STRANIERO
IN PATRIA
di Nando
Elmo
Per quanto sto per dire non
farò riferimento alla mia competenza di linguista supportata da quarant’anni
di studi severi. Quarant’anni che non temono confronti con le
improvvisazioni, con le preparazioni raffazzonate, viste le tesi di
laurea dei nostri giovani, e non solo, di belle speranze ad Arcavacata:
un niente intellettuale, ricerche niente affatto rigorose, marginalità
di contenuti, quali che siano, purché si vada ad uno straccio di laurea.
No. Farò invece riferimento
al più che sessantennale uso della lingua arbreshe che mi mette nella
condizione del “nativo che non sbaglia mai” (come afferma un principio
linguistico). E pour cause: se la lingua non la sa un nativo chi volete
che la sappia mai?
Lingua di Firmozungra
s’intende. E di che, se no? Quella che vorremmo salvaguardare, non però
con quella che Borges chiamerebbe “nostalgia del presente”, che sta
combinando non pochi guai. Quei guai linguistici che mi fanno sentire
uno straniero in patria ogni volta che arrivo dalle nostre parti dal
Piemonte dove vivo da trent’anni, senza per questo aver perso quella
competenza linguistica, che mi fa arbresh di Firmozungra, che è quel
mondo che mi ha dato un imprinting indelebile. Sono insomma una di
quelle biblioteche viventi (come vuole la retorica delle vulgate) in via
di estinzione, che si farebbe bene a consultare prima che sia troppo
tardi. Credo di parlare una lingua arberisca con una ricchezza di
vocabolario che i giovani di oggi non possiedono più, al cui interno,
però, non rientrano i recenti “restauri” operati dai nostri linguisti in
libera uscita. Non si “restaura”, non si riporta allo stato pristino,
una lingua sostituendola con un’altra.
Insomma la domanda, a costo
d’annoiare, è quella di sempre: Che cosa vogliono lor signori (e giro la
domanda ai professori di Arcavacata): salvare l’arbresh o insegnarci lo
Shqip?
Da quello che accade sembra
che vogliano insegnarci lo Ship. Con un’altra, l’ennesima, campagna
missionaria che dovrebbe salvarci dalla barbarie dell’arbresh, così come
lo usiamo.
Una volta ad Acquaformosa
venivano i missionari passionisti per farci cattolici, perché la
smettessimo di essere bizantini, se mai lo eravamo; oggi arrivano i
missionari metafisici, astratti e distratti, di Arcavacata per salvarci
da quella anomalia che è la lingua locale. Per questo gira anche una
gustosa storiella che dice che la buonanima di Solano affermasse che il
buon Emanuele Giordano non conosca né lo Shqip né l’Arbresh.
Detta da un professore di
lingua (di linguistica?) questa è una ben strana affermazione, che
denuncia solo la mentalità metafisica, e forse un esprit de ressentiment,
del nostro, un integralismo, che non regge alle prove
storico-linguistiche, e un ridicolo purismo. E, quel che è peggio, un
nihilismo di cui non si avvedono coloro che sostengono queste tesi.
Paradossalmente, integralismo e purismo sono forme di nihilismo: negano
essi esistenza a quegli eventi che non rientrano nei loro presupposti
metafisici.
In ogni caso non vedo come
dhon Manoli possa non conoscere l’arbresh essendo egli un nativo.
Ottantenne per giunta. Proveniente, vale a dire, da quel mondo che
arbresh era in tutto e per tutto. Prima che la storia l’innestasse, per
ovvi motivi, con quello che ai professori non sembra arbresh: un nuovo
lessico legato alle mutate condizioni di vita e di cultura. E tuttavia
si fa presto a costruire sinagoghe, a imporre sabati, a indire crociate,
contro gli infedeli, e a creare assiologie senza fondamento.
Ma da che origina quest’
eterna ripresa dei miei soliti interventi in linguistica?
Le cose sono andate così.
Arrivo l’estate scorsa a
Lungro dove vivono linguisti di vaglio e mi accoglie la targa turistica:
“MIR SE NA ERDHËT NË UNGËR”. Mi prendono, mio malgrado, trasalimenti
bossiani: Chi è questo che mi dà il ben venuto? Un cossovaro, uno
shqipetaro, un miliziano dell’Uçk? Sono arrivati in tanti da Oltremare,
invadendo il nostro territorio, da accoglierci, noi stranieri in patria,
con la loro lingua? A Lungro parlano già una lingua diversa da quella
che i miei avi mi hanno insegnato?
A mio cugino che è venuto a
prendermi in macchina a Spezzano, e che mi vede scivolare sotto il
sedile, chiedo di dirmi in lungrese: “Ben venuto a Lungro”. E lui che è
più vecchio di me – biblioteca ambulante di lingua arberisca in via
d’estinzione anche lui – traduce: Mirë se na erdëtit Ungir. Mi faccio
ripetere la frase con la scansione delle sillabe – posso, non si sa mai,
data la stanchezza del viaggio da Palermo, avere le traveggole. Dunque,
nonostante tutto, mio cugino è rimasto lungrese, e arbresh senza
smentite. Non mi è diventato shqipetaro.
Quando coloro che fanno
ricerche sul campo si decideranno a raccogliere “questa” lingua, reale,
parlata – non sognata? Personalmente sono d’accordo che le cose vadano
come vanno, almeno in questo campo, che non dipende da noi: è bene che
l’arbresh se ne vada, se se ne sta andando, dopo aver compiuto la sua
missione; ma, per favore, non sostituitelo con lo shqip solo per salvare
qualche cattedra, solo per avere finanziamenti destinati a non svolgere
il compito cui sono destinati: salvare la cosiddetta cultura locale.
Lo ripeto: in Val d’Aosta non
hanno salvato il patois con il francese, se è vero che ogni anno
istituiscono corsi di patois, per salvare appunto quella “lingua
tagliata”. Né si salva il mantovano con l’italiano: lo sa bene Bossi se
chiede per il diritto di cittadinanza agli extracomunitari un esame, non
solo d’italiano, ma anche di dialetto. Non vogliamo arrivare a questo:
Dio ci salvi da Bossi – e vedete che non sono bossiano - e dal suo
compare.
Ma torniamo alle questioni
linguistiche nostre.
Tralascio tutto il resto (che
torce le budella) su cui si potrebbe ampiamente discutere. Ma che è
questo /në/ davanti a un argomento di luogo? L’arbresh non lo conosce.
Si dice, da Acquaformosa a Picilia (S. Caterina), passando per Mbuzati e
S. Demetrio: Vemi Ungir, vate Kosenxë, ësht Kastrofilë, mir se erdhe
Ungir, mir se erdhe Kosenxë, rri Firmozë, shkova Frasnit, u rrita,
studhjova, Shin Vasil ecc… Gli argomenti di luogo che riguardano nomi
di paesi e di città, come in latino, sono “argomenti diretti” in arbresh,
non sopportano preposizioni.
Dicevamo altre volte che a
fare una lingua sono la sintassi e la morfologia. Le quali mutate si ha
un’altra lingua. E difatti: Mir se na erdët në Ungër, è un’altra lingua,
anche se i monemi sembrano essere gli stessi.
/Roma/ non è /Rome/ e
neanche /Romë/. L’una appartiene al sistema lingua italiana, l’altra al
sistema lingua francese e l’altra, se possibile, all’arbresh: è cambiata
la morfologia, cambia la lingua. /Ungir/ non è /Ungër/, le due unità
appartengono a sistemi linguistici diversi. /Në/ davanti a /Ungir/ muta
la sintassi: di nuovo un’altra lingua. Solo la volontà di pulizia etnico
linguistica può assimilare cose inassimilabili.
La volontà di restauro
linguistico, tuttavia, non si è limitata alla targa di benvenuto. Le
targhe stradali non sono da meno. “Via Enrico Berlinguer”, va tradotta,
se no, chi sa che siamo a Lungro? E che cosa si traduce in mancanza
d’altro? Il nome. Se no, che cosa? Così abbiamo un’improbabile “Udha
Enriku”. Ma non era di memoria fascista questo adattamento dei nomi? Mi
ricordo in famiglia uno Scanderbergo: il pedante solerte ufficiale di
stato civile di Salerno si rifiutava di registrare un bambino di nome
Skanderbeg come decretava una legge fascista ai tempi non revocata, che
proibiva i nomi di non provata italianità.
Insospettabili liberali e
liberisti del Parlamento italiano sembra vogliano resuscitare quelle
barriere linguistiche (e non solo) per difendere l’italiano, anche lui
in via d’estinzione… Ma i nostri linguisti sanno niente dell’Appendix
Probi (che non dirò cos’è)? O hanno mai letto Mille plateaux di Deluze e
Guattari dove i due filosofi francesi stigmatizzano l’insostenibilità di
ogni purismo e di ogni imperialismo linguistico?
Ma lasciamo anche questo per
amor di patria.
Le sorprese, tuttavia, e i
mal di pancia, non sono finiti a Lungro, la quale, per altro, nelle
persone dei suoi amministratori non finisce di sorprenderci ogni anno,
vuoi con i monumenti di cattivo gusto: carina la donnina nuda – se no,
che cosa? – della fontana della “villa”; e carini i “salinari” su un
metafisico fondo bianco; vuoi con le discariche; vuoi con opere
pubbliche di incerta destinazione: un carcere (?), o quel che sarà, col
solo piano terra, accanto al cimitero, e senza un tetto che ripari dal
freddo e dal caldo. Ma andiamo…
Andiamo a Firmo. In pizzeria
con Alfredo Frega. Che mi vede letteralmente scivolare sotto il tavolo,
vittima di convulsioni, quando mi presentano il menù arbresh e leggo:
Pollpeta të patate, Shtridëla me vaj hudër e spec djegës. Accorre il
cameriere preoccupato. “Chi ha scritto queste bestialità?”, urlo. “Non
glielo posso dire, ma di là ho la copia corretta del menù. Ieri è
passato uno di San Demetrio che ha avuto le stesse reazioni sue e ha
voluto correggere gli errori”.
La mano pietosa del
Shëndimitrioto è andata sul dovuto e così: Pollpeta të patate è
diventata giustamente, come mamma vuole: Pullpeta patakje; e, quel
figlio di madre ignota di spec djegës ha preso le più modeste e
arberische sembianze del diavulliq: shtridëla me valë, hudir e diavulliq.
Che ci vuole? Questo è arbresh. Così come Nxallatë (arbresh =
italo-albanese) che ha preso il posto di Sallatë (Shqipetar). Chi ha
detto, e con quali argomenti di linguistica seria, che sallatë sia
preferibile a nxallatë?
La tendenza dell’anonimo
professore (perché di “professore laureato a Cosenza” si tratta) di
Firmo (ma perché si dice Ferma? Non restaurate? Chissà perché ai nostri
antenati dispiaceva la /i/ di Firmo) è la stessa dei professori di
Lungro. Stesso idiota restauro linguistico della nostra bella (come
vuole la retorica etnocentrica) lingua arbreshe.
Stessa nevrotica “nostalgia
del presente”. Che è una sindrome che riguarda la nostra incapacità di
essere quel che si è, di godere quel che si ha, qui e ora, distratti
come siamo dalla fuga in un passato che non è mai stato come ce lo ri/figuriamo
(vero atto di “poesia”) nel ri/cor/do, o in un futuro che mai sarà come
lo speriamo (vero atto di “poesia”, di “creazione”, anche la speranza).
Passato (della lingua nel nostro caso), che non è stato meno indigente
del presente. Futuro (della lingua che verrà), da cui non saremo meno in
fuga quando si farà presente. Presente che, tuttavia, è il tempo di
quella “grazia” che cerchiamo: che sia essa il rapimento in un ri/cor/do
(che è un “dare al cuore”), o l’ansia oscura di un’attesa. “Poesia del
passato”(il ricordo), “Poesia del futuro” (l’attesa) che si danno, però,
paradossalmente, solo nel presente, qui e ora. Da cui fuggiamo,
trasformando la “grazia” in “disgrazia”, in rifiuto del presente
periclitante, ed indigente, misero, privo di retorica. Con l’aggravante,
a Firmo, della cattiva fede della traduzione (perché il “professore” ha
tradotto), segmento per segmento, della lingua italiana (“polpette di
patate”) in un improbabile shqipetaro.
Ora tra le lingue non si dà
traduzione lineare, altrimenti dall’inglese dovremmo tradurre: Piovono
cani e gatti, invece di Piove a dirotto. E il nostro /ë e bie shi/,
invece che in /piove/ dovremmo tradurlo in /è quello cade pioggia/, con
esilaranti esiti, quegli stessi che l’estensore del menù di Firmo non ha
avvertito. - E, traduzione per traduzione, dal latino dovremmo tradurre
/Vado Roma/, /Sto, abito, Roma/ ecc… senza preposizione. Ma questo non
si dà. La sintassi italiana vuole gli argomenti di luogo retti da
preposizione, giacché l’italiano non è il latino (con tutta la buona
volontà).
Quand’è, carissimi, che vi
decidete a scrivere come parlate? Senza vergognarvi di quello che siete?
Potrà la grammatica di Zef Skirò di Maxho “Udha e mbarë” insegnare
qualcosa?
Rivarolo Can.se 16
– 10 - 03
Nando Elmo