come omonimi (ëmra ëmra), e come coloro che condividono le stesse idee.

Il tuo scritto su K.Y. 109, 2002/4, mi ha fatto piacere. Esso dimostra che non sono un’isola; che qualcuno si prende la briga di leggere, sulla nostra rivista, non solo i propri, ma anche gli altrui scritti. Molti credo leggano solo il proprio nome, messo in bella copia. Non fosse così, un qualche dibattito si sarebbe acceso e qualcuno avrebbe scoperto che, spesso, con i suoi interventi estemporanei, apre porte già aperte. Per quanto mi riguarda, siccome sono uno che legge anche la carta igienica, leggo tutto K.Y., non solo la mia firma.

Non tutto quello che vi si pubblica è leggibile. Spesso si tratta di pappette rimasticate, che fanno male ai piccoli, perché non si educa con le bambocciate, e ai grandi, perché sono essi portati a coltivare la pigrizia mentale. Ogni tanto, però, qua e là spunta qualche buon pensiero, come in quest’ ultimo numero, che è un discreto numero.

Non so quanto siano leggibili i miei scritti. Non sono un buon critico di me stesso. Non mi aiuta la distanza. D’altra parte, come si dice, si sentono le puzze altrui, non la propria. Anzi, spesso la propria è scambiata per profumo. Per tanto, mi giunge a conforto il tuo articolo. Mi dice che, forse, tanta puzza non faccio; che, in qualche maniera, quello che scrivo non va del tutto perduto. So che a Roma vive una ragazza, di cui non conosco il nome, che colleziona i miei scritti. Colgo l’occasione per ringraziarla di tanta devozione.

Sono più di trent’anni che percorro la linea di pensiero, che mi dici condividere. Sono più di trent’anni che vedo quello che nessuno vuole vedere – per il proprio tornaconto, immagino, meno per la propria pigrizia,  - che, anzi, lor signori sono molto attivi. Si sono cavalcate  la pura arbreshità – da declinare come shqipità - e la bizantinità quando di arberisco e di bizantino non c’erano, già da un po’, che insignificanti brandelli. Dopo che i nostri intellettuali si erano prodigati a distruggere l’una e l’altra barbarie (anche il vostro intellettuale per eccellenza, C. Marco, denuncia la barbarie arbëreshe). Oggi  si “restaurano” le chiese, ma, duole dirlo, è un’operazione senza senso, puro maquillage, pura decorazione, buona solo, forse, per gli improbabili turisti a venire. Nessuno ha pensato che dietro questa “riforma” non c’è alcun contenuto: vuoti a perdere, che si perdono nelle soffitte della storia.

E duole ancora di più leggere l’articolo di denuncia di G.B. Tennis (v. n. K.Y. cit. sopra). Sembra, il suo, il lungo sbadiglio di chi si sta svegliando da un altrettanto lungo letargo. Dov’era da trent’anni a questa parte? Non sta aprendo una porta già aperta, come dicevo più su? Chiede ora i contributi altrui? Non è per caso di quelli che su K.Y. leggono solo la propria firma? O forse i tempi non sono mai maturi per una presa di coscienza della situazione che viviamo, tutti vivendo nella retorica dell’arbreshità e del bizantino, per puro calcolo, a proprio uso e consumo?  

Quando trent’anni fa scrissi il mio primo articolo per K.Y. e partecipai a uno di quegli allucinanti convegni arbëreshë di Lungro con tanto di addetti ai lavori, di cattedratici e onorevoli in libera uscita, uno di quei convegni  che malinconicamente finiscono a tarallucci e vino, destai, con le mie perplessità, il sorriso sarcastico di quelli che sorridono sempre con aria di sufficienza (faccio nomi? – ma sì che li conosci):ma ti çë do?”, e ti spiattellano le magnifiche sorti e progressive della “legge di tutela”, allora “nei voti” dei congressisti. “Voti”(ironia delle parole) mai smessi, se l’estate scorsa a Taormina ho ribadito le stesse perplessità di fronte all’entusiasmo del prof. Bolognari che tornava fresco fresco dall’Albania…

Oggi il nostro G.B.Rennis si accorge che neanche la legge di tutela serve più. I buoi hanno lasciato la stalla. Forse, erano stufi di star chiusi e di sentire le proprie puzze. Le leggi, poi, sempre intempestive, arrivano quando il problema s’è “incancrenito” e ha mutato aspetto.

Ma il problema è che lor signori immaginano (perché il problema è solo loro) d’essere essi stessi gli autori degli eventi e che possano guidarli a loro piacimento con una legge e tanto spreco di denaro pubblico – che è messo lì  apposta per essere dilapidato dai vari compari, con il cinismo di sempre.

Ora io credo – e stabilirai tu quanto giustamente – che gli eventi siano fuori della nostra portata; che, se ti piace, sia lo Spirito (ma chiamalo come ti pare. Caso, se vuoi. Cieco Caso. Il mio è solo una metafora, un postulato per un’ipotesi interpretativa) che mette in moto la ruota di ciò che è e di ciò che può essere o non essere più - e tendo a credere anch’io che siamo in qualche maniera nella Gioia e nella Gloria dell’Essere che è la sua eterna ed infinita danza, il suo eterno sorpassarsi, il suo sottrarsi ad ogni possesso…- non riconoscere questa danza è peccare contro lo Spirito che spira…e mettersi dentro le tristezze colpevoli dei propri incubi, metafore, mobili simboli, tradotti in stabile “verità”…  - se fossimo in questa Gioia e in questa Gloria non metteremmo il lutto per la morte dell’arbreshità e della bizantinità; ringrazieremmo lo Spirito per quanto ci ha mostrato e vorrà ancora mostrarci sotto quelle mutanti mentite spoglie…

Tutto, dicevano gli antichi, appare e scompare “nel tempo giusto” nel nostro mondo di esseri parziali, erranti (nei due sensi), provvisori che hanno a che fare con mondi altrettanto mutanti, erranti e provvisori, nati dalla loro spirito simbolico. “Nel tempo giusto” secondo quella “giustizia” che vuole che, nel momento stesso in cui le cose appaiono, tendano al tramonto. Anche la luminosa apparizione di Berlusconi non sarà eterna, per fortuna (e chissà perché lo Spirito, nella sua megaloprepia, ci ha fatto questo regalo, per la nostra Gioia e la nostra Gloria). Ora la bizantinità e l’arbreshità non si sottraggono a questa legge. Non  è da oggi che i lungresi, che ci fanno pensare, si distraggono in chiesa, non è da oggi che vanno a Messa quand’essa è “a buon punto” – giusto il tempo di levarsi il pensiero - …

I coristi, per ripeterne una, si sono sempre distratti. Lo Spirito, che non è schifiltoso, forse li preferisce così. Ma questo, forse, è un suo modo di rivolgersi a quei distratti intellettuali che tardano a capire. I coristi non sono mai arrivati a Messa prima che essa incominciasse. (Ma queste cose il Rennis dovrebbe saperle. Le ho scritte in una lettera aperta su K.Y. a lui indirizzata, anni fa).

È già da un po’ che il lungrese è diventato altro da quello che noi immaginiamo che dovrebbe essere. E non c’è traduzione in italiano della liturgia che possa tenerlo in chiesa nella maniera e nei tempi adeguati da noi decretati. Per quanto mi riguarda, immagino che lo Spirito non sappia più che cosa farsene dell’arbreshità e della bizantinità, che sono stati suoi modi d’apparire, legati a un tempo ad uno spazio. Se ascoltassimo lo Spirito, piuttosto che le nostre strampalate fissazioni, ci accorgeremmo che egli ci vuole liberi per, aperti a, i suoi accadimenti. Forse così potremmo liberaci (farci liberi) dai nostri incubi, dai nostri feticci (“non fatevi idoli”)…

Non è da oggi che non si comprende  lo Shqip, e non si parla il “puro” arbresh, se lo si è mai parlato… e non è da oggi che l’arbresh si contamina ed è in “caduta” libera.

Per tanto non mi pare che si possa “salvaguardare” – sembra questa la tua preoccupazione - alcunché. La lingua non si salvaguarda. La lingua è un “divenuto”, e come tale non può pretendere di non divenire più. Siamo usciti (lo Spirito è uscito) dal latino, siamo usciti (lo Spirito è uscito) dall’italiano di Dante, siamo usciti (lo Spirito è uscito) dall’italiano di Manzoni  - e se oggi ci regala l’italiano del trash (i trash) dei bongiorno, dei baudo dei costanzo delle raffaelle, delle letterine ecc…ci sarà pure un motivo: non meritiamo né il latino né Dante né Manzoni, perché non ne siamo degni?… Lo Spirito è uscito dal greco di Omero, da quello di Platone, è passato al bizantino, al greco d’oggi che si dibatte (osserva giustamente Rennis) tra katharevousa e demotikì…  

E mutando le lingue sono mutati i contenuti – meglio: sono mutati i contenuti, per questo sono mutate le lingue. La liturgia bizantina (un’“epoca” dello Spirito) o si legge e si canta nella lingua originaria, o è inutile tradurla – la lingua e trashë del trash dei baudo, dei costanzo, delle raffaelle ecc… non regge quella teologia. D’altra parte chi conosce oggi la teologia (Teologia dei monasteri) antinomica, apofatica, che l’ha prodotta? Il catechismo di Pio X, con cui siamo cresciuti,  non è teologia. È catechismo, appunto. Che ha l’aggravante di non essere neppure bizantino…non avendo del bizantino la carica apofatica,- ma con quello siamo diventati litinjë. Nella teologia, poi, limitandoci ai soli ultimi quarant’anni, lo Spirito (a cui è stata messa spesso la mordacchia, a colpi di scomuniche, dai Grandi Inquisitori) ha cantato varie canzoni (contaminate pure quelle), con cui bisognerebbe misurarsi – ma chi ha sentito quei canti, quella dossologia?

Ricorda, poi, che il Papa c’invita alla ratio, alla piatta ratio, che confligge con la teologia della patristica bizantina, come già segnalava nel XIV sec. Gregorio Palamas contro il “razionalista” calabrese, litì, Barlaam. Come possono reggere la violenza della ratio le esuberanti metafore dell’Akathistos di Germano?

Mi fermo qui: non voglio offendere la suscettibile sensibilità di nessuno…

D’altra parte non ho soluzioni da proporre: e forse una soluzione (brutta parola della violenza metafisica da idee “chiare” e “distinte”) ti aspettavi esprimendo le tue perplessità. Sono un coheletico: mi esalta la vanità del tutto…Egli solo vive…non le figure che di Lui ci facciamo…e noi possiamo vivere solo nel Suo “vuoto”. ( E qui andrebbe ribaltato tutto il discorso fatto finora: non è lo Spirito che suggerisce a noi, siamo noi che interpretiamo, come possiamo (kathôs idýnanto, ôs echôroun canta la liturgia), con  le inevitabili “deformate dello spirito” (come le chiama l’architetto filosofo Mattanò di Lungro), ciò che Egli ci permette di vedere dal buco della serratura del guscio dentro di cui lo inseguiamo in un’impossibile fuga d’ avvicinamento).

Non conosco neanche la tua età per stabilire se è il caso di propormi nell’antipatica figura del maestro – secondo la Bibbia dovrei essere di quelli degni d’essere ascoltati perché sono nel numero di coloro che entrano a cinema, a teatro e nei musei a prezzo ridotto.

Mi preme, tuttavia, rilevare per te il fatto che una lingua non si salvaguarda, si usa.

La lingua è uno strumento. Come tutti gli strumenti si “deforma” con l’uso. La lingua è uno strumento metamorfico, come chi l’usa. Dire che si deforma è un altro di quei travisamenti che non suggeriscono granché della sua natura. Dire “si deforma” è immaginare, puristicamente, che ci sia un terminus a quo che si presenta solido nella sua sostanza (questo lo possono sostenere i metafisici dogmatici, ma ricorda che anche Dio si è storicizzato). La lingua è come lo Spirito, che si rivela  come “aria e acqua” –  “se non rinasci in acqua e spirito…”- due elementi mobilissimi che assumono la forma dei loro contenenti: noi, vuoti a perdere. Lo Spirito? Colomba, che vola;  e non si lascia prendere al laccio da nessuno. - Chi crede di prenderlo al laccio, lo trasforma in incubo della storia. Alla fine lo Spirito sei tu, come sei tu la lingua: la tua lingua, essendo un esistenziale, non può essere diversa da quello che sei.

La lingua è dono dello Spirito. Come la manna del cielo (leggi l’Esodo), va consumata. Ogni giorno. Se la conservi (la tutela) fa i vermi, marcisce… come insegnano i marcescenti dogmatismi…

Cose che ripeto da trent’anni. Nell’Azione Cattolica diocesana da ragazzino. A scuola da insegnante.

Mi sono fatto anch’io un abito, da dismettere come tutti gli abiti. Ma come mettere nudo uno che già nudo è? Forse solo col silenzio…

Scusami se ti deludo, se ti lascio con niente in mano. Sono anche un insegnante di Yoga. Da trent’anni. Il nostro motto è: svuotarsi svuotarsi svuotarsi. Che tradotto nel pensiero dei nostri Padri (che traducono Socrate), quei Padri che nessuno ha letto, suona: kenosis kenosis kenosis. Svuotamento (il “tramonto” di Nietzsche). Senza il quale non può nascere nessuna “epéctasis”, altro termine centrale nella teologia bizantina, che è il lasciare, l’abbandonare, le cose che sono dietro (ta opiso). Come chi “ha messo mano all’aratro”. E desidera che la Verità riveli, ancora e ancora, la sua faccia, a chi non può possederla, essendo essa infinita e inafferrabile, come Dio, nel cui seno “ri-posa”. Nel futuro di ogni giorno. Che sorge tramontando e tramonta sorgendo…

Un mio maestro indiano, interrogato una volta sul da farsi, rispose: “Take it easy. Che tradotto suona: “Mos u mbjak, mos u llav, futtitinni…”; conségnati al vento (qui, a Rivarolo, risoffia già il favonio) e all’acqua dello Spirito e lasciati portare: fata volentem ducunt nolentem trahunt.

Le bottigliette dell’arbreshità e del bizantino dentro cui abbiamo cercato di ingrassare lo Spirito,  come oca da pâté de foie gras, non esistono, sono pure invenzioni, vuoti a perdere. Dello Spirito, appunto. Si sono rotte. L’oca è volata via. The goose is out…come diceva sempre il mio maestro.

Credo di essermi liberato, se ciò può esserti utile, da ogni arbreshità e da ogni bizantinità, per questo posso scrivere arbrisht come mi pare e frequentare, con zelo, i padri della Chiesa orientale. E pregare in greco (è, tra l’altro, l’unico modo in cui so pregare – non pregherei in nessun arbresh, in nessun italiano, per l’amor di Dio – ma il mio, è un cedere allo svolgimento di un destino, non è volontà). Ricorda che, per entrare nella casa dello Spirito, bisogna lasciare fuori, sulla soglia, le scarpe (strumenti di difesa). E la propria (buona) volontà. Che è sempre volontà di potenza, da esercitare su un “oggetto” (l’arbreshità, la bizantinità) – “oggetto” che la volontà crea. “Oggetto” che non può essere afferrato essendo esso tutt’uno col soggetto che lo pone…

Tuo Nando Elmo

 P.S. Nel mio scritto, per le inevitabili semplificazioni che comporta una lettera, ti si riveleranno, forse, alcune antinomie, non scioglierle, non comporle dialetticamente…così non avrai una pietra su cui  posare il capo…gusta il turbamento della vertigine… niciana, anche, fors’anche marxiana…

Rivarolo Can.se  2 - 2 -  2003  dit’e kandlorës, dit’e Ypapandis, antifona e cilës thot: “I glossa mou kalamos grammateos oxygrafou” “gjufa ime pend skribi çë shkruan shpejtë” (Ps. 44 ebd.).

Nando Elmo

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