Karabin o
Kerubin?
Kanalat o
kandarat?
Un
contributo alla questione linguistica sollevata da due canti
paraliturgici di Lungro
(testo che è
rimasto impubblicato a suo tempo)
di Nando Elmo
Leggo, con una certa sorpresa
e un certo divertimento, l’articolo di G.B.Rennis “A proposito del canto
popolare di Lungro in onore di S.Nicola di Mira”, apparso nello numero
99 di K.Y. (anno XXX – 1999/2). La sorpresa, per certe trascrizioni. Il
divertimento, nel costatare la pervicace tendenza a “servire il popolo”
con la lectio facilior, ogni volta che ci si trova di fronte ad
espressioni della poesia popolare di cui non si sa dare ragione.
L’autore dell’articolo
risponde alle riserve del Professor Rocco Sassone, che critica la
lezione di un’espressione che appare nel canto popolare in onore di S.
Nicola di Mira, edito dallo stesso Rennis in una sua opera citata in
bibliografia. L’espressione è karabin, che è in un distico, che
trascrivo nella stranissima lezione di Rennis:
Shin i (sic!) Kolli vej e
vin
Me një bastun si karabin.
Il professor Rocco Sassone
sostiene che la lectio corretta è kerabin o kerubin (Cherubino) perché
karabin (carabina?) sarebbe “stridente per il sensum (sic!) fidelium”.
Mi permetto di entrare nella
discussione per portare il mio modesto contributo. Mi sono interessato
qualche anno fa di un’altra questione linguistica riguardante un altro
canto paraliturgico di Lungro, di cui parlerò più giù. Avverto che le
mie sono le considerazioni di un dilettante orecchiante studi di
filologia ormai passati nel dimenticatoio, interessandomi oggi d’altro.
Se leggo, e capisco, bene, né
l’uno né l’altro dei contendenti porta, a sostegno delle proprie tesi,
argomenti propriamente “tecnici”. L’uno e l’altro si riferiscono a
ragioni eteronome: l’uno alla testimonianza incerta di vecchie
analfabete, che potrebbero, proprio per questo, soltanto orecchiare ed
essere testimoni inattendibili; l’altro al sensus fidelium che non
sappiamo bene che cosa significhi, almeno da un punto di vista
linguistico e storico linguistico. Dunque, proviamo a farci soccorrere
dalla linguistica e da questa soltanto.
Non conosco l’antichità del
canto popolare cui i due contendenti si riferiscono, ma immagino che, se
il Rennis fa riferimento alle scorrerie dei turchi per sostenere la sua
tesi, queste siano una buona ragione perché la ricerca linguistica del
lessema vada fatta, almeno, negli anni e nei secoli precedenti la
battaglia di Lepanto (1571).
Bene; a quell’antichità
risale il termine arabo Karab che indica un fucile a canna lunga
introdotto in Spagna dai saraceni. E carabin è, almeno dal XVII sec.,
nell’esercito francese, il soldato di fanteria ad armamento leggero
adibito a servizio di sorveglianza. Da qui i carabiniers savoiardi
(notoriamente francofoni), che sono i padri dei nostri carabinieri, nati
intorno al 1791.
Il termine carabina ha,
però, la sua data di nascita in italiano nel XVII sec.
Carabin (come il successivo
carabinier) è, dunque, nel francese antico, un soldato addetto alla
sorveglianza, una sentinella, e un addetto alla polizia militare: un
soldato che “va su e giù”, lungo il suo posto di guardia e in perenne
movimento negli accampamenti.
Data l’antichità, il popolo
lungrese ha avuto tutto il tempo di assimilare i termini carabin e
carabina, per le sue metafore. Non dimentichiamo che i nostri antenati
erano soldati mercenari. Avranno avuto modo di conoscere las carabinas
(piccole Karab) spagnole, figlie del fucile arabo, e i carabins (o
carabiniers) francesi, nei loro interventi nel regno di Napoli dove
Francesi e Spagnoli saldavano i propri conti.
Posso dare, quindi, una mano
a Rennis per sostenere la sua tesi che è, con ogni probabilità, la più
corretta: le vecchie di Lungro avrebbero buona memoria.
Se sono opportuni e corretti
i miei agganci linguistici, il senso della strofe di S.Nicola:
Shin Nikolli vej e vin
Me një bastun si karabin
Me ato tri molla
Çë kish ndir duar
Natë e ditë edhe na ruan,
suonerebbe – tralasciate le
questioni di consecutio - così: “S.Nicola andava su e giù, con il suo
bastone (il Pastorale? Un “manganello” da soldato di ronda?), come un
carabin (i.e. una sentinella), con le tre mele che aveva in mano, monta
per noi la guardia (na ruan, non è un semplice “guardare”, o
“proteggere”, ma, in questo caso, “montare la guardia”, se /ruas/ in
arbresh è sentinella). Quindi il karabin non è né un cherubino, né una
carabina. Karabin può occupare il posto che occupa e riferirsi a Shin
Nikolli, perché Shin Nikolli è un karabin, un soldato di guardia (un
carabiniere, se vogliamo) armato non di carabina, ma di bastone (il
pastorale? Un “manganello”?). E tutto questo, attenendoci al puro buon
senso, senza andare dietro le tesi anodine dei due contendenti.
A questo punto lascio a chi
s’interessa in modo serio di filologia di verificare la mia ipotesi.
Ma se a Rennis do una mano
per il karabin, gliela devo negare per quanto riguarda la stranissima
trascrizione di “Shin i Kolli”, con quella /i/ che non trova nessuna
giustificazione grammaticale. Se, come sostiene lui stesso, “la lingua è
una scienza esatta”, come si giustifica quella /i/, che appare davanti a
Kolli? Quale giustificazione grammaticale ha? Se non è, come non è, un
articolo prepositivo, che cosa significa?
A me pare che non abbia alcun
senso.
E non credo che le vecchie
informatrici abbiano sillabato a Rennis quell’/i/, così come la
trascrive lui. E, se anche l’avessero fatto, il Rennis, come tecnico
(scienziato esatto), avrebbe dovuto capire che cosa si nasconde dietro
quel fonema, che non ha i tratti di un monema. In effetti, si tratta
solo di ciò che rimane dell’assimilazione sintattica di due enne, che
nel continuum fonico si scempiano in una. Si tratta, dunque, di Shin
Nikolli (Shën Nikolli, puristicamente, se non intervenisse lo iotacismo
di Acquaformosa e Lungro a trasformare in /i/ la /ë/ muta). Tra l’altro
in Shin Kolli (questa pare la lectio fuori del canto, dove quella /i/
scompare - e questa scomparsa avrebbe dovuto mettere all’erta il nostro)
c’è da sospettare un fenomeno di ipercorrettismo che inverte lo
iotacismo. Shin Kolli sarebbe il risultato di un’altra assimilazione
delle due /n/ da Shin Nëkolli® Shin (N)ëkolli. Questa lectio, che
andrebbe ripristinata, mi viene suggerita dal fatto che sia a Lungro che
ad Acquaformosa è sconosciuto l’ipocoristico Kolli o Kolla. Abbiamo le
varianti Nikollini Nikolluqi Llinuçi Kokolla, ma mai Kolla. Kolli
sarebbe un apax, ingiustificato però.
Non voglio peccare
d’ipercorrettismo a mia volta. So che, in italiano, da /mia donna/ si è
arrivati all’agglutinazione madonna; che da “lasciare in Nasso” si è
arrivati a lasciare in asso (di nuovo con la caduta di una /n/); che da
lusignolo è deglutinato l’usignolo; ma qui i sintagmi e i monemi, presi
a sé, conservano un loro significato e una giustificazione grammaticale
e lessicale.
Le trascrizioni di Rennis mi
paiono del tutto gratuite. Avrebbe dovuto egli, semmai, affidarsi
all’agglutinazione /Shinikolli/ che scempia le due /n/ in una, come fa
l’autrice di quella sgangherata canzone, vincitrice del festival di
S.Demetrio Corone, Shëmbria Madhe (Shëmbri’e Madhe, con un pizzico di
sale in zucca). Shëmbri (agglutinamento con simpatiche variazioni
idiolettiche di Shën Mëri), che, però, più sotto diventa shumbri, senza
la grazia di una maiuscola, per la qual cosa un lettore, perplesso come
me, non sa più in quali acque sta navigando - allora Schirò ha ragione
di piangere sull’arbreshino, con buona pace della “salvaguardia” della
lingua (che non si sa davvero che cosa sia, al di là di tutte le tesi
puristiche che non mi sogno di sostenere) -.
*** *** ***
Dicevo più sopra che anni fa
mi sono imbattuto in un altro problema di “restauro linguistico”. Ne
scrissi in un articolo che il direttore di K.Y. si dimenticò di
pubblicare.
Lo riassumo qui di seguito.
In un canto paraliturgico,
dedicato a San Francesco Saverio, dice il poeta, riferendosi al
Crocefisso:
gjak e ujë zëmrin m’e mbjove
kandarat m’e frushkullove.
Quel kandarat parve ai tempi,
in cui cantavo in cattedrale, irriverente, perché richiamava un omofono
che in arbresh significa “salame e cotenne di maiale conservate in
cantero” (Giordano). Fummo pregati di sostituirlo con Kanalat, che si
accosta a Kanal/Kanallet. Anche questa volta, nessuna ragione
linguistica, ma solo l’opportunità del (per dirla con Rocco Sassone, e i
suoi omologhi, che peccano di moralismo linguistico) sensus fidelium, i
quali però continuavano e continuano a cantare kandarat, senza
scandalizzarsi.
Di nuovo, mi soccorse l’arabo
Kandar (quintale) trasferitosi nel greco bizantino con lo stesso
significato – si dimentica troppo spesso che i nostri venivano da aree
dove si parlava il greco e l’arabo dei dominatori turchi e bizantini -.
Il kandarat non alludeva dunque alle cotenne e al salame, né al cantero,
ma alla quintalata.
Si poteva restituire al
popolo, e alla sua memoria, quello che era suo: è proprio vero che,
secondo un principio linguistico, “un nativo non sbaglia mai”.
Il senso del distico (notare
l’enallage di kandarat) suona dunque (i due më essendo dei dativi
etici):
hai rempito il cuore di acqua
e sangue
che a quintalate fai
sgorgare(dal tuo costato) per me
con una evidente allusione
alla sovrabbondanza dell’amore e della Grazia.
Ma in ogni caso, può darsi
che il popolo abbia avuto memoria del Kantharos antico greco e, senza
scomodare arabo e bizantino, avrà voluto dire con un’altra iperbole:
Fai sgorgare acqua e sangue
a secchiate.
Il fatto è, in ogni caso, che
sia karabin che kandarat , nel significato che ho dato loro, sono, a
quel che mi risulta, due apax e questo spinge i perplessi a cercare la
lectio facilis. Inopportuna, perché destoricizza i due canti popolari
che vanno per la lectio difficilior. Lectio che li storicizza, appunto,
datandoli.
Rivarolo Can.se 19 -3 - 2000
Nando Elmo