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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  

 

GLI ALBANESI DI SCUTARI A PIANIANO
di Italo Sarro


Il territorio di Pianiano, percorso da due affluenti del fiume Fiora (Strozzavolpe a nord e Timone a sud), è caratterizzato dalla macchia mediterranea e da terreni di origine vulcanica. Il borgo forti-ficato, situato su una dorsale stretta e allungata, è sorto nell'ambito delle lotte scatenatesi nel Medio Evo per il predominio sul territorio nord-occidentale del Viterbese.

Tali lotte si conclusero con l'affermazione dei Farnese che riuscirono ad eliminare la concorrenza di Viterbo, di Orvieto, di Pitigliano e di Siena. La loro ascesa fu legittimata, nel 1469, con l'acquisto della quarta parte del castello.

Dopo circa un secolo in cui si registra una crescita che tocca i 150 fuochi, ha inizio per il borgo un lento declino che diventerà inarrestabile allorché, nel 1649, la città di Castro sarà distrutta, a conclusione della seconda guerra tra lo Stato pontificio e i Farnese.

Gli abitanti, "avviliti dal mancamento del traffico e dell'ozio", sottoposti alla insidiosa presenza della malaria, cominciano ad abbandonare il castello, prima "privato del S. S. Sacramento" e, poi, nel 1729, unito con Cellere.

Nel 1734, il borgo è del tutto abbandonato. Tale situazione, che comporterà gravi perdite erariali, si protrarrà fino al 1756, cioè fino a quando non si verifica l'arrivo di un gruppo di Albanesi, provenienti da Ancona, dove erano sbarcati.

In verità, gli Albanesi avevano espresso, già dal 1753, all'Arcivescovo di Antivari (l'attuale Bar, nel Montenegro), Lazzaro Vladagni, l'intenzione di fuggire "la Turcica oppressione" e di raggiungere l'Italia.

Il prelato, che, più tardi, corse seri pericoli per questo suo interessamento, fece i passi necessari, informando l'addetto pontificio nella città di Ancona, Corrado Ferretti, che si adoperò per perorare la causa degli Albanesi e, soprattutto, per ottenere l'autorizzazione papale.

La partenza, però, non era così semplice.

Occorreva procedere con cautela e con prudenza, in quanto si trattava di far partire da Scutari, senza che il Turco se ne accorgesse, 218 persone. Inoltre, dovendo racimolare il denaro necessario per pagare gli "scafisti" di turno, bisognava procedere alla vendita dei beni, perché non ci sono elementi per cui si possa sostenere, come invece si afferma in un memoriale, pervenuto dopo la pubblicazione del libro su Pianiano, che ciò sia avvenuto "gratis et amore Dei". Gli Albanesi pagarono e, allorché arrivarono nel porto pontificio, consegnarono pure gli spiccioli (si fa per dire) ad Antonio Remani, un loro connazionale, a cui, per l'evolversi delle circostanze del viaggio e per il fatto che era un frequentatore della fiera che, annualmente, si teneva a Senigallia, era stato dato l'incarico di capo del gruppo, poi confermato al momento della stesura dell'atto del 1757.

Occorreva, inoltre, procedere nei preparativi senza farsi coinvolgere dal clima di violenza che la contrapposizione delle famiglie aveva creato, nel corso degli anni, nella città di Scutari.

L'Arcivescovo di Antivari, da cui dipendevano Scutari, Sappa e Alessio, in una lettera indirizzata al Papa, manifestava le sue forti preoccupazioni per la strisciante guerra civile esistente non solo nella città, ma anche nel "vilajet" (provincia). Ciò forniva ai Turchi l'occasione per scatenare repressioni particolarmente feroci, giustificate con la comoda coperta dell'ordine pubblico.

Il gruppo, alla fine, riuscì a partire. Le uniche notizie certe che si hanno sulla partenza ci vengono date dal vescovo di Lucera, che, nel 1761, dopo la visita pastorale a Poggio Imperiale, località situata nei pressi di Lesina (FG) (e non Cesina, come erroneamente è stata indicata) scrisse una interessante relazione, (ritrovata da Anna Maria La Croce nell'ambito delle sue ricerche sulle origini di Poggio Imperiale), sugli episodi salienti della partenza dall'Albania così come, sicuramente, gli furono raccontati dagli Albanesi,che, in fuga da Pianiano, vi si fermarono, come si dirà più avanti, poco più di un mese.

"In una notte dunque del mese di Gennaro 1756 imbarcatisi detta Colonia dentro di una Marsigliana in Aravia piccolo villaggio due miglia da Antibari lontano, e navigando l'Adriatico a vento contrario, tra il fatigoso spazio di trentatrè giorni (!) giunsero al Porto di Ancona, nel di cui Lazzaretto fecero la quarantena, avendo il Sommo Pontefice...somministrato a tutti gli alimenti, e le vesti; ed usciti..., si trattennero circa altri venticinque giorni in Ancona,...".

I profughi soltanto nel mese di maggio furono avviati verso la Maremma, dove arrivarono nel giugno del 1756.

Provvisoriamente, i profughi furono sistemati a Canino (VT), dove ricevettero vettovaglie almeno fino al 28 novembre 1756, come si evince dal pagamento di scudi 29 e baiocchi 7 che fu fatto al fornaio di Canino "in soddisfazione del pane dato nei mesi scorsi". Dopo tale data, fu erogato, per oltre un anno, un sussidio di baiocchi cinque "a ciascheduna delle Persone, che compongono le Famiglie Albanesi, principiando dal giorno de' 28 9mbre scadente...".

Finalmente il 29 novembre 1757, a conclusione di un fitto scambio di note tra il Tesoriere Generale dello stato e l'affittuario generale dell'ex Ducato di Castro (così è stato definito il territorio per tutto il Settecento), fu rogato l'atto di enfiteusi, "perché apparisca ai posteri", con il quale ai profughi venivano concessi terreni, in proporzione al numero dei componenti il nucleo familiare, attrezzi ed animali, ma non case, appartenendo queste a persone che abitavano nel vicino paese di Ischia di Castro o di Cellere.

La concessione era eccezionale in un tempo in cui gli affitti erano sempre a tempo determinato (3 o 9 anni; oppure "fino a terza generazione mascolina"). Evidentemente, Sua Santità, pontefice di autentica tempra liberale, contava su altri arrivi dall'Albania, nel quadro di una politica di ripopolamento dello Stato in generale e della maremma laziale in particolare, falcidiata dalla malaria.

Gli Scutarini si dedicarono a "dicioccare e a sterpare" le tenute, ma, davanti alle crescenti difficoltà, "...perché l'aere di Pianiano (è sempre il Vescovo di Lucera che scrive) non fu loro molto salubre, per essere troppo vicino al mare, et in notabile bassezza tutto scoverto dalla banda di mezzo giorno al mare stesso, e perché dovevano bere acqua poco buona, si ammalarono quasi tutti, che tra breve tempo ne morirono settantasei; ond'è che nel mese di novembre (il 28) dell'anno 1760 col permesso del Regnante Sommo Pontefice Clemente XIII ne partirono imbarcandosi in una Tartana Napoletana; e giunti nella città di Napoli, vi si trattennero circa cinquanta giorni, ove furono dall'anzidetto Sig. Principe Imperiale invitati a dimorare nel cominciato Paese di Poggio Imperiale, e per allettarveli, promise loro...".

Gli Albanesi, però, si fermarono, come si è visto, pochissimo "nei vastissimi stati", nonostante il principe, supplicato dai capi delle famiglie albanesi, " compassionando...lo stato di dette famiglie senza ricovero alcuno, si è compiaciuto benignamente concederli un luogo nel territorio di Lesina, e propriamente detto Poggio Imperiale in provincia di Capitanata colle seguenti Capitolazioni, cioé: ...detto...D. Placido promette...trenta tomoli per ciascun mese, del peso, e misura di Puglia, dal giorno che arriveranno...sino alla raccolta dell'anno mille settecento sessantadue...paja sette di bovi - Terre per orti per anni quattro senza pagare...case, legne, pascolo e territori...franchi...che possano portare armi non proibite... che li Sbirri non li diano molestia...Per ogni famiglia si assegnano due pecore, e due capre, e sei somari in comune...gratis, e senza pagamento alcuno - il Medico franco per anni quindeci... - E all'incontro detti Capi...promettono...".

Le condizioni erano buone, ma la presenza della malaria fu giudicata tanto pericolosa per la salute da indurre le famiglie, tranne quelle di Primo Cola, Simone Gioni e di Michele Zadrima, a tornare a Pianiano. Quando, però, ciò avvenne, il 23 marzo 1761, gli Scutarini si trovarono in serie difficoltà, perché l'affittuario generale dell'ex Stato di Castro aveva subaffittato le "loro" tenute.

Ne nacque una lunga lite che fu composta soltanto nel 1770 con un atto che confermava le condizioni contenute nell'atto originario del 1757.

In attesa, però, che la causa avesse il suo corso, gli Albanesi vissero del loro lavoro, ma, soprattutto, di sussidi che i vescovi locali, su ordine della Congregazione del Buon Governo, avevano cura di far pervenire ad essi.

Nella causa, si inserì il loro direttore spirituale, Stefano Remani, che, a Scutari, non aveva dato una buona prova di sé. Era, però, l'unico che sapesse parlare e scrivere in italiano. Inoltre, sembrava molto introdotto a Roma.

Questi (è una ipotesi, ma, più o meno, le cose dovettero andare così, a giudicare dalla conclusione della vicenda) dichiarò di essere disposto ad impegnarsi per la restituzione delle terre, mettendo in gioco anche le sue sostanze, a condizione che gli Albanesi lo pagassero con dodici some di terreno (circa 5 ettari) e con 10 rubbi di grano, prima "in perpetuum" e poi, data la risposta negativa, soltanto per 50 anni. Agli Albanesi la proposta sembrava troppo forte, ma non c'erano, al momento, soluzioni alternative, per cui accettarono. L'atto, così, fu rogato, la prima volta, l'11 settembre 1761 e, la seconda, il 7 aprile 1762.

Ciò che l'"intelligente" sacerdote (così viene definito in una tesi di laurea di Gianni Ribeca, che risale al 1948, purtroppo conosciuta, allorché la pubblicazione del libro su Pianiano era già avvenuta, aveva omesso di comunicare agli Scutarini un dettaglio, forse per lui, insignificante: a Roma, era attiva e operante la Congregazione di S. Ivo, che aveva il compito di garantire a coloro che fossero privi di mezzi il patrocinio gratuito nelle cause.

Gli Albanesi accettarono, perchè erano convinti che dovevano assolutamente recuperare i terreni per la loro sopravvivenza e che ciò avesse i suoi costi.

Quando i terreni furono restituiti, gli Albanesi, nonostante avessero revocato l'incarico al direttore spirituale ed incaricato Giovanni Sterbini per gestire, a loro nome, la parte finale della transazione, accettarono di ridiscutere l'impegno con il Remani. E' da suppore che dell'esistenza della Congregazione di S. Ivo neanche allora ebbero notizia, per cui, come attesta il notaio Egisti, accettarono le condizioni del sacerdote con apposito atto di "concordia" rogato il 1° febbraio 1773.

La restituzione dei terreni, la concessione delle case e la loro ristrutturazione segnarono un punto felice della migrazione. La sicurezza economica raggiunta rese consapevoli gli Albanesi che dovevano venire in possesso di altra terra, questa volta buona, o mediante il comodo sistema dell'enfiteusi o mediante veri e propri acquisti, per poter sperare in un futuro dai contorni più certi.

Il ricorso ai notai locali per la stesura di atti, o di acquisto o di vendita, si accentua in quegli anni. Dal 1761 al 1841, sono stati rinvenuti circa 80 rogiti riguardanti gli Scutarini, i quali investono i propri risparmi nell'acquisto di immobili, non tralasciando la possibilità sia di subentrare in qualche affito vacante sia di accettare la proposta dell'amministrazione di offrire direttamente in affitto qualche piccola estensione di terreno.

Finalmente si può parlare di vero e proprio insediamento degli Albanesi nel territorio, anche se, a volte, devono difendersi dai Celleresi i cui "animali neri" finiscono nei loro campi, dopo aver abbattuto le staccionate.

Eterni problemi di vicinato! Nonostante ciò, con un po' di buona volontà e con qualche solenne arrabbiatura, che arrivò fino al Tesoriere Generale, la maggior parte degli Albanesi riuscì gradatamente ad uscire dal tunnel, mentre qualcuno, addirittura, s'ingrandì in maniera considerevole.

I profughi, purtroppo, non avevano fatto i conti con le conseguenze dello sciagurato atto di concordia del 1° febbraio 1773. Le carte esistenti non ci dicono molto. Il debito doveva essere saldato in sei rate da pagare entro il 1778. Sulla base di un manoscritto anonimo, riportato nel mio saggio, e del testamento di un beneficiario della "concordia", che stabiliva il "tributo" per 50 anni, qualche pagamento, anche consistente, fu effettuato, anche se non appare nel conteggio finale. Più tardi, i profughi non pagarono più o non potettero pagare più, se è vero che il Remani adì le vie legali e, quando superò i 75 anni, ebbe paura di non riuscire a condurre in porto la "vittoria" (così afferma il Ribeca) contro i suoi connazionali, per i quali coltivava sentimenti di sincero disprezzo e lasciò nel testamento, nero su bianco, l'obbligo per gli eredi "di alligare lite contro gli Albanesi".

Le carte erano inattaccabili e, quando il processo fu celebrato, esso si concluse con la condanna degli Albanesi che dovettero consegnare agli eredi del sacerdote (Stefano e Maria Domenica Mida) 120 delle 202 some di terreno ottenute in enfiteusi (una soma equivale a ha.0.66).

La sentenza ebbe il risultato di convincere gli Albanesi ad abbandonare Pianiano. Già nel 1805, si contano solo 15 famiglie. Negli anni successivi, anche queste cominciano a trasferirsi, in massima parte, a Cellere ea Ischia di Castro.

Nel 1844, non viene nominato nessuno per coprire il posto vacante di direttore spirituale.

L'anno successivo, il vescovo di Acquapendente, nella sua relazione dopo la visita pastorale, registra la presenza di tre sole famiglie: Mida, Codelli e Micheli.

Così il buio scese sulla speranza degli Scutarini. A Pianiano, degli Albanesi non è rimasto che una via a loro intitolata ed una tela "orientaleggiante" nella chiesa parrocchiale di S. Sigismondo.

Nel borgo, interamente raccolto dentro le mura, costituite da una cortina continua senza torri, interrotte dalla doppia porta, di cui non resta che l'arco modificato di quella esterna, rimasero poche decine di persone!

Gli Albanesi dovettero abbandonare le case che, ancora oggi, si affacciano sulle strette viuzze e che avevano restaurato nella speranza di una vita migliore. Non avevano più motivi per restare a Pianiano.

"Shpirti Arbërit nëng rroj" (Lo spirito dell'Albanesità non sopravisse).

L'insediamento, a Pianiano, era fallito.
 

Italo Sarro

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