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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  

 

n. 114/115 - 2004

Ricordo di Don Emilio Tavolaro a vent’anni dalla sua scomparsa.

di Alfredo Frega

 

Dopo 20 anni l’Arbëria è la stessa di quella lasciata per sempre dal compianto Emilio Tavolaro?

Lo siamo chiesti ricordando Don Emilio a distanza di venti anni dalla sua morte.

San Benedetto Ullano e tutta l’Arbëria dava l’ultimo saluto ad un suo figlio illustre. Era il 6 aprile del 1984. Lo storico Giovanni Laviola, suo fraterno amico, così lo ricordava su questa rivista (cfr. il n. 2/3 del 1984 a pag. 32): “Con Emilio Tavolaro se ne va un lembo non esiguo dell’Arbëria: oltre mezzo secolo di vita e di storia degli italo – albanesi. Scompare con lui l’ultimo degli arbëreshë che ha sentito e vissuto, facendo suo come scopo di vita, il problema della nostra minoranza ed ha lottato strenuamente con le sole sue forze in tempi in cui non vi era spazio, non dico per le rivendicazioni, ma neppure per le aspirazioni delle minoranze e si tolleravano solo manifestazioni esteriori che si identificavano e si esaurivano nel folclore e nel costume: simboli coreografici che non scavavano nel profondo del problema”.

Il Laviola faceva bene a porre l’accento sulle continue battaglie sostenute dal Tavolaro, spesse volte con prese di posizioni dure e polemiche ogni qualvolta gli si presentava l’occasione per difendere l’etnia arbëreshe e per salvaguardare il ricco patrimonio linguistico – culturale. I suoi interventi nei vari convegni erano persuasivi, ma anche intrisi di quell’incitamento verso gli albanesi stessi a voler essere i primi a difendere e conservare la loro cultura. Egli era il faro sempre acceso dell’Arbëria. A San Benedetto Ullano, sua patria d’origine che lo vide nascere nel luglio del 1899, si andava per conoscerlo, per incontrarlo e si mostrava sempre disponibile. Dava ciò che possedeva, come le copie dei suoi scritti. La sua casa, dove regnava l’ospitalità più assoluta, è stata meta di ricercatori, di docenti d’università specialmente d’Albania, di studenti in cerca di consigli e notizie per le loro tesi, di operatori culturali, di giornalisti e di semplici cittadini. A tutti andava incontro la dolce ed indimenticabile “Donna Eva”, la sua adorabile consorte. Il suo studio, pieno di libri, giornali, foto e cimeli sparsi un po’ dovunque, era diventato l’agorà di tutti noi che avevamo sposato con lui la causa della minoranza arbëreshe.

Lo conobbi, mentre intraprendevo quella che sarebbe stata poi la mia passione: il giornalismo. Fu lui a spronarmi perché vedeva nella comunicazione il mezzo più efficace ed idoneo per proiettare verso il mondo esterno l’immagine dell’Arbëria. Frequentavo spesso la sua casa. Si articolavano ampie discussioni su cosa si poteva fare per salvaguardare lingua e cultura. Su come impostare i “pezzi” giornalistici. Si parlava dei nostri rapporti con la redazione della Sede regionale Rai di Cosenza, dove assieme si andava per portare agli amici redattori i nostri contributi. Lui corrispondente del giornale radio da San Benedetto Ullano, io da Lungro. Succedeva spesso che le nostre corrispondenze in diretta telefonica andavano in onda una dietro l’altra. Mi ricordo il sorriso, quando vedevano il buon Tavolaro, gli abbracci e gli inviti che lui faceva loro per i tanti pranzi e cene nella sua casa di San Benedetto Ullano. Mi ricordo, in particolare, i giornalisti Enrico Mascilli Migliorini e Antonio Talamo che nei primi anni ’60 realizzarono il documentario radiofonico della sede calabrese Rai “Gli ultimi di Scanderbeg”, dove Tavolaro diede un aiuto non indifferente. Poi gli altri collegi da Gegè Greco ad Emanuele Giacoia, da Franco Falvo ad Enzo Arcuri, poi Pupa Pisani, la voce storica della Rai calabrese, dai tecnici agli operatori di ripresa come Claudio Poggi, Antonio Arena ed altri. Ad Emilio Tavolaro si sono rivolti tanti giornalisti della carta stampata, italiani e stranieri, i quali hanno poi scritto sulle comunità italo-albanesi importanti reportage. S’interessò di etnomusica collaborando con il maestro Minervini nella realizzazione di due dischi in vinile contenenti il famoso canto popolare “Lule lule” e l’inno liturgico bizantino “I ta Cheruvin”. La sua passione era soprattutto raccogliere materiale sull’Arbëria, dovunque si recasse. Teneva una fitta corrispondenza con personalità nel campo letterario e storico, sia italiane sia estere. Ha lasciato una gran quantità di suoi scritti, in particolare articoli e saggi, di questi ultimi in parte mai pubblicati.

In ordine di tempo, diede alle stampe: nel 1952 Gli Albanesi in Italia, nel 1962 Origine e sviluppo della comunità albanese, nel 1966 Vicende storiche e giudiziarie del Collegio italo-greco di S. Benedetto Ullano, nel 1967 Lembi di Albania in Calabria, Il contributo degli italo-albanesi al Risorgimento, nel 1968 Scanderbeg: nella storia, nella tradizione, nell’arte, nel 1972 Panorama storico delle realtà albanesi in Calabria. Allo stato non si ha un catalogo della sua consistente biblioteca privata.

Negli anni ’60 fu nel consiglio nazionale dell’Associazione Italiana per i rapporti culturali con l’Albania, dove nel terzo convegno di Studi Albanesi (Cosenza 23 – 24 nov. 1963) tenne una relazione con la quale chiedeva al Ministero della Pubblica Istruzione l’insegnamento della lingua albanese nelle comunità italo-albanesi. Invitava, in questa occasione, i giovani intellettuali arbëreshë a rintracciare le produzioni letterarie del De Rada, del Serembe, del Varibobba, del Santori, del Chinigò, dell’Argondizza ed altri, per una catalogazione ed eventuale acquisto da destinare ad un Centro di Studi Albanesi. Fu uno dei fondatori e presidente della prima associazione costituitasi il 10 dic. 1969, che tentò di raggruppare le istituzioni comunali albanofone. Era la nota U.C.I.A. (Unione delle Comunità italo – albanesi), con sede in Cosenza. Segretario generale era stato eletto il dr. Franco Lata, prematuramente scomparso in questi giorni. Nel convegno di Lungro del 28 nov. 1971, il prof. Tavolaro si soffermò sull’artigianato e folklore nello sviluppo del turismo regionale. Tema questo assai caro a lui che sosteneva le arti minori quali elementi basilari per il rilancio dell’economia dei piccoli comuni albanesi della Calabria. Proponeva gli itinerari etnico-turistici, allora una novità assoluta e un centro per le arti e tradizioni popolari italo-albanesi. Concludeva “Vogliamo augurarci che le nostre aspirazioni vengano assecondate e che una nuova e migliore vita sia serbata per le nostre Comunità, che inserite da sempre nella vita italiana, potranno, con uomini illustri in ogni campo sociale, e con voi Sindaci, dare ancora di più e di meglio alla Patria nostra comune: l’Italia”. La sua idea di considerare i tanti paesi albanofoni come una grande ed unica comunità oggi appare quanto mai attuale nel nuovo scenario determinatosi con l’approvazione di una legge nazionale che di fatto, finalmente, riconosce la presenza delle minoranze linguistiche storiche in Italia ed il loro sacrosanto diritto a conservare e promuovere le loro diverse culture.

 Concludeva il prof. Laviola , il suo toccante ricordo dell’amico, scrivendo: “Ora si sono fermati la sua penna ed io suo cuore quel grande cuore che ha tanto amato questo suo paese natale, che anche per merito suo è stato conosciuto da tanta gente, e la sua Evuzza, creatura umile e silenziosa, che non deve considerarsi senza prole, se tutti noi arbëreshë piangiamo con lei il nostro padre spirituale, colui che, nell’arco di oltre mezzo secolo, ha sofferto, combattuto e sperato per il piccolo e grande mondo degli Albanesi d’Italia”.

Di questo mondo di cui faceva riferimento il Laviola, dopo venti anni, cosa è cambiato? 

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