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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  

 

MA COS'E' L'ARBERIA

Intervista a tutto campo a Nando Elmo

di Alfredo Frega

Nando Elmo è un arbresh di Acquaformosa che vive da trent’anni a Rivarolo Can.se (To), dove ha svolto l’attività di insegnante di lettere. Esperto di Semiologia e Linguistica generale, si interessa attualmente di filosofia e, in particolare,  di teologia bizantina. Tuttavia è più noto come pittore, per le numerose mostre che ha allestito in Piemonte. Nonostante il lungo “esilio”, ma forse proprio per questo, ha rivolto sempre la sua attenzione al destino della sua terra natia, arbreshe e bizantina. I suoi articoli molto polemici hanno sempre avuto come bersaglio quelli che chiama gli “entusiasti”: coloro, cioè, che sperano che una legge di tutela possa frenare l’inesorabile declino della nostra minoranza linguistica. Abbiamo voluto sentirlo sicuri che la “distanza” gli consente un giudizio disincantato sulla situazione culturale dei paesi “arberischi”, della nostra zona. Lo spazio concesso dalla rivista non ci ha consentito di approfondire i temi. Noi li proponiamo all’attenzione dei lettori di Apollinea.

 

Che cosa è per te l’Arberia?   

Intanto una premessa. Non si intervista uno scettico come me che non ha niente da offrire. Le interviste vanno fatte agli ottimisti, quelli che sorridono sempre, e sono, per dirla con Eschilo, abbastanza accecati dalle “belle speranze”. Detto questo, alla tua domanda potrei rispondere così: l’Arberia  è il Ponte del Diavolo di Civita. È il lamento di Giovan Battista Rennis sui coristi di Lungro, che non arrivano in tempo a messa, si distraggono, e non capiscono la liturgia greca tradotta in albanese. È la bizantinità che se ne va, senza salutare. Sono le targhe turistiche redatte in una lingua che dalle nostre parti non è stata mai parlata. È l’autismo solipsistico di Zot Bellusci. L’ardua teologia bizantina in italiano di don Matrangolo. L’esperanto della musica di Kakoca. È la stralunata Guida di S. Demetrio Corone del vostro scrittore per eccellenza. Ma anche i libri seri in italiano di Antonio Sassone. E gli altrettanto seri di Carmine Abate, in italiano e tedesco. E le poesie di Skirò di Maxho in shqip. E, perché no?, “La basilica angioina di S.Chiara – Apocalittica ed escatologia” di prossima pubblicazione, di Enzo Mattanò, l’eccellente architetto filosofo di Lungro. È  questa intervista in italiano. Ma anche queste assenze d’arbresh, che diventano presenze. Insomma un sacco di cose eterogenee che faccio fatica a raccogliere in un insieme coerente e coeso. Ma fuori di celia, l’Arberia è un’astrazione, soprattutto se declinata, come vogliono, con la “Grande Shqiperia”, una metafisicheria antistorica che esiste solo nella testa di chi la pensa. È vero che le cose esistono solo se qualcuno le pensa, e dà loro senso, però bisogna che i nostri pensieri siano il pensato di qualcosa che sta “là fuori”. Anche Dio è pensabile solo perché là fuori c’è il Mondo. Vedi che da buon scettico sono anche un nominalista. Ma sempre fuori dalla celia, l’Arberia è ciò che a suo tempo, quando c’era, non c’era, per la difficoltà dei collegamenti tra i paesi arbreshë e per l’analfabetismo che non ha permesso di salvaguardare  la lingua con una letteratura; e per lo stato di indigenza e di subalternità delle nostre popolazioni;  e che, ora che potrebbe essere, non c’è, perché i buoi sono scappati. “Là fuori” non c’è quello che pensiamo ci sia.

 

Com’è che là fuori non c’è più niente?  

Per la memoria storica, per dirne una: quando ero in collegio, quando l’Arberia c’era, i monaci basiliani, che erano arberischi come noi, non solo non ci hanno alfabetizzati, ma ci proibivano di parlare arbrisht, che era una barbarie appena tollerata a ricreazione. Dovevamo parlare solo in italiano perché dovevamo, giustamente, misurarci con Dante e Manzoni, non con De Rada, che era, a quei tempi, un illustre sconosciuto. Con il risultato che l’italiano l’abbiamo imparato a orecchio come lingua seconda, non lingua madre – basta vedere le prove dei nostri – e l’arbresh l’abbiamo dimenticato, o, per lo meno, pesantemente censurato. Soprattutto in famiglia, con i figli studenti, anch’essi alle prese con Dante e Manzoni e non con De Rada, già da sempre passato nel magazzino della storia come epifenomeno letterario, che continua ad essere uno e sconosciuto… Dopo questa massiva integrazione, per la violenza fascista dell’Uno, dell’indistinto, che continua paradossalmente nella mente e nei voti dei sostenitori della “pura arbreshità”, che vuoi che ci sia “là fuori”? Solo gente che scappa dal colonialismo dei filo shqipetari – l’arbresh nativo è di nuovo messo in subalternità…

 

Che significa per te essere arbresh?  

Non voglio compromettermi. Ogni vestito mi sta stretto. Ma il mio essere arbresh è quel ridere da matto, quasi ogni giorno, nelle lunghe telefonate con lo storico e sociologo Antonio Sassone, lungrese emigrato a Roma. Ci raccontiamo storie invereconde, che in arbresh trovano quella giusta salsa, di sovrasenso di volgarità che meritano. Essere arbresh per me significa questa complicità e quest’allegria - che non si esprimono solo nella volgarità, beninteso. Allegria paravento, comunque. Che forse nasconde quello che Sassone chiama il “pianto speculare”, il piangere davanti allo specchio dove incontriamo il nostro essere arbresh fantasmatico. Fantasmatico perché non ci è mai stato permesso di essere quello che siamo. In fondo anche Carmine Abate mostra dei fantasmi d’arbreshë, che “mimano” solo la loro “figura” d’arbreshë. Non parlano arbrisht; forse in italiano, forse in tedesco, o in “germanese”, se ti piace. Il mondo che rappresentano non è più, per forza di cose, arbresh. In questa mimica afona mi trovo probabilmente anch’io. Lancio anch’io L’urlo, non di Munch, ma të mungarit, del muto, che è l’icona che meglio ci rappresenta, come mi suggerisce Sassone. Ma  in verità, sono  troppo  occupato con altro, con l’altro di un “altro mondo”, perché sia arbresh tout court. Ma ci tengo alle distinzioni…vorrei essere stato arbresh in “carne ed ossa” ed esserlo ancora a pieno titolo…

 

Ma insomma che razza d’arbresh sei?  

Sono uno che in pubblico esercita questo scetticismo, questo puntare il dito contro gli entusiasti, e che in privato scrive cose arbrisht che non mi decido a pubblicare perché so che nessuno le leggerà. In effetti le hanno lette Golletti e Skirò di Maxho e questo potrebbe bastarmi. Un vizio privato, dunque, che non posso condividere neanche con mia moglie e i miei figli, rigorosamente latini, litinjë. E che non so come condividere con gli altri  dell’Arberia. Ma, alla fine, come tutti, uno schizofrenico. Uno con “doppia testa”, come la nostra aquila, che non si decide tra casa e mondo, tra privato e pubblico, tra policë e qacë. Tra  i pensatori c’è chi dice che bisogna farsi liberi per “essere quello che si è”, e  chi dice che bisogna liberarsi da ciò che si è. A me piace di più la seconda soluzione, che mi consente di incontrare l’ “altro”, il mondo, anche se talvolta mi persuade la prima perché solo essendo ciò che si è si può incontrare l’ “altro”, che consente di buttare via, se possibile, ciò che si è…

 

E bizantino, ti senti bizantino?  

Tanto. Forse  più che arbresh. Ecco, questo è un vestito che mi sta bene. Due sommi filosofi, Platone e Schelling, dicono che scegliamo noi il destino che vivremo sulla terra. Prima di nascere. Non viviamo, essi dicono, a caso (per questo bisogna farsi liberi per essere ciò che si è, ciò che si è scelto d’essere). Allora mi piace pensare che sono nato arbresh per essere bizantino. L’unico modo per me d’essere bizantino, quando mi è stato dato di scegliere, era nascere arbresh. Forse non meritavo di nascere in Grecia. Frequento, con fame compulsiva di sapere, forse per “conoscere quello che sono”, la teologia dei Padri, che nessuno mai mi ha insegnato. Anche questo credo sia destino. Conosco il Damasceno, il Nisseno, Origene, Climaco, Isacco di Ninive ecc… Quel pensiero mi calza bene. E piango non sull’arbresh che se ne va, ma sul greco, che mai sarà più, se mai è stato da noi… Ecco, mi sento bizantino, perché il bizantino ha voce, ha parola. Ha  libri, il mio vizio capitale. Non ha altrettanto l’arbresh, lingua che non mi aiuta a capire e ad esprimere compiutamente il mondo. Questo mondo. Anche se per esprimere il mondo parlo di Lungro e Acquaformosa che, a saper leggere, sono tutto il mondo. Ma anche il mio essere bizantino è un vizio privato che credo non interessi a nessuno.

 

Qual è il rapporto tra società arberisca e chiesa bizantina?  

Diciamo subito che non c’è società arberisca senza Chiesa bizantina. Tanto che dove il rito è sparito è sparita anche l’arbreshità, o, per lo meno, si è meno conservata. Credo che la prima cosa che i latini notassero di noi fossero quei papàs, quando c’erano, con calimafion e barba lunga. Ma, anche qui, la bizantinità è solo ormai nella testa dei professori. Ricorda che la bizantinità era anch’essa una barbarie, da cui venir fuori il più presto possibile. Mons. Mele portava il cappello latino forse per non sfigurare davanti ai suoi confratelli latini. E tutta l’Azione Cattolica dentro cui siamo cresciuti, non era per caso un altro modo per risolvere quell’anomalia che era la bizantinità, per altro analfabeta, anch’essa? E i missionari passionisti – e questa sarebbe una storia da raccontare per la buona dose di violenza intellettuale che esercitavano, “a fin di bene”, per l’Unità cattolica senza distinzioni – i missionari, che venivano periodicamente ad Acquaformosa per evangelizzarci ci proponevano i loro canti in italiano e i loro santi. Ci fu un’invasione di immaginette di S. Gemma Galgani, di Don Bosco, di Maria Goretti, di Domenico Savio, a scapito naturalmente del Damasceno, del Crisostomo, di Basilio ecc… che nessuno, ancora oggi, sa chi siano. Ma allora alla gente, soprattutto ai notabili, andava tutto bene. Tutti accorrevano in chiesa, anche i miscredenti, per venir sollevati dal complesso di inferiorità che comportava l’arbreshità, che faceva tutt’uno con l’analfabetismo. Nessuno immaginava che essere arbreshë e bizantini significasse qualcosa. D’altra parte essere qualcosa, un distinto, è una gran fatica. Eravamo vuoti a perdere – oggi direi: vivaddio, ma qui il discorso si farebbe lungo e complicato -. Essere arbreshë e bizantini era forse un accidente della natura, come avere il naso lungo, o i denti storti. Una stortura della natura da cui guarire. Nessuna missione fu indetta per alfabetizzare, indottrinare, evangelizzare, bizantinamente Acquaformosa, per far essere gli arbreshë e i bizantini, quello che erano. Neanche da parte dei volenterosi Papàs Sepa Ferrari e Don Solano, massime autorità. Anch’essi occupati in altro. Che cosa pretendono oggi gli entusiasti? Per il resto anche qui è questione di destino, di imprinting.  Io detestavo allora la supponenza di quei missionari, che mi fecero notare che non sapevo fare il segno della croce. Non  lo facevo alla latina. Oggi so pregare solo in greco. E ringrazio il destino di avermi fatto cantare Fos ilaron, Ton ninfona sou vlepo, I Parthenos simeron, Ita Cherouvim… Potrei, per questo, essere un nuovo Avvakum e difendere da ogni imperialismo omologante cattoromano la fede di “Antichi Credenti” arberischi, se ce ne fossero. Ma ne abbiamo noi di “Antichi Credenti”? E poi non sono abbastanza metafisico…

 

Come si può essere un arbresh?  

Né più e nemmeno che come si è. Se si è. Non credo che essere arbresh sia un dovere. Non è nemmeno un atto di (buona) volontà. Diffido dei volontarismi, che generano solo i velleitari che sappiamo. L’essere arbresh non è un dover essere. Credo di essere arbresh quando meno ci penso e sono quello che sono. E se sono arbresh me lo dicono gli altri. Essere arbresh è un seguire la mia “natura”, il mio “destino”, definiti, tra l’altro, da un brevissimo lasso di tempo, da sette-dieci anni, i miei primi, durante i quali ho abitato stabilmente ad Acquaformosa. Non c’è altro nella mia vita segnato dalla arbreshità. Anzi quello che è seguito è stata la sua negazione, la sua cancellazione, come in tutti. Ma un imprinting non si cancella, nonostante il mezzo secolo di frequentazione delle culture europee e non solo. Come direbbe un poeta di Lungro, Pino Gramis (Pin’i nanis), anche lui emigrato da un’eternità: Bora gjithë fjetat / më qindroj vet gulia e ëmbil. Sì, “ho perso le foglie / m’è rimasto questo torso dolce”…

 

Ma non vorresti esplicitarla questa tua prima natura, questa gulì e ëmbil , con degli scritti?  

Certo. Te l’ho detto, l’ho fatto. Ma per chi? Io non metto il testo a fronte, non traduco. E ad Acquaformosa temo nessuno capisca quello che scrivo. Carmine Abate usa l’italiano. È uomo del suo tempo. Non vuole esprimersi a futura memoria. E Skirò di Maxho per le poesie ha usato lo Shqip per trovare lettori. E credo li abbia trovati in Shqiperia, non in Arberia. Comunque mi metto a disposizione dei volenterosi.

 

Perché imparare l’arbresh?  

Ma l’arbresh non si impara. Ci si alfabetizza semmai. Ma questa è un’altra questione. Come tutte le lingue madri, l’arbresh, o è un possesso originario che nessuna scuola può arricchire – la arricchisce semmai la vita, l’uso, “il pane” – oppure non è. Tuttavia vorrei essere come gli ebrei o gli arabi e risponderti: Bisogna imparare l’arbresh perché è la lingua del Libro, è la lingua di Dio. Ma agli arbreshë non è toccato tale destino. E io non sono abbastanza metafisico da immaginare che nell’arbresh ci sia qualcosa di sacro, di divino – anche se affermo che ogni lingua è manifestazione dello Spirito, e come tale destinata al tempo, a fare il suo tempo. Skirò di Maxho direbbe poi che l’arbresh non è “lingua del pane”. Dov’è la necessità di impararlo?  Se si sa, bene. Se no, è uno sforzo inutile, avendo l’arbresh fatto la sua “storia”. Una povera storia, da robivecchi della memoria. D’altra parte d’estate ad Acquaformosa si parlano tutte le lingue europee tranne l’arbresh. I messaggini, poi, si mandano in inglese. Fa più chic: I love you, che non: “Ti voglio bene”, o: “Të dua mir”, che riducono l’amore alla banalità del quotidiano… D’altra parte i nostri professori vogliono alfabetizzare con lo Shqip. Non è anche questo un modo per farla finita con l’arbresh? Non sono costoro i nuovi nemici dell’arbresh? Della bizantinità inutile parlarne, naturalmente…

 

A che cosa serve una legge di tutela allora?  

Voglio essere cinico. A creare compari (magari castrovillaresi) che gestiranno posti di potere. A entusiasmare gli aspiranti alle spartizioni di risorse finanziarie. Serve a creare qualche cattedra. Qualche titolo. Come l’ora di religione. Con frotte di volenterosi, che di teologia non sanno niente, salvo un po’ di catechismo, che non fa bene a nessuno. Come l’ora di religione non ha creato un solo credente – sempre che la fede non sia un dono, ma un buon voto sul registro -, così una legge di tutela non creerà un solo arberisco. Tra l’altro quelli che si sbracciano per la legge di tutela non hanno mai scritto un rigo in arbresh. Amassero davvero l’arbresh riempirebbero le loro riviste di quella lingua. E invece navighiamo nel totale deserto. Chi ama l’arbresh non ha bisogno di legge di tutela.

 

Com’è il mondo arbresh visto da lontano?  

Periferia del grande impero. La corsa ad omologarsi, a essere alla moda, è tipico delle culture marginali. Scontano il loro complesso di inferiorità rispetto alle culture egemoni, subendo il fascino dei “miracoli”, la dolcissima violenza dell’ Uno, della “cattolicità”, assumendone, però, gli aspetti più marginali e corrivi. “Americani a Roma”, no? Il massimo di “cultura” sembra essere il karaoke d’ogni estate, smesso ormai da un bel po’ nell’universo mondo, ma rigogliosissimo da noi; le grigliate di würstel, di carne di maiale, alla tedesca, che aggregano frotte di giovani, più di qualunque arbreshità. Le feste dell’Unità, dell’Amicizia, di Alleanza Nazionale, senza un minimo di dibattito politico: basta abbuffarsi… Le feste della birra… Che cosa possono sperare coloro che sperano? i nostri professori?

 

Hai parlato solo in negativo.  

Te l’ho detto, lo sai, sono un coheletico. Anche questo è destino. Ho imparato, mi si è inchiodato nella memoria, quel libro della Bibbia da quando bambino, forse depresso, frequentavo le letture di don Matrangolo. Allora non c’era televisione - qualcosa era possibile imparare. Ce le avesse lette quelle storie arbrisht, Zoti. Ho scoperto che lo stesso libro che usava don Matrangolo era stato tradotto arbrisht (non Shqip) da Papa Gjergji Skirò di Piana degli Albanesi. Leggo spesso quella traduzione, che mi suona in cuore come il canto di un paradiso irrimediabilmente perduto.

 

Ma c’è una terapia per quella che descrivi come una grande malata?  

Non sono un medico. Tuttavia, proprio perché le abbiamo amate e le amiamo, diamogli la mano a queste due morenti – perché sono due: l’arbreshità e la bizantinità. Perché trapassino. E pazienza per il Parco del Pollino e per i turisti, cui sarà negato il brivido dell’ hic sunt leones: gli arberischi e bizantini, strani magari solo per i preti che si sposano. Avendo fatto il loro tempo, meritano di andarsene in pace. Con una carezza, non con demenziali accanimenti terapeutici. Non sarà una legge di tutela afrenare un processo naturale, storico. È notizia di poco fa che a Lungro nuovi missionari vi tapperanno di nuovo la bocca. Vi faranno sentire più ignoranti che mai. Non direte: Vemi ka Dopollavori, come avete sempre detto, e come è giusto dire. Ma :”Vemi ka pëstaj-shurbimi”, espressione mai pronunciata dai lungresi. I quali al massimo avrebbero detto: Vemi ka Dhopuftiga. Infatti essi dicono, sì: “Jam e vet’e shurbenj”; ma “Jam e vinj ka ftiga; jam e vete ndë ftigët”. Pëstaj-shurbimi, parola creata a tavolino dagli stessi che si lamentano che i Lungresi non capiscono la liturgia tradotta dai Solano, e la vorrebbero tradotta in italiano. Si può salvare l’arbresh con questi restauri demenziali? E i restauratori sono gli stessi che, tuttavia, non si vergognano di dire: ticket, privacy, day hospital, fiscal drag, spoil system, ok, mouse, Internet, bar, sport, floppy disk, stress, premier ecc… Non hanno gli stessi paura di seppellire l’italiano? Perché non si prendono il mal di pancia di tradurre nella lingua patria quelle espressioni? Sarebbero ridicoli? Idiota, dunque, la loro ossessione di purezza, che elimina in un solo colpo la storia di Lungro, e il rapporto imprescindibile tra utenti e lingua, organismi che si autoregolano in una “fioritura” perenne. Come direbbe Stephanos Armakollas: “I puristi, non potendo pulire le proprie anime, puliscono il loro vocabolario”. Sic transibit Arberia e la sua schizofrenia: Arberia do të humbet in un mare d’idiozia.

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