La dignità delle lingue
minoritarie
La
lingua albrisht
di Antonio
Sassone
- "Si vidi nu gjegju e nu lupu,
- ammazza prima lu gjegju e dopo lu lupu"
- Espressione ospitale in uso tra i
dialettofoni calabresi della Provincia di
Cosenza
-
- Le parlate locali: "farne lingue di cultura
non è assolutamente corretto".
- " Un loro uso elitario ha una funzione
demagogica."
- Francsco Sabatini
- Corriere della Sera , 5 dicembre
2004, p.37
La lingua materna è buona, bella e
vera, perché è materna. Chi ha imparato a parlarla fin dalla nascita ha
potuto conoscere per la prima volta l'essenza della moralità, della
bellezza e della verità. Su quella matrice etica, estetica e
gnoseologica ha probabilmente costruito, nella fase di formazione della
sua personalità, tutta la sua visione del mondo; tale visione,
penetrando di nascosto nelle stratificazioni successive del processo di
costruzione del nostro sistema di valori etici, estetici e
gnoseologici, ha influenzato forse anche inconsciamente tutti gli atti
della nostra vita. Come non coltivare lo studio di una simile fonte
della nostra vita civile?
Nel caso particolare dell'Albrisht,-
lingua minoritaria parlata dagli alloglotti italo-albanesi - la sua
impostazione grafetico - fonetica , ricca com'è di quasi tutti i suoni
delle parlate indoeuropee, rappresenta una base glossologica adatta a
favorire un più fluido apprendimento delle altre lingue. Attribuisce a
chi possiede quei suoni un vantaggio competitivo, nell'apprendimento
etero-linguistico, rispetto a chi non li possiede. Se questo non è un
pregiudizio etnocentrico, come e perché non coltivare lo studio dell'albrisht?
La possibilità di assumere una
consapevolezza multiculturale e multietnica e il conseguente vantaggio
di poter prevenire gli effetti negativi dei pregiudizi etno
-anttropologici , consapevolezza e vantaggio che la diversità etnica e
la dotazione bilinguistica offrono agli arbresh fin dalla nascita, non
costituiscono ulteriori buone ragioni per coltivare lo studio della
lingua materna?
Le considerazioni svolte sopra e
alcune di quelle che saranno presentate di seguito sono talmente
scontate da essere distribuite gratis dai cosiddetti "sportelli
linguistici" istituiti dopo l' ap provazione delle leggi regionali di
tutela delle minoranze linguistiche. La loro ovvietà viene qui
valorizzata , come si vedrà in seguito, a scopo argomentativo.
La fioritura nelle comunità
arbresh, di interessi storiografici rivolti alla ricerca delle origini,
alla ricostruzione di eventi e alla individuazione di personalità del
mondo arbresh che hanno dato lustro alla comunità serve a legittimare
le sue richieste ad essere riconosciuta come parte integrante della
comunità nazionale.Una simile richiesta è particolarmente evidente
nell'ambito della ricerca storica sul contributo degli arbresh al
Risorgimento italiano. La ricostruzione genealogica intesa come
indagine sulla nobiltà delle proprie origini e del proprio passato è
dettata dall'aspirazione all'auto riconoscimento e alla conquista di
quella dignità che nel passato anche non lontano la popolazione
autoctona negava agli "intrusi" arbresh. Espressioni dispregiative
come "cagnuoli", motti di vera e propria istigazione all'omicidio
preventivo come "si vidi nu ghieghiu e nu lupu, ammazza prima lu
ghieghiu e dpopu lu lupu" adottate (ieri e non dimenticate oggi) dagli
autoctoni nei confronti degli arbresh calabresi, anche se non si
traducevano quasi mai in azioni concrete , erano tuttavia sintomi
iberbolici di una volontà di segregazione, se non di esclusione delle
comunità aebresh dai diritti di residenza nella regione di antica
immigrazione.
Gli esponenti arbresh
dell'aristocrazia terriera e della borghesia delle professioni
assumevano nei confronti della lingua arbresh una duplice posizione: da
un lato, ingiuriati dal rifiuto e timorosi di non essere ulteriormente
accettati, ma nello stesso tempo orgogliosi della loro diversità e del
loro isolamento, non si piegavano ad usare il dialetto degli autoctoni
per mescolarsi e mimetizzarsi con le popolazioni locali; da un altro
lato, scoraggiavano i propri figli a coltivare non solo lo studio ma
anche l'uso orale, in ambito pubblico, dell' arbresh e li esortavano a
parlare esclusivamente in italiano. In questo modo, dribblavano l'onta
subita da parte delle popolazioni dialettofone calabresi e ignorando la
loro parlata, attribuivano dignità di lingua parlata e scritta
esclusivamente all'italiano. La scuola faceva propria questa censura e
costringeva gli alunni delle elementari a soffocare l'istinto ad
esprimersi in arbresh, adottando severe misure punitive nei confronti
di coloro che trasgredivano il divieto. La misura massima, la pena
"capitale", era la bocciatura. Nei primi due anni della scuola
elementare, gli alunni di estrazione contadina ed operaia (meno quelli
di estrazione artigiana), erano i primi e gli unici a subire la duplice
punizione di non riuscire a competere ad armi pari con i figli dei
proprietari terrieri e dei professionisti borghesi, e di non riuscire a
soffocare il proprio istinto "materno" che li portava irresistibilmente
a parlare in arbresh, unico strumento a loro disposizione per capire e
farsi capire. Simili comportamenti erano diffusi fin oltre la seconda
metà del secolo XX, Come non assecondare oggi il desiderio di rivalsa
sociale coltivando lo studio dell'arbresh ?
Valorizziamo, a questo punto, a
scopo argomentativo, l'ovvietà delle considerazioni svolte finora.
Se l'arbresh ti permette di
accumulare le conoscenze necessarie per produrre beni e servizi
(intellettuali o materiali) e ti mette a disposizione i mezzi per
convincere gli altri ad acquistarli, è un'ottima competenza: dunque è
bene che tu impieghi il tempo utile a studiarlo. Ma se non ti permette
di raggiungere alcun obiettivo professionale, commerciale o di altra
natura lavorativa e scambistica, ciò significa che l'arbresh non
possiede alcun valore economico La conseguenza logica e morale è che,
a dispetto delle considerazioni svolte sopra e nonostante le leggi
regioniali di rivitalizzazione delle lingue minoritarie, tu devi
rinunciare ad attribuire all'arbresh un'importanza tale che ti
impedisca di impiegare il tuo tempo ad accumulare altre competenze. Allo
studio dell'arbresh devi anteporre lo studio di quelle discipline che ti
permettono di accumulare competenze atte a farti produrre e scambiare
beni e servizi. A dispetto della Costituzione, delle leggi fondamentali
di ogni Stato, delle norme consuetudinarie di ogni Società civile, i
disoccupati e gli indigenti sono sostanzialmente senza onore e senza
dignità. L'onore e la dignità si conquistano con l'autonomia economica e
con lo svolgimento di attività utili e moralmente legittimate dalla
società civile. Non basta guadagnarsi il riconoscimento di dignità alla
lingua arbresh per ottenere il riconoscimento di dignità alla persona
che la parla.
Il possesso di competenze
linguistiche nelle lingue economicamente, scientificamente,
tecnologicamente e politicamente egemoni su scala mondiale conferisce
dignità più di quanto non possa conferire l'arbresh, perché aumenta il
tuo potere contrattuale nel mercato mondiale del lavoro e ti offre la
possibilità di scambiare le tue competenze professionali, se le hai
acquisite attraverso lo studio, nella vasta area dell'intero mercato
mondiale.
Se, navigando nella Rete, provi a
cercare notizie sul mondo albanese, in Italia o altrove, la prima
notizia che ti viene offerta è la seguente:" la prostituzione è stupro a
pagamento". Se questa è l'immagine - pilota dell'essere albanese nel
mondo, ci si può rendere conto della forza contrattuale che l'opinione
pubblica attribuisce al possesso dell'arbresh. Noi sappiamo che si
tratta di un pregiudizio, ma chi ne é portatore non lo sa e agisce di
conseguenza.
La lingua materna è buona, bella e
vera, ma se si corre il rischio di naufragio, per salvarsi, è necessario
liberasi della zavorra, gettando in mare il superfluo e conservando solo
lo stretto necessario alla navigazione; un simile sacrificio può
garantirti un margine realistico di sopravvivenza, in un mare in
tempesta.
A proposito di contributo degli
arbresh unghinjotra (lungresi) al Risorgimento,
se la raccolta, l'esame e la valutazione
dei fatti del passato volessero conquistarsi il blasone della nobiltà
storiografica, dovrebbero procedere con il rigore che tale nobiltà
richiede e farci conoscere - se ci furono - anche i vantaggi
personali che gli arbresh delle gerarchie militari trassero dalla loro
partecipazione alle campagne garibaldine. Quali erano le proprietà
immobiliari (palazzi e latifondi) degli esponenti di più alto grado
della gerarchia militare prima della loro partecipazione alle campagne
garibaldine? Quali furono dopo ? Possiamo immaginare i moventi di
carattere storico - politico, poiché sappiamo dell'arretratezza del
regime borbonico, uno dei pochi di Ancien Regime, sopravvissuti
in Europa dopo la Rivoluzione francese e dopo il 1848, che conservasse
un elevato coefficiente di repressività, tale da soffocare ogni forma
di libertà individuale e collettiva . Ma volendo collocare l'indagine
nel contesto delle ragioni di adesione degli arbresh alla causa
risorgimentale, sembra opportuno chiedersi: quale ruolo svolse l'esosità
delle gabelle borboniche nel determinare latifondisti, braccianti,
operai , contadini e intellettuali ad acquisire passione patriottica e
ad abbracciare la causa garibaldina? Quali furono le motivazioni
ambientali, etniche, specificamente arbresh, che indussero i calabro -
albanesi, "i cagnuoli", a far propri gli ideali dell'unità e
dell'indipendenza nazionale italiana?
Se per mancanza di documenti e per
scarsità di fonti storiche, siamo costretti a ridurre la ricerca del
contributo risorgimentale degli italo-albanesi esclusivamente agli
esponenti dell'élite intellettuale e militare che ha avuto la
preoccupazione di lasciare tracce scritte della propria esistenza e del
proprio operato, ebbene, assolviamo a questo compito con la diligenza e
il rigore richiesto dal metodo della scienza storiografica. Forse in
questo modo riusciremo perfino a rendere giustizia ai cinquecento
volontari arbresh che oltre a sacrificare la vita per una patria
putativa che li disprezzava, persero, nell'infinita guerra della memoria
storica, anche il loro nome.
Un discorso fuori dai denti,
senza infingimenti e senza circonlocuzioni, sulla dignità delle lingue
minoritarie dovrebbe essere svolto non dai moralisti dell'educazione
interculturale o dai glottologi dalle "lingue tagliate", ma dagli
esperti di mercato del lavoro locale, nazionale e internazionale.
In ultima analisi, considerato
che abbiamo a disposizione oltre 100 miliardi di neuroni e che ne usiamo
meno di 20 miliardi, se il bisogno di coltivare lo studio della lingua
materna è così impellente da non poterne fare a meno, si può dedicare ad
essa uno spazio temporale sia nella sfera privata, sia in quella
pubblica, sempre che lo sfruttamento di una ulteriore parte degli 80
miliardi di neuroni inutilizzati sia compatibile con la scarsità di
tempo curricolare disponibile nell'economia della didattica
istituzionale e nella gerarchia di valori delle discipline
scolastiche.
Antonio
Sassone
http://www.edscuola.it/archivio/ped/lingue_minoritarie.htm