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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  

 

PER ANTONIO SASSONE

di Nando Elmo

Oggi 18 -10 - 2005 Lungro ha dato l’estremo saluto alla sua intelligenza più sottile, più civile e più umanamente comprensiva.

Ci ha lasciato il prof. Antonio Sassone - prima insegnante di filosofia, poi preside del liceo Giulio Cesare di Roma e, in fine, ricercatore del CEDE, il Centro Educativo Didattico Europeo di Frascati.

Si è spento a Roma dopo lunga malattia sopportata con gran forza d’animo e una non comune ironia su se stesso e il suo male, che chiamava con affettuosi epiteti – s’era messo a studiarlo conseguendo una competenza pari a quella dei medici che l’avevano in cura.

Aveva dato prova di una sottile intelligenza storica, filosofica, sociologica e pedagogica in un migliaio di lavori, tra articoli e saggi, apparsi su riviste specializzate e in due libri di grande spessore culturale e onestà intellettuale pubblicati da Armando Armando di Roma: “Il giornale fuori sede”, un pamphlet  contro l’uso del giornale a scuola; e “Villa Falconieri”, in due volumi, che ripercorrono le furberie, la disonestà, la prevaricazione sugli umili della classe dominante (i “nobili e ignobili” del sottotitolo), che hanno abitato la Villa, dalla sua fondazione ad oggi. Una carrellata di personaggi: papi, cardinali, suore, primi ministri, e, in fine, dirigenti di carrozzoni pubblici, veri pozzi di san Patrizio dove vengono inghiottite ingenti risorse finanziarie senza adeguati ritorni. “Costi e benefici”, è uno dei più inquietanti capitoli del secondo volume.

I due volumi si leggono come un romanzo. Vi si esprime certamente una mai pedante cultura enciclopedica: storica, sociologica, agronomica, economica, pedagogica, politica, giuridica ecc... Non comune. Ma sempre animata dai vizi dei personaggi colti con “le mani nel sacco” della loro ingordigia, frivolezza, e idiozia, dal patrizio Orazio Falconieri (1578-1664) a Kesselring, a un ministro cinese dei nostri giorni, passando per l’immancabile cialtroneria di D’Annunzio ecc...

È su questi personaggi che si esercita l’ironia dell’autore.

Ironia che ha fatto storcere il naso a parecchi professori i quali detestano ogni contaminazione di generi per uno sbandierato “rigore” e un’idolatrata “oggettività”... - come se tutto non fosse, oltre il birignao specialistico, e le cravatte degli addetti ai lavori, maschera di maschera, interpretazione d’interpretazione, d’una “soggettività” che mette in campo i suoi “giuochi linguistici” (lo vedo che da lassù storce il naso anche lui, il nostro amico, perché questa posizione gli e sempre sembrata tutta mia – e qui ci scontravamo, perché soleva mettermi in guardia, soprattutto nella educazione dei figli, dalle contro indicazioni e dagli effetti collaterali (il relativismo cronico), di questa mia assunzione di una Weltanschauung da “poeta narcisista”, come mi chiamava quando faceva il “professore” – e tuttavia Antonio Sassone, per niente disposto a mutare ciò che aveva scritto in tutta onestà, diceva:”Darei l’anima per una battuta e un’espressione colorita”, consapevole com’era, correggendo Voltaire e Lynn  White Jr., che “la storia è uno scherzo dei vivi fatto ai vivi”.

Il libro trovò, nonostante fosse stato commissionato dal Ministero della Pubblica Istruzione, il diniego dei committenti ministeriali per la pubblicazione. Lungi dall’essere elogiativa dei fasti del ministero, l’opera dispiega, soprattutto nel secondo volume, un’irriverente denuncia dei fatti e dei misfatti, basati su documenti di prima mano, della gestione degli ultimi inquilini della prestigiosa Villa di Frascati, passata nei secoli da residenza nobiliare, ad azienda agricola, a eremo, ad accampamento militare; a Istituto Internazionale per la Cinematografia Educativa, durante il ventennio fascista; a sede, oggi, degli organi amministrativi dell’istruzione pubblica, dagli IRRSAE al CEDE.

Il libro alla fine è stato pubblicato per il sostegno economico di un amico d’infanzia del nostro. Salvatore Maiolino, lungrese d’umili origini, emigrato in Germania e lì divenuto  imprenditore di successo, con un gesto liberale e di profonda amicizia rende possibile l’evento letterario cui solo il tempo potrà rendere merito.

L’opera ha poi trovato l’ostracismo della classe accademica e intellettuale che si è sentita punta dalla sua lingua tagliente. Sui contatti epistolari  con i “padreterni”, come li chiamava, (da Eco a Ferrara, da De Mauro ad altri accademici), Sassone aveva preparato un altro libro di denuncia (di cui ho letto le bozze – mi ha sempre riservato questo privilegio per le sue opere) che rimane però nel cassetto. Speriamo che gli eredi vogliano darlo alle stampe - anzi, sarebbe opportuno che lo facesse l’Amministrazione comunale per rendere omaggio a un suo concittadino illustre...

Dopo una bella, sudata, carriera (e avrebbe potuto ricoprire una cattedra universitaria se non avesse trovato sulla sua strada gli intoppi che sbarrano la via agli intelligenti rompiscatole e figli di nessuno) e malattie che non gli hanno impedito di realizzare i suoi progetti, torna a Lungro per l’’ultima volta. Torna in quella Lungro (“da cui male mi trassi”, recitava) sempre amata, dove si presentava ogni estate per incontrare gli amici, una “corte” fedelissima che riuniva ogni sera nella sua casa all’uliveto di Piano Schiavo, per convivi fragorosi di risate omeriche. “Vengo a Lungro per ridere; solo così posso ritornare a Roma a riimmergermi in un mondo in cui non ho nessuna fiducia” – favolosa una serata durante la quale continuava ad invitare a cena, chiunque gli telefonasse nonostante avesse preparato una pasta al forno che sarebbe basta per quattro persone: “Abbiamo pomodoro e formaggio, non basta?”. Per fortuna, ognuno dei convitati portò qualcosa e la serata si chiuse con fiumi di vino e tante risate – anche gli amici venivano lì per rinfrancarsi della addormentante e alienante routine lungrese.

Durante l’ultima fase della sua malattia s’era messo a scrivere in arbresh con una rabbia irriverente che nasconde una grande pietas. Sembrava, in ogni caso, voler con quella lingua tenersi aggrappato alla vita che gli fuggiva ed esorcizzare la malattia... ma di questo un’altra volta.

Ora solo quest’impoetico, oggettivo e impersonale “comunicato”. Ci aveva raccomandato:”Quando varcherò il confine, niente storie, niente romanticherie”. Raccomandazione puntualmente disattesa. In  privato le storie le abbiamo fatte con chi ci ha privato di un tale amico; e abbiamo versato lacrime, come vogliono le sante leggi della fraterna amicizia,  perché la sua sepoltura non fosse illacrimata.  

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