A PROPOSITO DEI FATTI DI SANTA SOFIA D’EPIRO
di Nando Elmo
- “Il compito del cristiano (e
siamo tutti cristiani) è quello
- di scavare sotto la coltre di ipocrisie
per esporre
- alla vista i denti del drago”.
- (James Hillman: Un terribile amore per
la guerra. Adelphi 2005)
- “Dopo tutti questi anni e tanto
filosofare prendono ancora ordini da Aristotele senza discuterli”.
- (B. Kosko: Il fuzzy- pensiero. Baldini
Castoldi 2002)
Se non sapessimo che la storia della Chiesa è segnata ab initio
(dagli Atti degli Apostoli) e nel corso dei secoli, da litigi (Act.15,
2, 36-40), diffidenze (9, 26), sospetti, gelosie (2 Cor.
12,11 e passim), separazioni, anatemi, intolleranze, violenze
inaudite, errori, orrori, guerre di religione, persecuzioni
antiebraiche, notti di S. Bartolomeo, roghi; se non sapessimo che
l’effusione dello Spirito è intermittente (Eb. 10, 11-12: kai
pas men hiereus hestike kath’hemeran leitourgon kai tas autas pollakis
prosferon thysias, haitines oudepote dynantai perielein hamartias – et
omnis quidam sacerdos presto est quotidie ministrans et easdem saepe
offerens hostias, qae nunquam possunt auferre peccata…) e che,
pertanto, lascia anche i consacrati nudi, nel loro essere uomini
peccatori come tutti gli altri, e, dunque, sprovvisti di discernimento e
di pietà – se non fosse così saremmo già tutti santi e non peccatori -;
se non sapessimo che i sacramenti agiscono ex opere operato e non
operarantis - per la qual cosa anche un prete indegno può
tranquillamente continuare nel suo ministero; forse potremmo anche
scandalizzarci di fronte agli articoli della stampa nazionale che
denunciano, i fatti che hanno per protagonista il nostro vescovo, tra
Grottaferrata (v. Il Messaggero -15 -01-05) e S. Sofia d’Epiro
(v. La Repubblica, 27 – 02 - 05), per tacere d’altro.
Non ci avevano incantato i resoconti, sul recente sinodo intereparchiale,
di mons. Eleuterio Fortino, pieni di luoghi comuni e banalità (non se
l’abbia a male, ma così è – l’analisi stilistica e
semiologico-linguistica di quei testi tanto ci dà), conditi, come
richiedono gli scritti di circostanza, dove si fa salvo tutto tranne le
“cose come stanno”, col birignao dell’ottimismo curiale sempre
bene/dicente.
A
suo dire, il sinodo si chiudeva in gloria.
A
dire del Messaggero, invece, vi si perpetrava un tradimento (“un
colpo di mano”) nei confronti del Monastero di S. Nilo di Grottaferrata,
e della diocesi di Piana degli Albanesi, ai quali il Vescovo di Lungro
vorrebbe sottrarre l’autonomia – chissà, lo Spirito avrà ispirato sia
“la comunione” e la “gioia” sinodale (K.Y., n. 117,
2004/4 – Lidhia, n. 52 ott. 2004) che il “colpo di mano”…
Non ci scandalizziamo, proprio per niente.
Siamo dei disincantati, di fronte alle cose di questo mondo, posto,
nonostante la Croce, sotto il dominio del maligno (kai ho kosmos
holos en toi poniroi keitai: mundus totus in maligno positus est
– 1^ Jo., 5,19): che cosa di buono potrebbe venire da Lungro, da
Piana e da Grottaferrata essendo anch’esse nel mondo, operanti con gli
strumenti del mondo? Che cosa volete che succeda se non quello che
succede da duemila anni, con il solito “tradimento dei chierici” (nel
senso inverso a quello di Benda) che son tutti “professori”, tutti “loici”,
tutti “ministeriali” di un’Istituzione umana troppo umana?
Non ci scandalizziamo neanche d’essere cristiani, nonostante tutto:
nonostante, ripetiamo, gli anatemi, i roghi, gli impalamenti, gli
scorticamenti, (Ipazia, Ipazia scorticata viva dagli amorevoli cristiani
- ma anche Flaviano, che non era filosofo pagano, ma vescovo, ucciso a
bastonate, abbracciato all’altare, dai “parabolani”, monaci della
tebaide – gli efferati talebani del V sec. istigati da Cirillo, dal
“nostro” san Cirillo);
nonostante “le mostruose assurdità di questi venti secoli “cristiani”
(Sergio Quinzio: Un commento alla
Bibbia, vol. III, pag. 273).
E
riusciamo ad essere “cristiani”, come altri sono appassionatamente
“comunisti”, nonostante i gulag - abbiamo bisogno di uno schema
teoretico entro cui interpretare il mondo, ciascuno il suo.
Sappiamo, nel nostro disincanto, che una è la teoria, una è la pratica;
altro è il modello ideale con cui si può interpretare un mondo, altra è
la sua realizzazione, la sua incarnazione e storicizzazione. Chi vuole,
parafrasi Einstein: “Nella misura in cui le leggi della matematica si
riferiscono alla realtà non sono certe. E nella misura in cui sono
certe, non si riferiscono alla realtà (Geometria ed esperienza)”.
E peggio per il pelagianesimo ante litteram di Platone e l’eresia
altrettanto pelagiana di Marx che rimangono scornati a Siracusa e a
Mosca: nessuna razionalità potendoli soccorrere: l’uno e l’altra
sueños (sogni)
de la razón que produce monstruos. Neanche la
ragione, soprattutto la ragione, ci protegge dagli incubi, soprattutto
dai suoi… è difficile pensare che i precisi dati della logica (così
chiara e distinta la “Repubblica” di Platone, così chiaro e
distinto lo storicismo, il materialismo dialettico marxiano) non
costringano i confusi dati di fatto…
Il modello logico non si adatta alla recalcitrante realtà? Ci penserà il
manganello, lo scudiscio, l’anatema, il rogo, il Sant’Uffizio dei
dogmatici…”a raddrizzare la schiena”….
Sappiamo, tuttavia, che anche il nostro disincanto è intermittente e non
sempre riusciamo a rimanere padroni dei nostri sentimenti, quando
leggiamo le cose che leggiamo sulla stampa nazionale… e ci si rivoltano
le budella per i diktat del Vescovo, che nominano parroco un
indesiderato ed esiliano il desiderato, e per gli sputi e le monetine
dei sofioti… - santa indignazione la nostra…una “povera virtù scontrosa”…non
si riesce davvero a capire come oggi continuino a verificarsi menate del
genere di quelle raccontate da Messaggero e Repubblica dal
momento che abbiamo strumenti intellettuali che dovrebbero tenercene al
riparo…
Concediamo (per carità) il beneficio d’inventario.
Ma se si risente l’Archimandrita di Grottaferrata; se si mobilita tutta
una popolazione, quella di S. Sofia; se devono intervenire perfino i
carabinieri (come mostrano le fotografie del servizio) per rendere
esecutivo un decreto del vescovo, allora c’è qualcosa che non va, nella
“gioia e comunione” sinodale di cui parla mons. Fortino; qualcosa di cui
vergognarsi, non davanti agli amici piemontesi che ci mostrano increduli
la “Repubblica”, ma di fronte alla coscienza cristiana che
vorrebbe che fossero superate, dopo duemila anni, tutte le ossessioni
metafisiche, e dunque idolatriche (degli idola fori, tribus,
theatri ecc… che nutrono le chiese) che armano sempre le
sinagoghe contro le persone, gli individui, gli irripetibili individui,
i Giobbe sofferenti, i poveri cristi, che nessuna “ragione teologica”
può confortare.
E
se noi non siamo abbastanza innocenti, abbastanza ingenui, abbastanza
“piccoli”, “deboli” da essere scandalizzati, c’è tuttavia chi si
scandalizza e dovrebbe essere protetto dalle “pietre d’inciampo” ne
detrimentum capiat (“meglio legarsi una macina al collo e buttarsi a
mare piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli” – i piccoli
essendo proprio gli “immaturi”…).
Ora ciò che ci sembra strano non è la circostanza che tutto un gregge si
metta contro il suo pastore, ma che il pastore non ascolti il suo
gregge.
Non si dà Ecclesia senza una comunità, senza una pluralità
d’individui. Non è il solo pastore che fa l’Ecclesia, è semmai
“il gregge”, l’Ecclesia, l’assemblea del popolo tutto che fa il
pastore. Senza gregge non si dà pastore. Se una comunità rinnega il suo
sindaco, di chi mai sarà sindaco quel sindaco non riconosciuto? Sono
banalità queste e non abbiamo nessuna voglia di argomentarle, basti il
senso comune a sostenerle...
Quello che, però, ci fa più male è leggere che il gregge di S. Sofia non
può avere il suo parroco perché egli sarebbe in odore di scisma: avrebbe
simpatie ortodosse.
Ma davvero? Ancora? In tempi d’ecumenismo – di quell’ecumenismo oggetto
del sinodo? In tempi di decostruzione di tutti gli idola…?
Non dovremmo forse accogliere questo Spirito che soffia dalle nostre
parti per rifondare la nostra diocesi troppo corriva al “cattolicesimo”
e a tutto ciò che esso comporta in termini di secolarizzazione, come
lamenta il sinodo, e d’imborghesimento, aggiungiamo noi, di “americanizzazione”,
di capitalismo da carità pelosa occidentale? Non scomodiamo, per carità,
impropriamente il relativismo (Fortino, ibidem).
E
d’ipocrisia, alla fine – quel predicare l’Agape (non la
Charitas, per carità) da tutti i pulpiti e offrire farisaicamente il
“sasso” della “legge” dell’Istituzione, della metafisica - e tuttavia
mondana troppo mondana - “Chiesa”, afflitta, da sempre, da ossessioni
identitarie – e dire che Cristo invitava i suoi discepoli a camminare
sulle acque – nessun patriarca ha imparato a camminare sulle acque…ha
preteso sempre il cadreghino in pietra delle sicurezze, delle certezze,
delle istituzioni e degli apparati, che ha difeso col cipiglio e i roghi
del Grande Inquisitore… “Tu sei Pietro e su questa pietra…” – ci
sembra una profezia piena di amara ironia…
E
il soffio del bizantino, dell’ortodosso, non rientri nel corrivo senso
dell’appartenenza e dell’identità, posizioni forti che il pensiero
moderno (lo Spirito che sempre soffia) ha avuto, “evangelicamente”, la
bontà di decostruire.
No, non c’interessa qui fare discorsi che appoggino spinte identitarie,
di quelle identità forti che pongono barriere tra gli uomini.
C’interessa l’identità solo perché capace di svuotarsi di se stessa (kenosis)
per aprirsi all’altro. Solo un’identità (relativa proprio perché nel
tempo e nello spazio) assunta consapevolmente, senza ossessioni, è
capace di tanto.
C’interessa pensare all’occasione che ad una tale identità lo Spirito
offre per aprirsi all’accoglienza, e all’accoglienza gratuita che
benedice le differenze, che benedice coloro che pensano (ascoltano lo
Spirito) e pensando scelgono vie autonome, dove il rapporto personale è
responsabile proprio perché investe una soggettività consapevole,
aprentesi finalmente a un pentecostale pluriverso, contro l’universo
della kakodoxia ellenica – quella kakodoxia ellenica
contro cui predica S. Gregorio Palamas…
Soggettività che ha superato la dialettica “servo padrone”:
nell’accoglienza della diversità, in un pluriverso fatto di singoli, “une
sphère infinie dont le centre (l’individualità contingente, i
singoli “cristiani” sine glossa) est partout, la
circonférence (l’idea metafisica, la “Chiesa”) nulle part” (Pascal,
Pensées, 72, ); dove nessuno è dominato e nessuno domina, nessuno
è pastore e nessuno è gregge: ognuno è centro, ognuno è centrale,
costitutore del senso dei mondi possibili. Condivisione di pasto comune
in casa dei goim, dove nessuno contamina e nessuno è contaminato.
Solo in una dialettica servo padrone si configura il “Grande
Inquisitore”
pronto ad accendere il rogo, ad alzare il patibolo a “colui che sempre
viene come straniero”, come ladro nella notte, con il suo carico, perché
diverso, di libertà; quella libertà, soprattutto dai nostri pregiudizi,
che è l’occasione dell’agape capace della fractio panis
con chiunque: con i peccatori e le prostitute per primi.
Ora è un fatto che “colui che viene”, venga sempre come straniero.
Ha avuto un bel raccomandare, tra gli atti di misericordia, d’agape,
di shalom, Cristo l’accoglienza: “xenos emen kai me
efiloxenesate (Math. 25,35) ero straniero e mi avete accolto”, se
tutti gli “stranieri”, in veste d’eretici, sono stati mandati al rogo. A
loro, piuttosto che il “pane” della comunione, è stato dato il “sasso”
dell’ortodossia (che per quanto giusta (orto) sempre opinabile (doxia)
è) e della carta bollata, del diktat, del “così ho deciso”,
della clava del potere - perché tale è ogni ortodossia – e non mi si
opponga che cosa impone la categoria politica della “decisione”. Lo
straniero accolto finora pare solo quello ammansito, reso innocuo, dalla
retorica giubilare delle agenzie di viaggio, il turista insomma, quello
che tanto ci assomiglia, intorno a cui s’imbastiscono gli affari…
E
ha avuto un bel dire il Signore: “Siate perfetti come il padre vostro
che è nei cieli che fa levare il sole sui malvagi e sui buoni e fa
piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Math. 5,45-48).
Sembra che Egli, contro la violenza della logica binaria, abbia
anticipato la “fuzzy logic”. La logica dell’incertezza, quella
del contingente, dove le cose sembrano sfumare le une nelle altre, il
buono nel malvagio, il malvagio nel buono, il cibo nel veleno, il veleno
in ciò che salva – in Qohélet è detto: “Ma sulla terra un perfetto
non c’è capace di fare il bene senza far male (7,20)” – e in
Paolo: “Quando voglio fare il bene, è il male che è alla mia portata”
(Rom.7,21) – e un maestro indiano: “Se vuoi bene a qualcuno, stagli
lontano – e don Matrangolo: “Dovremmo tutti andare in giro con la
scritta sul petto: attento sono pericoloso”. Tali avvertimenti
dovrebbero farci prudenti, sospettosi d’ogni nostro atto - ma è
difficile uscire dall’abitudine mentale che pone solo in noi stessi la
sicurezza. Con il pomo avvelenato della kakodoxia ellenica,
platonica e aristotelica (vanto della “Fides et ratio”) la
Chiesa ha preso la deriva della violenza della logica dell’esclusione,
dell’aut aut, di qua i buoni di là i cattivi, di qua i cattolici,
di là gli ortodossi - con San Paolo contro Barnaba e contro i “super
apostoli”; con Cirillo contro Flaviano, Teofilo contro Giovanni
Crisostomo (per stare nella dolcezza dei nostri) ecc…, essendo i miei
buoni, i vostri malvagi…
Ars diabolica la logica (divide ciò che Dio ha unito!), come
sapeva il diavolo di Dante; e come sa oggi il loico Odifreddi che
intitola un suo libro su quest’arte: Il diavolo in cattedra
– Einaudi 2003. Essa è lo strumento della concupiscietia
sciendi, della scienza, della logica scienza. Che, nella prospettiva
di Šestov, filosofo ortodosso (Sulla bilancia di Giobbe. Adelphi 1991),
è il vero peccato originale, che instaura la “legge assoluta”,
l’obbligatorio, il necessario, l’inevitabile, il “sistema di conoscenze
evidenti” che esigono l’obbedienza incondizionata, e che danno all’uomo
il potere che lo rende simile a Dio (in questo senso Satana mantiene la
sua promessa, affascinando al massimo la volontà di potenza), facendo
dimenticare la tragica situazione dell’uomo legato alla contingenza e
alla libertà, al possibile, che lo indeboliscono, lo umiliano aprendolo
all’abisso, che è oltre i “sentieri che s’interrompono”. Insomma con la
logica aristotelica, con la quale si può solo dimostrare che un discorso
è correttamente condotto, non la sua verità; con la logica “diabolica”
dell’aut aut, si possono accendere i roghi, non l’amore di Dio;
si può aver ragione, e lì trincerarsi, non l’amore per il
prossimo… Con Aristotele si possono praticare le virtù vincenti etiche e
dianoetiche che allevano appunto la volontà di potenza, non quelle
“povere” come la tenerezza, la compassione, il dubbio, l’ascolto, l’humour,
l’eironia – più quella di Schlegel che quella di Socrate.
L’aver ragione, e ragione trincerata da ragioni logiche, dà “denti di
drago” all’io metafisico ( di una Chiesa, per esempio), dà la sicurezza
dei catturati (Nietzsche) che nessuna metanoia (l’oltre
ragione) può smuovere, che nessuna “apertura di cuore”, miseri/cordia,
può far franare – e si va sicuri a bombardare tutte le Bagdad di questo
mondo…
*** *** ***
Abbiamo, ci piace sottolinearlo, una grande simpatia per questi che
guardano ad Oriente, non fosse altro che per il fatto che darebbero
finalmente l’opportunità di uscire da noi stessi; di far sapere – per
una curiosità intellettuale, se altro vi dispiace - che cos’è
“bizantino”, a una Chiesa che si dice tale e tale non è, checché affermi
Fortino che pure teme “sterilizzazioni”, “alienazioni, “inquinamenti”,
“omologazioni” (ibidem); e d’uscire dalla minorità (per costruire
un’identità nuova da cui uscire) rispetto ai latini. Che sempre
ci hanno sopportato o guardato con la simpatia che si riserva agli
animali in via d’estinzione, e con la “tolleranza”, virtù
dell’illuminismo borghese che non “ac/coglie” l’altro, ma si limita ad
attendere che l’altro, alla fine, diventi “come noi” – perché noi siamo
i migliori, i primi della classe…: così, si“tollera” il velo delle
musulmane, le quali “istruite” dalle “magnifiche sorti e progressive”
della nostra way of life non possono non diventare “calve” come
le nostre – fatte salve le nostre suore, s’intende, il cui velo è tutta
un’altra storia - e possono andare a scuola e in giro nei luoghi
pubblici senza scandalizzare nessuno – e certamente: evviva i preti in
jeans, contenti loro…
*** *** ***
La supponenza della cultura occidentale, che trova nella cultura dei
vincitori alla Bush o alla Berlusconi (siamo i vincitori, abbiamo il
potere, dunque siamo i migliori – lo diceva anche Scipione a Zama al
“terrorista magrebino” Annibale), il loro trionfale imporsi
illuministico, ha radici tutte “cristiane”, del cristianesimo
compromesso con la logica mondana, ma essa è tutto il contrario
dell’accoglienza e dell’agape - che non è “carità”, ma tenerezza,
pazienza, com/passione, synkatavasis, kenosis,
con/divisione della tragica situazione d’ogni uomo, della sua
parzialità, della sua debolezza, nel suo essere “relativo”.
“L’amore è una specie di debolezza inerme come quella del crocifisso
(sic), che “non tiene conto del male” (1^ Cor. 13, 5) ma “scusa
tutto, crede tutto, spera tutto, sopporta tutto” (13,7), perfino la
miseria e la contraddizione di Dio” ( sottolineatura nostra - S.
Quinzio, op. cit. vol. IV pag. 93).
La tenerezza, la compassione, la synkatavasis, la condivisione,
frutti della metanoia, della conversione del cuore – che non ha
niente a che fare con le ragioni della ragione - non trionfano e non
s’impongono: non hanno niente di cui gloriarsi. Se gli “ebrei” non
diffidano dei “greci”, e gli uni e gli altri non diffidano degli
“ellenisti” (Atti 15, 2 e sgg.), non si danno regole per
difendere gli uni dagli altri: che gli ebrei si circoncidano, che i
greci non seguano le regole alimentari e sessuali degli ebrei, e gli
ellenisti vadano per la loro strada e leggano pure la Bibbia in greco…
..
*** *** ***
Potremmo qui fare notare le nostre contraddizioni che, secondo logica
binaria sorgono ogni volta che si affronta un discorso con una lingua
che su quella si fonda. Chi vuole, si eserciti in questa ricerca e ci
mandi al rogo, al grido di “contradicitur”.
Vorremmo, però, che quell’angolino di ingenuità, di “minorità”, di
“debolezza” che si nasconde inevitabilmente in noi – che siamo,
tuttavia, dei disincantati, dei cristiani adulti (secondo Paolo prima e
Bonhoeffer poi) – non fosse ulteriormente scandalizzato e che il “Grande
Inquisitore” si trasformasse in “Grande Filantropo” coltivando la
Fede nel germogliare del pensiero (si vedano i begli articoli
(finalmente, dalle nostre parti) apparsi in Historia e vërtetë),
la Speranza che ogni incontro possa produrre non “arricchimento”
(brutta parola di sapore capitalistico piccolo borghese), ma la gioia
del dono, e Agape nell’aprirsi gratuito e non sospettoso
all’altro tenendo conto proprio di quel relativismo tanto vituperato
dalla violenza metafisica. Il relativismo è riconoscimento di debolezza,
che è la sola via all’Agape.
*** *** ***
Ad Acquaformosa, un diacono ha compiuto da lunga pezza i suoi studi di
teologia. Da anni aspetta che sia applicata la regola del diritto
canonico che lo vorrebbe, a questo punto, consacrato sacerdote. Con la
penuria di vocazioni, che cosa si aspetta per dargli ciò che secondo il
diritto canonico gli spetta? Che sia degno, che sia maturo? Ma quanti
sono gli indegni, gli immaturi, e i culturalmente sprovveduti nel clero,
non solo nostro? In ogni caso con quale metro si misurano dignità,
maturità, e cultura? O (il sospetto è tutto e solo nostro) anche lui è
in odore di scisma per la sua lunga frequentazione con gli ortodossi? O
questi sono solo pretesti per regolare altri conti come nel caso di S.
Sofia? Nei quali non abbiamo visto praticate nessuna delle virtù
evangeliche sopra elencate – non dico, a bella posta, cristiane – né
dal vescovo né dai sofioti stessi.
*** *** ***
E
a proposito di S. Sofia, ci dispiace che, tra i motivi per scacciare con
cristianissimi sputi e lanci di monetine, l’indesiderato, i sofioti
abbiano accampato che egli sia sposato. Qui entra in campo un’altra
mancanza di accoglienza e d’apertura all’altro, una microprepia,
che vorremmo non praticata dai sofioti, i quali hanno ben ragione di
pretendere il parroco che amano, ma non di mancare di pietas -
anche qui “pantos dynatotéra estin eysébeia, la pietas è
più potente di tutto” (Sap. 10,12). Pietas, che il prete
sposato esercita verso il proprio corpo e la donna. Corpo e donna che
incontrano il disprezzo in tutte le religioni.
Nel caso nostro siamo di fronte alla solita kakodoxia ellenica di
cui è impregnato tutto il cristianesimo che ha trovato in Platone e
soprattutto in Aristotele i filosofi per antonomasia ai quali ispirarsi
per essere corrivo al secolo.
La kakodoxia ellenica ha visto nel corpo la tomba dell’anima, e
nella donna il negativo per eccellenza. Il pregiudizio antifemminile
parte dalla Bibbia passa per Pitagora attraversa tutta l’antichità
cristianizzandosi in Tertulliano (“la donna è la porta dell’inferno”),
in Agostino, in Ambrogio, in Clemente Alessandrino, in Tommaso d’Aquino
il più aristotelico dei nostri e si consegna, ai nostri tempi, nelle
menti illuminate di Kant, Schopenhauer e Nietzsche, per citare gli
eminenti.
Anche qui soccorre l’ortodossia: il Damasceno scongiura: “Non
disprezzate il corpo, non disprezzate la materia”; e i Canoni
Apostolici: “Se un vescovo,
sacerdote, diacono, e in genere un membro del clero, si astiene dal
matrimonio, dalle carni e dal vino non per ascesi ma perché li detesta
dimenticando che “tutto è buono” e che Dio ha creato l’uomo maschio e
femmina e bestemmiando così contro la creazione, si emendi o venga
deposto ed espulso dalla chiesa. Parimenti un laico sia scomunicato”. E
il Concilio di Gangara, che si pronuncia contro coloro che respingevano
i sacerdoti coniugati, avverte: “Chi giudichi di non dover prendere
parte alla comunione in una messa celebrata da un sacerdote coniugato,
sia anatema”. E ancora:”Chi osservi la verginità e la continenza
abbandonando il mondo per disprezzo del matrimonio e non per la
bellezza e santità della verginità sia anatema” (corsivo
nostro). Citiamo da “La colonna e il fondamento della verità” –
Rusconi - di “San” Pavel Florenskij. Sacerdote sposato, padre di
figli, martirizzato nel 1943, Florenskij è riuscito a conseguire la
stessa bellezza e santità dei celibi e dei vergini. Prete
martire ortodosso, naturalmente non canonizzato, perché non latino.
Il matrimonio dei preti non è per niente un fiore all’occhiello della
Chiesa Cattolica universale come vuole la retorica enfatica
dell’entusiasmo di papas Bellusci ( Il Quotidiano 01-03-05;
La Provincia - 05-03-05, quotidiani di Cosenza). Di quest’enfatica
retorica di risulta, di questa chiacchiera curiale non se ne può più. È
se mai vero il contrario – il matrimonio dei preti è tollerato solo
nella nostra diocesi: un male (minore) rispetto al bene del celibato
cattolico.
Giustamente avverte l’ortodosso Evdokimov: “In un mondo dominato dal
maschile, mondo all’insegna del patriarcato, l’uomo armato della
ragione, razionalizza l’essere e l’esistenza, perde i contatti cosmici
con il cielo e la natura, e quindi anche con la donna come mistero del
suo essere…”.
Qui, l’autore individua l’autentica malattia occidentale ellenofrona. La
“razionalizzazione dell’essere” con la logica binaria, la diabolica (dia
ballo: divido) logica, è frutto del peccato originale, mediante il
quale si è appresa l’arte del dividere il bene dal male.
Bene, avverte Pitagora, e con lui tutta la sequela dei filosofi, è il
maschile, male il femminile ecc… Platone ringrazia gli dei d’essere nato
maschio - ma poi sostiene, contro se stesso, che i maggiori beni alla
Grecia sono venuti dalle donne invasate…(Simposio).
In effetti, il celibato, tanto esaltato da quegli intellettuali che
erano i monaci, tutti platonici e aristotelici da cui ci sono venute le
riflessioni teologiche, i commenti “di parte” del Nuovo Testamento, e le
scelte dogmatiche, è una vocazione, “una chiamata strettamente personale”.
A
questo proposito un altro ortodosso, Christos Yannarás, avverte: ”Agli
antipodi della ricchezza del non possesso erotico, la passione, senza
eros, di possedere una giustificazione religiosa. Tragico prezzo di
privazione erotica sull’altare dell’egotismo religioso. Soffre la
privazione, il bigotto senza eros, soffre la passione di una
maniacale autostima. Si aggrappa disperatamente alla legge, per
assicurare la documentata giustificazione della sua tragica privazione.
(…) È innamorato (il celibe) della sua “consacrazione”, della sua
egotica castità idolatrata, non di Dio”.
C’è effettivamente nella scelta celibataria una deriva gnostica,
manichea, encratista, e monofisita.
“Vi sono quelli che (hoitines) che si son fatti eunuchi (eunouchoi)
per il regno”, Mat. 19:12). Alcuni, mica tutti; e per scelta, mica per
imposizione. Eunuchi, si badi, non celibi (gli agámoi di Paolo,
1Cor. 7,8.
Se prendiamo alla lettera questo verso: beh, li aspettiamo questi
eunouchoi - non agámoi”….
Paolo abbassa, molto opportunamente, l’eunouchia ad agamia,
prendendo, per così dire, le distanze dai provocatori paradossi del
Signore, che son lì per smuovere le coscienze addormentate.
L’eunouchia esprime evidentemente più una valenza psicologica
che non una condizione fisica, mentre l’agamia è più una
condizione giuridica che non spirituale. Per dire: Gandhi era sposato ma
s’era fatto “eunouchos”, destrutturando la volontà di potenza;
mentre Hitler, che era un agamos non era per niente un
eunouchos.
Si può essere sposati e farsi eunuchi per il regno, deponendo ogni
enfasi egoica e superegoica, ogni philopsichia, ogni volontà di
potenza, facendosi chenotici. E si può essere celibi con ego
spropositato (“un ego con le palle”, come si dice): “ho dunameos
chorein choreito – chi può ascoltare ascolti”.
Comunque stiano le cose, sia l’una che l’altra parola rivestono
all’interno del solo Nuovo Testamento un ruolo marginale. Eunouchos
appare solo in Math. 19:12 e agamos è apax in 1Cor. 7:8.
Nell’un caso e nell’altro appaiono come consigli non come imperativi.
Consigli dettati dall’“imminenza del regno”. Le scelte storiche seguite
all’annuncio di Cristo e di Paolo, sono storiche, appunto. Relative alla
cultura del tempo dell’affacciarsi del messaggio cristiano che ha dovuto
fare i conti con ebraismo ed ellenismo: due culture misogine.
“Osiamo dire che tale teologia non ci pare esprimere abbastanza
felicemente l’essenza del matrimonio cristiano. Non bisogna dimenticare
che s. Tommaso era tributario, da un lato di Aristotele, dall’altro dei
Padri…i quali non avevano potuto prescindere completamente
dall’organizzazione sociale del loro tempo” (R. Facelière, citato in
Evdokimov op.cit.)
Sarebbe dunque opportuno lasciare alla libertà, alla vocazione di ognuno
la scelta del proprio stato, proprio per Eusébeia reciproca…–
d’altra parte, il matrimonio non impedisce a nessuno d’essere bello
e santo come lo furono Bonhoeffer e Florenskij, così come il
celibato e la verginità non assicurano nessuna bellezza
(ossessione dell’esprit de géométrie greco) e nessuna
santità. Erano celibi celebri papi, che non erano per niente
eunuchi, né nel senso psicologico, né in quello fisico.
È
chiaro che la agape, la eysébeia, la astheneia, la
kenosis, vanno esercitate soprattutto da chi ha potere. Sarebbe
stato bello se avessero praticato queste virtù i sofioti nei confronti
dello scacciato, ma siamo troppo latini per essere di bocca buona…
*** *** ***
A
conclusione, ci piace esprimere la soddisfazione che il mancato parroco
di S. Sofia, Demetrio Braile, sia stato esiliato ad Acquaformosa. Chissà
che, quest’estate, non trovi in lui uno su cui posare il cappello delle
mie malinconie? Magari lasciandomi scappare qualche citazione in greco,
come facevo con don Matrangolo. Il quale, quando smetteva (era
intermittente anche lui) la veste di guardiano del sabato e della
sinagoga, quando la smetteva d’essere “prete” e “pacelliano” (“se tutti
gli ebrei riconoscessero Cristo”, sospirava) era capace d’accoglienza e
di tenerezza, di riconoscere la grandezza dei rabbini, degli ortodossi e
dei protestanti, che gli presentavo ogni estate sotto forma di libri. E
di non essere misogino. In un raptus, come lo chiamava lui, aveva
concluso la sua Mariologia, riscrivendo l’incipit del Vangelo di
Giovanni, con : “la donna era presso Dio”.
So che non condannava quanti dalle nostre parti stanno passando
all’ortodossia, come non condannò me quando, per un esercizio di
scandalismo fuori luogo, gli dissero che ero passato al buddismo. Anzi
s’informò, volle sapere, delle mie meditazioni zen, del mio
yoga: uno scismatico anche lui. Era contento che qualcosa si
muovesse. Nel “nostro pantano”, diceva lui, lamentando, però, che non
siamo ortodossi perché cattolici, non siamo cattolici perché bizantini,
non italiani perché arbëreshë, non arbëreshë perché italiani; anche lui
afflitto da ossessioni identitarie forti.
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Arrivati a questo punto, il disincanto ci abbandona e piuttosto che
sentirci alleggeriti per quanto farraginosamente abbiamo scritto (tanto
possiamo, anche per il “fuzzy” che frequentiamo) ci sentiamo
gravati dal timore di aver osato. Anche noi immaginando di fare bene
abbiamo senz’altro fatto male…Tuttavia, la santa indignazione è virtù
dei “deboli”, di quelli che non hanno la possibilità di essere soccorsi
né dall’autorità del ruolo istituzionale come il vescovo, né dal numero
come i sofioti – crediamo di aver esercitato, però, la profezia, se è
vero che abbiamo ottenuto questo dono insieme al sacerdozio e alla
regalità all’atto del battesimo. In ogni caso, per mitigare il senso di
colpa, che da sempre ci affligge, diciamo che tutto il discorso condotto
fin qui lo abbiamo rivolto al vescovo e ai sofioti che sono dentro di
noi, e che, per quelle abitudini inveterate, che abbiamo vituperato, non
ci abbandonano. Due Virgili, se vi piace, (ma “fuge episcopos”,
diceva un padre del deserto,
e fuggi la folla diceva un altro) che ci hanno guidato al bout de la
nuit dove si contemplano malinconiche stelle irraggiungibili.
