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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  

 

Propositivi o demolitori?

 di Nicoletta Borgia

 “Trasumanar significar per verba
non si poria; però l’essemplo basti
a cui esperïenza grazia serba”[1]

 

1. IPOTESI: Comprendere per poter dare voce a quella parola che si rende disponibile all’ascolto.

Si può pensare al linguaggio come ricettacolo di varie forme di espressione che accorpate soddisfano l’istanza di comunicare qualcosa nel modo più esauriente possibile?

Quando la parola non riesce più a soddisfare il desiderio di farsi capire a cosa si appella? Qualora una narrazione non bastasse più a se stessa, come potrebbe spingersi oltre per raggiungere il livello di comprensione al quale tende? Il grado di esprimibilità di qualcosa é forse soggetto a rapporti fra grandezze o a scale di valore? L’esprimibilità  può appellarsi a strumenti narrativi – quali: forme poetiche, immagini, simboli, gesti etc. - che presterebbero aiuto nel caso in cui la parola in prosa non riuscisse ad esprimere la sua volontà?

Quando la parola raggiunge il limite di esprimibilità rispetto al significato vero che si vuole offrire, necessariamente si ricorre a qualche espediente che possa sopperire alla mancanza del linguaggio verbale. Gli espedienti rientrano in ciò che si chiama strumento narrativo e spesso il processo che li chiama in causa sorge spontaneamente.

La razionalità della logica, prima o poi, raggiunge sempre quel momento di confronto con la logica della sensazione come pure con la sua illogicità dinanzi al sentimento.

Quando domandare al passato é come domandare a qualcuno qualcosa che ormai ha cambiato di significato proprio come cambiano gli uomini nelle generazioni, dobbiamo forse limitarci ad ascoltare il passato che da sé si racconta nel tempo? Ma il tempo si racconta attraverso la storia e la storia é raccontata dagli uomini con parole, volti e immagini.

Spinti dal desiderio di una comprensione degli eventi, diventiamo domanda per noi stessi come oggetto di un’esistenza che ha bisogno di essere motivata. Punti interrogativi sul perché le cose accadono, e accadono così come accadono. Circostanze immerse nel quotidiano che riportano a ragioni superiori a qualunque logica. Oppure scoprire semplicemente che “il 2 non é soltanto il doppio di 1 ma che può anche essere il contrario di 1 e della sua solitudine: due é alleanza, filo doppio che non é spezzato”[2]. Ma la consapevolezza di esistere si fa ricettacolo di umana paura. Quella paura destata dagli eventi che impedisce di godere di una felicità che improvvisamente può venire meno a causa di ulteriori avvenimenti che si aggiungono ad un divenire irreversibile e veloce. Siamo pronti a soffrire pur di trovare una risposta agli eventi. Impazienti ed esigenti, spinti da una fretta irrefrenabile per soddisfare l’immediato bisogno di un responso. Alla ricerca di un oracolo che sadicamente si fa attendere tutta una vita, o che magari beffardamente si rivela annunciando un verdetto inatteso, offrendo una sentenza banale che svela l’insensata fatica a cercare[3] quella verità troppo lontano dagli eventi che la rivelavano. Le tante verità che non sono al centro degli eventi, sono però al centro della individuale necessità di capire e di comunicare.

Ecco che legare l’interpretazione alla domanda sull’essere mostra una complementarietà funzionale tra il bisogno di comprendere l’esistere e il bisogno di parlarne. Come due necessità che non sono fine a se stesse ma che mostrano l’istanza più grande del comunicare se stessi a ciò che è diverso per sentirsi uno tra molti che dà voce a sé. Dunque quel comunicare che offre il duplice aspetto della parola comprensione: quello di capire e quello di comprendere che comunemente sono visti come sinonimi, mentre invece si possono distinguere autonomamente. Capire come assenso ad un significato che é possibile dire con dei ragionamenti; comprendere come partecipazione a qualcosa che può essere espresso anche senza parole pur svelandone il senso. In questo modo l’interpretazione si offre all’esistenza per prendere parte al mondo comune nella reciprocità. È nella condivisione[4] degli eventi che si guarda alla storia universale come una diegesi[5].

Immaginando il linguaggio come la rappresentazione di una visione sinottica degli effetti del divenire nella storia, laddove le parti mostrassero difformità, mancanze, fratture, o addirittura incompatibilità allora significherebbe che la diegesi è ancora da sbobinare / srotolare / sciogliere / raccontare per essere rivelata.

Il sovrapporre l’innovativo (ciò che non è mai stato fatto) al passato (ciò che è già stato fatto) genera una immagine con parti che non combaciano ed è solo guardando tra di esse che si può trovare coerentemente ciò che manca sia per costruire il nuovo che per ricostruire, eventualmente, l’idea del vecchio[6].

La visione armonica più ampia degli eventi, vuole essere un tentativo che non desidera e tanto meno pretende stabilire gerarchie di valutazioni o posizioni fisse nel merito del linguaggio, ma vuole offrire un percorso alternativo per soddisfare quel bisogno di comprendere con strumenti diversi da quelli offerti dalle apparenze della logica. Il porsi in ascolto del cambiamento suscita perplessità, pone domande sul passato, che si riflettono sulla vita e sulle sensazioni di ciascuno.

Diventa importante riflettere sulla verità a partire dalla varietà dell’offerta del linguaggio: se oggi si pretende che tutto deve lasciarsi interpretare allora si ha l’obbligo responsabile di interpretare tacitamente gli eventi che chiedono di essere ascoltati.

 

2. ESEMPIO: Il caso “Santa Sofia”

L’argomento ontologico di Sant’Anselmo contesta ogni forma di superlativo. Id quo maius cogitari nequit é il comparativo divino che deve salvaguardare negare e relativizzare ogni confusione tra Dio e il mondo, deve garantire l’id quo maius. La fede tiene aperto il comparativo e ci fa rinunciare ad esso. Ognuno é il suo mondo e questo deve liberarci dalla frenesia di compararci. Ritornare all’idea di un Dio separato dal mondo é un retrocedere a quel paganesimo dalle parvenze di un cristianesimo che ha caratterizzato il Medioevo[7]. Si vuole tornare a questo??? I fatti di S. Sofia non ci danno diritto d’accuse, di indagini su potenziali capri espiatori, e tanto meno a sproloqui privi di senso ma ci invitano a ripensare il sottofondo positivo dell’esistenza cristiana prima di qualunque altra contingenza. Ci rimandano ad un cammino cristiano come istanza principale dinanzi alla misericordia della storia della salvezza. Il comparativo divino si fa garanzia di dignità e decoro dell’esistenza del cristiano per saper affrontare i normali corsi e ricorsi della vita come nascita e morte, inizio e fine di ogni cammino.

 

3. EPILOGO: il condizionamento ovvero quello che succede quando la parola diventa strumento a proprio uso e consumo, gestendo l’informazione con sproloqui e abusando della libertà interpretativa, non rispettando più il suo ruolo archetipico di memoria e identità.

Il condizionamento arriva inevitabilmente dalla gestione della comunicazione dei mass – media. Senza fare clamore si va estendendo l’applicazione di quanto la semiologia aveva germinato[8]. Si persuadono e si condizionano masse ignare, non in modo palese e brutale ma morbidamente passo dopo passo, per così dire “a rate”. Una volta conosciuti i meccanismi della comunicazione, si mette in atto il concetto della semiosi illimitata nel campo commerciale (spot pubblicitari), nell’informazione politica tattica (condizionamento, disinformazione) e nell’azione militare (“intelligence”, trattamento dati, escussione[9] del nemico). Si tratta, una volta stabilito l’obiettivo da imporre, di partire dal traguardo (da raggiungere) andando a ritroso verso il punto di partenza, cioè dallo scopo, a cui si vuol tendere, regredire a tappe alla situazione di opinione iniziale. Capovolto, poi, l’ordine di successione, ne risulta una azione di diffusione di una serie di “input dosati” sui “media” compiacenti, una serie temporale di scelte d’opinione forzate univocamente, di biforcazioni d’opinione pilotati o “creoti”, fino all’obiettivo da imporre, obiettivo che nella convinzione generale parrà scelto liberamente dalla società civile.

Tutto questo è manipolazione mediatica: l’impiego delle conoscenze semiotiche ed altre, per violare la libertà umana, ossia per assoggettare al volere di oligo-potentati occulti (burattinai) la moltitudine umana (pupi[10]), annichilendone l’autonomia e la personalità. La semiologia da scienza umanistica diventa potenziale strumento di disumana tirannia occulta[11].

Ecco che il compito di ciascuno sembra essere richiamato ad un ordine di responsabilità nel rispetto di quella reciprocità invocata dagli eventi della vita che si preoccupano della comprensione di quel linguaggio che attraverso il meccanismo irreversibile iniziato per mezzo del telegrafo ha alienato la dimensione spazio – temporale preesistente più di qualunque altra innovazione tecnologica.

[1] Dante Alighieri, La divina commedia. Paradiso, c. 1, vv. 70 – 71. Per un approfondimento sul termine trasumanar si veda Angelo Pellegrini, Su una poesia di Pierpaolo Pasolini. Provocazione, in “Città di Vita”, anno quarantottesimo –  n. 1, Firenze 1993.

[2] cfr. De Luca E., Il contrario di Uno, Milano 2003, quarta di copertina.

[3] Perché la nostra mente non é solo temporale ma “È evidente che la sua vita ha una dimensione in più: non è soltanto umana, è anche “cosmica” per il fatto di avere una struttura transumana” in M. Eliade, Il sacro e il profano, Torino 1987, p.195 ….

[4] Nel senso di vedere le cose nel loro insieme cioè tra loro condivise e non nel senso di condividere un evento.

[5] Il termine diegesi rispetto al termine narrazione prevede l’approccio ermeneutico a qualcosa che vuole essere compreso di senso come la storia universale.  

[6] Cfr. Mille raggi di un unico sole di N. e Paolo Borgia in “Katundi Ynë” n. 116 – 2004/3.

[7] Per un approfondimento della questione si guardi Elmar Salmann, Presenza di spirito. Il Cristianesimo come gesto e pensiero, Padova  2000. ID, Contro Severino. Incanto e incubo del credere, Casale Monferrato 1996.

[8] Charles Sanders Peirce parlava di “semiosi illimitata”, come dire: il fumo rimanda al fuoco, il fuoco evoca una comunità, una comunità è potenzialmente nemica, un nemico può minacciare la pace…(vedi caso Iraq).

[9] Forma di maieutica violenta

[10] Il pupo é una marionetta popolare siciliana che non viene mossa con i fili ma con croci rigide di legno. É una figura che risale all’epopea carolingia.

[11] Cfr. Conoscenza, paura e potere di P. Borgia in “Katundi Ynë” n.110 – 2003/1.

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