DIARIO DI ACQUAFORMOSA
Di Nando Elmo
Giugno - Settembre 2005
15 giugno
Mi prende la depressione – ma come? la depressione? a un maestro di
Yoga? E già, anche le più esperte guide alpine possono scivolare in un
crepaccio, e non è escluso che possano essere travolte da una valanga;
anche i maestri muoiono – mi prende la depressione ad Acquaformosa, non
per quello che si pensa e che pensano tutti i “torinesi” che arrivano
qua: “Non fosse per mia madre – si lamentano - in questo buco non ci
verrei più. Tre giorni, massimo quattro, per salutare i parenti, far una
visita ai morti, e poi via di corsa. Come fai tu a resistere tre mesi?”.
No, non è discorso che potrei fare io, che vivo nei deserti e che non
riesco a trovare un posto migliore dell’altro.
No, mi prende la depressione perché qua tutto quello che faccio per l’arbresh
non interessa a nessuno. Non che ritenga le mie cose degne di una
qualche considerazione. Ma siccome rientrano in quel revival
dell’arbreshità, per la quale tutti si sbracciano, immagino che
dovrebbero suscitare la curiosità almeno negli addetti ai lavori.
Per dire: ho pubblicato il lungo racconto “E prëmtja e vogël”, in
parte su Katundi ynë e, in una edizione più ampia, sul sito “www
mondoalbanese.org”. Mi aspettavo che almeno uno “sportellista
linguistico” mi fermasse per strada per farmi, se non i complimenti,
almeno qualche osservazione sull’ arbresh alla firmoçkeza (almeno tale
mi pare) che mi ostino ad usare. Sono l’unico, dalle mie parti, a quanto
mi risulta, che si sia misurato col respiro lungo della prosa nell’arbresh
locale. Una poesia, diamine, ognuno la sa scrivere (faccio per dire).
Basta possedere un vocabolario striminzito, per piangere sugli amori d’antan,
sul tempo che se ne va, su mamma e su papà, sui valori e i costumi che
si perdono, per descrivere l’oro d’un tramonto, il blu del cielo e del
mare, gli occhi della fidanzata, il tempo che la beltà cancella tranne
che sul volto della mamma ... Ma provatevi con una prosa: è una fatica
improba. Che aspetta salario.
E
dunque mi sono sprecato per niente. Una prosa che non raggiunga un
lettore è lavoro inutile. E se il tuo lavoro è inutile, sei inutile pure
tu, è inutile la tua vita, il tuo sentirti acquaformositano...
Ma quelli che si sono sprecati con una laurea in albanese (leggi shqip),
che vorrebbero fermare la storia, perché non accolgono con interesse
un’opera che potrebbe dar a vedere che, insomma, insomma, è possibile
tenere viva una lingua interessandosi di problemi odierni con i mezzi
che quella lingua oggi ci offre? Io non credo che ci si possa illudere
di mantenere viva “una cultura (?)” limitandosi solo a cantare “Oj
e bukura Morè” o “jam e vinj e jam e vete”,
e rammentando il solito Skanderbeg, e ricordandosi delle proprie
“radici” durante qualche malinconico carnevale (ma perché proprio a
carnevale? Perché siamo solo buoni a far carnevalate?) ecc... Se la
lingua non è capace d’esprimere l’oggi, quella lingua è morta.
Io ho cercato d’esprimere l’oggi...
Perché dunque nessun’attenzione? Neppure alla “Fiera dei prodotti
locali”? Il mio vorrebbe essere un prodotto locale, come le salsicce
e le soppressate, che nessuno sa fare più. Forse che, se mi fossi
presentato con stridëlat o
me rrashkatjelët, che pure so fare
egregiamente, mi avrebbero dedicato una qualche attenzione? Dico i
giovani che hanno tanto da imparare, non solo le vallje.
Ma essi sono occupati in altro.
In cosa? Non si sa bene, certo nel bene di Acquaformosa. Quale bene? Il
bene, no? Mettiamo una festa della birra con wurstel e crauti
immangiabili.
E
ben gli sta. Vi immaginate un tedesco che si metta a cucinare
stijollata e macakorda
o dele alla pekurara, o rrashkatjelë di
cita?
Bisogna esserci nati per cucinare crauti.
E
questi germanesi che si improvvisano festaioli della birra fanno pena e
rivoltano lo stomaco.
Les huîtres le mangi decentemente solo in Normandia, e, se vuoi i
cannoli, devi arrivare a Piana degli Albanesi e per una cassata devi
raggiungere Palermo, checché ne dicano i catanesi. E se vuoi un
couscous, come Dio comanda, devi andare a S. Vito lo Capo - non ti
accontentare dei precotti dei supermercati. Dico, se hai buon gusto e ci
tieni alla tua salute. Se poi ingurgiti tutto, beh: Buona festa della
birra
Ma poi perché la festa della birra? Per il bene dei birrai di
Acquaformosa, immagino...
Intanto fiduciosi aspettiamo la festa di Alleanza Nazionale,
dell’Amicizia, dei Ds, di Rifondazione, e dei Fozaitalioti, che da buoni
ultimi chiuderanno l’eterna festa che è Acquaformosa con tanto di
karaoke con l’immancabile: “io ....vagabondo che son io” stonato,
sgolato, sfiatatato...
Nei buchi neri pare che il tempo si fermi... Platone avrebbe uno scialo
d’eternità in questo “Eterno ritorno dell’identico”... nei tormentoni
d’ogni estate... – e vuol dire che, ahimè, Acquaformosa non ha di meglio
da offrire.
2 luglio
Raffaella a Lungro e Angelo Matrangolo ad Acquaformosa mi domandano chi
sia la Jurendina del mio racconto – dunque qualcuno mi legge, ma non
ritiro quello che ho scritto giorni fa.
Angelo crede di averla individuata in una anziana di cui mi fa il nome.
Un nome che non ho mai sentito. Prego l’una e l’altro di non confondere
la letteratura con la “realtà”.
Tra l’altro, all’età che assegno al mio “io narrante” amante di
Jurendina, il mio io reale era in collegio a provare d’essere degno
d’altri amori... puntualmente naufragati come tutti gli amori che si
rispettino. Avessi avuto una Jurendina...
No, Jurendina non è mai esistita. E pure, dice Angelo, la donna, che ti
suggerisco, era bella, come la Jurendina che descrivi tu.
Angelo Matrangolo – che non abita ad Acquaformosa, è un emigrato come
me, forse per questo ci intendiamo – mi fa la grazia di farmi intendere
che ha capito che la lingua è sintassi e morfologia e che i prestiti
lessicali non la disviano per niente. La mia lingua può dirsi davvero
alla firmoçkeza perché della parlata di Acquaformosa non tradisco né la
sintassi né la morfologia. Lo capissero gli sportellisti...
15 luglio
Lungro non è per niente quell’unicum di cui si dice in uno
scritto in similretorica turistica che appare sul sito internet dello
sportello linguistico della pro loco. In ogni caso: unicum nel
bene o nel male? Lo sportellista non me lo sa dire. Se Lungro fosse un
unicum per la sua “cultura” arberisca che cosa dovremmo dire di
Piana di Civita di Frascineto di S. Demetrio ecc...?
Per ora Lungro è un unicum per l’incerta destinazione delle sue
opere pubbliche che ci sorprendono ogni estate. Basta andare a
Campolongo per chiedersi a che servono le stalle di un maneggio, a una
ventina di metri dal rifugio che dovrebbe ospitare gli eventuali
“maneggiatori” – o “maneggioni”?. A profumare gli ospiti del rifugio con
lo stallatico? Io scommetto che nessun cavallo mai sarà ospitato in
quelle stalle così come nessun ospite ha mai occupato il rifugio. L’uno
e l’altro andranno in rovina come vanno in rovina gli altri due rifugi
ubicati, a pochi metri, appena di là da una cinta di faggi che li
nasconde alla vista. Va in rovina anche la caserma dell’esercito alla
Madonna del monte nel territorio di Acquaformosa. Non è più abitata,
mi dicono. Sconcia solo il luogo più panoramico di tutta la montagna.
Non ci fu modo a suo tempo di fermare lo scempio. La richiesta agli
amministratori di allora fu fatta dal fratello di Otello Profazio (chi è
costui?), e a tanto personaggio non si poteva dire di no.
Poi bisogna sentire le geremiadi sul quel buco nero che è la spesa
pubblica....
*** *** ***
Mi fanno la paternale: “Statale cresciuto male. Col tuo stipendio
assicurato non hai mai rischiato”. Proprio quelli che con lo Stato, con
i finanziamenti pubblici di opere di incerta destinazione, vivono,
stravivono, arricchendosi a zefunno.
Per il mio misero stipendio ho dovuto faticare per una laurea che ai
miei tempi richiedeva impegno serio e sudori... Certo, avessi
immaginato, mi sarei fatto anch’io un diplomino che mi consentisse di
mettermi alle costole di qualcuno.... e avremmo diviso, tanto ce n’è
d’avanzo.... solo i cretini come me seguono un destino, una vocazione,
costi quel che costi...
29 luglio
Pensa come va il mondo!
Dev’essere proprio regno del demonio (eritis sicut dei): ai
piedi di un san Cristoforo - un tufo che non si decide ad essere
qualcosa (segno, cifra...), chiuso nel suo rimandare solo a sé - pietra
e solo pietra, malconcia - ad Altomonte si legge quest’epigrafe:
“Il
Sindaco Belluscio/ l’Amministrazione Comunale/ il Popolo di Altomonte/
auspicano che il nuovo millennio lasciandosi alle spalle il secolo
delle grandi illusioni possa elevarsi nel cielo della Storia affermando
con il trionfo della libera coscienza la giustizia tra gli uomini e la
pace tra i popoli/ Dicembre 999-2000.
Non la commentiamo (proviamo a fare un po’ d’ironia con Alfredo Frega
che mi accompagna, ma ci riesce male: come se “libera coscienza”,
“giustizia”, “pace” – dopo l’Iraq degli amici del nostro Sindaco - non
fossero grandi illusioni – ma inchiavardati nella retorica del millennio
come si potrebbe non esibirsi in idiozie? -. L’epigrafe si commenta da
sola con la sua bolsa retorica. Anch’essa come il S. Cristoforo non
riesce a farsi metafora, rimanda solo a se stessa, nella sua totale
insignificanza.
E
gli sta bene a Belluscio.
Ne rideranno i secoli, noi proprio non ci riusciamo.
Non è la sola targa che ricorda l’”umano transito” del nostro ad
Altomonte. I suoi maggiordomi hanno riempito di targhe i muri della
cittadina. Eterno come Cesare, nell’eterno ritorno dell’identico delle
epigrafi, aere perenniores: “Meglio il primo in questo villaggio
che il secondo a Roma”.
*** *** ***
C’è poi quest’altro che nel suo manifesto elettorale promette “solo
Valori”. Ma “chi li vale” questi valori? Con quella faccia, poi.
“Siamo disposti a sopportare le vostre opere, non le vostre facce”.
Qualcuno l’ha detto. Vedete Berlusconi che per salvare la faccia... o
tempora.
Tutti berlusconidi, frivoli, appena un lifting di “valori”. Per
conservare: l’eterno ritorno dell’identico: gli eterni valori, e la loro
nausea.
Il tempo che non passa mai. Nel buco nero dell’Italia andreottiana, per
esempio – nell’Italia dei valori.
Negli Usa sperimentano il trapianto di volto, di faccia, di prosopon, di
maschera, cambiar faccia se non si può cambiare altro. Coraggio, un
restauro: ”Non potendo restaurare l’anima restaurano la faccia” diceva
Stefano Armakolas, in un caldo pomeriggio di un settembre di qualche
anno fa a Roma, sopraffatto dallo sconcio di certi restauri... Un
restauro “è come negare la fthorà del peccato originale”, diceva
il maestro iconografo. “È come riaffermare la volontà di potenza (eritis
sicut dei)” dell’impotente creatura destinata alla morte, direbbe
Šestov.
2 agosto
Una Katia Ricciarelli in disarmo. Periclitante non solo sulle zeppe
delle sue scarpe, ma sugli acuti a misura d’età (i suoi colleghi sono
andati in pensione).
Un’orchestrina, che non suona come i Berliner o come l’Orchestra
Giovanile Europea diretta da Muti, inaugura il festival d’Altomonte che
ha ambizioni mediterranee ed europee, come dice un’esagitata
presentatrice in adorazione davanti a sindaco ed assessori.
Un’orchestrina da festa di paese, insomma. Soprattutto quando si misura
con i preludi della Traviata e l’intermezzo della Cavalleria
Rusticana.
Ma si vede (si sente) che con la Katia non ha provato...
Al primo intervallo dello spettacolo che si fa pietoso me ne vado con
mia moglie a mangiare una pizza (!) lasciando gli strapaesani, lì a
godersi la moglie di Pippo – l’eterno ritornante, come il Mike.
Altro che Rossini, Puccini, e quant’altro mai. Signore in abito da sera
– noblesse oblige ?- distratte, chiacchierano raccontandosi
tutto il mare dei Laghi di Sibari. Della Katia, ex gloria dei teatri
d’opera, che ce la mette tutta, se ne fregano. Se ne fregano del
concerto. Sono lì per la moglie di Pippo; come gli operatori delle TV
locali che vanno su e giù, inquadrano fotografano e se ne sbattono di
chi è venuto a teatro con l’illusione di sentire, stufo dei karaoke, un
po’ di Verdi Rossini Puccini che l’orchestra manda a puttane.
Ma agli acuti e ai gorgheggi dell’eterna Napoli il teatro esplode.
Quando finirà?
3 agosto
Pare che l’unica autentica festa, gli acquaformositani – che fanno festa
tutto l’anno – l’abbiano fatta la domenica in cui hanno riportato in
montagna – a piedi vivaddio – Shënë Mërin e Malit
nella sua chiesetta restaurata, nella frescura dei 1400 m.
Io non c’ero per “motivi di famiglia”. Avrei voluto esserci. Per quel
pellegrinaggio partito all’alba di domenica 24 luglio tra canti e balli.
Tutti presi dall’enthousiasmos.
Per Platone, che seguo non solo in palestra, le feste sono centrali per
il buon governo della Polis.
Chi mi racconta di quel pellegrinaggio, senza auto, è commosso.
Mi dice di aver avuto i brividi fino alle lacrime. Non gli ho domandato
se si fosse reso conto che era stato visitato dal divino. Dal sacro,
meglio. Da quell’oltre senso indecifrabile che ci prende quando siano di
fronte all’insolito che “libera” l’enigma dell’esistente. Come nelle
feste. Anche in quelle della birra.
Nella festa, con i suoi riti, torna l’identico ad assicurarci che il
giorno nasce ancora – vittoria sulla morte. La festa, però, rompe anche
la routine, l’eterno ritorno dell’identico quotidiano,
come uccisione del drago che tende ad avvolgerti nelle sue spire – come
uccisione dell’uroboro, come rottura del cerchio che soffoca ogni
speranza, ogni apertura dell’oltre senso. Come ripresa del viaggio senza
ritorno.
La festa della Madonna del Monte è sempre stata questo: ritorno al
“fondo” dell’infanzia; rottura del tran tran del quotidiano con le sue
“necessità”. Nei fumi del vino (Dioniso) che è sempre “smemorare” della
“legge”, della “regola” (Apollo): apertura del “de/syderare”, del “de/lyrare”.
Non sacro e profano. Solo sacro (ma è vietato parlare del sacro) nei
suoi due aspetti di rottura del cerchio. Mai perseverare, mai fermarsi,
mai stare: perseverando (diabolicum) si eleva il parziale a
totalità, a idolo bugiardo.
*** *** ***
Don Matrangolo: l’hanno imbalsamato, l’hanno santificato: l’uomo
scarnificato, reso icona,.
Non era quel grande”sapiente” che si dice – né ci teneva ad esserlo.
La sua teologia e la sua filosofia iniziavano e finivano in S. Tommaso,
mai assunto criticamente collocandolo in un tempo e in un luogo. Per
quanto bizantino sarebbe voluto essere, don Matrangolo si fidava troppo
de la logique, de la morale, de l’administration.
Era troppo “Vaticano”, insomma. Capisco perché non poteva andare
d’accordo, per le sue assunzioni teologiche, con la Zarri, alla quale
avevo inviato il suo libretto sulla “Venerazione a Maria nella
tradizione Bizantina”, ricevendone un’aspra critica.
Io spero che i nuovi “bizantini” di Acquaformosa, con il loro ritorno al
greco nella liturgia, facciano vedere e capire che cos’è l’altra chiesa
che abbiamo sepolto sotto Azione Cattolica, Comunione e
Liberazione, Opus Dei e il berlusconismo di risulta di tanta
Democrazia Cristiana di cripto fascisti con il loro pelagianesimo.
Sono le cose che dicevo a Don Matrangolo (che andava in sollucchero per
i cavalli bianchi di Hitler e Mussolini) quando riuscivo a prendere il
coraggio a quattro mani e dargli sulla voce. Allora mi guardava
interdetto forse domandandosi come avesse potuto crescere un simile
mostro avviandolo ai libri.
Tutta la teologia che ho studiato, l’ho studiata per tenergli testa, per
uscire dal cerchio magico della sua logica aristotelica, dalla sua
richiesta di “idee chiare e distinte” che gli davano sicurezza logica
e psicologica. Ad esse contrapponevo: “eis merous
ghinoskomen eis merous profitevomen” (“conosciamo per
frammenti e frammentariamente ci esprimiamo”) – un S. Paolo (“debole”,
paulus) troppo spesso dimenticato.
3 agosto sera
Bella la statua di Padre Pio ad Altomonte: poteva mancare? E bellissima
quell’altra, sempre di un altomontese, di Cristo, accanto allo sconcio,
vero mostro ecologico di ferraglia, della centrale elettrica a Serra
Giumenta (“Una bumma ci vulissi, professò” mi dice un amico di
Altomonte che mi racconta le mirabilia delle collusioni politiche).
Chissà chi ha dato i permessi per l’una e l’altra? Finiamola di fare il
bene della Calabria in questi termini e a questo prezzo. Smettiamola con
i mosaici come quello dell’onnipresente padre Pio di S. Demetrio
Corone. Non è possibile che il sentimento religioso, che ci ha regalato
Cimabue Giotto Rublëv ecc..., si sia ridotto a produrre questi sconci
ispirati solo da mammona.
4 agosto
Pare che la tendenza alla castità, all’asessualità, sia dovuta a carenze
organiche, alla alterazione dei livelli di testosterone e della
prolattina che frenano il desiderio, la libido. C’è, per questo, chi
detesta non solo di avere rapporti sessuali, ma persino il contatto
epidermico con l’altro: niente carezze, niente baci, niente sfioramenti.
Pare che si sia scoperto un quarto sesso: quello degli asessuati,
appunto.
La vita monastica, se così è, prima che una scelta consapevole, deve
essere la risposta ad una condizione biologica.
Se è vero che la regola del celibato è stata suggerita dai monaci, si
può pensare che sia stata imposta da asessuati, che detestavano donna e
corpo, all’universo orbe religioso.
Gli asessuati oggi, invece di riempire i monasteri, si riuniscono in
un’associazione dall’acronimo evocante cieli puri e profumi preziosi:
Aven (Asexual visibility and education net work).
La castità allora, se così è, non ha a che fare con la vocazione
religiosa e con la scelta mistica ed ascetica, ma con una banalissima
differenza sessuale, come l’etero e l’omo, che nella vocazione religiosa
trovava il suo spazio vitale.
Probabilmente, oggi, tutte le ninfe della mitologia, che detestavano il
contatto etero sessuale perfino con gli dei, s’iscriverebbero all’Aven.
E Diana, la casta diva, eviterebbe di far sbranare il povero Atteone. La
castità è vecchia come il mondo e non ha mai aggiunto niente alle
aspirazioni ascetiche (si vedano il Tantrae e le sculture
di Mohenjo Daro; ma anche , perché no?, il Cantico dei Cantici).
Ed era probabilmente un asessuato, con tutti gli annessi problemi
psicologici, S. Luigi Gonzaga che si diceva, con grande, compiaciuta
enfasi dei confessori, inorridisse perfino alla vista del proprio
corpo?)
Allora ben vengano i preti sposati i quali predeterminati da cause
organiche alle loro abitudini sessuali, non hanno niente da
rimproverarsi nel confronto con gli asessuati.
D’altra parte, dicono i Padri ortodossi, il disprezzo del corpo è pura
kakodoxia ellenica (Palamas).
5 agosto
“La teologia, con le sue categorie logiche, è una scuola di ateismo”.
Così sospira mons. Dalmazio “venerando professore di teologia” del
Vaticano, in un articolo, su la Repubblica di oggi, di
Paolo Rumiz, che va in cerca d’oriente
Solo le anime candide di Acquaformosa, che ancora mi guardano con
imbarazzo per quello che ho scritto sull’”ateismo” di don Matrangolo,
non lo sanno. Con la “ratio” non si va da nessuna parte in
teologia. Al massimo si mette in bella copia un pensiero “conseguente”
e “rigoroso”.
La Fides non ha alcun fondamento: è fides e basta, un
movimento del “cuore che ha le sue ragioni” – che non sono le ragioni
della “ratio”.
Ratzinger è un professore, si vede lontano un miglio – e non può non
avere commercio con la “ratio”.
Sarebbe bello se le cose della Fides fossero “chiare e distinte”
come il teorema di Pitagora. Ma si può avere “fides” nel teorema
di Pitagora? – o forse sì...? Forse che sul teorema di Pitagora non si
basa tutta la “Fides” delle magnifiche sorti e progressive
dell’evo illuministico?
*** *** ***
Lo so di non valere granché.
Nessuno paga i miei scritti, nessuno i miei quadri (regalo tutto a
tutti, anche se qualcuno è pronto a giurare che per un mio quadro gli è
stata offerta una cifra considerevole, mettiamo lo stipendio di un
dirigente). Nessuno paga le mie lezioni di yoga, i miei massaggi
ayurvedici (che dicono molto efficaci).
Non sono morto e non muoio di fame. A suo tempo mi ha adottato lo Stato,
che non ha mai valutato, ironia della sorte, la mia specializzazione.
Anzi quando portai i mei titoli, il professore, che doveva giudicarli
per l’Irrsae, mi disse, senza mezzi termini, che aveva già chi
presentare: la figlia.
Dalle nostre parti, questo si chiama mafia, in Piemonte (dove non s’osa)
si chiama schifo.
La mia laurea è valsa tanto quanto la quinta elementare di qualsiasi
bidello, anzi meno. Avessi fatto il bidello e mi fossi fermato alla
quinta elementare, forse oggi non soffrirei degli stati depressivi che
mi accompagnano fedeli, fedelissimi, da una vita. Avrei potuto fare il
sindacalista, il porta borse, il porta femmine, il procacciatore
d’affari vestito all’ultima moda, come il bellimbusto, pieno di soldi
(mi dicono) senza arte nè parte, che si aggira tra Acquaformosa Lungro
Firmo... Come questo di Rivarolo, ex sindacalista, ex porta acqua del
Psi, ora dirigente di non so quale ente, pieno di denaro anche lui,
sciupa femmine, bel ragazzo con zazzera brizzolata, bionda al seguito, e
occhialini super leggeri alla moda.
Certo che mi deprimo...
Una bottegaia con cui una volta mi sono confidato, mi ha consigliato
(lei che non fa letteralmente niente tutto il giorno) di darmi alla
campagna, alla zappa.
Per quello che ne so, gli zappatori di Acquaformosa, quando ce n’erano,
tornati dalle dodici ore di fatica, andavano in cantina, si ubriacavano,
e picchiavano le mogli.
“Son tutti depressi”, diagnosticava don Leonzio, il medico di tanti
acquaformositani che zappavano le vigne e di lungresi che “zappavano” le
viscere della Salina.
Neanche il marco tedesco è riuscito a salvarli dalle depressioni.
Ad ogni modo, pare che la depressione sia uno stato normale degli umani
– salvo a patologizzarsi -. Così sapeva Aristotele, una volta. Così sa
Borgna, oggi.
Per la consolazione dei più: erano depressi Empedocle Socrate e Platone.
E dobbiamo considerare sintomo di depressione l’iperprassia di
Alcibiade. È di sicuro depresso il nostro berlusca con le sue manie
d’eterna giovinezza e con il suo decisionismo... E sono depressi quanti,
come Baudo e Mike, non si decidono ad andare in pensione. Giunti a una
certa età in India ci si rifugia in monastero per prepararsi alla
morte...-
Sui nostri depressi arricchiti in America e in Germania, sentenziava don
Matrangolo: Più ricchi e più violenti (essendo la violenza una reazione
alla depressione). Don Matrangolo in camera Charitatis
raccoglieva le disperate confidenze di povere mogli, depresse anch’esse,
che subivano le violenze dei mariti.
“Oggi si ribellano e scappano via. È aumentato anche ad Acquaformosa il
numero delle separate” mi confidano due compiaciute signore che incontro
durante una delle mie passeggiate notturne al Cozzo del Farneto.
“Non parlare male di Acquaformosa, guai a te” mi minacciava don
Matrangolo.
E
io non parlo male di Acquaformosa, ma non posso non godere quando so di
una moglie che scappa via. Adoro quelli che scappano – Tolstoi scappò a
ottant’anni da una moglie impossibile...
Ma sta che Acquaformosa è mondo, il mondo.
E
come mondo non può non essere regno di mammona. Ai neoricchi, sempre in
erezione e proprio per questo depressi, io propongo un po’ di Yoga....
“che non guarisce, ma aiuta”.
*** *** ***
Per quanto mi riguarda, come il divino Platone, prego Pan e tutti gli
dei che abitano Acquaformosa, di concedermi tanto oro quanto ne può
desiderare un saggio, o quanto ne possono contenere le sue tasche sempre
vuote...il resto è volgarità, voglia di riempire il vuoto incolmabile
della nostra vita – puro berlusconismo che nessun lifting può redimere –
puzza di morte che assale: basta non lavare le ascelle un giorno per
sapere di che cosa sto parlando.
Essendo un platonico non disdegno la palestra. Quella di Armando che
alleva tanti Platone (il “fustaccio”, l’”armadio”, il “palestrato”, il “chiattone”,
il “marcantonio” – così potremmo tradurre questo nome che era un
soprannome). E di Brunilde Lato che è venuta dall’oriente a ricordarci
che siamo più orientali che svaccati latini, più “baresi”, che
“napoletani”, come suggerisce Rumiz su la Repubblica.
*** *** ***
Non vorrei che questa sottolineatura di orientalità suonasse come un
vanto farisaico. Non m’interessano le “radici” forti. E quali radici poi
per uno in fuga come me? Orientalità? Un profumo solo, uno scrollo dalle
spalle di ogni identità forte, da primogenitura, come quella latina...
Vorrei solo che suonasse come la “ikanotes”,
la “sufficentia” di Paolo che davanti ai super apostoli si
dichiarava “ectroma”. Per non sollevare il capo, ma anche per non
abbassarlo...
5 agosto pomeriggio.
I
“nuovi bizantini” di Acquaformosa, in odore, in profumo, di ortodossia,
hanno ripristinato la messa in greco. Tutta in greco. Senza
l’inframmezzarsi dell’albanese e dell’italiano (pura volontà di potenza)
di don Matrangolo. Hanno ripristinato anche gli incensi che una volta
erano riservati solo alle solennità. E l’antidoron, la
distribuzione, dopo la messa, del pane benedetto. Così anche un’ectroma
come me può comunicarsi, raccogliendo le briciole dalla tavola degli
invitati con la veste adeguata.
6 agosto Trasfigurazione di Nostro Signore.
Dopo la messa, i neobizantini, hanno distribuito l’uva benedetta al
posto dell’antidoron. Uso andato perso con gli “uniati”,
cresciuti tra Grottaferrata e le facoltà teologiche di gesuiti e
domenicani. Nella omologazione tentata, e portata a termine dagli “uniati”,
quanti usi bizantini (ortodossi?), che potrebbero fare oggi l’identità
arberisca - e “disperatamente” ricercati “altrove” da chi vuole (?) una
identità - sono andati persi?
Oggi l’identità (insostenibile dal punto di vista logico ed ontologico
(vedi Hume), antropologico, sociologico ecc...: siamo snodi, non nodi
che si avvolgono pervicacemente attorno al proprio ombelico come papas
Bellusci - si studino Remo Cantoni, Foucault, Deleuze, Remotti ecc...),
oggi l’identità si cerca altrove. In Shqiperia. Identità posticcia:
falso storico, falso culturale. I nuovi “uniati” filoshqipetari tuonano
da tutte le cattedre universitarie.
Ma, insomma, siamo tutti cresciuti a greco e latino: mi volete dire
quanti sono in grado di scrivere una proposizione sola in quelle lingue
o domandare dove si può prendere un caffè? Sono, per caso, sopravissute
quelle culture (diciamo solo da noi magnogreci ed eredi latini)
all’oblio, nonostante gli “sportelli linguistici” delle università e del
Vaticano? Sono per caso altro da lingue di specialisti? La lingua o è
quella dell’uso o è reperto archeologico buono per i giochetti delle
cattedre universitarie...
*** *** ***
All’uscita dalla messa della Trasfigurazione, alla quale da ex
iconografo non manco mai, sono avvicinato da un gruppo di “laici” in
libera uscita. Confermo che vado a messa forse perché son più
pitagorico, come il nostro Capparelli, e platonico, che altro – mi
dispiace abbassarmi alle superstizioni delle radici etniche e del legame
con l’infanzia e del mio passato di Grottaferrata, cui sarò per
l’eternità grato - con riserva.
Sono sempre più convinto che siamo tutti religiosi: anche il laicismo è
una professione di fede con i suoi fanatismi – ne ho già scritto in
tempi non periani, non ratzingeriani.
Sono poi convinto che anche nei libri di Odifreddi ci siano le cinque
emme di Lombardi Vallauri: Mito, Metafisica, Misura,
Misticismo, Musica, che corrispondono ai nostri modi di
rappresentarci la realtà: Religione, Filosofia, Scienza,
Sentimento (ragioni del cuore), Teologia (Musica come
teologia muta). In Odifreddi prevale sulle altre variabili la “misura”
della logica della matematica della scienza, ma mito, metafisica,
misticismo, musica (poesia, teologia), non sono per niente assenti. È la
parola stessa che rende tutto mito, metafisica, misticismo, musica:
anche le proposizioni scientifiche, anche i modelli matematici.
Oggi d’altra parte siamo dominati dal Dio dell’Economia, monologante
come tutti gli dei. A lui sacrifichiamo tutto, anche i nostri figli, le
nostre mogli, le nostre madri. E soprattutto la nostra coscienza.
L’Economia è un mito, ha la sua metafisica, la sua struttura
scientifica, la sua mistica (vedi Cuccia: chi più monaco, più santo, di
lui), la sua teologia.
Tra banca e chiesa, preferisco la chiesa. Dove almeno si respira
incenso... e dove, al posto d’impiegati incravattati, appendici in
carriera di macchine, incontro umili figure d’umani... – o che almeno
tali mi appaiono.
9 agosto
Parafraso Umberto Galimberti, che sembra giungere oggi a proposito (la
Repubblica, 9 agosto 2005): parlare una lingua, usare
quotidianamente una lingua, “è caricare (le cose) di sensi che
trascendono la loro pura oggettività, è sottrarle all’anonimia (dell’indifferenza
di un vocabolario) che le trattiene nella loro inseità, per
restituirle ai nostri gesti abituali, che consentono al nostro corpo (alla
nostra arbreshità) di sentirsi tra “le sue cose”, presso di sé” (i
corsivi sono aggiunte mie).
Con tutta la buona volontà, con lo shqip non mi sento presso di me, non
mi sento a casa mia – se ciò è un’identità. Come non mi sento presso di
me, non mi sento a casa mia, quando, rarissimamente, per caso, entro in
una chiesa latina. Non so pregare che in greco...
*** *** ***
sera
Il festival di seconda mano di Altomonte, ha di nuovo uno dei suoi
picchi di qualità. Un Paganini stracotto che lascia fare tutto alla sua
Compagnia, riservandosi solo rare apparizioni, in tutta sicurezza, mi
rovina un’altra serata a teatro con tanghi che non sono tali – i passi
dei ballerini andrebbero per un saggio d’accademia di fine anno senza
grosse pretese coreografiche o al massimo per un “Lago dei cigni”, non
per le musiche di Astor Piazzolla, così fuori accademia, almeno nelle
intenzioni dell’autore – e un sirtakì che non ha niente di Zorba. Il
pubblico, en masse, batte le mani ritmicamente alle famose
popolari note. E Paganini si esibisce in coda – finalmente – in piroette
che fanno ancora più male al “gusto”. Penso ad alta voce, ma mi freno
dopo due battute. Ho accanto Alfredo Frega e temo che dica: “Al solito ,
non ti va mai bene niente”.
*** *** ***
La serata non poteva concludersi senza l’ectoplasma di Belluscio, la
presenza del cui nome non risparmia nessuna targa celebrativa dei fasti
comunali di Altomonte. In un manifesto egli si lamenta di come vanno le
cose in Calabria. Piange sulla “famiglia”di cooptati al Comune. Non c’è
più. Non c’è più “la famiglia”. Ingrati: gli ha dato il posto e non
rispondono più.
I
passanti linguistici la dicono lunga sulla situazione in Calabria e non
solo.
In provincia è tutto così: o appartieni “alla famiglia” o non ci sono
diritti che tengano. Anche in Piemonte: ora che non c’è più lavoro, quel
po’ che c’è se lo spartiscono i figli di papà. In Calabria se hai soldi
ti fanno un concorso tutto per te.
(Mentre metto in bella copia queste note, mi giunge notizia che quel
tale assessore regionale che era venuto ad Acquaformosa alla festa di
Rifondazione a parlare di corruzione negli apparati pubblici, è
stato colto con le mani nella marmellata anche lui. Ha assunto in un
ufficio regionale la moglie. Si è scusato dicendo che tutti fanno così.
Ha ragione – si veda a Lungro. Ma il problema è proprio questo: uscire
da questa perversione. E se non lo fa Rifondazione, han voglia di
manifestare quelli di Locri – polis perfetta ai tempi di
Platone).
10 agosto
Passeggio con Alfredo Frega. Incontro la maestra di danza Brunilde Lato.
Non mi lascio scappare l’occasione per chiederle un giudizio su Paganini.
Voglio sapere se davvero non mi va mai bene niente, o se le mie riserve
di ieri sera erano fondate.
“Oh, per carità - dice la shqipetara - povero Paganini” – la sua scuola
di danza è intitolata a Paganini. È d’accordo con me: l’esibizione di
ieri sera era più un saggio di fine anno che non l’interpretazione delle
musiche di Piazzolla. Concordiamo in tutti i giudizi. Conferma anche
lei: “Sulla scena ci vuole carne fresca”.
Le domando, allora, se per caso capisco qualcosa di danza. Dopo anni di
apprendistato come clacchista prima al Massimo di Palermo e poi
all’Opera di Roma, poi ancora come abbonato al Regio di
Torino, un gusto me lo son di sicuro fatto. Mi dice di sì, che ne
capisco di danza.
Anche alla signora Lato – e le sono grato per l’insperabile aiuto che mi
dà – e qui la shqipetara dà una gran prova di libertà intellettuale – è
dispiaciuto il birignao dell’enfasi similcuriale degli spot pubblicitari
di ogni sera del presentatore nei riguardi di sindaco e assessori...
Provincialissimo questo ossessivo ripetere i modi delle presentatrici
televisive, di quelle più esagitate, e shtricanterra e vavuse
....
D’altra parte senza gli spot pubblicitari di personaggini scadenti, non
potresti avere personaggi di seconda mano, col motore fuso, che vengono
a dirti quant’ è bello e importante il teatro (che non è un anfiteatro)
di Altomonte “nel panorama del mondo artistico” – nazionale, vivaddio.
*** *** ***
“L’idea propria del senso comune secondo cui esiste una realtà oggettiva
“là fuori per sempre” è erronea. Quando realtà e conoscenza
s’intersecano, non v’è modo di fornire una risposta chiara su quando
qualcosa diventa reale”. - Davies: “Il mistero del tempo”, Mondandori,
pag. 189.
“Le parole contano, ma hanno la caratteristica peculiare di non essere
dei fatti”. - Catherine Millet - non ricordo da dove l’ho
appuntato.
Che ne direbbe Odifreddi?
Vado spigolando dai miei libri di cui ho riempito la valigia venendo ad
Acquaformosa.
Ma li rimando tutti in Piemonte con mio cugino. Qui non mi servono più.
Qui tutti sanno tutto – senza mai aprire un libro. Di politica in
particolare.
Mi libero soprattutto dei libri del matematico Odifreddi: libri di
logica.
A
che cosa servirebbe mai da queste parti la logica? Basta andare un po’
in giro per sapere che la logica è strumento poco usato.
E
poi Odifreddi parla male del papa, di berlusconi e di marcello pera.
Del pera, che discute col papa, dice che farebbe meglio a farsi una
pera.
Ma qui, ad Acquaformosa e a Lungro, prova a parlare male di berlusca e
di pera (anche se sei una testa come Odifreddi). I forzaitalioti, anche
a quelli che stanno passando a sinistra, per la nave che pare affondare
insorgono: il berlusca è grande statista e pera grande filosofo
(soprattutto da quando ha tenuto ai ciellini – ripetendo pari
pari i luoghi – ormai comuni – di Popper - una lezione magistrale sul
comunista Platone). Grande filosofo, come l’omologo buttiglione, pera.
Filosofi, l’uno e l’altro, che non trovi citati in nessuna bibliografia,
e in nessuna nota a piè di pagina. Ad Acquaformosa e a Lungro sono
ritenuti sommi, anche perché così dice “Il Giornale”...
E
poi Odifreddi parla male dell’ RCS, la trimurti dell’”altra cultura”,
Reale, Cacciari, Severino.
E
dire che Severino ha una logica così stringente, così necessaria, così
rigorosa (La struttura originaria – Adelphi), che lo porta ad affermare
che, contro tutte le evidenze, siamo eterni, nella Gloria
dell’Essere! Allora, non basta, seguire la ragione logica, non basta
sapere condurre due argomentazioni severe, esigenti, rigorose per essere
al riparo dalle fesserie, che il nostro direbbe “con molta autorità e
competenza”.
Vai a capire, le pretese di uno scienziato come Odifreddi che osa
pensare che il mondo sarebbe più sensato e la vita più degna d’essere
vissuta se si studiasse più matematica e scienza. Valla a spiegare agli
americani che hanno i migliori matematici e i migliori scienziati e pure
fanno le coglionate che fanno – a rigor di logica. Vai a capire, vai a
capire.
Io rimango legato a quello “schizofrenico” di Platone, che sentiva le
voci e affermava che le cose migliori alla Grecia sono venute dalle
donne invasate da theia mania e non dagli uomini in senno – in
effetti tutti i grandi scienziati, soprattutto i logici (Post, Gödel,
Kripke, Wittgenshtein, Pierce ... che vite hanno vissuto?), sono matti
...
Un po’ di sana schizofrenia val bene una messa e fa bene alla salute –
mentale (Borgna).
Avrebbero dovuto fargli un elettroshock a Platone, come al povero Nash,
che aveva (ha) le visioni ed afferma che la “sanità mentale dipende solo
dal voler essere sani”(bella logica: chi lo decide che, quando vuoi
essere mentalmente sano, veramente lo sei?)...
18 agosto
A
Lungro si tiene una conferenza su un illustre sconosciuto: S. Nilo di
Rossano, che era bizantino e parlava greco.
Tiene la conferenza un monsignore litì - anche perché noi non ne
siamo capaci, per definizione.
Dopo la conferenza, si apre il “dibattito”, che è solo, come di solito,
un “question time” – non c’è l’abitudine di dibattere. Vorrei
dibattere, provare ad esporre tesi opposte a quelle presentate. Mi
azzardo, dopo aver chiesto tutte le scuse di circostanza, ad obiettare
al vescovo che non è vero che gli arbëreshë siano stufi di sentire le
solite cose sull’Arberia. Gli arbëreshë sono solo analfabeti, affermo.
Se conoscessero le cose, di cui dovrebbero aver memoria, se non gliele
avessero fatte dimenticare, amerebbero sentirsele ripresentare per
approfondirle. E conoscerebbero, per esempio, S. Nilo, e non solo, ma
anche il Damasceno, il Crisostomo, il Nazianzeno, il Nisseno, altri
illustri sconosciuti, e li amerebbero più di Padre Pio, più di S.
Francesco di Paola, più di Maria Goretti, di don Bosco che hanno
cancellato dalla memoria degli arbëreshë i Damasceno, i Crisostomo
ecc...
Apriti cielo, come ho potuto osare di prendere la parola in un consesso
d’Azione cattolica e quant’altro mai. I più han scosso la testa per il
mio intervento inopportuno.
Non lo farò più, giuro. E come potrei, io che mi presento come un
ectroma (Paolo), un aborto, davanti agli apostoli yperelian,
kat’exokin, per excellence, nelle persone, appunto, delle
loro eccellenze, mons. Lupinacci e mons. Fortino, che hanno la custodia
dell’arbreshità e della bizantinità autentiche?...
Mi dispiace di aver scandalizzato quelle anime candide che venivano in
visita da Chieri...
*** *** ***
Se le preoccupazioni di Maria Franca Cucci servono per spiegare e
configurare questioni di questo mondo e delle sue pompe, le istituzioni,
esse non hanno alcuna rilevanza di fronte all’amore di Dio e del
prossimo, e agli atti di Charitas – che dovrebbe una buona volta
sostituire, come chiede Vattimo ( = battesimo: “rinuncio a Satana e alle
sue pompe”), la Veritas, soprattutto quella proclamata ex sese,
ex cathedra – non in orto/doxia. Di fronte alla quale
Charitas tutte le beghe curiali sono silenzio.
Erano assenti i preti d’Acquaformosa. Mi piacciono questi preti
“ortodossi”. Soprattutto perché paiono essere lontani da ogni Azione
Cattolica, da ogni Comunione e Liberazione, e da ogni Opus
Dei, e dalla loro inevitabile spocchia di primi della classe.
Settarismo, bell’e buono, questo: ognuno con la sua “relativa”
Weltanschauung - cristiana, ma sempre Weltanshauung. Che dire
del Cardinal Ratzinger e del prof. Pera, che discettano di relativismo?
A Rimini c’è stata la riconciliazione di Comunione e Liberazione
e Azione Cattolica: e che cosa le divideva mai, se non una
“relativa” Weltanschauung?.
È
qui che si costruisce quella filopsichia, che è male radicale (vedi Kant,
ma prima di lui Platone), non solo del singolo, ma anche delle società,
dei gruppi, che si danno uno statuto per distinguersi dagli altri
(l’identità, è autarkeia, dunque blasfemia).
Sembrano questi nostri preti, se Dio vuole, christiani sine glossa,
in umile servizio. Non hanno spocchia; non hanno supponenza
ministeriale. Hanno la simpatia del popolo. Forse proprio per questo
sono da condannare, da mandare in esilio.
14 agosto
Bravi questi bulgari che danzano motivi popolari accompagnati da tamburi
e flauti, altrettanto popolari! Questi nativi orientali mi mettono
strane malinconie. E sono d’accordo con il mio vicino che commenta: “Vet
na arbëreshë ngë dim’e bëmi fare gjë. Shifet se
këta kan skollë. Duan aqë mir tradhitat e tyre sa i studhjuan me ponì.
Vet na arbëreshë ngë kemi mot për fare gjë”.
Il festival di musica popolare di Castrovillari invia ogni anno qualche
gruppo straniero ad esibirsi al “campo del tennis” (nessuno ha mai
giocato a tennis) di Acquaformosa. Ci confrontiamo con la serietà degli
altri...
20 agosto
Festival di S. Demetrio Corone. Troppo Sanremo, mi pare. Il che la dice
lunga sulla nostra “omologazione”. Siamo italiani in tutto, se ciò vuol
dire ancora qualcosa all’interno della “bastardaggine”, del criollismo,
del meticciato universale. Le identità sono posticce. Una disperata
corsa antistorica, antisociologica, antiantropologica (v. Remotti:
“Contro l’identità”, Laterza 1996) le rincorre. Ciò non mi dispiace,
per le ragioni che vado ripetendo. Solo la presunzione culturale
occidentale può dire che siamo tutti americani. È che gli americani sono
bastardi, e dunque essendo tutti americani, siamo tutti bastardi.
D’altra parte, dove cercarlo l’oriente in musica: a Napoli? O forse a
Marrakech? Certo non in Calabria, e ancor meno a san Demetrio Corone...,
per una semplice ragione: l’accidente linguistico non fa musica...
22 agosto
Dotto incontro, per le conferenze del prof. Tortora dell’Univ. di
Salerno e della prof.ssa Ciaccio dell’Unical, a Guardia Piemontese sulla
minoranza linguistica valdese.
Terribile la storia dell’eccidio dei valdesi, dei pacifici valdesi,
raccontata in un documentario presentato dall’amico Alfredo Frega. Tanto
più terribile in quanto perpetrata in un luogo così bello, che si apre a
picco su un mare che dovrebbe rapire e liberare da ogni violenza.
Invece, tutti sgozzati come in una notte di S. Bartolomeo, in nome di S.
Romana Chiesa (sto sparando sulla croce rossa, o sto maramaldeggiando?).
I pochi superstiti costretti all’abiura, furono sottoposti alla
sorveglianza, attraverso finestrelle aperte sulle porte, che
consentivano alle guardie di vedere se caso mai nel chiuso delle
abitazioni, non continuassero nella pratica della professione avita.
Mi domando perché a noi arbëreshë non sia toccata la stessa sorte.
Eravamo già uniati? La sassaiola contro il cardinale Lamartine a Lungro
non provocò nessuna reazione violenta delle autorità latine.
Acquaformosa e Lungro covi di massoni – erano massoni i miei bisnonni
paterni...Tutto tranquillo tutto pacifico.
A
Guardia Piemontese di valdese non c’è più niente. È sopravissuta solo la
memoria nella toponomastica, mi dice Anna Visca.
La fede religiosa è un ottimo collante, più della lingua, nella
conservazione dell’identità. Ma se chiedi a uno dei nostri che cosa vuol
dire essere bizantini, non sa che risponderti, con la buona pace di
Mons. Lupinacci.
Il dott. Marco Fratini, in rappresentanza di Torre Pellice, sa che cosa
vuol dire essere valdese, come lo sanno tutti i suoi correligionari. Che
“piccolo resto”, piccolo popolo, come sono hanno tuttavia un importante
Ospedale e una attiva Casa Editrice, La Claudiana, a Torino
Mi piace ora, con una identità posticcia, dirmi ortodosso contro tutto
il “latino” che veniva a “disincantare” il greco della messa quando
s’insinuava nei canti liturgici. Negli Oracoli caldaici è scritto
che il sacro va espresso in lingue incomprensibili, barbare. Non posso
dire barbaro il greco; ma incomprensibile, inarrivabile, era quella
lingua nella mia infanzia. Il sacro vi rimaneva intatto. Che cos’è
quella volontà di potenza tutta laica, desacralizzata e desacralizzante,
volgare, che vuole la liturgia in italiano, in arbëreshë, se non in
shqip?
Certo è un conto cantare: Ti ipermacho stratigò ta nikitiria...
altro: Mira il tuo popolo bella Signora...Bella Signora chi? La
Theotokos?
In una Parigi post conciliare in odore di lefevrismo, con preti in
tonaca nera, come non più neanche a Roma, sentii cantare a mezza voce a
Notre Dame un “Salve Regina” in latino da un soprano dolcissimo.
“La mia relazione col cosmo – come direbbe Nash – fu senza limiti”.
Allora la razionalità del comprendere della lingua comunicativa,
referenziale, va a farsi benedire.
Devo dire che, qualche volta, passo a S. Pietro a Roma a sentire il
Tantum ergo sacramentum – e m’inginocchio pure come non farebbe
nessun bizantino - solo che poi chiudono la benedizione eucaristica con
“Christus vincit, Cristus regnat” e ti vengono le malinconie, che
guastano quell’iniziale “rapimento”.
Uno spinello spirituale, in ogni caso. E senti “le voci”. La vita allora
è degna d’essere vissuta, anche senza logica e senza scienza. Tanto,
quello spinello non fa male a nessuno...
Ma queste sono stranezze (“se non fossi strano – diceva Socrate - non
sarei la persona che sono”) che vanno forse in conto della tanto temuta,
da Odifreddi, schizofrenia - ma una “voce”, una vocatio, che ti
strappi dall’”indifferenziato”, val bene una schizofrenia.
*** *** ***
Rivarolo
Settembre
Tornato dalla Calabria, partecipo a cinque incontri di un convegno
organizzato dalla minoranza linguistica franco provenzale di Puglia.
Discuto le mie tesi linguistiche con i relatori. Tutti (eredi
dell’Ascoli) concordano con me, in particolare Francesco Candido,
assessore proviciale alla cultura di Torino, che mi dice di condividere
le mie polemiche. Discuto poi con la dott. Monica Cini dell’ALI
dell’Università di Torino, che mi assicura che insegnare lo shqip per
tutelare l’arbëresh è pura idiozia, dettata da interessi altri.
Nando Elmo