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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

Terzo Convegno sulle minoranze linguistiche storiche

28 novembre 2005

Palermo, Villa Malfitano

TEMA

Il presente e il futuro nella tutela delle minoranze linguistiche, esperienze applicative della legge 15 dicembre1999,n. 482: gli sportelli linguistici, quali strumenti per i rapporti con le pubbliche amministrazioni; prospettive per una più efficace rappresentatività delle minoranze.

Minoranze linguistiche dalla tutela alla creatività

Relatore Paolo Borgia

1. Il fenomeno del parlare umano è estremamente complesso, diversificato e multiforme. Il linguaggio umano coabita con l’essere umano, anzi con l’essere ed è perciò un’azione umana, intesa come realtà fattuale, effettiva energia espressa da un soggetto che parla.

Oggi usiamo il termine “linguaggio” come “casa dell’essere”, usiamo il termine “linguaggio” come termine sempre più omni-comprensivo: ogni attività umana di qualsiasi tipo viene compresa in termini di espressione e di comunicazione linguistica. Così, tutto il comportamento ed ogni sua realizzazione, ogni “produzione” umana è un “segno”, una espressione linguistica. Il linguaggio, allora, diventa un sistema istituzionale di segni, usato nell’atto di parlare con la finalità di comunicazione fra soggetti coscienti sulla realtà oggettiva, e per conseguenza la filosofia del linguaggio e la semantica generale diventano così “la filosofia della cultura”.

Superlativamente il linguaggio è l’ultimo dei tre termini della triade consacrata ed inviolabile che congiunge l’essere, il pensiero e il linguaggio. Dove il linguaggio è il pensiero e l’essere; e reciprocamente per gli altri due termini.

Il significato primario in senso logico va preso dall’uso comune di questa parola ed è “il linguaggio umano, vocale e sonoro, naturale, concettuale, che esiste in forma molteplice”. Insisto, è in apparenza singolare, in realtà “linguaggio” sono le lingue nella loro esistenza molteplice, cioè la pluralità delle lingue umane.

Non è la singola lingua madre, che gode solo di una priorità psicologica e non è neanche una “lingua universale”: una tale lingua non esiste. Quello che è la lingua, lo capisco solo se concepisco la mia lingua come una lingua tra le altre: perché solo così mi rendo conto della convenzionalità essenziale del segno linguistico. 

Ogni lingua umana non è primariamente mezzo di espressione o di comunicazione ma il modo umano esistenziale di essere e di vivere in un mondo, conoscendolo, ordinandolo e “trascendendolo”. “La lingua è la relazione al mondo” d’un Io che parla con un Tu della realtà, all’interno d’una comunità linguistica con una determinata cultura storica. Una lingua, perciò, esiste se è fenomeno socio-culturale, comunicazione, espressione, struttura.

Sarà proprio l’atto di parlare come moralmente responsabile e libero e come legame ad una realtà extralinguistica a garantire al soggetto, che parla, anche così la dignità insuperabile della persona umana e con ciò perfino dei cosiddetti “diritti umani”. Perciò l’uso dei codici (cioè l’azione significante), che è sempre cambiare o mantenere quei codici stabiliti ed appresi in modo socio-culturale, è in questo amplissimo senso sempre una attività socio-culturale, anzi un’attività politica.

Con l’odierna espansione del termine, il “linguaggio” è diventato “trascendentale”, coestensivo al pensiero, alla coscienza, all’essere, alla realtà. In tale contesto si può parlare della “costituzione sociale della realtà” incentrata sul linguaggio, che per essere una descrizione esaustiva andrebbe poi combinata, con quella della costituzione economica moderna attraverso il denaro.

La costituzione-costruzione di un mondo e di tutta la realtà avviene specialmente dando nomi alle cose, in modo coerente, dentro un codice ed attualizzandolo col parlare, specialmente col dire qualcosa su qualcosa ma anche col solo pensare. Dovremo approfondire la riflessione, perché parlare, nominare, e dire sono tutti atti umani liberi e  responsabili di un unico soggetto – anima e corpo – che si svolgono nel tempo e con ciò nella storia. La coscienza, infatti, non è conscia se non in quanto è sempre articolata. Ciò deriva immediatamente dall’intenzionalità, ossia dal fatto che la coscienza è necessariamente coscienza di qualcosa che per il soggetto  conscio è l’oggetto come altro da sé.

Questa opposizione tra soggetto e oggetto, tra Io e non io e la conseguente differenziazione illimitata dell’oggetto come generalissimo altro dal soggetto in tanti oggetti distinti e diversi, una differenziazione sempre anche già successiva nel tempo interno, è già in se stessa una articolazione. Anzi, questa opposizionalità articolata è fin d’ora proposizionale; come nella proposizione di identità, cioè nell’espressione della propria “autocoscienza”: “IO sono io”.

Un’articolazione proposizionale, però, è di natura sua linguistica: è il fondamento e l’“essenza” del parlare. Anche se non ogni atto di parlare è una proposizione e ancor meno un’immagine proposizionale.

L’articolazione progressiva della coscienza si realizza  in una competenza linguistica, anch’essa progressiva, sia del singolo soggetto, sia di una comunità linguistica, sia di tutta l’umanità.            

Anche singoli nuovi orizzonti di esperienza e di interesse, cioè di coscienza, si aprono con e come una apertura di orizzonte linguistico.

In questa apertura si mostra e si realizza la creatività linguistica umana illimitata; tuttavia proprio questi orizzonti, storicamente tramandati o nuovi, permettono al soggetto singolo o socio-culturale di agire come soggetto storico.

D’altra parte una tale apertura di orizzonte coinvolge sempre, oltre gli influssi esterni, anche la libertà del soggetto conscio. In questo senso l’articolazione linguistica progressiva della coscienza è una condizione di possibilità della storia umana vissuta in libertà. 

 

2. Nella Unione Europea in 25 stati sovrani, risiedono 480.000.000 di persone, che parlano 110 lingue!

Un quarto di questa popolazione, vale a dire 120.000.000 di persone, parla 85 lingue di minoranza: di queste una parte sono frutto di pendolari confini, destinati ineluttabilmente a stemperarsi proprio con l’integrazione europea, e una parte sono insediamenti storici alloglotti interni, integrati o tollerati come scomodi intrusi, talvolta privilegiati o anche vessati ma in alcuni casi senza più quella “fede pubblica” alla quale già A. Genovesi, l’illuminista di scuola napoletana, attribuiva la possibilità di sussistere di un vero cemento sociale.

Certamente la diversità è una ricchezza e un’opportunità portante da non disperdere, da mettere a frutto con capacità e serietà. Si tratta in altre parole di sviluppare questa messe di risorse umane, vero “capitale civile che più si utilizza e più aumenta” dentro la società comunitaria.

L’Unione Europea dovrà ispirarsi anche a queste minoranze linguistiche enormi per dare risposte politiche alle “domande di senso”, che caratterizzano l’uomo per cogliere l’unità complessiva della verità all’interno dei saperi aperti e complementari e per contribuire all’auto-comprensione del soggetto, l’uomo - prima infima minoranza - e delle sue scelte esistenziali.

L’avvenuta globalizzazione, in sostanza, con la sua mostruosa pandemica migrazione sparsa di uomini e con i suoi mezzi-media elettronici ha prodotto effetti devastanti ma anche un’insistente e disattesa domanda d’umanesimo integrale e solidale, fondato sulla dignità e sulla libertà di ogni persona umana: con la sua sfera sessual-riproduttiva (cioè socio-generativa o meglio spirituale), radicata nella cultura del proprio gruppo di appartenenza e con quella economico-produttiva (primariamente materiale), in perenne divenire. Tutto ciò in una realtà sociale dove ogni persona possa esprimere le sue potenzialità in un clima di serenità, in cui possa risolvere i propri problemi senza sovrabbondanti paternalistiche soluzioni istituzionali e soprattutto dove possa essere in grado di esprimere, riconoscere, controllare ed attuare le proprie emozioni. Dove possa sviluppare una certa ma innata sensibilità per le emozioni altrui e sapersi destreggiare agilmente, senza conformistiche ingessature, nei rapporti umani.

 

3. C’è un lingua che si pensa di parlare e una che si parla. La prima è quella che identifica di primo acchito l’origine geografica di un popolo. La seconda è più profonda, come accennavamo sopra, è quella lingua che rende consapevoli le persone che la parlano di appartenere ad una identità culturale, cioè quella forza della mente che spinge l’uomo ad azioni coerenti e alla quale egli si aggrappa nella convinzione consapevole o inconsapevole di essere protagonista della sua storia. E’ anche quella lingua che parla dell’apparente inutile: l’amore, la creazione, il sogno, il desiderio, la sofferenza. La vita così ci affronta, ci si propone. L’apparente inutile, in realtà, produce ciò che è di più utile vitalità.

Come l’amante e il mistico, il matematico crede che, di fronte all’alternativa fra un mondo brutto e uno bello, la Natura propende sempre per il bello. Il geologo e il meteorologo, “lo scienziato non studia la Natura perché è utile farlo, la studia perché ne trae diletto e perché la Natura è bella. Se non fosse bella, non varrebbe la pena di conoscerla e la vita non sarebbe degna di essere vissuta” (Poincaré).

Il muratore, la sarta, il falegname, la ricamatrice, il fabbro, la parrucchiera creano con il loro lavoro e con ciò cercano di esprimere armonia nell’oggetto. “Gli sforzi degli studiosi di geometria più avanzati hanno per oggetto l’eleganza” (Galois).

Purtroppo, però, “in Italia più di 2 milioni di adulti sono tuttora analfabeti completi. Quasi 15 sono semianalfabeti, altri 15 sono ai margini di tale condizione, incapaci ad esempio di leggere un qualunque giornale. Quindi due terzi del Paese si trova ai margini inferiori della capacità di comprensione e di calcolo necessarie in una società complessa come quella in cui viviamo… Una recente indagine del Centro europeo della educazione attesta che più del 35 per cento della popolazione italiana non è in grado di capire e tanto meno di scrivere frasi del tipo:«Il gatto miagola perché vorrebbe il latte»” (Emanuele Amaini).

Penso, perciò, all’idea di creatività primieramente come personale libertà di fare all’interno di regole relazionali. Come possiamo non essere abbagliati dal potere creativo della grammatica mentale, della sua capacità di trasmettere un numero infinito di pensieri con un numero finito di regole?

Penso anche alla tristezza delle parole balbettate da Nino, valente pittore-imbianchino, perciò esteta, quando rimpiangeva la donna dalla quale si era separato: «Parlavo poco con mia moglie. Lei voleva sentirsi dire parole d’amore. Ma io non me la fidavo, mi mancavano le parole!». Non “me la fido” in lingua siciliana significa: non sono in grado, non sono capace.

E Nino era un adulto, che come tanti suoi coetanei non aveva mai avuto una infanzia: quella precisa “finestra” formativa durante la quale si ha il pieno apprendimento di una lingua. Nino inconsapevole disadattato e “senza geometrie fugge” dalla grama realtà della sua terra. Affronta l’incognito nella solitudine del non-sapere per sopravvivere. Emigra, crumiro disperato e impotente. Malvisto dai nativi residenti, a cui si aggrega, e controllato dallo Stato che il certificato della nuova residenza gliela darà solo se possiede un attestato di lavoro, di ingaggio in quel luogo: Nino l’extra-comunitario in Patria.

Oggi a 50 anni da quella realtà, lo scenario, il contesto è mutato radicalmente. A mio avviso gli aspetti positivi del cambiamento soverchiano il negativo. Ma nel villaggio globale come in quello locale si è generata una frammistione, un connubio dissacrante tra l’apparente inutile e il legittimo utile.

Questo disordine planetario non consente la distinzione necessaria per creare il cosmos dal caos. Prevale il principio diadico perché tutto si divide. “Il bene della città è una città capace di fare unità, ordine nel disordine, numero nel caos” (Platone).

“Oggi nell’epoca delle e-mail e dei cellulari non sappiamo comunicare, interpretare o porre domande in modo corretto, si è perduta la capacità di rapporto perché l’uomo scava il vuoto dentro di sé e il vuoto non sa parlare” (G. Reale).

Vedo sempre la vita, la mia vita proiettata oltre l’orizzonte assoluto. Esso è assoluto e irragiungibile ma mi concerne e mi obbliga al cimento attuativo delle idee.

Cerco la libertà e la giustizia. Cerco il vero espresso dall’arte e dalla poesia. Cerco la dimensione trascendente che mi fa superare il non senso, la disperazione, l’angoscia che c’è nel solo immanente, quella dimensione che mi rende altro dal mondo, da questo mondo.

“Se il vero per l’uomo d’oggi, è solo l’angoscia espressa dal “grido” di Munch, allora non può derivare che angoscia. Ma se il vero è quello che Giovanni Paolo II ha visto con la sua fede e con la sua ragione, cioè la verità vista poetando, pensata filosofando, vissuta e creduta nella fede allora sono potuti nascere splendidi versi… il concetto vissuto e visto come immagine, come è avvenuto per Dante” (G. Reale).

Questo “spirito universale” anima il mio pensare, il mio “essere-esserci”, il mio parlare. E di questo parlo sempre in lingua arbëreshe con mia figlia Nicoletta.

Paolo Borgia

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