Mirë se erdhe...Benvenuto...
ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  

 

n. 116 - 2004/3

LA FESTA DEL RITORNO. BREVE INCONTRO CON CARMINE ABATE

 di Alfredo Frega

“Uno scrittore che si distingue per visione civile del mondo, impegno della memoria e originalità della scrittura". E’ una significativa sintesi della critica che il noto Vincenzo Consolo ha voluto dedicare a Carmine Abate, scrittore affermato per la sua produzione letteraria non solo in Italia. Abate è uno scrittore dell’Arbëria, nativo di un piccolo paese arbëresh, uno dei tanti che costellano la Calabria, Carfizzi, dove ancora, miracolosamente, gli abitanti del luogo si esprimono nella loro originaria lingua materna l’arbërisht, nonostante siano trascorsi oltre cinque secoli dall’insediamento di questa gente, i cui avi provenivano dall’Albania, martoriata dalle orde Ottomane. Carmine Abate è uno di questi discendenti che si identificano ancora oggi nel leggendario eroe Giorgo Castriota Scanderbeg. Come i suoi avi, anche il Nostro porta dentro di sé il marchio dell’emigrazione, inteso anche come valore aggiunto della sua formazione culturale. Non per niente l’emigrazione e la memoria sono alla base del suo essere scrittore. Il suo considerarsi arbëresh emerge in tutta la dimensione in ogni opera che, peraltro, rispecchia la propria identità.

Vincitore di numerosi premi blasonati anche internazionali, di recente gli è stato attribuito il prestigioso “Premio Napoli”, Carmine Abate è chiamato dovunque a partecipare ad incontri e convegni dalle università e dalle associazioni. E’ appena ritornato dalla Fiera del libro di Torino dove ha presentato con grande successo “La festa del ritorno”. Pur vivendo nel Nord Est, dove insegna, dopo aver trascorso l’infanzia e la gioventù in terra albanese di Calabria e dopo una non breve parentesi in terra di Germania, non disdegna di “scendere” tra la sua gente, sempre atteso e dove è sempre gradito il suo “ritorno”. Recentemente lo abbiamo incontrato nella città universitaria di Rende, in occasione della presentazione agli studenti e a tanti amici arbëreshë dell’ultima sua fatica “La festa del ritorno”, edita dalla Mondadori per la collana della Piccola Biblioteca Oscar Mondadori.

Di Abate ricordiamo la sua prima raccolta di racconti Den Koffer und weg!  del 1984 (in edizione italiana Il muro dei muri del 1996). Di seguito: Terre di andata (1996), Il ballo tondo (1991 e 2000), La moto di Scanderbeg  (1999), Tra i due mari (2000).

Durante la nostra amichevole conversazione, per deformità professionale, gli sparo due domande a bruciapelo. Forse le aspettava da me. Gli chiedo: “Quale Carmine Abate incontreranno i lettori in questa sua ultima opera di narrativa”. Mi guarda con quei grandi occhi e col suo sorriso che contraddistinguono il suo volto solare e mi risponde:

Intanto un Carmine Abate che prosegue sulla sua strada, che è fedele ai temi dell’arbëresh, dell’emigrazione e, soprattutto, della memoria. In questo libro punto l’attenzione in particolare sul rapporto padre - figlio. E’ una narrazione che si sviluppa attraverso un percorso di riavvicinamento e di riconciliazione tra i due. Un padre e un figlio che finalmente si parlano, dopo che entrambi hanno subito lo strazio dell’addio continuo, perché il padre è un padre emigrato che torna ogni Natale e il figlio lo vede per poco tempo l’anno, nello spazio di una breve vacanza. Durante una festa di Natale, davanti al fuoco che si accende realmente al mio paese ancora oggi, sul sagrato della chiesa, i due si raccontano le proprie storie. Il padre racconta la sua vita all’estero, il figlio racconta la sua vita senza il padre. Entrambi hanno un grande segreto legato alla storia della famiglia e all’amore della sorella maggiore verso un uomo misterioso. E’ un libro, tra i vincitori del prestigioso Premio Napoli, arrivato già in seconda edizione nell’arco di una settimana, e - a detta di molti lettori - avvincente perché dietro c’è tutto un segreto che si svela alla fine. Vorrei fare una considerazione sulla memoria. In questo, come in tutti gli altri miei libri, uno spazio fondamentale è occupato dalla memoria. Non è una memoria di tipo tradizionale, né nostalgica, ma una memoria che ha in sè anche il futuro. Io guardo al passato semplicemente per prenderne il meglio e per poter vivere l’oggi con più consapevolezza, evitando anche gli errori del passato, per proiettarci verso il futuro. Tutto questo è rappresentato dal bambino che in fondo cresce felice senza il padre. Il libro lascia in bocca anche questo sapore di felicità, malgrado il distacco. Il bambino è un bambino felice perché cresce in un ambiente dove comunque vi è una rete di rapporti, come i parenti, gli amici, la gjitonia (in italiano vicinato, ndr) e questa natura nostra calabrese, rigogliosa e bella, dentro cui lui s’immerge e fa delle scorribande in compagnia del suo cane Spertina”.

Mi preme prospettargli la seconda domanda, anche se vedo gli altri suoi amici impazienti all’uscita della sala. Lo guardo questa volta io con un’espressione di chi vorrebbe sapere ancora dell’altro. Gli faccio alcune considerazioni. Anche questa volta il suo lettore rimane affascinato, oltre che dalla storia, anche dal linguaggio usato per la stesura del romanzo. Un linguaggio impregnato di termini dialettali calabresi e della lingua materna arbërisht, originaria del posto. In quest’ultimo libro, in particolare, ciò si evidenzia di più rispetto alle altre opere. Quindi, la domanda: E’ questa una peculiarità del tuo modo essere scrittore? Mi risponde:

Ogni romanzo deve avere una lingua sua. A secondo della storia che narri usi una lingua. Qui soprattutto quando parla il padre, che è un emigrato, usa la sua lingua che io naturalmente ricostruisco. Non è esattamente quella parlata dagli emigranti. E’ una lingua polifonica, fatta di parole arbëresh, di parole calabresi e di parole francesi inserite nel tessuto dell’italiano, perché sia una lingua comprensibile da tutti i lettori. Si tratta di intarsi non fine a se stessi, ma di parole che, oltre a dare il ritmo e il tono al romanzo, hanno una pregnanza, racchiudono anche dei valori ed mi evocano delle storie”.

Quante altre storie ha in serbo nella sua prodigiosa mente il Nostro? Carmine Abate è sempre al lavoro davanti al suo pc, cercando spazi tra una lezione e l’altra, senza peraltro intaccare lo spazio che dedica come marito e come padre alla sua meravigliosa famiglia. Non trascura di fare ricerche sulla storia degli arbëreshë di Calabria, di studiare a fondo l’arbëresh come uomo, persona e l’habitat dove si socializza il quotidiano, pur tra riti e tradizioni che si perpetuano da ormai più di cinque secoli. Si accorge delle fratture che in questo piccolo mondo della diversità si sono prodotte, come dei cambiamenti naturali facilmente riscontrabili. Rimane però intatta in Carmine Abate la memoria dei luoghi, delle persone e degli eventi che ha vissuto da ragazzo e da giovinetto nella sua ormai notissima Hora.

Siamo certi che ci parlerà e ci coinvolgerà ancora in altre storie, affascinanti, melodiose, struggenti come “La feste del ritorno” e le rapsodie popolari della sua gente arbëreshe di Calabria.

Priru /Torna