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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  

 

Da Panorama on line del 21/3/2005

Ho torto, il marchese mi ha preso l'orto

di  Adriano Sofri

È il testo della filastrocca scritta da un povero diavolo e scoperta per caso in uno dei tanti paesi abbandonati della Calabria. Un libro li racconta, fra miracoli, canti e peperoncini.


Già il nome del borgo è fatto per commuovere. Cavallerizzo di Cerzeto (Cosenza): un cavaliere rapì la sua amata e la portò sulla montagna, poi non so, spero che abbiano vissuto felici e contenti per tutta la vita. Il nome è italiano, la gente è arbresh, albanese d'Italia. A Cavallerizzo ce n'erano ancora 350, le case sono state travolte dal solito disastro annunciato, le loro vite salvate per miracolo, come nelle favole. Quasi: nelle favole è un bambino a fare la guardia e dare l'allarme, qui è stato un uomo, Domenico Golemme, detto «la talpa». Si è accorto all'alba che la crepa nel suo muro si era spalancata, ed è corso da una porta all'altra ad avvisare della frana. I ragazzi sono andati a suonare le campane: chissà come si sono divertiti, mentre i grandi si disperavano e fuggivano a valle. Il paese svuotato in un'ora, forse per sempre.
I paesi muoiono di colpo, per una guerra, una frana, un terremoto, o lentamente, perché si spopolano delle loro persone, portate via dall'emigrazione, o dalla promessa di una vita più allegra in pianura, sulla costa. Vito Teti, antropologo e scrittore, aveva appena pubblicato un bellissimo volume illustrato sui paesi abbandonati della Calabria, Il senso dei luoghi (Donzelli). I luoghi hanno un senso, e lo conservano anche quando patiscono l'offesa ingrata dell'abbandono e della consunzione. Aspettano un ritorno, che c'è qualche volta, nipoti di emigrati che vengono a farsi la fotografia davanti al rudere avito, o i trasferiti al piano che tornano in processione nella festa patronale.

A volte arrivano a rianimarli persone nuove e impensate, artisti che cercano una solitudine eccentrica, o immigrati dal mondo povero che rifanno in salita il cammino che gli indigeni hanno fatto alla discesa. A volte non torna nessuno, e allora sul bianco dei sassi si muovono solo vere lucertole e vipere, e formiche rosse giganti immaginarie, come a Cirella, «tre volte distrutta». Qualche volta, fra il paese alto e il paese basso, definitivamente separati, resta il tramite del cimitero a mezza strada, i morti di ieri che aspettano quelli di domani.
La vita e la morte, definitiva o apparente, dei paesi diventano senz'altro nel libro di Teti un'enciclopedia dei modi di vita umani. I paesi sono longevi, secoli e a volte millenni, e nella loro fisionomia si legge più distintamente la successione delle generazioni, la lunga durata e gli eventi singolari e straordinari. Commovente, ho detto. Case diverse si disputano i natali di Tommaso Campanella. Mi piacerebbe che avesse ragione Stignano, che ha candidato una casupola pietrosa, e però le ha murato addosso una lapide che dice: «In questa casa nacque il filosofo venuto a debellare tre mali estremi: tirannide, sofismi, ipocrisia». Sulla casa candidata da Stilo è solo «dei secoli nuovi eroico profeta». (Nella biografia di Campanella del cosentino, ma di Acri, Vincenzo Rizzuto, trovo questo pensiero dall'esilio: «Sono molto addolorato per essere dovuto fuggire come un delinquente dalla mia amata terra, dove ho vissuto braccato come un lupo delle mie montagne, che si specchiano nelle acque calde e ridenti del mio azzurro mare cristallino che forse non potrò più rivedere»).

Brancaleone è ancora piena dei ricordi di Cesare Pavese al confino, e Teti fece in tempo a conversare con la signora Concetta Delfino, che è morta nel 2002, e nel 1935, senza saperlo, era sembrata a Pavese «bella come una capra», e si nascondeva sulla spiaggia a sbirciare lo strano forestiero.
Badolato Superiore è stata per un po' resuscitata dall'accoglienza offerta ai profughi curdi e di altre genti, sbarcati fortunosamente su quella costa: metà miracolo, metà illusione. Le donne straniere hanno apprezzato subito i peperoncini e la loro lode: «Vrusciano», bruciano. Gli uomini hanno imparato soprattutto a dire: «Domani, dopodomani, poi» dice Teti, perché sono le parole con le quali si risponde alle loro domande. Di Roghudi, «il paese più infelice d'Italia, forse del mondo», Teti ricorda la corrispondenza del 1948 di Tommaso Besozzi: «A Roghudi si vedevano fino a poco tempo fa tanti grossi chiodi conficcati nei muri, e le donne vi assicuravano le cordicelle che avevano legato attorno alle caviglie dei bambini più piccoli, perché non precipitassero nel burrone». L'elettricità arrivò nel 1956, alla vigilia della fine, un'ennesima alluvione.
I paesi serbano la memoria delle preghiere, dei canti e delle maledizioni popolari. A San Nicola di Nicastrello qualche povero cristo compose questa rassegnata filastrocca contro il suo prepotente: «Lu marchisi di Panaia/ si pigghiau la casa mia/ Eu ragiuni ed iru tortu/ mi pigghiau la casa e l'ortu» (Io ho ragione e lui torto, mi ha preso la casa e l'orto). Che paesi e case fossero effimeri, i detti popolari lo sapevano. «Casa mia de taju/ nente avia e nente aju/comu vinne mi 'nde vaju»; casa mia di fango, niente avevo e niente ho, come sono venuto, così me ne vado.
Teti aveva un grande amico e maestro, Oreste Cina, che lasciò Vibo e Lamezia e andò a Rimini, e gli diceva: «Com'è bella la Calabria. Sai cosa ci vorrebbe? Buttare semi di liane giganti, di edere avvolgenti che dovrebbero coprire tutto: palazzi, chiese, case non finite, case ficcate nel mare. Poi dovremmo allevare leoni ed elefanti, elefanti alti quanto un palazzo, tigri feroci e leopardi, serpenti a sonagli. Queste grandi piante carnivore e queste fiere dovrebbero inghiottire affaristi, 'ndranghetisti, speculatori, distruttori di paesaggi e anche noi che non riusciamo a contrastarli, che ci adattiamo. Poi, tra tre secoli, tra 2 mila anni, potrebbero tornare, forse, gli uomini nuovi. Così, forse, si potrà salvare la Calabria».
 

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