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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  

 

A PROPOSITO DEI FATTI DI SANTA SOFIA D’EPIRO

di Nando Elmo

 “Il compito del cristiano (e siamo tutti cristiani) è quello
di scavare sotto la coltre di ipocrisie per esporre
alla vista i denti del drago”.
(James Hillman: Un terribile amore per la guerra. Adelphi 2005)
“Dopo tutti questi anni e tanto filosofare prendono ancora ordini da Aristotele senza discuterli”.
(B. Kosko: Il fuzzy- pensiero. Baldini Castoldi 2002)

 Se non sapessimo che la storia della Chiesa è segnata ab initio (dagli Atti degli Apostoli) e nel corso dei secoli, da litigi (Act.15, 2, 36-40), diffidenze (9, 26), sospetti, gelosie (2 Cor. 12,11 e passim), separazioni, anatemi, intolleranze, violenze inaudite, errori, orrori, guerre di religione, persecuzioni antiebraiche, notti di S. Bartolomeo, roghi; se non sapessimo che l’effusione dello Spirito è intermittente (Eb. 10, 11-12: kai pas men hiereus hestike kath’hemeran leitourgon kai tas autas pollakis prosferon thysias, haitines oudepote dynantai perielein hamartias – et omnis quidam sacerdos presto est quotidie ministrans et easdem saepe offerens hostias, qae nunquam possunt auferre peccata…) e che, pertanto, lascia anche i consacrati nudi, nel loro essere uomini peccatori come tutti gli altri, e, dunque, sprovvisti di discernimento e di pietà – se non fosse così saremmo già tutti santi e non peccatori -; se non sapessimo che i sacramenti agiscono ex opere operato e non operarantis - per la qual cosa anche un prete indegno può tranquillamente continuare nel suo ministero; forse potremmo anche scandalizzarci di fronte agli articoli della stampa nazionale che denunciano, i fatti che hanno per protagonista il nostro vescovo, tra Grottaferrata (v. Il Messaggero -15 -01-05) e S. Sofia d’Epiro (v. La Repubblica, 27 – 02 - 05), per tacere d’altro.

Non ci avevano incantato i resoconti, sul recente sinodo intereparchiale, di mons. Eleuterio Fortino, pieni di luoghi comuni e banalità (non se l’abbia a male, ma così è – l’analisi stilistica e semiologico-linguistica di quei testi tanto ci dà), conditi, come richiedono gli scritti di circostanza, dove si fa salvo tutto tranne le “cose come stanno”, col birignao dell’ottimismo curiale sempre bene/dicente.

A suo dire,  il sinodo si chiudeva in gloria.

A dire del Messaggero, invece, vi si perpetrava un tradimento (“un colpo di mano”) nei confronti del Monastero di S. Nilo di Grottaferrata, e della diocesi di Piana degli Albanesi, ai quali il Vescovo di Lungro vorrebbe sottrarre l’autonomia – chissà, lo Spirito avrà ispirato sia “la comunione” e la “gioia” sinodale (K.Y., n. 117, 2004/4Lidhia, n. 52 ott. 2004) che il “colpo di mano”…

Non ci scandalizziamo, proprio per niente.

Siamo dei disincantati, di fronte alle cose di questo mondo, posto, nonostante la Croce, sotto il dominio del maligno (kai ho kosmos holos en toi poniroi keitai: mundus totus in maligno positus est –  1^ Jo., 5,19): che cosa di buono potrebbe venire da Lungro, da Piana e da Grottaferrata essendo anch’esse nel mondo, operanti con gli strumenti del mondo? Che cosa volete che succeda se non quello che succede da duemila anni, con il solito “tradimento dei chierici” (nel senso inverso a quello di Benda) che son tutti “professori”, tutti “loici”, tutti “ministeriali” di un’Istituzione umana troppo umana?

Non ci scandalizziamo neanche d’essere cristiani, nonostante tutto: nonostante, ripetiamo, gli anatemi, i roghi, gli impalamenti, gli scorticamenti, (Ipazia, Ipazia scorticata viva dagli amorevoli cristiani - ma anche Flaviano, che non era filosofo pagano, ma vescovo, ucciso a bastonate, abbracciato all’altare, dai “parabolani”, monaci della tebaide – gli efferati talebani del V sec. istigati da Cirillo, dal “nostro” san Cirillo[1]); nonostante “le mostruose assurdità di questi venti secoli “cristiani” (Sergio Quinzio: Un commento alla Bibbia, vol. III, pag. 273[2]).

E riusciamo ad essere “cristiani”, come altri sono appassionatamente “comunisti”, nonostante i gulag - abbiamo bisogno di uno schema teoretico entro cui interpretare il mondo, ciascuno il suo.

 Sappiamo, nel nostro disincanto, che una è la teoria, una è la pratica; altro è il modello ideale con cui si può interpretare un mondo, altra è la sua realizzazione, la sua incarnazione e storicizzazione. Chi vuole, parafrasi Einstein: “Nella misura in cui le leggi della matematica si riferiscono alla realtà non sono certe. E nella misura in cui sono certe, non si riferiscono alla realtà (Geometria ed esperienza)”.  E peggio per il pelagianesimo ante litteram di Platone e l’eresia altrettanto pelagiana di Marx che rimangono scornati a Siracusa e a Mosca: nessuna razionalità potendoli soccorrere: l’uno e l’altra sueños (sogni) de la razón que produce monstruos. Neanche la ragione, soprattutto la ragione, ci protegge dagli incubi, soprattutto dai suoi… è difficile pensare che i precisi dati della logica (così chiara e distinta la “Repubblica” di Platone, così chiaro e distinto lo storicismo, il materialismo dialettico marxiano) non costringano i confusi dati di fatto…

Il modello logico non si adatta alla recalcitrante realtà? Ci penserà il manganello, lo scudiscio, l’anatema, il rogo, il Sant’Uffizio dei dogmatici…”a raddrizzare la schiena”….

 

Sappiamo, tuttavia, che anche il nostro disincanto è intermittente e non sempre riusciamo a rimanere padroni dei nostri sentimenti, quando leggiamo le cose che leggiamo sulla stampa nazionale… e ci si rivoltano le budella per i diktat del Vescovo, che nominano parroco un indesiderato ed esiliano il desiderato, e per gli sputi e le monetine dei sofioti… - santa indignazione la nostra…una “povera virtù scontrosa”[3]…non si riesce davvero a capire come oggi continuino a verificarsi menate del genere di quelle raccontate da Messaggero e Repubblica dal momento che abbiamo strumenti intellettuali che dovrebbero tenercene al riparo…

Concediamo (per carità) il beneficio d’inventario.  

Ma se si risente l’Archimandrita di Grottaferrata; se si mobilita tutta una popolazione, quella di S. Sofia; se devono intervenire perfino i carabinieri (come mostrano le fotografie del servizio) per rendere esecutivo un decreto del vescovo, allora c’è qualcosa che non va, nella “gioia e comunione” sinodale di cui parla mons. Fortino; qualcosa di cui vergognarsi, non davanti agli amici piemontesi che ci mostrano increduli la “Repubblica”, ma di fronte alla coscienza cristiana che vorrebbe che fossero superate, dopo duemila anni, tutte le ossessioni metafisiche, e dunque idolatriche (degli idola fori, tribus, theatri ecc… che nutrono le chiese) che armano sempre le sinagoghe contro le persone, gli individui, gli irripetibili individui, i Giobbe sofferenti, i poveri cristi, che nessuna “ragione teologica” può confortare.

E se noi non siamo abbastanza innocenti, abbastanza ingenui, abbastanza “piccoli”, “deboli” da essere scandalizzati, c’è tuttavia chi si scandalizza e dovrebbe essere protetto dalle “pietre d’inciampo” ne detrimentum capiat (“meglio legarsi una macina al collo e buttarsi a mare piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli” – i piccoli essendo proprio gli “immaturi”…).

Ora ciò che ci sembra strano non è la circostanza che tutto un gregge si metta contro il suo pastore, ma che il pastore non ascolti il suo gregge.

Non si dà Ecclesia senza una comunità, senza una pluralità d’individui. Non è il solo pastore che fa l’Ecclesia, è semmai “il gregge”, l’Ecclesia, l’assemblea del popolo tutto che fa il pastore. Senza gregge non si dà pastore. Se una comunità rinnega il suo sindaco, di chi mai sarà sindaco quel sindaco non riconosciuto? Sono banalità queste e non abbiamo nessuna voglia di argomentarle, basti il senso comune a sostenerle...

Quello che, però, ci fa più male è leggere che il gregge di S. Sofia non può avere il suo parroco perché egli sarebbe in odore di scisma: avrebbe simpatie ortodosse.

Ma davvero? Ancora? In tempi d’ecumenismo – di quell’ecumenismo oggetto del sinodo? In tempi di decostruzione di tutti gli idola…?

Non dovremmo forse accogliere questo Spirito che soffia dalle nostre parti per rifondare la nostra diocesi troppo corriva al “cattolicesimo” e a tutto ciò che esso comporta in termini di secolarizzazione, come lamenta il sinodo, e d’imborghesimento, aggiungiamo noi, di “americanizzazione”, di capitalismo da carità pelosa occidentale? Non scomodiamo, per carità, impropriamente il relativismo (Fortino, ibidem).

E d’ipocrisia, alla fine – quel predicare l’Agape (non la Charitas, per carità) da tutti i pulpiti e offrire farisaicamente il “sasso” della “legge” dell’Istituzione, della metafisica - e tuttavia mondana troppo mondana - “Chiesa”, afflitta, da sempre, da ossessioni identitarie – e dire che Cristo invitava i suoi discepoli a camminare sulle acque – nessun patriarca ha imparato a camminare sulle acque…ha preteso sempre il cadreghino in pietra delle sicurezze, delle certezze, delle istituzioni e degli apparati, che ha difeso col cipiglio e i roghi del Grande Inquisitore… “Tu sei Pietro e su questa pietra…” – ci sembra una profezia piena di amara ironia…

E il soffio del bizantino, dell’ortodosso, non rientri nel corrivo senso dell’appartenenza e dell’identità, posizioni forti che il pensiero moderno (lo Spirito che sempre soffia) ha avuto, “evangelicamente”,  la bontà di decostruire.

No, non c’interessa qui fare discorsi che appoggino spinte identitarie, di quelle identità forti che pongono barriere tra gli uomini. C’interessa l’identità solo perché capace di svuotarsi di se stessa (kenosis) per aprirsi all’altro. Solo un’identità (relativa proprio perché nel tempo e nello spazio) assunta consapevolmente, senza ossessioni, è capace di tanto.

C’interessa pensare all’occasione che ad una tale identità lo Spirito offre per aprirsi all’accoglienza, e all’accoglienza gratuita che benedice le differenze, che benedice coloro che pensano (ascoltano lo Spirito) e pensando scelgono vie autonome, dove il rapporto personale è responsabile proprio perché investe una soggettività consapevole, aprentesi finalmente a un pentecostale pluriverso, contro l’universo della kakodoxia ellenica – quella kakodoxia ellenica contro cui predica S. Gregorio Palamas…

Soggettività che ha superato la dialettica “servo padrone”: nell’accoglienza della diversità, in un pluriverso fatto di singoli, “une sphère infinie dont le centre (l’individualità contingente, i singoli “cristiani” sine glossa)  est partout, la circonférence (l’idea metafisica, la “Chiesa”) nulle part” (Pascal, Pensées, 72, ); dove nessuno è dominato e nessuno domina, nessuno è pastore e nessuno è gregge: ognuno è centro, ognuno è centrale, costitutore del senso dei mondi possibili. Condivisione di pasto comune in casa dei goim, dove nessuno contamina e nessuno è contaminato.

Solo in una dialettica servo padrone si configura il “Grande Inquisitore”[4] pronto ad accendere il rogo, ad alzare il patibolo a “colui che sempre viene come straniero”, come ladro nella notte, con il suo carico, perché diverso, di libertà; quella libertà, soprattutto dai nostri pregiudizi, che è l’occasione dell’agape capace della fractio panis con chiunque: con i peccatori e le prostitute per primi.

Ora è un fatto che “colui che viene”, venga sempre come straniero.

Ha  avuto un bel raccomandare, tra gli atti di misericordia, d’agape, di shalom, Cristo l’accoglienza: “xenos emen kai me efiloxenesate (Math. 25,35) ero straniero e mi avete accolto”, se tutti gli “stranieri”, in veste d’eretici, sono stati mandati al rogo. A loro, piuttosto che il “pane” della comunione, è stato dato il “sasso” dell’ortodossia (che per quanto giusta (orto) sempre opinabile (doxia) è) e della carta bollata, del diktat, del “così ho deciso”, della clava del potere - perché tale è ogni ortodossia – e non mi si opponga che cosa impone la categoria politica della “decisione”. Lo straniero accolto finora pare solo quello ammansito, reso innocuo, dalla retorica giubilare delle agenzie di viaggio, il turista insomma, quello che tanto ci assomiglia, intorno a cui s’imbastiscono gli affari…

E ha avuto un bel dire il Signore: “Siate perfetti come il padre vostro che è nei cieli che fa levare il sole sui malvagi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Math. 5,45-48).

Sembra che Egli, contro la violenza della logica binaria, abbia anticipato la “fuzzy logic”. La  logica dell’incertezza, quella del contingente, dove le cose sembrano sfumare le une nelle altre, il buono nel malvagio, il malvagio nel buono, il cibo nel veleno, il veleno in ciò che salva –  in Qohélet è detto: “Ma sulla terra un perfetto non c’è capace di fare il bene senza far male (7,20)” – e in Paolo: “Quando voglio fare il bene, è il male che è alla mia portata” (Rom.7,21) – e un maestro indiano: “Se vuoi bene a qualcuno, stagli lontano – e don Matrangolo: “Dovremmo tutti andare in giro con la scritta sul petto: attento sono pericoloso”. Tali avvertimenti dovrebbero farci prudenti, sospettosi d’ogni nostro atto - ma è difficile uscire dall’abitudine mentale che pone solo in noi stessi la sicurezza. Con il pomo avvelenato della kakodoxia ellenica, platonica e aristotelica (vanto della “Fides et ratio”)  la Chiesa ha preso la deriva della violenza della logica dell’esclusione, dell’aut aut, di qua i buoni di là i cattivi, di qua i cattolici, di là gli ortodossi - con San Paolo contro Barnaba e contro i “super apostoli”; con Cirillo contro Flaviano, Teofilo contro Giovanni Crisostomo (per stare nella dolcezza dei nostri) ecc…, essendo i miei buoni, i vostri malvagi…

Ars diabolica la logica (divide ciò che Dio ha unito!), come sapeva il diavolo di Dante; e come sa oggi il loico Odifreddi che intitola un suo libro su quest’arte: Il diavolo in cattedraEinaudi 2003. Essa è lo strumento della concupiscietia sciendi, della scienza, della logica scienza. Che, nella prospettiva di Šestov, filosofo ortodosso (Sulla bilancia di Giobbe. Adelphi 1991), è il vero peccato originale, che instaura la “legge assoluta”, l’obbligatorio, il necessario, l’inevitabile, il “sistema di conoscenze evidenti” che esigono l’obbedienza incondizionata, e che danno all’uomo il potere che lo rende simile a Dio (in questo senso Satana mantiene la sua promessa, affascinando al massimo la volontà di potenza), facendo dimenticare la tragica situazione dell’uomo legato alla contingenza e alla libertà, al possibile, che lo indeboliscono, lo umiliano aprendolo all’abisso, che è oltre i “sentieri che s’interrompono”. Insomma con la logica aristotelica, con la quale si può solo dimostrare che un discorso è correttamente condotto, non la sua verità; con la logica “diabolica” dell’aut aut, si possono accendere i roghi, non l’amore di Dio; si può aver ragione, e lì trincerarsi, non l’amore per il prossimo… Con Aristotele si possono praticare le virtù vincenti etiche e dianoetiche che allevano appunto la volontà di potenza, non quelle “povere” come la tenerezza, la compassione, il dubbio, l’ascolto, l’humour, l’eironia – più quella di Schlegel che quella di Socrate.

L’aver ragione, e ragione trincerata da ragioni logiche, dà “denti di drago” all’io metafisico ( di una Chiesa, per esempio), dà la sicurezza dei catturati (Nietzsche) che nessuna metanoia (l’oltre ragione) può smuovere, che nessuna “apertura di cuore”, miseri/cordia, può far franare – e si va sicuri a bombardare tutte le Bagdad di questo mondo…

 

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Abbiamo, ci piace sottolinearlo, una grande simpatia per questi che guardano ad Oriente, non fosse altro che per il fatto che darebbero finalmente l’opportunità di uscire da noi stessi; di far sapere – per una curiosità intellettuale, se altro vi dispiace -  che cos’è “bizantino”, a una Chiesa che si dice tale e tale non è, checché affermi Fortino che pure teme “sterilizzazioni”, “alienazioni, “inquinamenti”, “omologazioni” (ibidem); e d’uscire dalla minorità (per costruire un’identità nuova da cui uscire) rispetto ai latini.  Che  sempre ci hanno sopportato o  guardato con la simpatia che si riserva agli animali in via d’estinzione, e con la “tolleranza”, virtù dell’illuminismo borghese che non “ac/coglie” l’altro, ma si limita ad attendere che l’altro, alla fine, diventi “come noi” – perché noi siamo i migliori, i primi della classe…: così, si“tollera” il velo delle musulmane, le quali “istruite” dalle “magnifiche sorti e progressive” della nostra way of life non possono non diventare “calve” come le nostre – fatte salve le nostre suore, s’intende, il cui velo è tutta un’altra storia - e possono andare a scuola e in giro nei luoghi pubblici senza scandalizzare nessuno – e certamente: evviva i preti in jeans, contenti loro…

 

 

 

 

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La supponenza della cultura occidentale, che trova nella cultura dei vincitori alla Bush o alla Berlusconi (siamo i vincitori, abbiamo il potere, dunque siamo i migliori – lo diceva anche Scipione a Zama al “terrorista magrebino” Annibale), il loro trionfale imporsi illuministico, ha radici tutte “cristiane”, del cristianesimo compromesso con la logica mondana, ma essa è tutto il contrario dell’accoglienza e dell’agape - che non è “carità”, ma tenerezza, pazienza, com/passione, synkatavasis, kenosis, con/divisione della tragica situazione d’ogni uomo, della sua parzialità, della sua debolezza, nel suo essere “relativo”.

“L’amore è una specie di debolezza inerme come quella del crocifisso (sic), che “non tiene conto del male” (1^ Cor. 13, 5) ma “scusa tutto, crede tutto, spera tutto, sopporta tutto” (13,7), perfino la miseria e la contraddizione di Dio” ( sottolineatura nostra - S. Quinzio, op. cit. vol. IV pag. 93).

La tenerezza, la compassione, la synkatavasis, la condivisione, frutti della metanoia, della conversione del cuore – che non ha niente a che fare con le ragioni della ragione - non trionfano e non s’impongono: non hanno niente di cui gloriarsi. Se  gli “ebrei” non diffidano dei “greci”, e gli uni e gli altri non diffidano degli “ellenisti” (Atti 15, 2 e sgg.), non si danno regole per difendere gli uni dagli altri: che gli ebrei si circoncidano, che i greci non seguano le regole alimentari e sessuali degli ebrei, e gli ellenisti vadano per la loro strada e leggano pure la Bibbia in greco…

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Potremmo  qui fare notare le nostre contraddizioni che, secondo logica binaria sorgono ogni volta che si affronta un discorso con una lingua che su quella si fonda. Chi vuole, si eserciti in questa ricerca e ci mandi al rogo, al grido di “contradicitur”.

Vorremmo, però, che quell’angolino di ingenuità, di “minorità”, di “debolezza” che si nasconde inevitabilmente in noi – che siamo, tuttavia, dei disincantati, dei cristiani adulti (secondo Paolo prima e Bonhoeffer poi) – non fosse ulteriormente scandalizzato e che il “Grande Inquisitore” si trasformasse in “Grande Filantropo” coltivando la Fede nel germogliare del pensiero (si vedano i begli articoli (finalmente, dalle nostre parti) apparsi in Historia e vërtetë), la Speranza che ogni incontro possa produrre non “arricchimento” (brutta parola di sapore capitalistico piccolo borghese), ma la gioia del dono, e Agape nell’aprirsi gratuito e non sospettoso all’altro tenendo conto proprio di quel relativismo tanto vituperato dalla violenza metafisica. Il relativismo è riconoscimento di debolezza, che è la sola via all’Agape.

 

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Ad Acquaformosa, un diacono ha compiuto da lunga pezza i suoi studi di teologia. Da  anni aspetta che sia applicata la regola del diritto canonico che lo vorrebbe, a questo punto, consacrato sacerdote. Con la penuria di vocazioni, che cosa si aspetta per dargli ciò che secondo il diritto canonico gli spetta? Che sia degno, che sia maturo? Ma quanti sono gli indegni, gli immaturi, e i culturalmente sprovveduti nel clero, non solo nostro? In ogni caso con quale metro si misurano dignità, maturità, e cultura? O (il sospetto è tutto e solo nostro) anche lui è in odore di scisma per la sua lunga frequentazione con gli ortodossi? O questi sono solo pretesti per regolare altri conti come nel caso di S. Sofia? Nei quali  non abbiamo visto praticate nessuna delle virtù evangeliche sopra elencate – non dico, a bella posta, cristiane – né dal vescovo né dai sofioti stessi.

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E a proposito di S. Sofia, ci dispiace che, tra i motivi per scacciare con cristianissimi sputi e lanci di monetine, l’indesiderato, i sofioti abbiano accampato che egli sia sposato. Qui entra in campo un’altra mancanza di accoglienza e d’apertura all’altro, una microprepia, che vorremmo non praticata dai sofioti, i quali hanno ben ragione di pretendere il parroco che amano, ma non di mancare di pietas - anche qui “pantos dynatotéra estin eysébeia, la pietas è più potente di tutto” (Sap. 10,12). Pietas, che il prete sposato esercita verso il proprio corpo e la donna. Corpo e donna che incontrano il disprezzo in tutte le religioni.

Nel caso nostro siamo di fronte alla solita kakodoxia ellenica di cui è impregnato tutto il cristianesimo che ha trovato in Platone e soprattutto in Aristotele i filosofi per antonomasia ai quali ispirarsi per essere corrivo al secolo.

La kakodoxia ellenica ha visto nel corpo la tomba dell’anima, e nella donna il negativo per eccellenza. Il pregiudizio antifemminile parte dalla Bibbia passa per Pitagora attraversa tutta l’antichità cristianizzandosi in Tertulliano (“la donna è la porta dell’inferno”), in Agostino, in Ambrogio, in Clemente Alessandrino, in Tommaso d’Aquino il più aristotelico dei nostri e si consegna, ai nostri tempi, nelle menti illuminate di Kant, Schopenhauer e Nietzsche, per citare gli eminenti.

Anche qui soccorre l’ortodossia: il Damasceno scongiura: “Non disprezzate il corpo, non disprezzate la materia”; e i Canoni Apostolici: “Se un vescovo[5], sacerdote, diacono, e in genere un membro del clero, si astiene dal matrimonio, dalle carni e dal vino non per ascesi ma perché li detesta dimenticando che “tutto è buono” e che Dio ha creato l’uomo maschio e femmina e bestemmiando così contro la creazione, si emendi o venga deposto ed espulso dalla chiesa. Parimenti un laico sia scomunicato”. E il Concilio di Gangara, che si pronuncia contro coloro che respingevano i sacerdoti coniugati, avverte: “Chi giudichi di non dover prendere parte alla comunione in una messa celebrata da un sacerdote coniugato, sia anatema”. E ancora:”Chi osservi la verginità e la continenza abbandonando il mondo per disprezzo del matrimonio e non per la bellezza e santità della verginità sia anatema” (corsivo nostro). Citiamo da “La colonna e il fondamento della verità” – Rusconi - di “San” Pavel Florenskij. Sacerdote sposato, padre di figli, martirizzato nel 1943, Florenskij è riuscito a conseguire la stessa bellezza e santità dei celibi e dei vergini. Prete martire ortodosso, naturalmente non canonizzato, perché non latino.

Il matrimonio dei preti non è per niente un fiore all’occhiello della Chiesa Cattolica universale come vuole la retorica enfatica dell’entusiasmo di papas Bellusci ( Il Quotidiano 01-03-05; La Provincia - 05-03-05, quotidiani di Cosenza). Di quest’enfatica retorica di risulta, di questa chiacchiera curiale non se ne può più. È se mai vero il contrario – il matrimonio dei preti  è tollerato solo nella nostra diocesi: un male (minore) rispetto al bene del celibato cattolico.

Giustamente avverte l’ortodosso Evdokimov: “In un mondo dominato dal maschile, mondo all’insegna del patriarcato, l’uomo armato della ragione, razionalizza l’essere e l’esistenza, perde i contatti cosmici con il cielo e la natura, e quindi anche con la donna come mistero del suo essere…[6]”.  

Qui, l’autore individua l’autentica malattia occidentale ellenofrona. La “razionalizzazione dell’essere” con la logica binaria, la diabolica (dia ballo: divido) logica, è frutto del peccato originale, mediante il quale si è appresa l’arte del dividere il bene  dal male.

Bene, avverte Pitagora, e con lui tutta la sequela dei filosofi, è il maschile, male il femminile ecc… Platone ringrazia gli dei d’essere nato maschio - ma poi sostiene, contro se stesso, che i maggiori beni alla Grecia sono venuti dalle donne invasate…(Simposio).

In effetti, il celibato, tanto esaltato da quegli intellettuali che erano i monaci, tutti platonici e aristotelici da cui ci sono venute le riflessioni teologiche, i commenti “di parte” del Nuovo Testamento, e le scelte dogmatiche, è una vocazione, “una chiamata strettamente personale[7]”.

A questo proposito un altro ortodosso,  Christos Yannarás, avverte: ”Agli antipodi della ricchezza del non possesso erotico, la passione, senza eros, di possedere una giustificazione religiosa. Tragico prezzo di privazione erotica sull’altare dell’egotismo religioso. Soffre la privazione, il bigotto senza eros, soffre la passione di una maniacale autostima. Si aggrappa disperatamente alla legge, per assicurare la  documentata giustificazione della sua tragica privazione. (…) È innamorato (il celibe) della sua “consacrazione”, della sua egotica castità idolatrata, non di Dio[8]”.

C’è effettivamente nella scelta celibataria una deriva gnostica, manichea, encratista, e monofisita.

 

 

“Vi sono quelli che (hoitines) che si son fatti eunuchi (eunouchoi) per il regno”, Mat. 19:12). Alcuni, mica tutti; e per scelta, mica per imposizione. Eunuchi, si badi, non celibi (gli agámoi di Paolo, 1Cor. 7,8.

Se prendiamo alla lettera questo verso: beh, li aspettiamo questi eunouchoi - non agámoi”….

Paolo abbassa, molto opportunamente, l’eunouchia ad agamia, prendendo, per così dire, le distanze dai provocatori paradossi del Signore, che son lì per smuovere le coscienze addormentate.

L’eunouchia  esprime evidentemente più una valenza psicologica che non una condizione fisica, mentre l’agamia è più una condizione giuridica che non spirituale. Per dire: Gandhi era sposato ma s’era fatto “eunouchos”, destrutturando la volontà di potenza; mentre Hitler, che era un agamos non era per niente un eunouchos.

Si può essere sposati e farsi eunuchi per il regno, deponendo ogni enfasi egoica e superegoica, ogni philopsichia, ogni volontà di potenza, facendosi chenotici. E si può essere celibi con ego spropositato (“un ego con le palle”, come si dice): “ho dunameos chorein choreito – chi può ascoltare ascolti”.

Comunque stiano le cose, sia l’una che l’altra parola rivestono all’interno del solo Nuovo Testamento un ruolo marginale. Eunouchos appare solo in Math. 19:12 e agamos è apax in 1Cor. 7:8. Nell’un caso e nell’altro appaiono come consigli non come imperativi. Consigli dettati dall’“imminenza del regno”. Le scelte storiche seguite all’annuncio di Cristo e di Paolo, sono storiche, appunto. Relative alla cultura del tempo dell’affacciarsi del messaggio cristiano che ha dovuto fare i conti con ebraismo ed ellenismo: due culture misogine.

“Osiamo dire che tale teologia non ci pare esprimere abbastanza felicemente l’essenza del matrimonio cristiano. Non bisogna dimenticare che s. Tommaso era tributario, da un lato di Aristotele, dall’altro dei Padri…i quali non avevano potuto prescindere completamente dall’organizzazione sociale del loro tempo” (R. Facelière, citato in Evdokimov op.cit.)

Sarebbe dunque opportuno lasciare alla libertà, alla vocazione di ognuno la scelta del proprio stato, proprio per Eusébeia reciproca…– d’altra parte, il matrimonio non impedisce a nessuno d’essere bello e santo come lo furono Bonhoeffer e Florenskij, così come il celibato e la verginità non assicurano nessuna bellezza (ossessione dell’esprit de géométrie greco) e nessuna santità. Erano celibi celebri papi, che non erano per niente eunuchi, né nel senso psicologico, né in quello fisico.

È chiaro che la agape, la eysébeia, la astheneia, la kenosis, vanno esercitate soprattutto da chi ha potere. Sarebbe stato bello se avessero praticato queste virtù i sofioti nei confronti dello scacciato, ma siamo troppo latini per essere di bocca buona…

 

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A conclusione, ci piace esprimere la soddisfazione che il mancato parroco di S. Sofia, Demetrio Braile, sia stato esiliato ad Acquaformosa. Chissà che, quest’estate, non trovi in lui uno su cui posare il cappello delle mie malinconie? Magari lasciandomi scappare qualche citazione in greco, come  facevo con don Matrangolo. Il quale, quando smetteva (era intermittente anche lui) la veste di guardiano del sabato e della sinagoga, quando la smetteva d’essere “prete” e “pacelliano” (“se tutti gli ebrei riconoscessero Cristo”, sospirava) era capace d’accoglienza e di tenerezza, di riconoscere la grandezza dei rabbini, degli ortodossi e dei protestanti, che gli presentavo ogni estate sotto forma di libri. E di non essere misogino. In un raptus, come lo chiamava lui, aveva concluso la sua Mariologia, riscrivendo l’incipit del Vangelo di Giovanni, con : “la donna era presso Dio[9]. So che non condannava quanti dalle nostre parti stanno passando all’ortodossia, come non condannò me quando, per un esercizio di scandalismo fuori luogo, gli dissero che ero passato al buddismo. Anzi s’informò, volle sapere, delle mie meditazioni zen, del mio yoga: uno scismatico anche lui. Era contento che qualcosa si muovesse. Nel  “nostro pantano”, diceva lui, lamentando, però, che non siamo ortodossi perché cattolici, non siamo cattolici perché bizantini, non italiani perché arbëreshë, non arbëreshë perché italiani; anche lui afflitto da ossessioni identitarie forti.

 

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Arrivati a questo punto, il disincanto ci abbandona e piuttosto che sentirci alleggeriti per quanto farraginosamente abbiamo scritto (tanto possiamo, anche per il “fuzzy” che frequentiamo) ci sentiamo gravati dal timore di aver osato. Anche noi immaginando di fare bene abbiamo senz’altro fatto male…Tuttavia, la santa indignazione è virtù dei “deboli”, di quelli che non hanno la possibilità di essere soccorsi né dall’autorità del ruolo istituzionale come il vescovo, né dal numero come i sofioti  – crediamo di aver esercitato, però, la profezia, se è vero che abbiamo ottenuto questo dono insieme al sacerdozio e alla regalità all’atto del battesimo. In ogni caso, per mitigare il senso di colpa, che da sempre ci affligge, diciamo che tutto il discorso condotto fin qui lo abbiamo rivolto al vescovo e ai sofioti che sono dentro di noi, e che, per quelle abitudini inveterate, che abbiamo vituperato, non ci abbandonano. Due Virgili, se vi piace, (ma “fuge episcopos”, diceva un padre del deserto[10], e fuggi la folla diceva un altro) che ci hanno guidato al bout de la nuit dove si contemplano malinconiche stelle  irraggiungibili.  

[1]A chi ha letto il berlusconiano “Il libro nero del Comunismo”, o il sinistrorso “Il libro nero del Capitalismo”, suggeriamo la lettura istruttiva sulle magnificenze della Chiesa Bizantina del “libro nero” di Nicholas Zernov: “Il Cristianesimo orientale” – Oscar Mondatori 1990.

Per un “libro nero del Cristianesimo d’occidente” rimandiamo a qualsiasi onesto testo di storia.

[2] Autentici “libri neri” sul Cristianesimo in generale sono i quattro volumi di S. Quinzio “cristiano sine glossa” (come amava definirsi): Un Commento alla Bibbia – Adelphi, 1976. Raccomandiamo in particolare il vol. IV sulle lettere di Paolo, le lettere Cattoliche e l’Apocalisse. Si veda anche James Hilman: Un terribile amore per la guerra – Adelphi 2005, “libro nero” sul cristianesimo talebano degli americani.

[3] Filippo Gentiloni: Virtù povere – povere virtù. Claudiana 1997, e dello stesso: Abramo contro Ulisse – Claudiana 2003

[4] Ci piace qui segnalare la teologia ortodossa russa rappresentata dai grandi Dostoeskij, Florenskij, Berdjaev, Solovëv, Sestov, Lossky, Evdokìmov.

[5] Ciò significa che anche i vescovi si sposavano.

[6] Paul Evdokimov: Sacramento dell’Amore” Edizioni C.E.N. S. 1987 trad. it N.M. Antonello

[7] ibidem

[8] Christos Yannaras: Variazioni sul Cantico dei Cantici – Servitium 1992. trad. it. Antonio Ranzolin

[9] Vincenzo Matrangolo: La venerazione a Maria nella tradizione della  Chiesa bizantina – Galatea editrice

[10] Giovanni Cassiano: “Omnimodis fugare debere mulieres et episcopos”, fu la regola classica del monachesimo (Grottaferrata ha ben donde di fuggire Lungro). ( H.C. Zander: Quando la religione non era ancora noiosa. Garzanti 2001)

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