Vincitore di numerosi premi blasonati
anche internazionali, di recente gli è stato attribuito il
prestigioso “Premio Napoli”, Carmine Abate è chiamato dovunque a
partecipare ad incontri e convegni dalle università e dalle
associazioni. E’ appena ritornato dalla Fiera del libro di Torino
dove ha presentato con grande successo “La festa del ritorno”. Pur
vivendo nel Nord Est, dove insegna, dopo aver trascorso l’infanzia
e la gioventù in terra albanese di Calabria e dopo una non breve
parentesi in terra di Germania, non disdegna di “scendere” tra la
sua gente, sempre atteso e dove è sempre gradito il suo “ritorno”.
Recentemente lo abbiamo incontrato nella città universitaria di
Rende, in occasione della presentazione agli studenti e a tanti
amici arbëreshë dell’ultima sua fatica “La festa del ritorno”,
edita dalla Mondadori per la collana della Piccola Biblioteca
Oscar Mondadori.
Di Abate ricordiamo la sua prima
raccolta di racconti Den Koffer und weg! del 1984 (in
edizione italiana Il muro dei muri del 1996). Di seguito:
Terre di andata (1996), Il ballo tondo (1991 e
2000), La moto di Scanderbeg (1999), Tra i due mari
(2000).
Durante la nostra amichevole
conversazione, per deformità professionale, gli sparo due domande
a bruciapelo. Forse le aspettava da me. Gli chiedo: “Quale Carmine
Abate incontreranno i lettori in questa sua ultima opera di
narrativa”. Mi guarda con quei grandi occhi e col suo sorriso che
contraddistinguono il suo volto solare e mi risponde:
“Intanto un Carmine Abate che
prosegue sulla sua strada, che è fedele ai temi dell’arbëresh,
dell’emigrazione e, soprattutto, della memoria. In questo libro
punto l’attenzione in particolare sul rapporto padre - figlio. E’
una narrazione che si sviluppa attraverso un percorso di
riavvicinamento e di riconciliazione tra i due. Un padre e un
figlio che finalmente si parlano, dopo che entrambi hanno subito
lo strazio dell’addio continuo, perché il padre è un padre
emigrato che torna ogni Natale e il figlio lo vede per poco tempo
l’anno, nello spazio di una breve vacanza. Durante una festa di
Natale, davanti al fuoco che si accende realmente al mio paese
ancora oggi, sul sagrato della chiesa, i due si raccontano le
proprie storie. Il padre racconta la sua vita all’estero, il
figlio racconta la sua vita senza il padre. Entrambi hanno un
grande segreto legato alla storia della famiglia e all’amore della
sorella maggiore verso un uomo misterioso. E’ un libro, tra i
vincitori del prestigioso Premio Napoli, arrivato già in seconda
edizione nell’arco di una settimana, e - a detta di molti lettori
- avvincente perché dietro c’è tutto un segreto che si svela alla
fine. Vorrei fare una considerazione sulla memoria. In questo,
come in tutti gli altri miei libri, uno spazio fondamentale è
occupato dalla memoria. Non è una memoria di tipo tradizionale, né
nostalgica, ma una memoria che ha in sè anche il futuro. Io guardo
al passato semplicemente per prenderne il meglio e per poter
vivere l’oggi con più consapevolezza, evitando anche gli errori
del passato, per proiettarci verso il futuro. Tutto questo è
rappresentato dal bambino che in fondo cresce felice senza il
padre. Il libro lascia in bocca anche questo sapore di felicità,
malgrado il distacco. Il bambino è un bambino felice perché cresce
in un ambiente dove comunque vi è una rete di rapporti, come i
parenti, gli amici, la gjitonia (in italiano
vicinato, ndr) e questa natura nostra calabrese, rigogliosa e
bella, dentro cui lui s’immerge e fa delle scorribande in
compagnia del suo cane Spertina”.
Mi preme prospettargli la seconda
domanda, anche se vedo gli altri suoi amici impazienti all’uscita
della sala. Lo guardo questa volta io con un’espressione di chi
vorrebbe sapere ancora dell’altro. Gli faccio alcune
considerazioni. Anche questa volta il suo lettore rimane
affascinato, oltre che dalla storia, anche dal linguaggio usato
per la stesura del romanzo. Un linguaggio impregnato di termini
dialettali calabresi e della lingua materna arbërisht, originaria
del posto. In quest’ultimo libro, in particolare, ciò si evidenzia
di più rispetto alle altre opere. Quindi, la domanda: E’ questa
una peculiarità del tuo modo essere scrittore? Mi risponde:
“Ogni romanzo deve avere una
lingua sua. A secondo della storia che narri usi una lingua. Qui
soprattutto quando parla il padre, che è un emigrato, usa la sua
lingua che io naturalmente ricostruisco. Non è esattamente quella
parlata dagli emigranti. E’ una lingua polifonica, fatta di parole
arbëresh, di parole calabresi e di parole francesi inserite nel
tessuto dell’italiano, perché sia una lingua comprensibile da
tutti i lettori. Si tratta di intarsi non fine a se stessi, ma di
parole che, oltre a dare il ritmo e il tono al romanzo, hanno una
pregnanza, racchiudono anche dei valori ed mi evocano delle
storie”.
Quante altre storie ha in serbo nella
sua prodigiosa mente il Nostro? Carmine Abate è sempre al lavoro
davanti al suo pc, cercando spazi tra una lezione e l’altra, senza
peraltro intaccare lo spazio che dedica come marito e come padre
alla sua meravigliosa famiglia. Non trascura di fare ricerche
sulla storia degli arbëreshë di Calabria, di studiare a fondo l’arbëresh
come uomo, persona e l’habitat dove si socializza il quotidiano,
pur tra riti e tradizioni che si perpetuano da ormai più di cinque
secoli. Si accorge delle fratture che in questo piccolo mondo
della diversità si sono prodotte, come dei cambiamenti naturali
facilmente riscontrabili. Rimane però intatta in Carmine Abate la
memoria dei luoghi, delle persone e degli eventi che ha vissuto da
ragazzo e da giovinetto nella sua ormai notissima Hora.