PROGETTO MOREA
Trent’anni di sviluppo
sostenibile per il Bacino del Mediterraneo.
Idea di affetti e memorie,
fonte di giacimenti ancora da esplorare
il Mediterraneo è il “mio” villaggio,
Morea,
è
il mio mondo e la mia storia,
ancora da scoprire in parte
e
che giace nel fondo del mare
lungo antiche rotte.
Antefatto. Questo appunto doveva fare
parte di un progetto molto ampio e articolato, alla cui stesura
avrebbero preso parte specialisti con i quali già si erano stabiliti
contatti ed avuti incontri presso il CNR di Roma.
Il mosaico di
esperti era suddiviso in due grandi componenti: quelli che avevano un
lunghissimo curriculum di attività sul campo in organismi nazionali
agro-forestali e internazionali sotto l’egida delle Nazioni Unite e
quelli la cui attività precipua ma non esclusiva era collegata a varie
Università degli studi e all’ENEA (Ente Nazionale per l’energia e
l’ambiente). Senza sottacere la sempre attenta e fattiva partecipazione
degli uomini della Marina Militare.
L’aborto di
iniziative politiche successivo ai noti fatti avrebbe potuto distruggere
totalmente il lavoro di pensiero che sino a quel momento era stato
sviluppato ma questo, per fortuna, non è accaduto.
La circolazione del
pensiero, la sua semplificazione e l’inserimento nella memoria personale
e collettiva, non importa se poco o molto, è operante e la riprova si ha
nel verificare che anche la supina stampa padronale sta cercando di
capire, se non l’importanza del tema, almeno dove vi sia “l’affare”.

Il mare. Il 71%
della superficie del nostro pianeta è costituito d’acqua, un enorme
oceano, uno specchio d’acqua che affluisce dai fiumi e che ritorna
nell’atmosfera.
Nel mare penetra
una parte dei gas atmosferici (azoto, ossigeno, anidride carbonica ecc.)
e la luce del sole fino ad una certa profondità. Ciò fa sì che la
temperatura dell’acqua fino a quella profondità sia molto più elevata
che nella buia profondità sottostante. Grazie alla luce e ai gas
disciolti, in ragione della temperatura, nell’acqua si determinano
condizioni di vita vegetale ed animale con caratteristiche particolari
nei diversi luoghi del pianeta.
A causa della
sfericità della Terra, il calore assorbito dall’atmosfera e dal mare
cambia con la latitudine: dall’equatore fino al 41° parallelo il calore
entrante supera l’irraggiamento verso lo spazio, dal 41° parallelo al
polo l’irraggiamento supera l’assorbimento. Una parte dell’esubero
termico viene irradiato dal mare nell’atmosfera o ceduto con
l’evaporazione dell’acqua nell’aria; il gradiente termico (la pendenza
termica) planetario determina le correnti aeree, la cui forza è mitigata
dalla presenza delle nubi. La restante parte di esubero si accumula nel
mare e determina perenni gigantesche circolazioni marine di superficie
che trasferiscono calore, lungo le fredde coste orientali dei
continenti, fino alle latitudini polari e da qui correnti fredde
raggiungono l’equatore, lambendo le coste occidentali più temperate dei
continenti: velocemente in superficie e in una lenta secolare deriva
nelle profondità oceaniche.
Grazie all’acqua,
presente nell’aria, anche se solo, in poche decine di grammi per metro
cubo rispetto alla tonnellata del metro cubo d’acqua del mare, il
pianeta diventa vivibile anche lontano dalle coste. Non può passare
inosservata, però, la differenza climatica di regioni poste alla
medesima latitudine ma a diversa distanza dal mare. Per esempio, a
Napoli il clima non è uguale a quello di Bari, Istambul, Pechino, San
Francisco, New York o Lisbona. Quando l’azione di volano termico, che
dilata la durata dell’estate e mitiga i rigori invernali, quella di
generatore dell’umidità dell’aria, indispensabile per la formazione
delle nubi, e la conseguente ricaduta delle precipitazioni sulle aree
circostanti o remote siano parzialmente o totalmente impedite,
immediatamente si determina una alterazione della macchina del tempo. Si
genera un diaframma tra l’atmosfera e il mare, muore la vita nel mare ed
in gran crescendo sulla terraferma aumentano le zone aride.

Il mare e l’uomo.
L’uomo primordiale vede con ostilità questa inutile distesa d’acqua
salata, un confine invalicabile, e tuttavia intuisce le più favorevoli
condizioni di vita ai suoi bordi; solo in tempi più recenti osa gettare
la sfida a questa mostruosa profondità (thalatta, thalassa, sea, see,
zee). Zattere, remi, barche e vele sono gli strumenti necessari per
aprire vie su questa sconfinata pianura (bar, mar, mer) alla
scoperta del mondo, come molto tempo prima erano stati i fiumi le vie
veloci sulla terraferma.
Il mare diventa
ambiente di vita e civiltà, specialmente il Mediterraneo, attore buono e
generoso, che non poco ha cooperato alla crescita umana. Su questo mare
si raggiungono via via livelli di conoscenza, organizzazione e gusto che
hanno influenzato il resto dell’umanità e ciò grazie alle propizie
condizioni climatiche e ambientali che consentivano alle attività umane
di realizzare plusvalenze economiche tali da garantire stili di vita
incomparabilmente più gratificanti che altrove. A differenza del grande
Oceano, il Mediterraneo, posto al centro dell’emisfero dei continenti,
non conosce condizioni climatiche estreme, catastrofiche abituali. La
mitezza del tempo è un perenne richiamo per le popolazioni migranti, che
qui si vengono a radicare. Mitezza in grado di plasmare nuove
connotazioni caratteriali distintive nelle diversissime genti residenti.
Partirà culturalmente da qui la scoperta dell’America; alienerà il ruolo
d’irradiazione di civiltà, che il centro geografico ha rappresentato da
sempre. Stasi e decadenza seguenti durano fino al taglio dell’istmo di
Suez, col quale viene aperta una scorciatoia per la metà del traffico
mondiale delle merci.
Ad un secolo e
mezzo da quell’evento di speranza lo scenario è cambiato, per certi
versi si può affermare che il divario economico con altri luoghi più
sviluppati si sia ridotto, mentre per altri versi la perdita di
competitività della produzione granaria locale, pur di maggior pregio,
ha portato all’impoverimento di ampie zone. La mancanza di progetti di
riconversione non ha permesso il decollo economico, lasciando inoperose
ingenti risorse umane e quelle impiegate nelle residue o nuove attività
sono minacciate dal loro insostenibile ritmo di sfruttamento delle
risorse naturali. Inoltre, l’inquinamento e l’avvelenamento ambientale
prossimo e remoto hanno innescato processi di annichilimento delle varie
forme di vita animale e vegetale, oggetto del sostentamento umano.
L’affondamento di sostanze tossiche, radiative è diventata una
sconsiderata, selvaggia, irresponsabile e incontrastata prassi che fa
ricadere su tutti il costo del danno prodotto per creare l’arricchimento
di pochi. I polpi, finiti nelle reti da pesca “incatramati”, non si
vendono in pescheria. Finiscono invece nel “mazzame” dell’equipaggio
venduto sulla banchina per arrotondare la paga a chi non può più
comprare il caro pesce della pescheria. E le ganghe stanno in fondo al
mare!
Per la sua potenza,
però, la forma di inquinamento che si manifesta più pressante è il
centenario scarico a mare di sostanze a basso peso specifico specie,
quelle oleose, che permanendo sul “pelo libero” dell’acqua, alterano sia
i processi fisico-chimici propri del mare, sia quelli di interazione
“forte” con l’atmosfera. Il mare respira male, non assorbe i gas
dall’atmosfera e non rilascia con regolarità ma a scatti (come una molla
che si scarica) il vapore acqueo e con lui il calore nell’atmosfera. A
causa di ciò il Mediterraneo diviene ostile anche nel periodo estivo e
produce danni non solo lungo le coste ma anche negli entroterra del
continente europeo, a distanze apparentemente estranee all’idea comune
di bacino mediterraneo, basti pensare ai disastri alluvionali frequenti
in Austria, Baviera, Castiglia, Catalogna, Delfinato, Padania, Svizzera,
Slovenia, Ungheria.
Non di eventi
inusuali futuri si tratta ma di eventi già accaduti e diventati
ricorrente routine, una nuova alterata configurazione meteorologica
permanente: altro da ciò che vengono comunemente paventati in tempi più
lontani venturi per il nostro pianeta ma che in un certo senso li
anticipano e confermano e cioè il cosiddetto effetto serra e
l’alienazione della buccia planetaria dell’ozono stratosferico.
Da queste evidenze
nasce la necessità di porre mano ad azioni di bonifica del “chiuso”
bacino del Mediterraneo.

Il bacino del
Mediterraneo. Per parlare del bacino del Mediterraneo bisogna innanzi
tutto intendersi su quanto spazio si vuol comprendere con questa
denominazione. L’area minima è quella dello specchio d’acqua racchiusa
tra Gibilterra e il Bosforo. Da qualche tempo, però, insieme al
Mediterraneo propriamente detto si prende in considerazione anche il mar
Nero, per l’enorme scambio d’acqua che avviene nello stretto dei
Dardanelli: l’acqua calda mediterranea scorre in superficie verso il mar
Nero e in senso contrario, appena sotto, scorre acqua più fredda.
Un’area più vasta comprende anche le terre che si affacciano sul grande
specchio d’acqua. In questo senso vi sono molte località dette
“marittime” pur non essendo sul mare anzi talvolta a molta distanza. Se,
però, è semplice individuare la “marittimità” di terre che degradano
rapidamente al mare, laddove l’entroterra è pianeggiante dovremo
addentrarci anche per centinaia di chilometri, come in pianura padana.
Tra le molte configurazioni possibili forse la più appropriata risulta
quella che abbraccia l’ecosistema mediterraneo, in tal caso tutti gli
impluvi che versano le loro acque su questo mare. Così facendo, il
bacino si dilata enormemente ma comprenderà sinotticamente il Nilo come
il Danubio, la catena dell’Atlante come parte dell’Anatolia, molta parte
della penisola iberica come i Balcani. Una vastità di territorio con
climi temperati, tropicali ed equatoriali, abitato da popolazioni di
diversissima cultura, con situazioni economiche prospere, in via di
sviluppo ed affamate, con assetti politici democratici, oligarchici e
tribali, con tecnologie avanzate, tradizionali ed arcaiche.
Si tratta di un
“pluriverso” che impone più che un solo approccio al problema in
rapporto alle diversissime realtà da coinvolgere per qualsivoglia
progettualità comune e al diverso sentire l’urgenza di qualsiasi
problema. In buona sostanza, anziché parlare di ethos globale sarà più
opportuno considerare varie aree che presentino omogeneità di presa di
coscienza, di legislazioni operanti, di risorse economico-culturali,
fatta salva l’intensificazione del monitoraggio e della ricerca che
tutte le intraprese dovranno anticipare al fine di individuare e
localizzare i punti di acme critica. Inoltre, è necessario costituire
connessioni con le istituzioni operanti in spazi convergenti d’azione,
sia per l’apporto di esperienza acquisita sul campo, sia per evitare
doppioni e interferenze per quanto concerne le competenze.

1. Manca l’acqua.
La crisi che investe il Mediterraneo non può risolversi da sola, perché
è complessa, è grave e si sta ingigantendo. Da qui sorge la necessità di
affrontare i vari problemi contestualmente e con azioni prolungate nel
tempo. Anche perché il guasto non si limita ad aspetti estetici o
comunque marginali ma investe concretamente l’esistenza umana, della
flora e della fauna terrestre e marina.
L’emergenza
climatica se da una parte si manifesta con precipitazioni disastrose e
fuori tempo per altro verso fa mancare le piogge a tempo debito e nel
complesso fa registrare un deficit generalizzato. I fiumi sono ridotti a
torrenti, invasi costruiti artificialmente non riescono a riempirsi con
le piogge e la distribuzione dell’acqua nelle condutture viene erogata
in molti luoghi a tempo, talvolta l’acqua viene data per una o due ore
la settimana e le cisterne domestiche raccolgono la scarsa razione con
grave disagio per i residenti e gli ospiti paganti. La soluzione di
“succhiare” dalle falde costiere non ha fatto altro che fare avanzare
nel sottosuolo dell’entroterra l’acqua salata, inutile per l’uso
domestico e per quello agricolo.
Attività come la
pesca già risentono della mutata situazione. I fermi biologici in parte
rallentano il processo di rarefazione della fauna marina ma scaricano ai
pescatori per intero responsabilità che non sono attribuibili solo
all’eccessiva e talvolta sconsiderata pesca. Gli stessi
pescatori-armatori scoraggiano i figli ad intraprendere il proprio
mestiere. Ormai vedono la loro attività, attualmente lucrosa, come
qualcosa che va a finire e che comunque comporta una maggiore ostilità
dell’elemento marino non solo d’inverno ma anche d’estate. Molti
preferiscono abbandonare per dedicarsi ad attività legate
all’accoglienza e alla ristorazione. D’altra parte, però, l’offerta
turistica non può crescere indefinitamente e la competizione tra le
varie offerte deve fare i conti con la competenza culturale
territoriale, che privilegia acquisite esperienze e capacità
organizzative.
Inoltre, il disagio
causato dalla scarsità d’acqua ha già fatto dirottare frotte di turisti
per altri lidi forse più accoglienti ma meno ricchi di quella densa
cultura mediterranea a cui tutti vengono ad attingere per una
comprensione dell’odierno uomo interiore, per ricostituire in sé la
forza capace di riaprire nella giungla una radura di civiltà, dove il
tempo individuale non si infrange contro il tempo universale, il luogo
dove potersi fermare senza smarrirsi, nel risalire alle origini genuine
e nel cercare traguardi fantasiosi, in cui ognuno è un tutto nel quale
cielo e terra, l’io e il dio si toccano senza deliri di onnipotenza.

2. Azioni locali
coordinate. Questa grave situazione è tale da non consentire indugi
nell’intraprendere azioni appropriate per la rimozione delle cause note
che l’hanno determinata, ricercando ad un tempo un concerto, una
cooperazione che consenta la più ampia univocità di intenti su questa
area di interesse comune.
Preliminarmente occorre fare chiarezza nella
aggrovigliata situazione di crescente disagio climatico in atto,
individuando due ordini di fattori distinti per la loro collocazione:
quelli che operano sulla terra e quelli legati alla distesa marina. La
secolare necessità di sopperire alle necessità alimentari unitamente ad
un utilizzo scriteriato del legname hanno prodotto la rarefazione o la
quasi scomparsa di alberi su molta parte del territorio. Ora questo
territorio disboscato non viene più o viene solo parzialmente utilizzato
a seminativo (e solo in virtù di sovvenzioni governative). La bassa
redditività di questa coltura su molte aree non può che spingere verso
una riconversione ad altri utilizzi di questi suoli. Altro problema
legato ai terreni seminativi è la concimazione chimica che per la
maggior parte viene dilavata e raggiunge il mare e nello stesso tempo
l’esasperato impiego di diserbanti produce l’indurimento dei suoli e il
conseguente impiego di macchine agricole di maggiore potenza. Nello
stesso tempo la scomparsa di distese boschive ha prodotto la rarefazione
o la scomparsa di molte specie animali e la crescita di alcune specie
che contaminano i centri abitati.
A ciò va aggiunto
il mare, divenuto comoda discarica di ogni rifiuto umano che soffoca
l’acqua, impedita così a svolgere il suo ciclo naturale. Questa nuova
configurazione del territorio ha prodotto in parte anche una
trasformazione climatica ed una rarefazione delle risorse idriche.
Ricostituire ambienti naturali è già diventato
uno slogan operativo di molte realtà locali. Ciò che manca è una visione
d’insieme ed una progettualità suffragate dal supporto scientifico. Le
macrotrasformazioni, purtroppo, non sono state finora analizzate
adeguatamente per avere una appropriata conoscenza scientifica tale da
consentire azioni opportune e mirate per eliminare le singole cause. E
ciò è dipeso dalla sottovalutazione del ruolo del mare e dal conseguente
non inserimento nei vari piani di ricerca e dal non inserimento del mare
nei tre protocolli planetari di salvaguardia. Occorre recuperare
alacremente il tempo perduto. E’ evidente che conviene procedere per
gradi. In un primo tempo è indispensabile effettuare il monitoraggio dei
dati di opportune aree, individuate per le peculiari condizioni di
sofferenza. Una prima area potrebbe comprendere il golfo ligure, il
golfo del leone, il mare di Corsica ed il Tirreno settentrionale, in
quanto è il settore in cui si è registrato il massimo innalzamento di
temperatura del mare e nello stesso tempo è l’area più industrializzata
del Mediterraneo, con un altissimo numero di raffinerie e dove è
presente un denso traffico di petroliere ed inoltre vi si versano le
acque certamente non cristalline del Rodano e dell’Arno. Una seconda
area potrebbe essere individuata nell’Egeo, in quanto rappresenta lo
sbocco del mar Nero e nello stesso tempo vi agisce la massa d’aria
anatolica caldissima d’estate e molto fredda d’inverno. Una terza area
prioritaria è quella dello Jonio e del canale d’Otranto, perché sulle
terre che vi si affacciano è in atto un lento processo di
desertificazione e perché nella fossa dello Jonio profonda più di 5000 m
sono depositate le più disparate tipologie di scorie. Una quarta area
potrebbe essere individuata nel mar d’Alboran, in quanto è la porta
atlantica del Mediterraneo, è contornata da aree desertiche a nord e a
sud ed ha un notevole valore parametrico per le restanti zone.
La scelta di queste
aree, inoltre, semplifica moltissimo la fattibilità del intero processo
da mettere in atto, in quanto tutti i paesi coinvolti appartengono
all’Unione Europea e pertanto vengono superati in questa fase quei
problemi di natura culturale, politica ed economica che si pongono in
essere nelle altre zone dove si affacciano paesi extracomunitari.

3. I contesti
preliminari. Nelle annuali Giornate per l’ambiente tenute a Roma a cura
dell’ICEF presso la Suprema Corte di Cassazione si è evidenziato che il
produrre danni ambientali determina l’esigenza di una azione normativa
sopranazionale, atta a ricercare responsabilità e combattere azioni
criminose che superano gli spazi territoriali di singoli stati o che
interessano il mare che è di tutti e non può più essere considerato di
nessuno nell’attuale contesto.
Il produrre
ricchezza non può più essere considerato un alibi che legittima il
danneggiamento ambientale, arbitrariamente visto come un costo, una
passività che non attiene al ciclo produttivo. Vero è che il recupero,
il ripristino, il risanamento dai danni pregressi all’ambiente è per se
stesso un generatore di risorse disponibili, un investimento produttivo,
uno sviluppo praticabile per la intera società civile attuale. Inoltre,
la nascita di un indotto ambientale e l’utilizzo di tecnologie avanzate
per il monitoraggio, lo studio e la ricerca, così come le future
intraprese di ingegneria ambientale mettono in essere un settore
innovativo e trainante per i vari settori produttivi preesistenti. Si
tratta di una parziale riconversione produttiva finalizzata al settore
ambientale, che in misura considerevole diventa polo di sviluppo,
evidentemente virtuoso cioè sostenibile per le future generazioni.
Se si prende in
considerazione quale estensione quella dell’ecosistema del bacino del
Mediterraneo come area di sviluppo sostenibile, la ricaduta dei benefici
va oltre questi limiti territoriali a nord, a sud ed a est. Infatti, se
il primario obiettivo è il risanamento ambientale da questo ne deriva un
raffreddamento del mare e della massa d’aria sovrastante. Questa
ostacola le correnti aeree zonali (occidentali) relativamente più
fredde, che a causa di ciò sono obbligate a scorrere a latitudini più
settentrionali, facendo mancare al Mediterraneo il necessario apporto di
umidità nell’aria e precipitazioni al suolo. Nello stesso tempo i
numerabili corridoi meridiani di correnti dirottati verso zone esterne
privano delle più copiose precipitazioni indispensabili per l’area
nordafricana, così come per il Sud iberico, la Provenza, l’Italia, i
Balcani e il Medioriente.
Certo mettere in
cantiere un piano dalla durata trentennale può apparire un’impresa
ciclopica ma la gravità e la complessità dei problemi da affrontare per
rimuovere le cause del danno ambientale non permette di fare sconti.
Sottovalutare ciascuna causa o formulare erronei nessi causali può far
svanire l’effetto d’insieme delle azioni da intraprendere ed allontanare
il momento di riequilibrio di un ecosistema così importante nello
scacchiere complessivo dell’emisfero costituito per molta parte dai
quattro continenti.
Paolo Borgia
Roma, 04 / 12 / 2003