ARBËRESHË TALEBANI O PINI LORICATI?
di Nando Elmo
Ma sì che ha ragione la Signora (Zonja o Zonjusha? Ma che
idiozia, che ironia a buon mercato) Orjeta Hashorva.
Ma certo che ha ragione lei nel denunciare la dabbenaggine degli
estensori delle frasi incriminate. Ha ragione lei, Zonja: Zonjë
dell’indignazione, che è virtù povera; Zonjë di un italiano tagliente
che i nostri si sognano (scrivessero così i nostri gazzettieri).
Ha ragione, certo, ma per eccesso.
Non posso concederle che dietro le frasi incriminate ci sia
un’intenzione, né buona, né cattiva, tanto più un’intenzione talebana.
L’avessero un’intenzione talebana, i nostri...
Il dramma è questo: l’arbëresh non ha intenzioni, né può averle, non
avendo mai esercitato il pensiero critico. Se avesse intenzioni, non
frequenterebbe i luoghi comuni, non le frasi fatte, non gli apoftegmi -
cui non crede nessuno neanche quelli che li hanno creati nella loro
ipocrisia; né si chiuderebbe nelle gabbie linguistiche di obsoleti
anodini vomitevoli stilemi.
Un pino loricato, semmai, il nostro, catafratto nell’abitudine, nella
“garanzia della noia” che lo salva da ogni rischio cui aprirebbe un
colpo di vento d’intelligenza. Dello Spirito. Sempre desituante dalla
filosofia sedativa tranquillizzante dei “sani principi” degli
eserciziari di latino che avevano, al mio tempo, la pretesa (fascista)
di educarci alle virtù classiche del bujku (“La terra non
tradisce mai” recitava in nero su un muro la retorica del Duce). Virtù
che erano solo nella testa metafisica di chi li redigeva, di solito
ipocondriaci intellettuali, professori llitrarë.
È
una vecchia questione, questa.
Chi ha frequentato i miei scritti (e mi si perdoni, per la circostanza,
questo “Cicero pro domo sua”) sa quante volte ho denunciato
questo vizio capitale: catechismi obsoleti, birignao simil curiali,
retorica da avocati da commedia all’italiana (han visto troppi film di
Totò e Sordi, prendendoli sul serio).
Si veda per esempio il vespaio che han destato i miei articoli su don
Matrangolo, non perché dicessi qualcosa di scandaloso, ma perché non
erano redatti secondo le regole del birignao da pompe funebri, non nella
retorica da encomio preficale, da “classico” epicedio (quanto era buono
il morto, quant’era santo, quant’era sostenuto dalla provvidenza – che è
una bestemmia - e chi può intendere intenda).
Ma tant’è. La Signora Hashorva (per me son tutte Signore) ha colto,
vivaddio, gli arbëreshë con le mani sporche di marmellata.
La solita.
Quella per cui moriremo di glicemia.
Devo fare i nomi di questi ladri di merendine, farcite di troppo miele,
che predispongono alla obesità mentale? Li ho già fatti varie volte, non
è il caso di ripetermi.
Che se fossero ladri di merendine sarebbe già qualcosa.
Il fatto è che i nostri si ritrovano con lo zucchero della cosiddetta
tradizione (ogni farina anche la più buona si trasforma in zucchero) e
non hanno mai esercitato la ragione critica per scrollarselo di dosso.
“Akyrósate
ten entolèn tou Theou dià ten parádosin ymón” (Mat. 15,6).
Giusto perché non manchi una citazione in un mio scritto, uso questa
frase evangelica: “Avete annullato la parola di Dio in nome della vostra
tradizione”. Per dire: “Dimenticate di vedere la realtà così com’è per
affidarvi ai vostri pre/giudizi, alla vostra pigrizia mentale”. Che se
vedeste senza pre/giudizi, senza chiudervi nelle gabbie linguistiche,
senza chiudervi nella morale da quattro soldi, forse vedreste che le
donne arberische sono “come sono”, non come immaginate che siano o
debbano essere.
Che esse siano “come sono” vuol dire che esse sono quello che fanno,
ora e qui.
Vestono in jeans, scoprono il pancino, vanno in macchina, vanno a
scuola, diventano medici, militari (pronte, senza tante storie, a tutte
le Abu Graib, pur di salvarsi la pellaccia), manager (pronte alla
concorrenza sleale, con spot pubblicitari menzogneri - così vuole il
mercato, e peggio per chi soccombe), devastanti geometri d’abusivismo,
ragionieri bugiardi con le dichiarazioni del reddito, avvocati (pronte a
vendere la madre per salvare il cliente e i lauti compensi),
intrallazziste quando scendono in politica, figlie di puttana quando
sono in carriera, pronte al mobbing ministeriale se sono
presidi,“and so on”.
Ed ha ragione la Signora
Hashorva quando chiude il suo intervento dicendo: “në
fund, përkujtoj se nëpër ara… gruaja arbëreshe ka shkuar gjithmonë”.
Chi ha la mia età sa che, per quattro Zonja e zonjushe della
piccola borghesia paesana che “shërbejën në shpì ture
ndrequr gjithë të mirat ç’i shoqi i siell”, la totalità delle
donne di Acquaformosa erano per i campi, dall’alba al tramonto, facendo
il più delle volte esse stesse da qerre caricando sulle spalle o
sulla testa pesi (barre) inverosimili, su e giù per le scoscese
balze dei Farneti, delle Lacche, delle Massavetere. Erano per “kronjet”
a fare “finjin” ammalandosi di artrosi
deformanti per quel loro tenere le mani, anche d’inverno, nelle acque
gelide dei lavatoi, stando (senza la grazia d’un cuscino) in ginocchio
(il ginocchio della lavandaia) sui loro bordi.
Erano per i campi a raccogliere olive, nelle brume dei lunghi inverni,
a vendemmiare alzando “vallunet” pieni
d’uva da caricare sugli asini dei mariti. A caricarsi di “barre
gobaçesh, kakarukashë, të hollashë”… Ad affondare le braccia
nelle madie për të gjeshjin brumët e të shkanojin
panetat - lavoro ingrato anche quello, nel fumo irrespirabile
e per niente salutare dei forni…
Erano a sgravarsi di figli innumerevoli che gli “mandava non il
Signore”, ma piuttosto un marito inconsapevole perso dietro i fumi del
vino, o dietro un’incontenibile foia da sottoproletariato – quando non
era il Duce a spingere gli irresponsabili ad ingravidare quelle donne
denutrite, invecchiate prima del tempo… (“beate le sterili” urlava
Cristo… contro tutti i cattolicesimi democristiani e berlusconidi…)
E
su quella immane fatica, le vostre estenuate poesiole, i vostri
“talebanidi” detti?…
Se i nostri scrittori (si fa per dire) avessero la capacità di vedere le
cose “in carne ed ossa”, forse, la smetterebbero di frequentare il loro
mondo idilliaco da “Mulino bianco” – anche qui troppa televisione e poco
mondo così com’è, qui e ora.
I
danni della scuola!
Nella quale sono ammesse solo le banalità di regime, solo il sapere
corrente e corrivo al sapere (si fa per dire) di professori altrettanto
banali, ripetitori di banalità acquisite da altre banalità. Nella quale
scuola ci si guarda dal rischio di un pensiero originale che debordi o
metta in discussione il non sapere del professore. Al liceo di mio
figlio si raccomandava di ripetere a memoria solo il libro di testo (e
guai a non ripeterlo a memoria). Come sapere acquisito una volta per
tutte.
E
il campo di battaglia del sapere dato un volta per tutte contro la
curiosità naturale degli adolescenti, è pieno di cadaveri: se
sopravvivono i fascismi con il loro culto del principio d’autorità.
“Tutto quello che non so l’ho appreso a scuola” diceva un grande…
Tra le entolai (i “mandata”)
di Dio, svuotate (akyrósate)
di significato dalla “tradizione”, credo vi possa trovar posto anche
quel principio che dice: “In natura nulla si crea, nulla si distrugge,
tutto si trasforma”.
Per gli arbëreshë, che hanno redatto quelle frasi, su cui si esercita la
puntuale e giusta indignazione della Zonja Hashorva, credo che il
principio vada riscritto. Con una fondamentale variante: “Nella nostra
storia nulla si crea, nulla si distrugge (il “pasado que no
muere jamas” di Borges) e soprattutto nulla si trasforma.
Tutto rimane uguale a se stesso, chiuso in un impenetrabile en soi”.
Negano essi così la storicizzazione dello Spirito e soprattutto
l’Incarnazione in un tempo e in un luogo. È l’unico peccato, che non si
perdona, quello contro lo Spirito…chi non si affida allo spirare dello
Spirito adora eidola…
È
chiaro che se “nulla si trasforma”, si può avere una grammatica
metafisica e imperativa ed una lingua quale che sia, magari stabilita a
tavolino, indifferente, asettica, per un mondo indifferente, asettico,
buono per “sportelli linguistici” (mamma mia)…
In un mondo indifferente, asettico, si può impunemente affermare che le
donne kan dinë të rrin ket vendi i tire.
Quale sia ki vendë e chi l’abbia predeterminato per l’eternità in
un mondo in cui tutto cambia, per entolè di Dio, nessuno
s’incarica di mostrare.
È
inutile chiedere ad un arbëresh uno straccio d’argomentazione, un frullo
di pensiero, un arzigogolo di dimostrazione.
Egli vive in un mondo idilliaco, in un’arcadia dove ancora esiste “Bujku,
një burrë çë shërben shumë. Ai vete nga dita poshta(?) me qe e
lopë”.
Chi s’è accorto che l’emigrazione ha desertificato le nostre campagne e
i trattori hanno sostituito la mansuetudine di qe e lopë?
Padroni di piangere sulla scomparsa della mansuetudine di qe e
lopë, però non fate finta che siano ancora lì vivi per i vostri
idilli…
D’altra parte një shoqe nikoqire çë ndreqin të mirat
çë i shoqi siell, edhe pastron shpinë e rritën fëmijin, me la
dovete ancora mostrare, in questi tempi di supermercati - sempre che al
davàr della parola segua il davàr della cosa.
Eccolo qui l’esempio di una lingua vuota che segue al concetto astratto
e distratto di un mondo da “Mulino Bianco”.
I
nostri sono incapaci di farsi ispirare dalle cose “così come sono”,
dalle cose “in carne ed ossa” nel loro attuale darsi. I nostri scrittori
(si fa per dire) quelle cose non possono vederle perché sono troppo
presi dal loro sogno, o meglio sono troppo impediti dal loro linguaggio
precostituito a scuola e dato una volta per tutte.
Se dovessero parlare di supermercati, asili nido, ragazzine in jeans,
che cambiano fidanzato secondo le stagioni senza complessi di colpa (vivaddio),
sempre più indipendenti, più autonome, più emancipate, più intelligenti
dei maschietti sempre più rincoglioniti, con la moto e il telefonino; se
dovessero parlare delle donne arberische che mandano a quel paese senza
tanti complimenti mariti inadeguati lagnoni tradizionali, dovrebbero
buttare alle ortiche il loro arbëresh stantio e darsi all’italiano come
fa Carmine Abate, o inventarsi di sana pianta un arbërisht senza pretese
puristiche – lasciate stare per cortesia lo Shqip, che è lingua che non
ci appartiene, come non appartiene lo spagnolo al catalano o al mursiano
ecc… nella Spagna delle mille etnie.
La lingua è strumento che si modifica con l’uso, e per l’uso. Se ho un
mondo nuovo da esprimere – e lo scrittore è quello che costruisce mondi
nuovi e quindi linguaggi nuovi - non posso usare un linguaggio datato.
Se vedo una ragazza in jeans, in minigonna, in pancino nudo, col
telefonino in mano, che parla liberamente e si abbraccia al suo
fidanzatino senza falsi pudori (e vivaddio); che va in palestra e
frequenta una scuola di danza - per la qual cosa è venuta su ad
Acquaformosa tutta una generazione di bellissime; non posso immaginare
di descriverla con quel linguaggio che contempla, ancora, donne che
“sanno stare al loro posto”, che non dicono bugie (che sono lo strumento
dell’universo mondo, dall’animale al vegetale all’inorganico, per
sopravvivere – quindi non la farei così moralisticamente lunga-
Nietzsche ha detto in modo definitivo che siamo tutti mentitori, tutti
ipocriti, tutti attori, che costruiamo maschere) o che puliscono la casa
e allevano figli (ma abbiamo carenza di asili nido, santiddio).
Qui si pone la vexata quaestio della lingua da insegnare.
Il problema è, cari arbëreshë (“manzoniani che tirano quattro paghe per
il lesso”, anche voi, se è vero che dividete fondi pubblici europei - e
immagino che siate sempre gli stessi intorno alla torta – proviamo a
indovinare nomi e cognomi? ma buon scialo e buon pro vi faccia, a noi
andrebbe di traverso quella torta) che non avete scrittori, perché non
avete niente da dire (quello che dite è puro flatus vocis, puro
tic verbale). Se aveste qualcosa da dire, sarebbe quello a suggerirvi la
lingua da usare.
Sapete come parlare – nevvero?- perché il vostro parlare è lo
strumento adeguato al mondo nel quale vivete, e non vi fate problemi.
Il problema si pone invece solo quando fate lo scambio di registro e,
dal parlato, passate allo scritto. Immaginate allora che tra l’uno e
l’altro registro non ci debba essere nessun rapporto, nessun contatto.
Ma questo è problema da flâneurs cruscanti.
I
quali, appunto, vivono astratti e distratti nell’Arcadia, dove però
abita anche la morte che canta. “Et in Arcadia ego”, che sta a
dire: “Anche qui niente è eterno, niente è fisso”.
Buttiamo dunque a mare lo skanderbekume di maniera, buttiamo a mare i
Katekismi pedestri – sono essi bestemmie contro lo Spirito che sempre
spira – buttiamo a mare, gli apoftegmi di una cultura stantia, il
Folklore da agenzia turistica: il triccheballacche di karramunxa e
arganeta non è mai riuscito a creare una nota nuova che sia una –
forse un po’ di napoletanume di risulta.
E
siamo stufi, viviamo in una noia mortale.
Né vivi né morti, né caldi né freddi .
Lo Spirito dice: “Sto per vomitarvi”(Apocalisse di Giov.).
Grazie, zonja Orjè.
Nando Elmo