Mezzoeuro
Settimanale di
informazione regionale
Sabato 22 Aprile 2006
Colore e folkore ? No, grazie
Ngjira e folklor? Të lutem, jo
di Nicola Bavasso
Il giornalista Alfredo Frega dopo
quarant’anni di scrupolosi studi, ricerche e testimonianze dirette sulla
comunità arbëreshe di Calabria, raccolte e pubblicate nel corso della sua
pluridecennale attività giornalistica, ha scoperto di appartenere ad una
delle ultime tribù d’Italia. Leggendo il dossier pubblicato sul mensile
Geo (n° 4 Aprile 2006), dal titolo “Alla scoperta delle ultime
tribù d’Italia” ha conosciuto un aspetto del suo mondo arbëresh
ignoto.
Entrando nella
sua casa che si trova nella più importante strada di Lungro (via Dei
Cinquecento) intitolata ai cinquecento volontari garibaldini lungresi che
con il loro contributo di sangue diedero un apporto determinante all’unità
d’Italia, lo trovo intento a rovistare nell’archivio di famiglia in cerca
-mi dice - “di qualche testimonianza tribale lasciata dai suoi antenati”.
Nella sua
biblioteca ricca di testi rari come la prima edizione dei “Canti di
Milosao” (1836) del sommo poeta albanese Girolamo De Rada, di riviste
scientifiche arbëreshe e migliaia di libri di letteratura, linguistica,
tradizioni e pubblicazioni religiose prodotte nell’arco di circa quattro
secoli, spulcia tra gli scaffali e gli angoli più reconditi della stanza
alla ricerca di qualche testimonianza di rituali primordiali e di arnesi
magici.
A detta degli studiosi che arrivano da
lontano imbeccati da alcuni cultori del proprio orticello, noi arbëreshë,
siamo una delle ultime tribù d’Italia. Però non abbiamo un capotribù.
A distanza di
cinque secoli, riviste specializzate scoprono che l’Italia è un paese in
cui due milioni di italiani appartengono da secoli a 21 etnie minori. L’Arbëria
isola di diversità culturale d’eccellenza, conosciuta sin
dall’insediamento anche grazie all’attenzione rivolta da studiosi e
storici di portata internazionale come Cesare Lombroso, Normann Douglas,
Ernesto De Martino, Diego Carpitella, Pier Paolo Pasolini, Maximiliam
Lambertz, Eqrem Çabej, Eric P. Hamp e tanti altri ancora, viene portata
alla ribalta nel terzo millennio grazie all’elisir di lunga vita Borsci,
ai costumi di gala e dal fatto che “i preti si sposano”. Un dossier
irritante sull’Arbëria che dipinge un quadro a dir poco distorto di una
comunità che ha dato i natali al generale garibaldino Pierdomenico Damis,
uno dei Mille, ad Antonio Gramsci, il più grande pensatore del XX secolo,
allo statista Francesco Crispi, a Costantino Mortati uno dei protagonisti
della Costituzione Italiana. I Giornalisti e alcuni degli informatori che
hanno contribuito alle realizzazione del dossier, con il placet di
funzionari dello Stato, hanno badato unicamente a confezionare un prodotto
di colore e folclore ignorando volutamente l’azione di istituzioni
scientifiche e territoriali che da anni operano in maniera proficua. Le
peculiarità del rito greco-bizantino, le opere letterarie, la tradizione ,
i papàs depositari per secoli della lingua e della cultura arbëreshe, sono
passati come aspetti folcloristici e di colore. Nel servizio vengono
volutamente omessi aspetti rilevanti di una comunità viva immersa nella
sua identità culturale, una realtà che produce ma che attraversa un
periodo di difficoltà per questioni che rimangono irrisolte. L’Arbëria non
è questa. La realtà è un’altra
L’Arbëria continua ad essere offesa
anche dalle leggi dello Stato appositamente approvate per tutelare le
specificità culturali che detiene poiché in alcuni punti cruciali come
l’insegnamento obbligatorio della lingua, l’avviamento delle trasmissioni
radiotelevisive in lingua, rimangono inadempienti. Che dire poi
dell’intensa attività di insegnamenti degli atenei italiani dove sono
presenti da decenni le cattedre di lingua e letteratura albanese?
Arcavacata di Rende, in primis, viene continuamente delegittimata da
detrattori che in qualità di linguisti-poeti-letterati dall’alto dei loro
posti ministeriali si arrogano il diritto di censurare l’attività di
docenti, ricercatori e studenti che nel corso di circa trent’anni hanno
prodotto studi di indubbia valenza scientifica e pubblicazioni di opere
importantissime altrimenti destinate all’oblio. Bari, Napoli, Roma e
Milano continuano a dare lustro al plurilinguismo come risorsa della
nazione. Come è possibile non citare in un servizio giornalistico la
latitanza della Regione Calabria nei confronti delle minoranze in
contrapposizione all’attività dell’assessorato alle minoranze linguistiche
della provincia di Cosenza, unico in Italia, che insieme all’Osservatorio
delle Lingue e delle Culture minoritarie dell’Unical e dei comuni
arbëreshë e occitano sta portando avanti un’azione incisiva con progetti e
iniziative volte a promuovere le peculiarità delle minoranze linguistiche
calabresi?
A noi non piace il
colore, non piacciono le pubblicazione calate dall’alto, le mostre
dell’ovvio, i funzionari che si servono di amici compiacenti e parlano di
minoranze senza avere una conoscenza compiuta della realtà.