LETEROGLOSSIA
ARBĖRESHE:
VARIETĄ LOCALI E
STANDARD ALBANESE
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Lapprovazione da parte del Parlamento
italiano della legge 482 del 15.12.1999 Norme in materia di tutela
delle minoranze linguistiche storiche, ha aperto per le dodici
minoranze riconosciute dalla stessa legge si tratta delle comunitą di
lingua albanese, catalana, germanica, greca, slovena, croata, francese,
franco-provenzale, friulana, ladina, occitana e sarda una nuova fase
storica di grande portata linguistica e culturale.
Con lattuazione, a distanza di oltre
cinquantanni dalla promulgazione della Carta Costituzionale, dellart.6
che sanciva limpegno dello Stato repubblicano a tutelare con apposite
norme le minoranze linguistiche, possiamo dire che trova finalmente uno
sbocco normativo quellattenzione istituzionale verso le diversitą
linguistiche minoritarie maturata allinterno della societą italiana
soprattutto a partire dalla fine degli anni 60 del XX secolo, e condivisa
dapprima solo da ristretti gruppi intellettuali locali appartenenti alle
stesse minoranze non riconosciute, poi recepita in ambiti intellettuali
pił sensibili allallargamento degli spazi di democrazia reale e quindi
sostenuta da ricercatori accademici tradizionalmente vicini alle
differenze (linguisti, pedagogisti, sociologi, antropologi culturali,
ecc.), ma a lungo avversata oltre che dalla classe politica, nazionale e
locale, anche da gran parte dellintellighentia del nostro Paese, ancora
ferma al vecchio richiamo hegeliano: uno Stato, una nazione, una lingua.
Si č chiusa, nello stesso tempo, una
lunga e tormentata fase della storia unitaria italiana, durata quasi un
secolo e mezzo, in cui seguendo con qualche integrazione lo schema
interpretativo proposto da Susanna Mancini,
si puņ dire che si č passati da parte del potere nazionale nei riguardi
delle minoranze da un atteggiamento inizialmente agnostico sotto il
regime sabaudo, a una politica di repressione durante il ventennio
fascista, per poi tornare a un atteggiamento de facto nuovamente
agnostico nel primo periodo repubblicano e infine per approdare
alla promozione della diversitą linguistica e culturale con il varo
della legge 482 del 1999.
Tale importante provvedimento
legislativo, che attua la norma costituzionale di riconoscimento dei
diritti delle minoranze linguistiche presenti in Italia, č anche il frutto
del recepimento da parte degli Stati che compongono lUnione Europea della
pił avanzata sensibilitą comunitaria in tema di rispetto del pluralismo
culturale e linguistico, visto come fondamento costitutivo della nuova
Europa, cosģ come il monolinguismo e il monoculturalismo avevano
rappresentato nel corso del XIX secolo il cemento ideologico degli Stati
nazionali.
Per le minoranze linguistiche storiche
il varo della legge 482 segna anche linizio di una nuova fase
linguistica, caratterizzata da un pił ampio e dinamico uso del codice
minoritario, il quale viene ora a collocarsi in un nuovo contesto
giuridico di tutela e di riconoscimento ufficiale, che determina anche un
mutamento anche del suo status comunicativo.
Pur nella non omogeneitą delle
situazioni linguistiche e sociolinguistiche che caratterizzano le diverse
minoranze, questa nuova fase segna comunque una vera e propria
rivoluzione ecolinguistica,
riconoscendo piena cittadinanza al codice minoritario anche in contesti
comunicativi storicamente ad esso preclusi come la scuola, la pubblica
amministrazione e i mass-media.
A questa rivoluzione ecolinguistica
occorre ora prepararsi con strumenti di analisi e risposte didattiche che
siano scientificamente adeguati ed efficaci, tenendo conto della pluralitą
delle situazioni e sgomberando il campo da dilettantismi ed etnicismi
pericolosi. Questi ultimi non fanno cogliere la vera valenza della
diversitą linguistica e culturale di cui sono portatrici in Italia e in
Europa le comunitą regionali e le comunitą minoritarie, espressione locale
di quella cittadinanza plurale europea basata sul rispetto del
plurilinguismo e del pluriculturalismo, e che solo la miopia di taluni
intellettuali localisti si ostina arbitrariamente ad ingabbiare in
antistoriche piccole patrie.
Uno dei
problemi pił immediati sollevati dallapplicazione della norma di legge č
quello rappresentato dal tipo di lingua da adottare in ambito scolastico
per le diverse minoranze riconosciute. Qualcuno, dando una lettura che
ritengo non obiettiva, ma forzata del testo di legge, non fondata, come
vedremo, né dal punto di visto giuridico, né dal punto di vista
linguistico e pedagogico, propone quale modello comunicativo da adottare
nell ambito scolastico nei contesti minoritari soggetti a tutela, la sola
lingua locale, seguendo un approccio falsamente ecologista che
tende a congelare e a tradurre in lingua scritta il dialetto, la
lingua naturale, intesa come strumento di comunicazione
esclusivamente orale utilizzato correntemente dalla comunitą minoritaria,
contrapponendola alla lingua artificiale rappresentata dalla
rispettiva lingua standard di riferimento.
Senza
voler qui considerare che tale congelamento automatico della situazione
linguistica e sociolinguistica di partenza non allargherebbe affatto lo
spazio comunicativo della lingua minoritaria, anzi finirebbe per
perpetuarne la subalternitą nei riguardi della lingua dominante storica,
facendola diventare assurdamente e regressivamente autoreferenziale per
la stessa comunitą, cč da osservare preliminarmente che tale
interpretazione localistica a mio avviso non tiene conto della complessa
ed eterogenea situazione che caratterizza le dodici minoranze linguistiche
storiche riconosciute dalla legge 482/99, le quali si presentano con
caratteristiche linguistiche, sociolinguistiche, culturali e geografiche
fortemente differenziate e che, pertanto, richiedono modelli di tipo
linguistico non univoci, ma rispondenti alla pluralitą delle situazioni
esaminate.
Ora, non ci sono segnali che il
legislatore abbia, attraverso il dispositivo normativo, cercato
deliberatamente di creare un solco politico e quindi linguistico tra
le minoranze linguistiche presenti in Italia e le loro comunitą nazionali:
lo proverebbe inequivocabilmente lo stesso utilizzo degli etnonimi di
caratterizzazione nazionale (es. minoranze albanesi, greche,
croate , ecc.) invece di quelle di maggiore caratterizzazione etnica
italo-centrica (es.arbėreshė, griki o grecanici,
slavo-molisani, ecc.) nell elencazione di esse, al 2° articolo della
legge.
Anzi, molto saggiamente direi sia il
legislatore nel dispositivo legislativo, ma anche gli organi ministeriali
preposti alla sua applicazione, nel regolamento attuativo della stessa
legge, non adoperano mai lespressione lingue locali in riferimento alle
lingue delle minoranze storiche, quasi fosse sottintesa la volontą
politica di voler tenere separate le minoranze linguistiche storiche
dalle rispettive comunitą nazionali di riferimento, ma molto pił
correttamente, sia nella legge sia nel regolamento, si fa ricorso ad
espressioni linguisticamente inequivocabili quali lingua di minoranza,
lingue e tradizioni culturali degli appartenenti ad una minoranza
linguistica riconosciuta
o a espressioni giuridiche, pił generali e neutre, quali lingue ammesse a
tutela.
Quindi lespressione lingua di
minoranza non puņ trarre in equivoco, né puņ essere arbitrariamente
interpretata come lingua locale, dovendosi intendere per lingua di
minoranza il codice verbale dalla comunitą minoritaria, anche in
riferimento alla comunitą nazionale di origine e alla sua lingua, comune e
condivisa.
Tale
soluzione localistica, che potrebbe forse trovare una qualche forma di
applicazione solo per qualche minoranza linguisticamente isolata, come
quella germanofona, che storicamente non ha potuto sviluppare, per
particolari condizioni ambientali, geografiche e culturali, una tradizione
linguistica unitaria con la comunitą nazionale di riferimento, non credo
che si possa adattare alla situazione arbėreshe, anche perché, come č
stato pił volte e autorevolmente ribadito, non esiste una lingua arbėreshe
comune.
Secondo
lutile approccio interpretativo fornitoci da Heinz Kloss, nella
definizione di ciņ che č lingua e di ciņ che č dialetto, č importante
distinguere tra fattori interni e fattori esterni.
I fattori
interni, di ordine linguistico, riguardano la distanza che separa tra loro
i due sistemi in esame.
Se questa distanza strutturale č molto marcata, le due varietą
linguistiche possono essere considerate Abstandsprachen o lingue
per distanza
secondo la terminologia di Kloss, perché vengono riconosciute come lingue
indipendenti gią in base alla distanza della loro struttura linguistica da
quella della lingua genealogicamente pił vicina; altrimenti, se manca
questa distanza, ci troveremo di fronte a due varietą linguistiche che
qualificheremo come dialetti della stessa lingua.
Tra i
fattori esterni, vanno considerati una serie di criteri che si riferiscono
al grado di elaborazione di taluni registri, che si riferiscono ad ambiti
pił elevati del codice comunicativo orale di base, di tipo principalmente
se non esclusivamente scritturale.
Ora, voler
identificare la lingua minoritaria tutelata dal legislatore attraverso la
legge 482/99 con la lingua locale e non con la lingua della minoranza,
significa di fatto non voler riconoscere le minoranze, ma solo dare un
formale (e minimale) riconoscimento culturale alle specificitą
linguistiche di queste comunitą considerate alla stregua di altre comunitą
locali.
Applicando
alla situazione arbėreshe tale arbitraria interpretazione, che vuole
proporre un modello comunicativo incentrato sulla lingua locale e non
sulla lingua della minoranza, si avrebbe come risultato immediato una
ulteriore e irreversibile frammentazione linguistica tra le diverse
parlate,
fatto questo che accentuerebbe la divergenza invece di favorire la
convergenza interdialettale, non essendo esse sinora state coperte dalla
lingua tetto.
La lingua
che si vorrebbe cosģ insegnare e sostenere nel nostro ambito
amministrativo, scolastico e comunicativo, sarebbe, per usare il noto
schema di Berrnstein, il solo codice ristretto, circoscritto a qualche
centinaio di vocaboli in uso nella lingua parlata locale. Loperazione che
ne scaturirebbe sarebbe di insegnare a scrivere agli albanofoni la sola
lingua parlata della comunitą e quindi si risolverebbe in una inutile,
inefficace ed dispendiosa operazione didattica di traduzione delloralitą
in scrittura, che condannerebbe gli arbėreshė al sottosviluppo linguistico
e culturale, non potendo essi accedere al loro codice elaborato, e
dovendo cosģ far ricorso allunico codice elaborato loro proposto e
insegnato, rappresentato dallitaliano.
A questa
interpretazione localista, rispondiamo con lesigenza di rispettare prima
di tutto i risultati delle tante ricerche dialettologiche condotte sul
campo in ambito arbėresh, da parte di alcuni dei pił noti linguisti ed
albanologi, che hanno permesso di indagare a fondo le condizioni di
eteroglossia dialettale che si registrano nelle cinquanta parlate
linguisticamente ancora vive in territorio italiano.
Sulla base
di questi risultati, č oggi unanimemente accettata lappartenenza dellarbėresh
quale variante dialettale di matrice tosco-meridionale nella struttura
dialettale dellalbanese, ma con tratti conservativi arcaicizzanti
condivisi anche con lalbanese di Grecia e lantico ghego, da una parte, e
con tratti innovativi che sono anche il risultato del lungo contatto
linguistico da esso avuto con i dialetti italo-romanzi, dallaltra.
Le
differenze linguistiche anche marcate, che pure si registrano allinterno
dellarbėresh tra le sue varianti dialettali, da una parte, e tra loro e
lalbanese standard, dallaltra, non appaiono di per sé determinanti, né
sufficienti, per spingere ad ipotizzare la trasformazione della variante
dialettale arbėreshe ad Ausbausprache (lingua per
elaborazione), secondo la terminologia di H.Kloss, ormai accettata
comunemente nei dizionari linguistici,
trasformazione che necessiterebbe, innanzi tutto, di un riconoscimento
interno da parte dei parlanti, di una utilizzazione completa della
varietą linguistica nella produzione scritta - sia informativa che
immaginativa - e preliminarmente di differenze di struttura linguistica
con la lingua imparentata, condizioni linguistiche ed extralinguistiche
che non mi pare trovino riscontro nella realtą arbėreshe. Anche le
conclusioni delle ricerche dialettologiche portano gli studiosi a
considerare un dialetto albanese, e non una variante linguistica autonoma
allinterno dellalbanese.
In tale
contesto larbėresh parlato che viene attualmente a configurarsi come Dachlose
Mundart, cioč dialetto senza tetto, dialetto non coperto,
secondo la nota definizione coniata da Kloss nel 1952,
a proposito delle lingue di quelle minoranze linguistiche i cui parlanti
non conoscono la lingua letteraria linguisticamente coordinata e
imparentata al loro dialetto, ha bisogno come lingua scritta della lingua
tetto dellalbanese comune,
una sorte di albanese standard allargato, comprendente alcune specificitą
comuni del sistema morfosintattico e lessicale arbėresh.
In questa
situazione, in cui ha senso far coesistere le varianti dellarbėresh
parlato sotto il tetto linguistico protettivo dellalbanese comune
scritto, non ha perņ senso una disputa tra variantisti (sostenitori
delle varianti) e standardizzatori (fautori della norma), potendosi (e
dovendosi) a mio avviso porre la giusta esigenza didattica di valorizzare
comunque il patrimonio linguistico di base, acquisito dallalunno nella
sua lingua materna, che non puņ perciņ essere escluso dalla pratica
didattica. Tale impostazione vuole evitare che si accentui il distacco, la
separazione, tra la lingua dellambiente sociale e la lingua dellambiente
scolastico, tra parlate italo-albanesi e lingua albanese comune.
Lipotesi
di trasformazione dell arbėresh a Ausbausprache (lingua per
elaborazione), distaccato dal macrosistema dellalbanese, č
linguisticamente insostenibile e politicamente irrealizzabile; quindi si
rivela del tutto velleitaria, non essendosi larbėresh riuscito ad imporsi
come lingua letteraria comune e unificante, neanche durante la Rilindja,
momento della sua massima affermazione, sia interna che esterna, e non
essendo esso in grado di essere elaborato ed imposto come Ausbausprache
(lingua per elaborazione) da nessun centro di potere culturale,
politico, amministrativo e istituzionale.
Tale sforzo, che risulterebbe, tra laltro, anche molto oneroso in termini
di apprendimento, sarebbe anche inutile in quanto a efficacia
comunicativa, dovendosi imparare una lingua del tutto artificiale,
costruita o restaurata a tavolino, non parlata in alcuna comunitą e non
utilizzata in alcun contesto ufficiale. Allora č proprio il caso di
chiedersi: a chi serve e a che serve?
In ogni
caso la distanza esistente tra lalbanese dItalia e lalbanese
standard, entrambi a base dialettale tosca, non risulta essere affatto
strutturale, non coinvolgendo né la fonetica né la grammatica di base, ma
il solo lessico.
Ma non cč
dubbio che ci debba confrontare comunque con tale distanza, che
rappresenta non certamente una questione di linguistica o di politica
linguistica, come č stato pił volte ingenuamente ed erroneamente
riproposto, ma un problema didattico da porre e da risolvere allinterno
di una strategia pedagogica attenta alle ragioni del plurilinguismo e del
pluriculturalismo, che porti il discente nella scuola di base delle aree
minoritarie arbėreshe a sviluppare gradualmente, attraverso appropriate
metodologie, la sua competenza comunicativa, tenendo conto delle
conoscenze linguistiche gią acquisite e di tutte le lingue in uso nella
comunitą: arbėresh, dialetto romanzo, italiano.
In altre
parole, occorre proporre allalunno arbėresh, che ha sinora sempre vissuto
in una situazione di bilinguismo composito (o bilinguismo zoppo, come
pił espressivamente č stato definito), una educazione linguistica che
punti a garantirgli una effettiva condizione di bilinguismo paritario. Per
raggiungere tale obiettivo occorre innanzi tutto consolidare la sua
competenza verbale di partenza, sia ricettiva che produttiva, che non puņ
prescindere dallarbėresh parlato allinterno della famiglia e della
comunitą di appartenenza.
Nel
passaggio dalloralitą alla scrittura, si terrą conto, nella prima fase,
dellalbanese conosciuto dallalunno, valorizzando la sua competenza
linguistica gią acquisita sia a livello orale, attraverso la varietą
dialettale arbėreshe della comunitą e, possibilmente le altre varietą
dialettali arbėreshe presenti nellarea, sia a livello scritto,
utilizzando i documenti linguistici e letterari.
Si
passerą, quindi, nella seconda fase, a illustrargli le differenze
esistenti tra le varietą dialettali albanesi - sia tra quelle arbėreshe
che tra quelle balcaniche - perché partendo dalle varianti linguistiche e
dalleteroglossia dialettale, possa prendere coscienza della unitarietą di
fondo che caratterizza il sistema linguistico dellalbanese comune.
Con questi
presupposti, si potrą, quindi, adottare nella terza fase, quale lingua
tetto delle cinquanta varietą dialettali arbėreshe parlate in Italia
lalbanese comune, che sarą sostanzialmente incentrato sul modello
ortografico, fonologico e morfologico dellalbanese standard, ma con una
certa flessibilitą normativa.
Tale
modello linguistico,
meno rigido di quello stabilito dalla norma per lalbanese standard, andrą
quindi ben oltre lalbanese standard, incardinando nel suo sistema quei
tratti -fonologici, morfologici, sintattici e lessicali- pił unitari e
comuni, ma che non rientrano nella lingua standard odierna e pertanto non
normativi, che larbėresh dItalia condivide, sul piano diacronico con la
lingua albanese antica e con larbėresh di Grecia, e sul piano sincronico
con i due dialetti storici dellalbanese, prevalentemente col tosco, ma
talvolta anche col ghego.
Francesco Altimari
Universitą della Calabria

cf. art.7, comma 1; comma2; comma 3; art.8, comma1; art.9, comma 1;
comma 2; comma 3, ecc.
L Heimat per gli Albanesi dItalia č storicamente l Arbėr,
o, come viene ora pił ricorrentemente definito, partendo probabilmente
da un errore di lettura delloriginario Arbėr-i (in forma
determinata), Arbėria, termine che ci riporta al concetto di
comunitą linguistico-culturale, concetto molto ampio, associato non a
una patria fisica o geografica ben precisa, ma alla condizione
linguistica di albanofonia (ai flet si na = parlare come
noi) e allinsieme delle comunitą albanesi considerate come una
grande diaspora (si pensi alletnonimo gjaku ynė i shprishur).