ALLA CORTESE ATTENZIONE DEL PROF. GIOVANNI
BELLUSCIO
DIPARTIMENTO DI LINGUISTICA
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DELLA CALABRIA
Egregio Prof. Giovanni Belluscio,
immagino che io debba accusare ricevuta del suo intervento su Arbitalia,
che in qualche maniera mi riguarda.
Potrei fare spallucce e lasciar perdere imparando dalla sublime
indifferenza dei suoi colleghi o di quanti in arberia vengono chiamati
in causa dai miei interventi estemporanei. Penso che quest’ultimi
abbiano pochi argomenti per affrontare un dibattito, altrimenti un
qualche colpo, per denunciare d’essere vivi, l’avrebbero battuto.
Ma, benedetto il Signore, anche lei, solo uno sberleffo. Neanche un
cenno alle mie improprie citazioni, ai miei sgangherati interventi, al
mio italiano approssimato per difetto (come quello di tutti gli
arbëreshë, devo dire), alle mie pretese di filosofo, di teologo
bizantino, di maestro di Yoga, di pittore, e di quant’altro mai, per
dimostrare come io non sappia scrivere, ragionare, dipingere far Yoga.
Intanto mi dispiace che mi abbia messo in compagnia di C. Marco e Italo
Elmo. Di quest’ultimo non so niente, non ho letto mai niente di suo, per
cui, tranne una parentela in Skanderbeg che non mi entusiasma, non so
che dire.
Mi dispiace per C. Marco, per il disagio che gli procurerà quest’inopportuno
abbassarlo al mio livello.
In ogni caso il mio mitragliamento è a salve: chi vuole che ferisca? Non
siamo tutti al disopra d’ogni sospetto?
Le tesi? Non cito uno straccio di tesi? Avrebbe voluto nomi e cognomi?
Intanto la rimando ai libri pubblicati in Arberia con anche l’avallo
della Curia. Le sembrano cose serie? Sì? De gustibus…lei gioisce,
io patisco: a ciascuno il suo…
Quanto al resto, non posso farmi altri nemici. Mi bastano le telefonate
anonime, che ricevo ogni estate ad Acquaformosa, da quando il buon don
Matrangolo ha commesso l’imprudenza di citarmi un paio di volte nelle
sue omelie, indicandomi ad esempio, come fedele bizantino.
Un autentico tormentone lo squillo di telefono, per me che vengo giù due
mesi solo per studiare in santa pace senza le incombenze di famiglia, e
con la compagnia di quell’autentico filosofo che è l’architetto Mattanò.
Le bastino, per tanto, i guasti che ho segnalato nei miei interventi su
Arbitalia e su K.Y. Sono, essi i guasti di vostri allievi. Voi potete
essere dei geni, ma i vostri allievi fanno quanto da me denunciato;
basti fare un giro tra Acquaformosa Lungro e Firmo. Non è detto che gli
allievi siano sempre degni dei loro maestri. Però, santiddio…
Per il resto che dire?
Devo difendermi dal suo eventuale sberleffo sul mio tutto fare, o devo
chiudermi anch’io in una sovrana indifferenza, nell’atarassia da maestro
di Yoga?
Se mi ritraessi, se mi sottraessi ad un dibattito, potrei essere
sospettato di superbia. D’altra parte so che per parlare di me devo
produrmi in una piece di autoerotismo. Mi ripugnano l’una e
l’altra cosa. Ma non voglio perdere l’occasione d’essere mandato a quel
paese, che , a mio avviso, è l’esercizio più salutare che possa essere
praticato da uno, come me, che “cura l’anima”.
Perché non è vero che mi occupo di tutto. M’interessa una sola cosa: la
cura dell’anima, il “gnothi se auton” (posso citare?).
E
per curarsi dell’anima, per conoscere se stessi, bisogna innanzitutto
riconoscere la propria miseria e aprirsi a quell’Eros (posso
citare il Symposion del mio Platone – il cui greco ho incontrato
per la prima volta in terza media? – ho portato poi quell’aureo libretto
sempre con me come un talismano) che ci fa straccioni, affamati,
insonni, ignoranti, scalzi, soprattutto di scarpe del cervello,
philo-sophoi alla fine.
Gli oltre cinquant’anni di studio “disperatissimo e matto”, per colmare
quelle miserie, per placare una fame, che non si esaurisce mai – come
anche quella fisiologica di pane e pasta, e soppressate e salsicce- non
sono uno scherzo.
Otto ore di studio al giorno, ancora oggi che sono in via d’estinzione,
e soprattutto oggi, prima o poi qualcosa rendono. E vuoi per
incontinenza, vuoi per naturale svuotamento, qualcosa fuori devi pur
buttare. Rutti, defecazioni – non ho mai sofferto di stitichezza, sono
preciso come un orologio a cristalli liquidi -: le mie citazioni. Le
quali, se ben guardate, sono solo il sintomo della mia povertà, della
mia impotenza a dire le cose come le sanno dire quei maestri – e c’è chi
cita Camaj e Çabej e chi Platone, Plotino, Heidegger ecc… - noblesse
oblige. Insomma a Cesare quel che di Cesare, unicuique suum.
Nessuna meraviglia, dunque, nessun tentativo di sarcasmo.
Ho appena finito di leggere le cinquecento, e passa, pagine dell’ultimo
libro di Cacciari “Della cosa ultima”, Adelphi, 2004 –
quello che inizia così: “Sì, lo confesso, sento ancora questo come il
compito del fare filosofia…”
Non è per presumere qualcosa, ma non ci si alza un mattino e si dice:
beh vediamo che cosa scrive il prof. Cacciari. Per leggere Cacciari (e
prima di lui, per l’ennesima volta, le altrettante cinquecento pagine de
“La struttura originaria” di Severino, Adelphi 1981- che
incomincia così: “La Struttura originaria rimane ancor oggi il
terreno…”) bisogna conoscere di prima mano, se non
“tutta” la filosofia, almeno i grandi, a cominciare dai presocratici per
venire giù giù per Platone, Plotino, fino a Cusano Spinoza, Kant, Hegel,
Nietzsche, Heidegger – ma non ho tralasciato, per quanto mi riguarda,
Sartre, Derida, Rorty, ecc… - devo dire che di Hegel ho letto poco
perché è palloso ed essendo io un dilettante posso concedermi
sovranamente solo ai diletti (nei due sensi)…
Ma insomma che cosa sto dicendo? Sto forse facendo il mio panegirico?
Non vorrei che il presente scritto suonasse così. E non è colpa mia se
il mio unico mestiere: la cura dell’anima, i cui confini per quanto tu
possa andare mai raggiungerai (posso citare Eraclito?), quest’
improbus labor impone. Labor philo-sophicus, che ci
tiene legati alla sola philia consapevoli come siamo, per
diuturna esperienza, che la Sophia è solo in sinu Dei.
Philia che, per la goffaggine a cui ci costringe (tutti gli
innamorati, i “dilettanti”, sono goffi), ci espone, ahimè, al
riso di tutte le servette Trace…
Deficit, dunque: per questo sembra che m’interessi di tante cose
– e questo non è, nevvero, neppur vero, perché non ho mai parlato dello
spiritello di Maxwell, né del teorema di Fermat, né dei frattali,
né degli infiniti, né di Heisemberg, né dello gnomone…
Lo Yoga?
Niente di trascendentale. C’è chi pratica lo jogging, e chi lo yoga, io
lo yoga. Basta saper stare a testa in giù e piedi in su, basta saper
stare seduti un’oretta a gambe incrociate, un po’ di respirazione
controllata, e lo yoga è fatto. Un’ora il giorno, per trent’anni e si
fa una discreta esperienza. Ma, anche qui, come per la filosofia, non si
finisce mai. Si rincomincia sempre daccapo: ftig’e brumbulit.
Un’ora il giorno, nelle ventiquattro ore, e dopo otto ore di studio,
che cosa vuole che sia? Un break, come si dice, niente male. Peggio per
chi non pratica uno straccio d’attività fisica. Peggio per chi non nuota
almeno una volta la settimana, per chi non si misura con lo sci, con la
bicicletta o con un tango: quali piaceri ignora…e sempre per quella cura
dell’anima. E per la cura dell’anima una volta praticavo lo yoga lavando
i piatti: puro taoismo. Poi è venuta la lava stoviglie…
Alla cura dell’anima è legato anche il mio bizantino.
Il quale, se non è, come teologia, una propedeutica alla filosofia, può
essere un esercizio di consapevolezza. Di una specificità che potrebbe
connotare noi arbëreshë, più di qualsiasi arbresheria d’accatto. E
peggio per chi non se ne rende conto. Perché, tra l’altro, il pensiero
bizantino è di una modernità sorprendente.
Ho anche qui affrontato l’improbus labor confrontando il mio non
sapere con quello dei Padri: Origene, il cui gran commento al Cantico
inizia così: “Quomodo didicimus per Moyse…” (esiste solo la
versione latina, l’originale greco essendo andato perso); Nisseno, che
parla di apokatastasis senza puzzare d’eresia, nella Vita di
Mosè che inizia così: “oión ti páskusin…”; e il cui grande
commento al Cantico parla di epektasis.
Mi sono poi misurato con i quattro volumi della Filocalia; e con
il Damasceno, e con la Scala del Climaco, e con Didimo il cieco,
per citare i primi che vengono alla memoria. E con le millecinquecento
pagine dell’opera di Palamas, le cui Triadi iniziano così: “Epeidé
tinon ékousa…”). Non ho trascurato, per il contro canto, Agostino
(le cui Confessiones iniziano:”Magnus es, Domine, et
laudabilis valde”); e Tommaso, sul cui De Malo (che inizia
così: “Questio est de malo. Et primo queritur an malum sit aliquid”)
mi sono a lungo esercitato spiando la “libertà” - cito gli incipit
perché nessuno pensi di trovarsi di fronte ad un lettore di seconda
mano, e perché nessuno pensi che il labor non sia davvero
improbus: nella mia competenza di greco e di latino vanno aprendosi
profondissime falle – non me ne preoccupo: come direbbe il mio Borges
(posso citarlo, senza farle venire l’itterizia?) “ el
olvido / es una de las formas de la memoria”.
E
le cinquecento (sembra che tale numero sia canonico per un libro serio)
pagine de “La colonna e il fondamento della verità” di Florenskji?
E le pagine di Lossky, di Evdokimov, di Averincev (l’ultimo arrivato,
due giorni fa, nelle scansie della mia biblioteca: L’anima e lo
specchio. L’universo della poetica bizantina- Il mulino, Bologna)?
Siano di mancia…
Ma tutto questo forse per invitare gli arbëreshë alla teoresi, al
pensare al di là del pensato. Senza pensiero s’imbandiscono cibi
insipidi muffiti rancidi…e attenzione: “la scienza non sa pensare”,
secondo Heidegger, di cui, naturalmente, ho letto tutto quanto è stato
pubblicato in Italia – non conosco ahimè il tedesco per scavalcare i
ritardi italiani.
E se non v’ interessate di bizantino di che cosa vorreste interessarvi
mai, come arbëreshë? Dove trovare le vostre fonti?
Vanità di vanità: siamo, in ogni modo, condannati alla nostra
parzialità. E Nietzsche diceva che quella dei libri è una malattia come
un’altra, una ossessione come un’altra, una nevrosi come un’altra, una
bulimia. Ma poteva dirlo lui che era un genio. Ma chi genio non è e deve
accontentarsi della sua miseria, che fa se non tentare l’improbus
labor?
E
rimango misero anche nell’altro senso. Per studiare non ho fatto, come
tutti i miei colleghi, il secondo lavoro per avere il conto in banca.
Con grandi angosce verso i miei figli che si aspettavano un padre più
responsabile.
Dimenticavo la pittura.
Come potrei, caro professore, se sto rassegnando le mie credenziali
davanti al suo ufficio degli aventi diritto? Che siano complete, una
volta per tutte.
È
come l’arbëresh, la pittura (o meglio, il disegno): cosi legata alla mia
natura che non saprei come farne a meno. Sono un grafomane. Ho sempre
saputo disegnare e ho sempre riempito dei miei disegni fogli e fogli di
carta. Disegno su qualsiasi supporto. Disegno oggi come ho disegnato
dalla mia infanzia già prima delle elementari. Senza scuola. Per
naturale disposizione. E non sono, giuro, un pittore di monti e tramonti
prati in fiore nature morte oleografiche e di quanto fa il cattivo gusto
dei dilettanti. L’ultimo mio quadro, per il Municipio di Torre Canavese,
è una tavola di 140x per 220 cm. su cui ho rappresentato i “Dialoghi con
Leucò” di Pavese. Quadro che, secondo la leggenda, ha meritato la visita
di Gorbachov.
Non so, soggettivamente, che cosa valga la mia pittura – non sono un
buon critico di me stesso. So che a Castrovillari un gallerista ha
offerto mille cinquecento euro per un mio quadro, che avevo a suo tempo
regalato ad un mio amico. So che il mio vecchio collezionista di Torino
chiede molto di più.
È
forse il caso di dire che mi hanno spinto a coltivare il mio talento
(convertibile in un euro da un centesimo, elargitomi dallo Spirito Santo
quando, per le mani di don Matrangolo, è sceso su di me – ci credo,
altrimenti non sarei il personaggio strano che sono, o che mi fingo
d’essere – centesimo che metto a frutto per non essere scoperto “servo
inutile e fannullone” - Matt. 25,26) maestri come Giuseppe Rondini,
incontrato quand’ero un ragazzino; il più celebre Corrado Cagli -
maestro del novecento italiano -; e il professore di disegno dal vero
alla facoltà d’architettura di Torino Teonesto de Abate, maestro anche
del vostro Luigi Le Voci, castrovillarese, mio carissimo sodale, con cui
ho condiviso la fame non soltanto metaforica.
Tantra, taoismo, Bhagavad Gita, Corano?
Perché dovrei annoiarmi e annoiarla, caro professore? Chi ha
consuetudine con i libri, dovrebbe sapere che è il meno che si possa
leggere - non c’è nessun merito e nessuna meraviglia nell’aver
frequentato simili province del sapere… e peggio per chi non c’è – o
forse fortunato chi non sa che più aumenta il saper più aumenta il
dolore (posso citare il mio Cohelet, quello che da bambino, quando non
sapevo ancora leggere, sentivo dalle labbra di don Matrangolo? – anche
qui noblesse oblige).
Ma prima di lasciarla mi permetta di ricordarle che finita l’Università,
fatta con quello che sapevo di mio – ho preso due diciotto per non aver
letto le dispense del professore: lavoravo, non avevo un papà o una
mamma che mi sostenessero agli studi, non sempre avevo i soldi per
comprar dispense, per cui anche la mia è uno straccio di laurea – mi
sono messo a bottega per imparare qualcosa. Ho tentato una
specializzazione in linguistica generale e semiologia. Ho conosciuto
così De Saussure, Martinet, Lyons, Ogden e Richards, Hjelmslev, Jakobson,
Barthes ecc... Conosco quasi a memoria per esserci tornato più volte
sopra, il “Trattato di semiotica”, e “Kant e l’ornitorinco”,
di U. Eco, e tutte le sue opere, compresi i noiosissimi romanzi.
Conosco le sue polemiche con Rorty e i decostruzionisti americani.
Ma perché tutto questo mal di pancia?
Perché questo ridicolo curriculum?
Per dire, immagino, che se esprimo qualche giudizio sui laureati di
Cosenza ho, forse, le carte in regola.
Ma, insomma, dell’arbëreshë, alla fine, non me ne fotte (posso dirlo
dall’alto dei miei sessantacinque anni? Il mio computer me lo segna,
ahilui, in rosso) granché. Il mio è solo un tic, un riflesso
condizionato di fronte a certe mancanze di stile, e a certi
raffazzonamenti.
E, tuttavia, l’arbresh, essendo la mia vera pelle, non posso scucirlo di
dosso; follia delle follie, degna di un ozioso, mi provo a scrivere in
questi giorni un racconto lungo, in quel dialetto (e se le piace,
idioletto – ma quanto ci ha insegnato tutto il novecento e ora Camilleri);
Antonio Sassone m’invita a ridere con lui ogni giorno masticando
tormentoni di storie sconce che solo nell’arbëresh di Lungro e di
Acquaformosa trovano la loro giusta coloritura – quelle risate ci
aiutano a dimenticare per un attimo la nostra miseria, e ci tengono
lontano dalla disperazione.
Se non me ne importa niente dell’arbëresh – tenetevelo tutto per voi a
costo di impasse come dice lei professore – che cosa vuole che me
ne importi dello shqip? Come potrebbero – mi ripeto - i suoi
auctores spegnere quella fame di cui ho detto per tutto questo
scritto?
Spero d’averla convinta che non faccio parte di nessuna trimurti, meno
che mai di una in cui compare C. Marco: non ho, come lui, conti da
saldare, né sono abitato da alcun esprit de resentement. Stile
solo stile vo cercando – e per un bricciolo di stile – per incontrare
una persona – che cosa non daremmo?
Se volete, ad ogni modo, tenere presenti i miei rilievi linguistici,
bene, se no, fa lo stesso. Quello che in tutto questo mi sconcerta
(faccio per dire) è pensare che qualche linguista che si rispetti possa
stabilire come si debba scrivere in arbërisht, al di là da ogni singola
parlata, senza tarpare le ali e imbavagliare quanti in quella lingua (o
dialetto, o idioletto, se più le piace) vorrebbero esprimersi.
Posso dall’alto della mia mania citare Pasolini, che era di suo ottimo
semiologo e linguista?
“Tutti
si giurano puri:
puri nella lingua …naturalmente:
segno che l’anima è sporca”
…………
“e voi avete paura
della vostra santa morte, del caos che implica:
il vostro unilinguismo è una difesa!”
……….
“Sono infiniti i dialetti, i gerghi,
le pronunce, perché è infinita
la forma della vita:
non bisogna tacerli, bisogna possederli:
ma voi non li volete
perché non volete la storia, superbi
monopolisti della morte: i poeti
parlano come i preti, e, profetiche,
urlano vittoria le Cassandre: è passato il tempo delle speranze”
(
Pasolini: La religione del mio tempo. Garzanti 1961).
Devo tuttavia rammaricarmi d’essermi costretto a questa “confessione
in pubblico”, a questo simil (si licet parva…) “mettere il
cuore a nudo”.
Per il resto tornerò al mio racconto nell’arbëresh di
Acquaformosa-Lungro; a ridermela con il sociologo Antonio Sassone che è
convinto, anche lui, che solo la parlata locale ci può rendere facondi
restituendoci a una nostra specificità. E me la intenderò con Skirò di
Maxho che continua nel suo improbus labor di tradurre, nell’arbërisht
degli altri Skirò, l’impervia liturgia bizantina. E chi vivrà vedrà.
Capisco che la nostra è una tempesta in un bicchiere d’acqua e non so
chi mi chiami a queste logomachie: l’istinto? il Destino? Forse il
destino. Non è la volontà che può “farti” qualcosa. Se penso al mio
studio “disperatissimo e matto”, e a tutti i piccoli “carismi”, che ho
avuto in dono dallo Spirito, devo pensare solo al destino – anche se
filosoficamente propendo a farmi persuadere per la libertà.
Libertà dello Spirito – il quale, però, spirando dove gli pare: destina.
Con simpatia e gratitudine per aver perso tempo a leggere i miei
scritti.
Nando Elmo
Rivarolo Canavese,
2004-06-02, festa della Repubblica