Ambiente: tra saperi e tecniche
Scelte per uno sviluppo sostenibile della
vita sulla Terra
di Paolo
Borgia
Giorni fa sfogliavo un libro di Georges Friedmann, L’uomo e la tecnica,
edito da ETAS KOMPASS nel
1968. Mi sono accorto che il grande maestro della sociologia del lavoro,
nonostante appartenesse alla meritoria corrente di pensiero delle
Annales, la grande rivista storica di Lucine Febbre, Marc Bloch,
Fernand Braudel, orientata a una problematica interdisciplinare,
economica, sociologica, geografica, psicologica e antropologica, nel suo
mirabile studio sull’uomo e l’ambiente, trattava di un altro mondo,
diverso da questo odierno. Era, quello, il mondo della mia remota
gioventù, ancora convinto che con i beni si ottiene direttamente felicità
o benessere, dimenticando che ciò é possibile unicamente quando il
contesto ambientale e i rapporti interpersonali lo consentono.
Stenta ad aprirsi la strada intrapresa, allora, dalle Annales. Anzi
per certi aspetti va restringendosi persino all’interno dei singoli ambiti
culturali specialistici. Addirittura nella stesso circuito interno dello
specifico campo del sapere é sorta quasi una gelosa mimetizzazione delle
nuove conoscenze. Talvolta, chi la effettua é lo stesso ricercatore, che
ha trovato “il tesoro”, per riservarsi, oltreché il merito, anche quel
possibile e lungamente atteso affrancamento economico. Per questo la
diffusione del nuovo risulta frammentaria, la comprensione resta
superficiale. Così, la verifica è spesso impedita anche agli addetti di
quello stesso settore. Nel mondo esterno, poi, la divulgazione indirizzata
al selezionato fruitore medio é scarsa, quando gli giunge é datata e, in
molti casi, ormai superata dai più recenti sviluppi settoriali.
Per
questo motivo credo che sia giunta l’ora di rigettare la finalità
atomizzata, frammentata dello studio dell’uomo e della natura. Dobbiamo
cimentarci in metodi costitutivi/costruttivi delle realtà globali senza
globalismi, totalizzanti senza totalitarismi e omnicomprensivi senza
settorialismi, non per erigere edifici astratti ma piuttosto, ed è questo
che mi interessa, per “vedere in trasparenza dinanzi a me le fondamenta
degli edifici possibili”- come diceva l’ingegnere, matematico e filosofo
Ludwig Wittgenstein, (Pensieri Diversi, Milano, 1980, pag. 28) -
non solo de “i vicoli di una città vecchia” ma nella sinottica prospettiva
congetturale ed ipotetica del villaggio planetario (per l’uomo, con la sua
partecipe scelta).
E questo perché il duplice
vetero-globalismo, operante ormai da tempi remoti, con la sua mostruosa
pandemica migrazione di popoli e i suoi mezzi tecnici moderni, dopo gli
incrementi soprattutto elettronici, ha prodotto devastanti effetti
culturali ma anche una insistente e disattesa domanda di un umanesimo
integrale e solidale, fondato sulla dignità e sulla libertà di ogni
persona umana con la sua sfera sessual-riproduttivo-spirituale,
culturalmente radicata nel proprio gruppo di appartenenza (identità), e
con quella economico-produttivo-materiale, storicamente in perenne
divenire (progresso, sviluppo). Tutto ciò in un mondo dove la persona
possa esprimere le sue potenzialità in un clima di serenità, in cui possa
risolvere i propri problemi, senza paternalistiche soluzioni altrui e
soprattutto dove possa essere in grado di esprimere (riconoscere,
controllare ed attuare) le proprie emozioni ma, anche, dove possa
sviluppare una certa sensibilità per le emozioni altrui e sapersi
destreggiare agilmente (senza conformistiche ingessature) nei rapporti
umani.
Tenterò di tracciare grossomodo l’essenza della tecnica moderna
(scientifica) e la connessione con la crisi ambientale ormai planetaria
nelle sue radici più profonde, con inganni latenti e ricorrenti catastrofi
e più gravi minacce previste scientificamente in un prossimo futuro.
Allorquando addirittura si paventa la prospettiva concreta di una
probabile fine della civiltà umana come conseguenza diretta
dell’espandersi della tecnica moderna, la cui essenza sta nel processo
instauratosi nel secolo scorso come necessità condizionata che provoca e
costringe l’uomo a considerare il reale come risorsa sfruttabile.
Si tratta della conversione, determinata dalla tecnica moderna, del
vecchio ideale artigiano del “saper fare”, nell’obbligo della produzione
industriale a “dover fare”; e perciò il “mondo naturale” è avvertito ormai
soltanto come risorsa sfruttabile e non più per il suo essere come
semplice “phýsis”.
La
portata di queste riflessioni é via via cresciuta con l’acuirsi della
crisi ambientale e ci spinge ad una vigilanza nei confronti della tecnica
moderna e, in particolare, nei confronti di quella predisposizione sempre
stupita verso le tecnologie avanzate e l’innovazione tecnologica,
preliminari allo sviluppo dell’economia mondiale attuale, appena agli
albori.
Sono riflessioni, che ci portano alle radici di un incombente destino e
che svelano il significato reale della nostra crisi attuale, tanto più
minacciosa quanto più incompresa nelle origini e rimossa nelle conseguenze
ultime.
Ma
quali sono gli aspetti specifici attraverso i quali si manifesta tale
crisi?
La
lentezza con cui si forma il pensiero non é più proporzionata alla
velocità dell’esperienza e dunque la crisi autentica consiste in un forte
ritardo temporale rispetto alla acquisizione e alla sedimentazione del
pensiero stesso. Già negli anni ’50 Martin Heidegger sosteneva che “il
modo di pensare della filosofia moderna non offre più - col pensiero -
alcuna possibilità di fare esperienza dei
lineamenti fondamentali dell’età della tecnica che” allora era “soltanto
al suo inizio”. Al pensiero si presenta così un compito inaudito, perché
“al segreto della strapotenza planetaria dell’essenza
della tecnica, corrisponde il non apparire del pensiero che tenta
di pensare questo impensabile”.
D’altra parte sarebbe vano chiedere aiuto alla scienza perché “la scienza
non pensa”. E non pensa non perché non usi il
pensiero; ma perché, in conseguenza dei suoi metodi, non può pensare nel
modo in cui pensa il pensiero meditativo. Che
la scienza non sia in grado di pensare, del resto, non è per nulla un
difetto ma un vantaggio. Solo in virtù del suo “non pensare”, la scienza
può dedicarsi alla ricerca su singoli ambiti e stabilirsi in
essa.
Ciò
che è veramente inquietante non è che il mondo
si trasformi in un dominio completo della tecnica, più preoccupante
è che l’uomo non sia preparato a questo radicale mutamento.
E più allarmante ancora è che non siamo capaci
di raggiungere, attraverso un pensiero meditativo, un adeguato confronto
con ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca.
Siamo impreparati di fronte all’era della tecnica planetaria. Ma
nonostante tale pochezza, dobbiamo andare più avanti nell’analisi
intrapresa, coniugando il pensiero meditativo con le evidenze scientifiche
naturali e riflettere sulle responsabilità umane derivanti dall’impiego
dei potenti mezzi della tecnica moderna. Ossia, oggi all’uomo viene
offerta una opzione esistenziale che scaturisce dalla ricucitura della
conoscenza dell’uomo e della scienza della natura. Oggi l’uomo può
scegliere quale e quanta tecnica moderna impiegare per uno sviluppo
sostenibile o andare incontro ad una catastrofe certa.
Di
una cosa, però, l’uomo è sempre stato sicuro di essere “nel mondo, nel
vasto mondo e con il mondo, con le persone, con gli animali, con le
piante, con gli elementi e con le stelle”. E l’uomo pensa e parla! La
parola non è separabile dal pensiero, é l’essenza dell’energia
dell’umanità: questa convinzione da sempre, dappertutto e in tutti é alla
base della concezione del mondo. Ma il mondo é in divenire, per questo
dobbiamo ridare il nome a tutto. Sapere, infatti, significa soprattutto
dare il nome alle cose, in modo da riconoscerne la funzione e il posto
nell’ordine del cosmo, dare un ordine a tutta la realtà, sottrarla al caos
e al nulla e quindi poterla controllare e dominare per la propria felicità
e il proprio benessere.
É evidente la pretesa
ambiziosa di ricostituire un ordine lessicale al quale siamo assuefatti
solo attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Ma risulta altrettanto
evidente la necessità di ricondurre verso una semplicità univoca di
interpretazione il linguaggio mass - mediatico ormai troppo globalizzato,
nel senso dell’apprendimento infantile, cioè solo complessivo e generico.
Un linguaggio estremamente interessato (opportunistico), pilotato da un
capitalismo (statalista o liberista che sia) comunque dominante sul potere
effimero dell’individuo, che non é chiamato in causa come partecipante
alla vita universale ma da cui anzi è totalmente escluso.
Così il comune cittadino, diventato
recettore passivo della realtà ambientale, non per sua volontà, è
subdolamente posto dietro una barriera invalicabile: quella del potere del
danaro.
Già nel 1987, la
Pontificia Accademia delle Scienze sottolineava che "la crisi ambientale
in un certo ma vero senso è il problema definitivo o supremo che il genere
umano deve affrontare e risolvere". Tra l'altro, stenta ad affermarsi, ai
vari livelli di decisione e di gestione delle crisi ambientali, un sistema
credibile capace, sia di assicurare una identificazione attendibile delle
rispettive cause, sia di suggerire soluzioni idonee a correggerle o
eventualmente a rimuoverle: tentativi ed ipotesi in tale direzione non
mancano ma analogamente vanno intensificati gli sforzi per pervenire ad
una visione complessiva ed adottare qualche linea di coordinamento.
Tuttavia già molto é
stato fatto e senza che ne sia stata data comunicazione mediatica
positiva, come, per esempio, l’azione svolta da una realtà estrema
rispetto agli spersi individui inseriti nella società civile: presso la
Suprema Corte di Cassazione a Roma, opera dal 1988 l’ICEF - Fondazione per
la Corte Internazionale dell’Ambiente – che si avvale di una Segreteria
Scientifica. Tale tribunale dell’ambiente, per il momento ancora virtuale,
prefigura l’effettività del diritto internazionale dell’ambiente
attraverso il ruolo necessario e positivo della giurisprudenza. Esso trae
origine da varie necessità.
C’é la necessità
ecologica di assicurare la sostenibilità alla vita sulla Terra.
C’é la necessità economica di porre limiti ed
opportunità per l’economia globale erga omnes.
C’é la necessità giuridica di assicurare una
garanzia al diritto umano all’ambiente e l’effettività del diritto
internazionale dell’ambiente sulla base della definizione di alcuni
principi unificanti:
·
il principio dell’ambiente come diritto umano fondamentale;
·
il principio del diritto all’ambiente delle generazioni future
(equità intergenerazionale);
·
il principio del patrimonio comune dell’umanità (oceani, clima,
biodiversità, ecc.);
·
il principio di sostenibilità (riferito alla vita sulla Terra);
·
il principio di prevenzione;
·
il principio di precauzione;
·
il principio di equità nell’uso delle risorse;
·
il principio chi inquina paga;
·
il principio di responsabilità per danni transfrontalieri;
·
il principio di leale collaborazione;
·
il principio di valutazione preventiva di impatto ambientale;
·
il principio dell’informazione come diritto di ogni persona;
·
il principio della partecipazione quale diritto di ogni persona;
·
il principio dell’eguale accesso alla giustizia di ogni persona.
C’é la necessità
sociale di assicurare l’informazione, la partecipazione e l’accesso alle
persone ed alle ONG alla giustizia.
C’è la necessità
politica di prevenire e riparare i conflitti ambientali assicurando uno
sviluppo pacifico ed equilibrato.
C’é la necessità
religiosa di rispettare e conservare la creazione vista come dono di Dio:
dove l’uomo é tenuto al dominio «materiale» sull’ambiente non umano
e al dominio «spirituale» su se stesso (rompere la comunicazione con la
presenza spirituale di Dio creatore, implica uno squilibrio anche nel
rapporto uomo-natura, perché l’uomo é egli stesso parte della natura).
C’é la necessità
etica di reagire al degrado del pianeta con nuove regole «laiche» di
responsabilità individuale e sociale (costruite dalla coscienza comune
dell’umanità, alla luce delle conoscenze scientifiche e delle amare
esperienze di guerre fratricide, istituendo prioritariamente un principio
morale: non toccare la sostenibilità della vita sulla terra).
C’é la necessità
culturale di assicurare ai patrimoni comuni dell’umanità una difesa comune
nell’interesse delle future generazioni.
E c’é la necessità
scientifica di un foro indipendente che favorisca la verità sulle sorti
del pianeta.
In conclusione
possiamo dire che nel sistema internazionale é acquisito il principio di
«precauzione», che opera per l’ambiente. Però, manca ancora un diritto
globale ed un insieme di istituzioni globali. Occorre individuare uno
spazio di obbligatorietà erga omnes di alcuni comportamenti da
chiunque posti in essere, senza incontrare un limite insuperabile nella
sovranità degli Stati.
Sappiamo che la
scienza ha realizzato e continua a produrre grandi progressi sia
nell’infinitamente grande, sia nell’infinitamente piccolo. La libertà
scientifica é un valore assoluto, perché la sete di verità é un’esigenza
insopprimibile dello spirito umano ed un modo di aprirsi al mondo (e
all’infinito mistero di Dio per chi crede). Però, l’attività scientifica
di ricerca non può soltanto mirare al valore e all’utilità dei risultati
ma come ogni attività umana (pensare e fare) deve sempre esprimere la
dignità dell’uomo e rispettarla in tutto ciò di cui si occupa. E ciò
perché le azioni dell’uomo sono umane soltanto quando sono frutto di
intelligenza e volontà rispettose dell’essere umano in tutti i suoi
aspetti. La pretesa libertà di ricerca, che non vuole vincoli di carattere
etico, é frutto della moderna ideologia individualistico-tecnologica, il
neoglobalismo, il terzo globalismo utilitaristico, quello subdolo e
mimetizzato, che ostacola la verità del moderno la quale colloca l’uomo al
centro del mondo.
La circolazione e lo
scambio delle informazioni non devono rimanere nascoste alla generalità
delle persone, che così vengono private della possibilità di un giudizio
obiettivo e completo. Ecco allora la necessità di favorire un Foro
specifico scientifico globale ed istituire una Corte Internazionale
dell’Ambiente, che possa servirsi di periti indipendenti ed autorevoli per
rispondere a quesiti.
Infine, ci dobbiamo
ricordare che da duemila anni gli uomini da individui sono diventati
persone in relazione con altre persone: l’altro visto come fine in sé e
come mezzo per il nostro proprio fine. Cosicché dal reciproco
riconoscimento si può ottenere la realizzazione del sé e senza di ciò non
vi può essere felicità.
Per questo avvertiamo
l’esigenza di ricollocare all’interno della società la categoria della
felicità pubblica spiantata dalla Scienza Economica, che per due secoli é
diventata scienza “triste” e senza vincoli normativi. Se l’Economia
tornerà ad essere ôikonomia – cioè amministrazione della casa - e
saprà recuperare gli attributi della saggezza perduta e della lungimiranza
intergenerazionale, allora potrà tornare ad essere lieta ancella non più
snobbata dalla Ecologia ed a cui tutti torneremo a dare il nome di
risparmio, previdenza, conservazione, parsimonia, frugalità, sobrietà,
misura, modestia, sacrificio, companatico, sussistenza, accontentamento.
Ecco a cosa siamo chiamati nel futuro, volenti o nolenti: ad accontentarci
ed essere contenti oppure saremo costretti ad ingaggiare uno stato di
conflitto senza tempo e senza quartiere persino per l’acqua! Perché il
succo della questione è che l'economia globale è in rotta di collisione
con gli ecosistemi della Terra!
Sapremo fare qualche
sacrificio? o come si dice ora cambiare stile di vita? Sapremo cibarci dei
frutti di stagione? Sapremo abbassare il riscaldamento domestico a 15÷16°
e vestirci con moderni abiti coibenti? Sapremo dimezzare il numero dei
cavalli della nostra scuderia? Ci impegneremo a studiare ancora per
tenerci aggiornati, nonostante non abbiamo più un’età scolare? Ci
impegneremo a capire dove sta la verità nel nuovo nonostante i troppi
imbonitori? Ci impegneremo affinché vengano fatte scelte politiche
intelligenti e umane? Se la nostra risposta é sì, allora, ma solo a queste
condizioni, potremo reggere l’urto destabilizzante della globalizzazione
ed assicurare la sostenibilità della vita sulla Terra: con i mezzi della
Scienza e della Tecnica e con l’aiuto di Dio.
Paolo Borgia
Grottaferrata 5 marzo 2005