A ZEF SKIRO’ DI MAXHO
di Nando Elmo
“Contingency, irony, solidarity”
(Rorty, La filosofia dopo la filosofia - Laterza 1989)
Carissimo,
giacché mi leggi, oltre che ascoltarmi, ed altri mi leggono – pochi,
veramente pochi, meno della ventina canonica, ma noblesse oblige
nel “piccolo numero” - continuiamolo in pubblico (ohibò) il nostro
dialogo a distanza.
Ma chi sono questi “altri”, questi “tutti” (“fa’ in modo che tutti…”)
che aleggiano sui nostri discorsi come un ricatto, come una spada che
scioglierà d’un colpo i nostri nodi, quelli che andiamo avviluppando con
i nostri discorsi che appaiono vieppiù incasinati, aporetici,
paradossali (almeno i miei)? Chi sono questi “altri” cui dovremmo noi
mostrarci corrivi, ammanedo loro pietanze soft, fast,
light, premasticate, predigerite, proprio per guadagnarceli come
lettori? Se non sono quegli “altri”, quei “tutti” che mi abitano, che
fanno di me una pluralità, un polimero in perenne conflitto, un’agorà
chiassosa, io non so davvero chi siano.
I
miei “altri”, i miei “tutti”, forse incominciano e finiscono sotto i
tuoi santi ulivi, te Hor’e Arbreshëvet kat’exochén – ma
quante sono Horat eccellenti in Arberia?- dove incominciano e
non finiscono i nostri discorsi (almeno i miei). Discorsi
proteiformi che mutano e si rinnovano mostrandosi sempre come nuove
aperture di quell’“oscuro” da cui provengono. “Oscuro” che non riusciamo
a illuminare completamente, da quei pretesi illuministi che pretendiamo
d’essere ogni volta che evochiamo “gli altri”, che devono capire insieme
a noi. “Oscuro” che non s’illumina, e per la nostra debolezza,
parzialità, prospetticità, creaturalità, contingenza, e perché ogni
volta che s’accende una luce, da qualche altra parte dilaga l’oscurità
proprio perché quella luce illumini (una sorta di “omnis affirmatio
est negatio”)…
E
iniziano i nostri discorsi sotto i tuoi santi ulivi (del tuo podere, del
tuo “fondo”, di Piana, che t’invidio) forse, perché tu a casa hai una
biblioteca, forse perché sei uno che medita, forse perché sei uno che
non si accontenta delle evidenze, forse perché ti piace problematizzare
ogni cosa, forse perché vuoi renderti la vita difficile… E c’interessano
i discorsi forse perché siamo due “informati”, messi “in forma” (e
quindi de/formati) dai libri: io più caotico, tu più razionale…
Ma gli “altri” che non vivono alla maniera nostra, gli “altri” contenti
di sé, che non si complicano la vita, che non hanno una biblioteca,
quelli che sanno come va il mondo, perché le cose sono così come
appaiono, tutte in superficie, come possono essere gli “altri” per noi?
Per noi che scriviamo, s’intende, per noi che diamo spettacolo con le
nostre inconcludenti (e questo non vuol essere un aggettivo
dispregiativo) logomachie?
Vorrei che questi “altri” fossero i nobili, di cui parla
Aristotele. I quali andavano alle olimpiadi, al mercato, a guardare come
va il mondo, a contemplarlo disinteressatamente, lasciando agli schiavi,
alla plebe di farsi attori delle compravendite, delle gare e del fare
il resto: tutto quello che c’è da fare – l’esercizio della
volontà di potenza, alla fine. I nobili stavano distaccati sugli spalti
mentre sotto (nella “grotta” direbbe Platone, nel “sottosuolo” direbbe
Dostoevskij) ferveva “la vita”…
Una volta un francese – solo i francesi possono tanto - ha lasciato
scritto: “ Vivere? Lo lascio fare ai miei servi”.
Quando considero il “nostro” darci da fare, sia pure con i
“nostri” pensieri, con i “nostri” scritti, con le “nostre”
rappresentazioni di mondo, mi torna in mente questa frase e mi sembra
che i servi siamo noi. Forse le nostre biblioteche, il nostro “sapere”,
le nostre rappresentazioni, sorte anch’esse da un’inarrestabile volontà
di potenza, la volontà di sapere, non sono alla fine altro che l’indice
della nostra schiavitù, della nostra servitù. Strumenti di lavoro che ci
de/formano, ci rendono goffi e ci fanno perdere quella grazia di
portamento che solo un nobile disincanto può dare…
“Pensare, leggere, informarmi? Lo lascio fare ai miei schiavi”. Così
sembrano dire gli “altri” che pare abbiano raggiunto un sovrumano
distacco, un disincanto irresponsabile.
E
così sarebbe se non fosse che ti abbaiano, ti ringhiano contro, appena
apri bocca e invocano quella chiarezza, quella semplicità che io non so
dare. Semplicità e chiarezza che impone un abbassamento del livello
mentale cui non sono disposto. Per cosa, poi? Per la loro pigrizia, per
il loro quieto vivere. Per carità non smuoviamoli dalle loro sicurezze,
dalle loro certezze consolidate dai secoli della “tradizione” “patroan
kai pappona”, dei padri e dei nonni…
Quegli “altri” dalle nostre parti sono, per esempio, comunisti,
fascisti, berlusconiani, cattolici, bizantini, arbreshë, ma se solo ti
azzardi a domandare in che consistano queste visioni di mondo ti
abbaiano contro e ti fanno fare la figura del supponente. E in specie i
cosiddetti intellettuali, senza arte né parte, che non possiedono una
biblioteca, non leggono un giornale, non hanno mai scritto una parola,
né in italiano, né in arbresh, che non si sono mai messi nell’azzardo di
formulare un pensiero che sia tale; che non si sono mai domandato che
cosa significhino quelle strane parole greche che ripetono
meccanicamente ogni domenica in chiesa; che senso abbia, da cattolici
frequentare battesimo cresima matrimonio e non gli altri sacramenti; che
cosa significhino le tirate di un Bertinotti, di un Bossi ecc…
Se questi sono gli “altri” per i quali dovrebbe ordinarsi ogni nostro
discorso, allora non li conosco.
Chi sono allora questi “altri”, questi “tutti” di cui dovrei tener
conto?
Io, per me, i miei “altri” siete tu, i due o tre amici di Civita, i due
o tre di S. Demetrio Corone, l’amica di Lungro e quella di Roma che
dicono di collezionare i miei scritti. Ma siete tutti – meno di venti -
attrezzati intellettualmente (servi, schiavi del sapere, delle
biblioteche, del pensiero) per capire che cosa dico e che cosa faccio.
Che se mi permetto il lusso di un anacoluto sapete anche gustarlo; che
se provo a sragionare sapete seguirmi nei paradossi, nelle aporie, nel
labirinto d’un pensiero.
Scrivo come scrivo arbrisht perché so che dall’altra parte c’è
chi non ha difficoltà a, chi è attrezzato per, decifrare il mio
idioletto.
Degli altri “altri” chi se ne importa? Non leggono non solo noi che
forse non lo meritiamo, ma neanche, per dire, C. Abate, che merita, e
che non pone difficoltà di sorta. E per leggere non basta solo saper
leggere - conveniamo, no?
E
allora chi sono questi “altri” che dovrebbero costringerci a scrivere in
modo che “tutti capiscano”? Forse quelli che se la ridevano di Matisse,
di Picasso, di Cezanne, e che han fatto impazzire Van Gog. O quelli che
rimproveravano (c’è stato anche questo) alla Commedia “la
scarsa elezione ed omogeneità della lingua e il disordine
dell’invenzione”? Gli aristotelici dei sec. XVI e XVII definivano
la Commedia “un miscuglio o capriccio senza regola e senza
forma di poetica azione”; gli illuministi si infastidivano
dell’oscurità della forma e l’arcaicità della materia e della struttura;
il Cesarotti (il Cesarotti? Chi era costui?) la trattava come un “garbuglio
grottesco”. E insomma, insomma…: gli “altri”.
Fossimo al servizio degli “altri” e non del daimon che ci ditta
dentro che cosa potremmo fare? Ripetere luoghi comuni, andare per il
risaputo?
Gli “altri” sono sempre quelli che gridano “Crucifige, crucifige” –
salvo ad adottare la Croce, quando è divenuta innocua per loro o uno
strumento di potere per crocifiggere gli eccentrici che de/lyrano dal
buon senso comune.
Tu spesso per “altri” intendi gli shqipetari.
Ma anch’essi, chi sono in quanto “altri”?
Se sono dei frequentatori di libri e di lingue, come noi, non dovrebbero
avere difficoltà a districarsi nei miei scritti e nel mio arbresh. Io
non trovo grosse difficoltà a leggere Pessoa in portoghese. Quel poeta
mi piace leggerlo in originale per la musica di quella lingua - che non
si traduce, che non trapassa in italiano. Credo d’avere gli strumenti
per farlo, anche se non ho mai studiato il portoghese, che mi suona come
un dialetto dell’italiano…- sai che a Palermo mi piace andare per le
Vuccirie , i Capi, le Kalse per sentire come /sigaretta/ diventi
/sigaríetta/ e come /ossa/ diventi /úassa/ e
bella /bíædda/ e sentire di stigghjole e meuse
e pujpi ecc… e vado per i carruggi di Genova per sentire quell’altro
“portoghese” che però non so ripetere…
Credo che i nostri cugini d’oltre mare siano nella stessa situazione dei
nostri fratelli arberischi: c’è chi è dotato linguisticamente e chi no.
Certo, noi scriviamo solo per i primi, salvo che non abbiano pregiudizi
puristici e non facciano le bizze da prima donna, o da primi della
classe. E se la preoccupazione mia dovesse essere quella di essere letto
in Albania, la risolvo subito confidando nel fatto che, usando essi la
lingua per eccellenza, siano i più adatti a capire il mio idioletto.
Così come io possedendo l’italiano non ho difficoltà a capire i suoi
dialetti, e il palermitano, e il piemontese…
Io confido nei cugini letterati, provveduti di strumenti intellettuali,
come confido in te. È per voi che scrivo, gli altri “altri” non
m’importano. Non credo nell’ecumenismo in cui uno è più ecumenico
dell’altro; dove ortodossi, protestanti ecc… fanno sempre la figura dei
fratelli minori, degli erranti che bisogna tollerare finché lo Spirito
non li illumini e diventino come noi, tolleranti cattolici, primi della
classe per definizione. Non credo che bisogna essere tolleranti con le
donne musulmane in attesa che diventino come le nostre e si tolgano il
velo: in che senso è auspicabile che le donne, tutte, vadano in giro
senza velo? E, velo per velo, le nostre suore? Attendo per le donne
musulmane invece non tolleranza, ma ospitalità, che vadano a scuola come
gli pare.
Diffido dei primi della classe shqipetari, confido nella diversità e
nell’identità che si rende concreta nella diversità: siamo uguali perché
ciò che abbiamo in comune è la diversità … e bisognerebbe coltivarla
questa diversità, tenercela cara… - la bizantinità, per esempio, non
svenderci ai latini rendendo deserti Grottaferrata e il Collegio greco
di Roma… con la infausta “politica” della mia diocesi (mi ripeto)…
Ho conosciuto una professoressa di S. Nicola dell’Alto che insegna a
Rivarolo, la sig.ra Michela Bresci. Parla, come diresti tu, in
“Tungsteno”. Sono stato lì a sentirla con immenso piacere nei suoi
fonemi che si allontanano dai miei, più dei tuoi. Questa è musica, la
musica di Shin Koghi. Che appartiene a lei “come il canto all’usignolo”,
direbbe Schleicher, che era fior di linguista. E qui sono vichiano: le
lingue sono una fantastica classificazione dell’esperienza ed hanno,
ciascuna, una propria caratteristica individualità che è riflesso della
propria storia: “delle loro (dei popoli) diverse nature e costumi sono
nate altrettante diverse lingue” ( Vico: Scienza nuova seconda):.
Per cambiare il “Tungsteno” di Shin Koghi con lo Shqip, bisognerebbe
cambiare la storia, le nature e i costumi di quel paese (Hora,
come il tuo), dargli magari cinquanta anni di Hoxha e cinquecento anni
di separazione dalla Calabria.
Attendevo di sentire, se mai anche a lei come ad un’acquaformositana
scappase di “trasformare” l’/h/ in /f/, come
è stato scritto: “abbiamo visto, ha scritto uno di Arcavacata una volta,
riferendosi a un mio scritto arbrisht, trasformare l’/h/
in /f/”.
E no, miei cari, è vero se mai il contrario: è la /f/ che
si aspira in /h/ sino a dileguare in alcune lingue. Si
consideri l’italiano /ferire/ e lo spagnolo /herir/. È più
antico /ferire/ perché ripete il /ferire (fěrĭo, is, ii, īre)/
latino che è più antico dell’esito italiano e di quello spagnolo. E
così /ferita/ /herida/. E cosi /fare/ e /hacer/
da /facere/.
L’italiano “frica”, dove lo spagnolo aspira. Ma la fricativa italiana è
più antica dell’aspirata spagnola. Se in arbresh avviene ciò che avviene
nelle neolatine, se la deriva fonetica è la stessa, allora devo pensare
che la /f/ di Firmozungra di /ndífim/ sia
più antica dell’/h/ di /ndíhim/. E se
qualcuno è in vena di restauri, faccia lui, ma per cortesia non dica che
Nando Elmo sta trasformando l’/h/ in /f/.
Come tutti i paesi di margine, Firmozungra, se questo principio
filologico è valido, mantiene i fonemi più antichi.
Anche Shin Koghi è geograficamente marginale, ma non ha la /f/
intervocalica; ha però, come Piana la velare sorda aspirata di /ghami/
che da noi è aspirata in /hami/: anche qui la
velarizzazione è più antica della aspirazione… Però quel /shin/
al posto del “puro” (?) /shën/ non dice che in due aree
“marginali” la deriva fonologica è la stessa? E se è la stessa, perché
non conservano la forma più antica /shën/? Perché è chiara
una cosa: /shën/ è anteriore di /shin/
derivando dall’apocope di /san/ctus/ - /a/ è
“spinta” in /ë/ e la /ë/ è spinta in /i/
- è questa la trafila nelle romanze. E derivando da /sanctus/,
è più antico /shënjt/ di Firmozungra di /shëjt/
di Franoejanina. Sarebbe interessante come in questa “dinamica” si
equilibrino certi “scivolamenti” fonologici rispetto al “sistema” di
provenienza. Ma non è il caso di affrontare simili discorsi tecnici che
in ogni caso agli altri “altri” non interessano.
Tutto questo, per ribadire ancora una volta che la mia attenzione, o se
preferisci, le mie predilezioni alle contingenze linguistiche forse
s’affidano di più a un sentire “debole” che nega (e qui non sono più
“debole”) ogni assolutismo e ogni fondamentalismo, per non cancellare la
frammentarietà e la pluralità del reale (pluriverso vs
universo) e la pluralità dei “giuochi linguistici”. Insomma tutto va
preso, per dirla con un filosofo cui mi sento molto vicino, Rorty, con
contingency, irony, e solidarity.
Solidarity, che si esprime, nel nostro caso, con
l’accoglienza di quei “diversi” che sono gli arbreshë linguisticamente
diasporici: che ognuno scriva come gli pare.
So anche che l’irony che noi due frequentiamo da sempre ci
mette al riparo da ogni supponenza e presunzione: è chiaro che tu non
cerchi nessuna cattedra universitaria e so che, come Giulio Cesare
rifiutò per tre volte la corona di re, tu rifiuteresti di sedere su una
cattedra universitaria, non avresti la “forza” di prenderti sul serio.
Ma si fa per dire, di fronte alla supponenza altrui.
È
chiaro che contro quegli altri che non ci leggono, che non ci
frequentano, che non frequentano biblioteche, non ho niente, e non ho
nessuna solidarity da esercitare, proprio perché i nostri
discorsi sono contingenti: trascorrono come un breve sorriso su tutte le
arbreshità - anch’esse contingenti.
La bellezza del tutto è, forse, proprio in questo trascorrere
fantasmagorico, che eccita tutta la nostra voglia di saldezza, di
afferrare e possedere enti transeunti, che trascorso il loro tempo
devono abbandonarci, come diceva il vecchio Anassimandro: “
ex on de e genesis tois ousi kai thn fthoran eis
tauta ginesthai katà to chreòn: didonai gar autà
diken kai tisin allelois tes adikias katà ten tou chronou taxin”:
là dove le cose hanno il loro nascimento debbono andare a finire,
secondo necessità. Esse debbono infatti fare ammenda ed essere
giudicate per la loro ingiustizia, secondo l’ordine del tempo”.
Forse per questo cerchiamo di fermare il transeunte in un quadro in un
romanzo in una fotografia in una generalizzazione filosofica in una
legge scientifica, perpetuando, però, l’adikia,
l’ingiustizia…perché riteniamo che le nostre “finzioni” (soprattutto le
scientifiche) non abbiano carattere contingente e convenzionale…
Ma, insomma, non siamo cristiani? E il divino maestro non ci ha invitato
a camminare sulle acque? E non ci ha detto che bisogna rinascere in
“acqua e spirito” – due cose estremamente instabili? Allora da dove ci
viene questa tentazione a risiedere nella positività di una lingua data
una volta per tutte e para todos – lo
Shqip nella fattispecie?
La solidarity con gli “altri” sta forse proprio in questo
assumere in proprio la contingency che “impone” di non
imporre niente agli “altri” e lasciarli andare senza preoccuparsene.
Nando Elmo