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ARBITALIA 
Shtėpia e Arbėreshėve tė Italisė
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

ANCHE LE LINGUE VIVONO / EDHE GLUHET RROJNE

di Paolo Borgia

Anche le lingue vivono

Ricordando, raccontando, camminando

Con rispetto parlando

 

Gli irlandesi parlano e scrivono, oramai, in ottimo inglese. E l’irlandese č diventata una lingua morta, che i giovani devono studiare a scuola, per amor di patria (e che i grammatici irlandesi del VII sec. sostenevano essere la sola lingua perfetta dopo la confusione di Babilonia) (U. Eco,1996). Il tramonto della civiltą tribale gaelica, saldatasi nel corso dei secoli con la successiva tradizione cristiana, si fa risalire all’episodio della «fuga dei due conti» nel 1607 a seguito della «missione civilizzatrice» nei confronti del ‘barbaro e rozzo popolo irlandese’ cattolico da parte inglese protestante. In realtą si trattņ di sanguinose guerre di colonizzazione, che videro gli irish combattenti perdenti, e a cui si aggiunse, in seguito, una drammatica crisi economica e sociale sfociata nella Grande Carestia - the Great Famine - tanto che molti furono costretti ad emigrare in America.

I Sardi risiedono nell’isola di Sardegna e si chiamano cosģ per via della invasione operata col ferro da una flotta Shėr-dana circa 3250 anni fa. I Feaci, la mite colta popolazione nuragica indigena (R. Pettazzoni, 1912), abitava in pace questa lontana terra di Scheria, come si dice nell’Odissea, ed era per loro il periodo del bronzo (M. Pittau, 1994).

I Sardi oggi parlano almeno 5 lingue sarde (+ altre). Possono usare il sardo agli esami scolastici e presentare tesi scritte finali nell’idioma nativo, avendo cura di impiegare la competente variante territoriale di ciascuna Universitą. Tra gli Scolastici di Cagliari e quelli di Sassari, infatti, c’č una sconsiderata ostentata irriguardosa contesa per l’adozione, come lingua unificata, dell’una o dell’altra parlata: evidentemente ciascuno parteggia per quella pił prossima alle rispettive mura scolastiche. Una variante, quella centro-settentrionale, č pił arcaica, limpida, fluente all’ascolto e pił affine forse ai primi testi dei Contaghi (inventari feudali) (G. Meloni, A. Dessģ Fulgheri, 1992) e della Carta de logu (Il codice di legge di Eleonora d’Arborea) (B. Pitzorno, 1984), l’altra, quella centro-meridionale, č pił intrisa del divenire del tempo, forse, ma di certo esito vivo delle storiche vicende subite, che vi hanno lasciato il segno.

In questa lingua neolatina (che sostituģ la lingua precedente, con l’eliminazione fisica, sono gli stessi romani a dirlo, di pił di 90.000 sardi, cioč di tutti i maschi) ci sono residui accado-sumeri (R. Sardella, 1995), etruschi (M.Pittau, 1984), punici, greco-bizantini (G. Paulis, 1983), genovesi, pisani, catalani, castigliani, piemontesi (M. L. Wagner, 1916). C’č persino un inverosimile toponimo, Arbatax (leggi Arbatazh = 14 in arabo), che perņ, a detta degli storici arabi di scuola cairota e magrebina, lģ non sono riusciti a mettere piede benché ben tre loro flotte furono armate allo scopo e perņ affondate da Poseidone (Mohamed M. Bazama, 1988).

I vecchi pastori e i mezzani conoscono benissimo la variante che non parlano, perché era uso mandar lontano i figli a fare i garzoni, i servi-pastori (=teracu da traco, su meri č il padrone, cf. arb. delėmeri i mirė). E nei giorni di festa essi sono tuttora in grado di cantare a memoria lunghi mottetti in entrambe le forme linguistiche. Le nouve generazioni, occupate o disoccupate, parlano un sardo liquefatto, diluito nel vocabolario italiano.

Tentativi di mandare in onda telegiornali o di inserire pagine in sardo sui giornali restano tentativi, che non decollano. Pił successo hanno spettacoli di varietą o rappresentazioni scolastiche, teatrali o televisive di commedie, farse o tragedie: lģ trovi la creativa eleganza della lingua, impreziosita da tutto ciņ che il quotidiano vivere odierno sembra ignorare.

Il clero sardo che, molto tempo prima dei noti fatti francesi, seppe guidare i “moti thiesini” contro la tirannia dei barones, e che per questo subģ l’arresto - e altro - di una quarantina dei suoi sacerdoti, non coltiva pił la tradizione linguistica indigena diversamente dai suoi predecessori, forse per indolente assenza o per altezzosa protervia culturale o forse in ossequio a direttive superiori oppure per brama di pił favorevole ‘carriera’. Il governo isolano non lesina risorse per la salvaguardia dell’identitą non solo linguistica ma anche artistica, culturale, archeologica, turistica e territoriale. Della fierezza della propria Sarditą ne fa il principale strumento per una rinascita economica imprenditoriale.

I Siciliani parlano in Siciliano… anche quando parlano in italiano, in inglese… ma si comportano come se si vergognino di una presunta inferioritą, subalternitą culturale senza un domani, come se la storia proceda lontano dall’isola. Di recente volenterosi intellettuali specie operatori del mondo della scuola “bassa” si sono riuniti a Cefalł ed hanno incominciato ad interrogarsi “insieme” sul futuro della propria terra, sul come poter dare testimonianza propositiva, sul come tornare a coniugare intuito spirituale e competenze culturali, cioč come sfruttare la propria centralitą geografica planetaria e l’esperienza storica plurimillenaria di coesistenza e di scambio per promuovere una irradiazione politico-culturale capace di arrestare ed invertire la miserabile pietosa ininterrotta processione migratoria di sofferenza solitaria in un processo propulsivo del ritorno rapido.

Gli abitanti della penisola appenninica, dalle propaggini meridionali pollino-silane e salentine fino all’arco alpino, la loro identitą la legano perlopił alla Azzurra Nazionale di Calcio e alla Rossa Ferrari, la prestigiosa autovettura da corsa. Vivono sicuri del loro benessere, della mitezza climatica assoluta, della supposta protezione irreversibile della UE e non sembrano avvedersi della fragilitą del sistema-paese, dell’assimilazione culturale esterna, dell’assedio economico selvaggio, della destabilizzazione del mondo operata dalla stessa rapida evoluzione. In questa terra, quando era ancora costellata da una pluralitą di cittą-stato (al pari della gloriosa Ellade), si scelse da parte della intellighenzia cultural-politico-diplomatica di adoperare la parlata “volgare” di Toscana perché possedeva sia una presunta comoditą-identicitą-semplicitą fonetica con il latino ma ancor pił per la sua pił qualificata produzione artistica, letteraria e scientifica disponibile come pure per la sua esclusiva capacitą costruttiva di potenti armi da fuoco e la conseguente ricchezza economico-finanziaria. Solo con la scolarizzazione obbligatoria di stato, la radio e la televisione questa lingua, in sé estranea e senz’anima, perché sovrapposizione intellettuale e non naturale, non frutto di autogenesi, cioč di origine popolare se non in Toscana, va diventando il mezzo di comunicazione unificato, anche se diluito nell’inglese, a discapito delle preesistenti parlate e lingue, che quanto ad anima, cultura e storia c’č ne hanno da vendere. Basti pensare alla lingua napoletana, che nelle sue varianti č parlata da Pescara fino allo Jonio ed illustra il genio creativo della sua gente nel mondo.

Tra le diverse parlate, troviamo al ridosso citeriore delle Alpi quelle finitime transalpine, retaggio ameboide di trascorsi sconfinamenti imperiali. Vi sono anche quelle di insediamenti di gruppo risalenti ad epoche remote. Talvolta furono vere invasioni, talaltra avvennero in pace, in assenza di contingentamenti formali all’immigrazione e in un certo senso in modo coordinato. Va ricordato che fino a tempi recenti (1954), il trasferimento individuale senza ingaggio di lavoro (anche interno) era in pratica possibile solo ai militari, ai capimastro, alle persone ricche, colte o al clero come quando “nel 1453 Costantinopoli venne conquistata dai Turchi. [E] O. Hiltbrunner commenta questo evento in maniera laconica: «gli ultimi (…) dotti emigrarono (…) verso l’Italia e trasmisero agli umanisti del Rinascimento la conoscenza dei testi originali greci»” (J. Ratzinger, 13 maggio 2004).

La pił antica di tali consapevoli comunitą č quella ebrea, che ininterrottamente da 22 secoli risiede a Roma. Essi vi giungono nel 170 a.C. al seguito degli ambasciatori mandati da Giuda Maccabeo per redigere un documento di pace e alleanza (1 Maccabei 8). Qui essi partecipano alla vita della cittą (Svetonio, Vita dei Cesari) e godono di privilegi (Flavio Giuseppe,II sec.). Sono 50000 nella Roma che conta un milione di abitanti. Sono una comunitą con una struttura: scribi, dottori della legge, mercanti e artigiani. Sono citati nel Talmud, che hanno concorso a redigere. Nel 1160 un viaggiatore ci dice che le 200 famiglie residenti nell’Urbe sono integrate e colte. I loro guai iniziano con Callisto II ma sarą il IV Concilio Lateranense a sancire una barbara ininterrotta discriminazione… che durerą fino al 1896. Ma gią dal 1907 al 1913 Angelo Sacerdoti, ebreo, guiderą l’amministrazione della Cittą Santa. Oggi essi parlano come quelli con cui coabitano (la maggior parte immigrati dopo il 1870, quando Roma contava 120000 abitanti, dopo essere diventata una cittadina di 50-60000 residenti, la cui principale fonte di reddito era il pił antico mestiere con 8000 (!?) addette, appena prima dell’espansione rinascimental-barocca) e forse per questo sono i pił autentici veri romani de Roma. Alla loro scuola (a differenza di altre due, che operano altrove) vi possono accedere anche i non ebrei; vi si insegna la lingua ebrea che usano ormai solo nella sinagoga, luogo di studio e di culto (Giacomo Saban, Conferenza: I romani de Roma, 23.02.2006, Accademia Angelica Costantiniana, Palazzo Della Rovere, Roma). Non hanno attualmente restrizioni di cittadinanza, nč privilegi di alcun genere, né contributi statali di minoranza.

Pił recente č l’immigrazione arbresche. Questa presenta delle peculiaritą distintive che non consentono di usare il termine di comunitą in senso stretto. Intanto, perché pił che di una immigrazione, si tratta di successivi trasferimenti-insediamenti nel Regno di Napoli o delle Due Sicilie, suddivisi in sette principali ondate migratorie dal 1448 al 1825, ma ce ne sono state anche nel XIII e nel XIV secolo e anche dopo il 1825. Anche le ragioni non sono univoche. Alcuni insediamenti sono conseguente frutto di prestazioni militari mercenarie - di compagnie di ventura -, altri sono ospitali accoglienze di profughi sfuggiti all’avanzata occidentale ottomana. Si tratta di persone giunte via mare, perché via terra lungo il percorso costiero adriatico c’erano impedimenti strutturali - mancanza di strade -  e interdizioni politico-economiche, ma in ultima analisi si trattņ di aggiotaggio da parte di chi sfruttņ la fretta di chi voleva andarsene per spillare il maggior quantitativo di danaro per i noli, cioč da parte delle cristianissime repubbliche marinare. E intanto Firenze arricchiva vendendo cannoni al turco.

Quale era invece la ragione di tanta generositą da parte dei reali lombi meridionali? Certamente la ragione principale va ricercata nello spopolamento di grandi aree prodotto dalla peste delle crociate. Questa giunse fino alla penisola scandinava (1365). Si tratta della stessa ragione per la quale nel 1338 viene sanzionata formalmente la preesistente presenza arbresce in Grecia: ad una situazione di fatto segue la concessione di terra da lavorare a un responsabile gestore con il gravame di difenderla dal nemico. In termini generalissimi, veniva assegnato un territorio ad un cavallaro che suddivideva in lochi (cf. supra-llocu-cavaddaru = si fa come tu comandi) assegnati alla gente del suo clan e a terzi. Dalle gabelle riscosse il cavallaro doveva consegnare al fisco imperiale il corrispettivo per far fronte al mantenimento di un cavaliere, inteso come sistema d’arma (vitto e alloggio suo, del cavallo e dello scudiero, equipaggiamento, armamenti, ammortamenti, ecc.), questo appunto nella Grecia attuale fino all’estremo Sud, il Pelopponeso, cioč la Morea - quella dell’inno pan-arbrescio - O e bukura Morč - (Mark Mazower, Continuitą e cambiamento, in Guide APA “Grecia”, Zanfi Editori Srl 1992, pag.17). Va poi considerata anche la prospettiva generale di una riconquista occidentale cristiana delle terre sottoposte alla turca dominazione: pensiero non peregrino circolante soprattutto in ambito papale, grazie al quale venne imposto alle autoritą locali contrarie a dare ospitalitą a non-servi-della-gleba, come era nel Sud la normal-condizione sociale rurale fino al 1831, ma a uomini liberi e armati di arma bianca corta. Cosģ gli insediamenti arbresci furono atipiche Universitą (Liberi Comuni), specialissime isole comunarde in un contesto feudale (D. Mack Smith, 1970).

Quanto alla provenienza dal centro-meridione dell’Albania e dalla Grecia, ci viene in soccorso la generale appartenenza religiosa e rituale bizantina, anche se non si puņ escludere che una minoranza latina settentrionale aggregata si sia assimilata alla maggioranza. Infatti, la minoranza cattolica, sottoposta all’autoritą morale del Papa, ostile all’impero ottomano, era discriminata fiscalmente, doveva cioč pagare un tributo annuo familiare doppio (60 grosh anziché 30 nelle diocesi latine di Prizren, Shkopje e forse di Scutari e Antivar), rispetto ai cittadini appartenenti ai mellit, gruppi sociali riconosciuti attraverso i rispettivi capi religiosi islamici, ortodossi ed ebraici. Ad essi veniva demandata la responsabilitą della gestione (clericale) autonoma del diritto ereditario e familiare. I cattolici per non pagare l’esosa tassa religiosa si dichiararono pubblicamente islamici, senza esserlo, e furono chiamati, per questa doppiezza, salamandre, laramanė, alcuni furono perseguitati e deportati a causa dell’integralismo emerso nei concili albanesi e di Clemente XI (G. Gjini, 1986).

Il nome arbėn/resh (esito di albanoi, Tolomeo, II sec.) gią usato da Buzuku, che D. Camarda attribuisce ad una delle tribł albanesi e che E. Ēabej invece considera distintivo dell’antico nome nazionale albanese, oggi andrebbe riconsiderato alla luce della estrema densa diffusione in Europa come toponimo del tema alba, alpe, k-arpa-zi. Per fare un esempio, “Alba” č la Scozia in gaelico e “albannach” č chi vi abita (R. Mackinnon, 1971).

Dietro all’apparente anarchia linguistica arbresce, in realtą, quando si considera l’Arberia, si nota che questa, non possedendo una continuitą territoriale, č piuttosto un consorzio di centri abitati sparsi e talvolta distanti, collegati, perņ, strettamente nello spazio e nel tempo da un identico concernere se stessi, l’idea che essi hanno di sé,  appunto l’idea arbresce.

 Si tratta di una vera e propria ideologia, non ideocratica o astratta, che dalla cultura e dalla lingua arbresce emerge e il cui dato primario č la sua identificazione. Si tratta cioč dell’individuazone delle categorie di analisi e di giudizio con cui viene recepito e creato il reale. Questa remota cultura, certamente cristiana ed europea, inquadrava fino a ieri la totalitą di ogni aspetto della realtą gią esistente o da crearsi nella funzione del sacro (comprendente la sfera sessuale e spiritica), in quella militare e in quella economica (produzione dei beni e godimento di tutto ciņ che conferisce piacere e sicurezza alla vita) (cf. E. Campanile, 1994).  Al centro di questa identitą intorno a cui tutto ruota, c’č la donna, il cui ruolo creativo sacralizzato č rappresentato simbolicamente dal suo costume regale (cf. L. Conti, O. Marquet, 1988).

La molteplice stratificazione storica delle variegate espressioni locali arbresce rende improbo l’apprendimento e lo studio della lingua. Credo che sia necessario procedere da una preventiva compenetrazione nella sua orecchiabilitą - normativitą-del-suono - che sta alla base, a suo fondamento costitutivo. Cioč, per ora, per chi vuol imparare una delle parlate arbresce č conveniente ascoltare, concettualizzare, cercare di ripetere e memorizzare, come fanno i bambini, magari prendendo appunti con l’alfabeto unificato ormai entrato nell’uso corrente.

Certo sarebbe utile realizzare un vocabolario-contenitore-aperto italiano-arbėresh, completo degli inscindibili paradigmi costitutivi delle parole (articoli, nomi, pronomi, aggettivi e verbi) e dalla pił vasta fraseologia popolare e letteraria. Pure utile sarebbe realizzare una grammatica-conteniore, che non avesse perņ la pretesa di unificare, riducendo, semplificando o, peggio, eliminando (come č stato gią fatto col neutro, l’articolo plurale obliquo –t,  le desinenze in –uam, -iem, ecc.)  tout court ma accogliendo, validando, comprendendo e massimizzando tutta la ricchezza, la rispettabilitą e la liceitą dell’esistente espressivo non solo letterario ma anche e soprattutto quotidiano.

E questo, perché se si consente al potenziale fruitore gią parlante di identificarsi almeno parzialmente nel contenuto degli ausili che si vogliono offrire, allora essi diventano un valido strumento di arricchimento culturale per genitori e insegnanti, indispensabile per la loro missione educativa e formativa. Sempre che essi lo vogliano fare e manifestino l’adesione (o il diniego) previsto per la gestione dei programmi scolastici come stabilito nella legge 5.

Perņ, il pił grave problema da affrontare e da superare sta nell’incomprensione della  valenza o della presunta inconsistenza ideologica strutturale interna all’espressione arbresce e del conseguente rifiuto a riconoscersi in essa da parte delle recenti generazioni. Perché se la parte vera e pił intima dell’uomo č “una interiorizzazione della comunitą” (J. Hillman), allora il disagio giovanile si esprime nel rifiuto, appunto, della preesistente lingua e nell’impiego di un linguaggio gergale diverso come ad esprimere il desiderio, ritenuto impossibile, di realizzare “il vero sé”.

Allora, parafrasando il concetto espresso da Gesł “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5), corre l’obbligo di dire alle recenti generazioni in modo incontrovertibile “senza una ideologia non si puņ far nulla” e questa - non ideocratica o astratta - c’č nell’arbėresh, come abbiamo appena accennato, da tempo immemorabile, a partire, per esempio, dalla solenne semplicitą relazionale dell’interloquire con sconosciuti: “Ti burrė, ti grua, ju vajza, ju djem” (tu uomo, tu donna, voi ragazze, voi ragazzi). Qui vedi il rispetto per l’altro e la schiettezza dei giochi linguistici: ti individuo come persona e ti do un nome esclusivo nel mondo. Solo dopo séguiti con il normativo, strote, zotrote o zotėria jote, dato ad uno sconosciuto pił anziano di te, supposto a priori ‘signoria tua’.

Riconoscere la mediocritą, e perciņ la propria, (i) per poter riconoscere la valenza reale di un coordinamento della libertą, (ii) per poter riconoscere la valenza della diversitą orizzontale coordinata della fratellanza, (iii) per poter riconoscere la valenza della diversitą verticale coordinata dell’eguaglianza. Istanze, queste che da pił di duecento anni giacciono disattese e che forse attraverso la riappropriazione della lingua e della cultura arbresce, naturalmente come delle altre ancora vive, possono pił celermente procedere nel lungo cammino della loro attuazione planetaria, con rispetto parlando.

Paolo Borgia

Edhe gluhėt rrojnė

Tue kujtuar, ture rrėfyer, tuke ecur

Duke folur me nder

 

Irlandezėt flasin e shkruajnė, sot si sot, nė mė tė mirėn anglishte. E irlandishtja u bė njė gluhė e vdekur, ēė tė rinjtė duhet t’e studiojnė te s/shkolla, pėr dashurinė e atdheut (dhe ēė gramatikanėt irlandezė e VII shek. mbajnė pėr tė vetmen gluhė e pėrsosme pas ng/shkatėrrimit tė Babeles) (U. Eco, 1996). Perėndimi i qytetėrimit fisor gaelik,  lidhur glatė shekujvet me traditėn e krishtere ēė vjen pas, bėhet tė niset me ndodhjen e «ikjes sė dy kontėvet» mė 1607 si pasojė e «misionit civilizimi» ndaj <barbarit dhe tė trashit (pagdhendurit) popull irlandez> katolik nga ana angleze protestante. Nė realitet klenė luftėra gjaku kolonizimi, ēė panė ‘irish-it’ luftarė tė mundur, e tė cilavet, pra, u shtua njė dramatike krizė ekonomike dhe shoqėrore ēė vate tue u rritur ngjera nė tė Madhin Zi buke - ‘the Great Famine’ – aq shumė se njė turmė gjindesh pat(i) tė mėrgohej nė Amerikė.

Sardėt banojnė nė ishullin e Sardenjės e quhen (thėrriten) kėshtu pėr shkak tė shkeljes vepruar me ‘hekurin’ nga njė flotė Shėr-dane rreth qysh 3250 vjet prapa. Feaēes-it, popullsia e vendit, nuragjike, zėmbėrbutė, e kulturuame (R.Pettazoni, 1912), banojė nė paqe nė kėtė tė largėt dhe tė Skerjes, si thuhet nė Odhisenė, e ish pėr ata periudha e ‘bronzit’ (M. Pittau, 1994).                                           

Sardėt sot flasin 5 gluhė sarde (+ tjera). Munt/d tė pėrdorin sardishten nė provime skollore dhe tė paraqitin tezat, d.m.th. punėt diplome universitare tė shkruara nė gluhėn ėmėsore, tue pasur kujdes tė pėrdorin e folmen ēė i pėrket territorit tė atij Universiteti. Nė mes Arsimtarėvet tė Kaljarit e ata tė Sasarit, nė fakt, ka njė e zmadhueme, e dėftuame, e panderueshme ndeshje pėr zgledhjen e gluhės kombėtare, ku ēdonjeri anon pėr atė ēė flitet ndanės (danxė, pė’krahu, rreth, rrėzė, pranė, afėr) murevet skollore tė tij. Njera e folme, ajo qendro-veriore, ėshtė mė arkaike, e kthjellėt, rrjedhėse pėr tė marrė vesh dhe, ndofta (thomse) mė e afėrme, me tė parat tekste tė “Kontagevet” (inventarevet feudale) (G. Meloni, A. Dessģ Fulgheri, 1992) dhe tė “Ligjės sė vendit” (kodit ligjor tė Eleonorės sė Arboréas) (B. Pitzorno, 1984), tjetra, ajo qendro-jugore, mė e turbullame nga hullia e qėroit, thomse, por sigurisht ė’ sukses i gjallė tė ndodhjevet historikė, pėsuara e ēė lanė shenjėn.               

Te kjo gluhė neolatine (ēė mori vendin e sė mėparshmes, me heqjen fizike, janė vetė romakėt ēė e thonė, tė mė shumė se 90.000 sardė, d.m.th. tė gjithė meshkujvet) kanė mbetje akado-sumere (R. Sardella, 1995), etruske (M.Pittau, 1984), punike, greko-bizantine (G. Paulis, 1983), genovese, katallane, pisane, kastiljane, pjemonteze (M. L. Wagner, 1916). Ka edhe njė i pamundshėm toponim, Arbatax (zgl. Arbatazh = 14 nė arab), por ēė, si thonė historianėt e skollės kairote e magrebine, atje ngė arritėn tė i vėjnė kėmbė megjithėse tre flota tė tyre klenė ndėrtuar mė kėtė qėllim e klenė fundosur nga Poseidoni (Mohamed M. Bazama, 1988).                  

Barinjtė pleq dhe ata nė moshė tė mesme e njohin mir’e mirė tė folmen ēė ngė flasin, pse ish zakon tė dėrgoh/n/feshin bijtė l/llarg(u) pėr tė bėrė si shėrbėtorė-barinj (= ‘teraku’ nga traku, ‘su meri’ ė’ i zoti; krh. me arb. ‘delmeri i mire’). E te ditėt feste ata ngjera mė sot ia dinė tė kėndojnė vjersha tė glet ēė kujtojnė nė tė dyja format gluhėsore. Brezat e reja, me punė o pa punė, flasin njė sardishte e ljosur me fjalė italiane.

Nga herė ēė zė fill transmetimi telegazetash o futen shfaqje nė sardishte mbi gazeta tė pėrditshme, pas pak qėro zhduken si lindėn, ngė ngrė/ihen. Mė sukses kanė shfaqje zbavitjeje (estrada) o skollore, teatrale o televizive tė komediave, farsave o tragjediave: aty gjen elegancėn krijuese tė gluhės, vleftėsuar nga gjithė atė ēė tė rruarit tė pėrditshėm tė sotėm duket se ngė merr parasysh (pėrfill).

Kleri sardė ēė, shumė qėro mė parė se tė ndodheshin faktet franceze tė njohura, dijti tė prijė “lėvizjet thiesine” kundėr tiranisė sė “barones-vet”, e ēė pėr kėtė pėsoi ndalimin – dhe tjetėr – e rreth dyzet nga zotrat/ėrinjtė e tij, sot ngė ka mė kujdes pėr traditėn gluhėsore e vendit si kishin bėrė tė mėparshmit, thomse pėr pakujdesģ munguese o pėr kryelartėsi sqimatare kulturore o thomse pėr tė marrė vesh urdėrime tė epėrme apo pėr dishirim karriere mė tė volitshme. Qeveria e ishullit ngė ka dorėn e shtrėnguar pėr tė vėnė nė dispozicion burime pėr ruajtjen e njėjtėsisė jo vetėm gjuhėsore por edhe artistike, kulturore, arkeologjike, turistike dhe tė territorit. Vepron nėpėr krenarinė e Sarditetit tė vet si vegle/ėl kryesore pėr njė rilindje tė sipėrmarrjes (iniciativės) ekonomike.

Siēillianėt flasin siēillianisht… edhe kur flasin italisht, anglisht… por sillen skurse (sikur) tė kenė turp pėr njė tė imagjinuame gjendje mė tė ulėt dhe pa tė nesėrme, skurse historia tė shkojė llargu nga ishulli. Te tė sprasmet qėronje disa intelektual me vullnet tė mirė sidomos veprimtarė tė botės sė skollės “sė ulėt” u pėr/pikėpoqėn nė Ēefalł e zurėn fill tė bėheshin pyetje “njeri me tjetrin” pėr tė ardhmen e dheut tė vet, pėr si munt tė ji/epet dėshmi propozuese, pėr si munt tė rindėrlidhet pameta intuiti shpirtėror dhe kompetencat kulturore, d.m.th. si munt tė shfrytėzohet centraliteti i vet gjeografik planetar dhe pėrvoja historike bashkekzistence dhe shkėmbimi tė shumė mijėrave vjet pėr tė nxitur njė rrezatim politiko-kulturor tė aftė tė ndalojė dhe tė anasjellė (prierė prapa) procesionin mėrgimi, mjerimi, vuajtjeje, tė pandėrprerė, ēė bėn keq, nė njė proces propulsiv tė kthimit tė shpejtė.

Banorėt e gadishullit apeninik, nga  anėt jugore pollino-silane dhe salentine ngjera te harku i alpevet, njėjtėsinė e tyre e lidhin kryesisht me tė Kaltrėn Kombėtare Futbolli dhe me tė Kuqen Ferrari, prestigjosen veturė vrapimi. Rrojnė tė sigurtė me mirėklėnien e tyre, me butėsinė klimatike absolute, me tė imagjinuemen ruajtjeje pa mbarim tė UE-s e ēė duket se ngė ndiejnė thyeshmėrinė (fraxhilitetin) e sistemit-vend, asimilimin kulturor e huaj, rrethimin ekonomik e egėr, destabilizimin e botės vepruar nga vetė evolucioni i shpejtė. Te kjo tokė, kur ish ende pėrbėrė nga njė shumėsģ qytetesh-shtete (si Elladja e lavdishme), u zgledh nga ana e ‘intelligjenciės’ kulturore-politiko-diplomatike tė pėrdorej e folmja “vulgare” tė Toskanės pse ajo kish kloftė njė imagjinare komoditet-identicitet-thjeshtėsi fonetike me latinin kloftė edhe mė shumė pėr tė cilėzuamin prodhim artistik, letrare dhe shkencore tė disponueshėm si edhe pėr ekskluziven aftėsi tė ndėrtoheshin tė fuqishmet armė zjarri dhe pėr qosmen konsekuente ekonomiko-financiare.

Vetėm me skollorizimin e detyrueshėm shtetor, me radiojėn dhe me televizionin kjo gluhė, nė vete e huaj e pa shpirt, pse ė’ sipėrvėnie intelektuale dhe jo natyrore, jo fryt vetėgjenetik, d.m.th. me prejardhje popullore veē se te Toskana, vete tue u bėrė mjet komunikimi i njėsuar, megjithėse ljosur me anglishten, tue dėmtuar tė folmet dhe gluhėt tė mėparshme, ēė sa pėr shpirt, kulturė dhe histori i kanė pėr tė shitur. Mjafton tė mendohet gluha napulitane, ēė me tė folmet tė ndryshme tė saj ė’ folur nga Peskara ngjera te dejti Jon e ēė shquan gjeniun krijues tė gjindes sė saj tė bota.

Nė mes tė ndryshmet tė folme, gjejmė rrėzė Alpevet tė kėtejshme ato fqinje transalpine, mbetje shkufizimesh ameboide tė perandorive tė kaluara. Kanė edhe ato tė grupeve ēė erdhėn qysh nga qėronjet tė lashta. Ndonjė herė klenė shkelie tė vėrteta, ndonjė tjetėr herė u ndodhėn nė paqe, pa pasur kufizime formale pėr imigrimin dhe nė njė farė mėnyrė bashkėradhitur. Duhet tė kujtohet se ngjera te qėronjet e fundit (1954) nė praktikė transferimi individual pa angazhim pune (edhe i brėndshėm) ish lejuar vetėm ushtarėvet,  kryemjeshtėrvet, tė qosmėvet, tė kulturuamvet o klerit si kur “nel 1453 Costantinopoli venne conquistata dai Turchi. [E] O. Hiltbrunner commenta questo evento in maniera laconica: «gli ultimi (…) dotti emigrarono (…) verso l’Italia e trasmisero agli umanisti del Rinascimento la conoscenza dei testi originali greci»” (J. Ratzinger, 13 maj 2004).

Mė e lashta nga kėto bashkėsi tė vetėdijshme ė’ ajo ēifute, ēė banon pandėrprerėsisht nga 22 shekuj Romė. Ata erdhėn kėtu mė 170 mėparė se K. bashkė me ambasadorėt dėrguar nga Xhuda Makabeu pėr tė hartuar njė dokument paqeje dhe besėlidhjeje (1 Makab. 8). Ketu ata marrin pjesė te jeta e qytetit (Svetonio, Vita dei Cesari) e gėzohen pėr privilegje (Flavio Giuseppe, II shek.). Janė 50000 tek ajo Romė me njė milion banorė. Janė njė bashkėsi me njė strukturė: shkrues, doktorė tė ligjės, tregtarė dhe artixh/zanė. Janė cituar te Talmudi, tek i cili morėn pjesė pėr tė e shkruar. Mė 1160 udhėtar na thotė se dyqint/dat familje ēė banojnė nė Urbe janė tė kulturuame dhe si tjerat. Hallet e tyre nisin me Kalliston II por do tė jetė IV Koncil tė Lateranit ēė vendos njė barbar persekutim tė pandėrprerė... ēė nduris ngjera mė 1896. Por qysh nga 1907 ngjera 1913 Angelo Sacerdote, ēifut do tė prijė administratėn e Qytetit tė Shenjtė. Sot ata flasin si ata me tė cilėt bashkėbanojnė (tė shumtit imigruar pas 1870, kur Roma bėjė 120000 banorė, pasi (ēė) u bė njė qytetėth me 50-60000 banorė, ku burimi kryesor tė tė ardhuravet ish arti (zanati) mė i lashtė me 8000 (!?) tė ngarkuame, pak mė parė tė zgjerimit rinashimental-barok) e thomse pėr kėtė janė vėrtet mė autentikėt ‘romani de Roma’. Te skolla e tyre (ndryshe nga dy tjera, ēė veprojnė tjetėrkund) munt tė shkruhen edhe jo ēifutėt, atje mėsohet gluha ēifute ēė pėrdoret sot si sot vetėm te sinagoga, vend studimi dhe kulti (Giacomo Saban, Konferencė: I romani de Roma, 23.02.2006, Akademia Angelika Kostantiniana, Palazzo Della Rovere, Roma). Nani ngė kanė kufizime qytetarģe, as privilegje pėr ēdo (ēfarėdo) lloj, as kontribute shtetore pėr pakicat.

Mė i afėrmė te qėroi ėshtė imigrimi arbėresh. Ky ka disa veēori dalluese ēė ngė lejojnė tė pėrdoret fjala bashkėsi nė ndėlgim tė ngushtė. Ndėrkaq, pse mė shumė se njė imigrim bėhet fjalė pėr disa transferime-themelime tė ndryshme te Mbretėria e Napulit o tė Dy Siēilliet, ndajtur nė shtatė valė mėrgimi nga 1448 ngjera 1825, por ēė klenė edhe nė XIII e nė XIV si edhe pas 1825. Edhe arsyet ngė janė univoke. Disa themelime janė konsekuent fryt shėrbimesh ushtarake me rrogė – kompaniesh ‘vinture’ -, tjerė janė pritje mysafirore refugjatėsh shpėtuar nga pėrparimi perėndimor osman. Bėhet fjalė pėr gjinde ēė erdhėn nga dejti, pse dhromi pėr dhe glatė udhės rrėzė dejtit Adriatik kish pengesa strukturore – mungesė rrugėsh – dhe ndalime politiko-ekonomike, por si e sprasme analizė u bė shpėrndarje njoftimesh tė rreme nga ana e atyre ēė shfrytėzuanė nxitimin tė atij ēė de/ojė tė ikjė pėr tė thithur sasin mė e madhe parash, d.m.th. nga ana e republikavet marinare shumė tė krishtere. E ndėrkaq Firence qosej tue shitur topa turkut.

Cila ish pėrkundra arsyeja e gjithė kėsaj bujarėsie nga ana e ijėvet mbretėrore tė Jugut? Me siguri arsyeja kryesore ka tė kėrkohet tė zhdukja e popullsisė nga territore tė gjerė shkaktuar nga murtaja e kryqezatavet. Kjo arriti ngjera te gadishulli skandinav (1365). Bėhet fjalė pėr tė njėjtėn arsye pėr tė cilėn nė 1338 u vendos zyrtarisht prania e mėparshme arbėreshe nė Greki: nga njė situatė <de fakto> shkohet te koncesioni tė punohet dheu nga ana e nj(ė)i administratori pėrgjegjės me rėndimin e mbrojtjes nga armiku. Nė fjalė tė gjera tė gjera, dorėzohej njė territor nj(ė)i <kavallari> ēė e ndajė nė <lloke> (khs. ‘supra-lloku-kavadaru’=‘bėhet si ti urdhėron’) dorėzuar fisit tė tij dhe shėrbėtorėve tė tretė. Nga gabelat marrė, kavallari duhejė tė jipjė perandorit gjithė atė ēė i duhej nji kaloresi, ndėlguar si ‘sistem arme’ (ushqim dhe fle/jėtje tė tij, tė kalit, e tė shqytarit, pajisje, armė, amortizime, etj.), gjithė kjo pikėrisht nė Grekinė e sotme ngjera te Jugu ekstrem, Peloponesi, d.m.th. te Morea, ajo e himnit pan-arbėresh <O e bukura Morč>  (Mark Mazower, Continuitą e cambiamento, nė Guide APA “Grecia”, Zanfi Editori Srl 1992, faq.17). Duhet pra tė pėrfillet edhe perspektiva e pėrgjithshme tė rifitores perėndimore tė krishtere tė vendevet nėnshtruar sundimit turk: mendim jo pelegrin ēė qarkullojė mbi tė gjitha nė mjedisin e papės, fal tė cilit u urdhėrua autoritetevet lokale, ēė kundėrshtojė tė dhėni mikpritje ‘jo-shėrbėtorėve-tė-dheut’, si ish te Jugu normal-gjendja shoqėrore fshatare ngjera mė 1831, por njerėzve tė lirė dhe armatosur me armėn e bardhė e shkurtė/ur. Kėshtu themelimet  tė katundevet arbėreshe klenė atipike Universitet (Komune tė Lira), shumė speciale ishuj tė periudhės komunale brėnda nj(ė)i konteksti feudal (D. Mack Smith, 1970).

Sa pėr tė ardhurit nga pjesa qendro-jugore e Shqipėrisė dhe tė Grekisė, na ndihmon pėrkatėsia e pėrgjithshme fetare dhe rituale bizantine, megjithėse ngė munt tė pėrjashtohet se njė pakicė li/ėtire veriore e bashkuame u pėrzie me shumicėn. Nė tė vėrtetė, pakica katolike, nėnshtruar autoritetit moral tė papės, armik me perandorinė osmane, ish persekutuar nga autoriteti financiar. Do me thėnė, kish paguajė njė tatim familjar vjetor tė dyfishtė (60 grosh nė vend tė 30 te dioēesitė latine tė Prizrenit, Shkupit e thomse tė Shkodrės dhe Star Barit), nė krahasim me qytetarėt ēė bėnin pjesė me <mellitet>, grupe shoqėrore pranuar nėpėr kryetarėt fetarė pėrkatės myslimanė, ortodoksė dhe ēifutė. Atyre ish ngar/nglakuar pėrgjegjėsia e administrimit (klerikal) autonom tė sė drejtės sė trashėgimit dhe tė familjes. Katolikėt pėr tė mos paguar tė shtrenjtin tatim fetar u deklaruan nė publik myslimanė, pa klėnė vėrtet, e klenė thėrritur, pėr kėtė dyshim, ‘laramanė’. Disa klenė persekutuar dhe deportuar pėr shkak tė integalizmit dalė jashta te konēilet sqiptare dhe tė Klementit XI (G. Gjini, 1986).

Em(b)ri ‘arbėn/resh (dalė nga ‘albanoi’, Tolomeu, II shek.) pėrdorur ēė nga Buzuku, ēė D. Kamarda jep nj(ė)i fisi shqiptarė e ēė Ēabej pėrkundra pėrfill dallues tė “ tė lashtit emėr nacional shqiptar”, sot duhej tė ripėrfillej te drita e sė stėrdendurės pėrhapje nė Ev/uropė si toponim tė temės ‘alba, alpe, k-arpa-ci’. Pėr tė berė njė shembull, “Alba” ė’ Skocia nė gluhėn gaelike dhe “albannach” ė’ kush i rron atje (R. Mackinnon, 1971).

Prapa anarkisė gluhėsore arbėreshe ēė duket, nė realitet, kur merret parasysh Arbėrinė, vėrehet se kjo, tue mos pasur njė kontinuitet territorial, ėshtė mė mirė njė  koncern qendresh banimi tė shprishur dhe her’e herė tė largėt, por ndėrlidhur ngushtė te hapėsira e te qėroi nga njė tė njėjtė tė pėrkasur veten, idénė ēė ata kanė tė vetes, pikėrisht ideja arbėreshe.

Bėhet fjalė pėr njė ideologji, jo ideokratike as abstrakte, ēė nga kultura e nga gluha arbėreshe del jashta dhe e dhėna parėsore e sė cilės ėshtė njėjtėsimi (identifikimi). Bėhet fjalė, d.m.th., pėr dallimin e kategorivet tė hulumtimit (tė analizės dhe tė gjykimit) me tė cilit ėshtė ndėlguar (receptuar) dhe krijuar realiteti. Kjo kulturė e stėrlashtė, sigurisht e krishtere dhe ev/uropiane, mbajė parasysh ngjera dje tėrėsinė (totalitetin) e ēdo aspekti tė realitetit ēė jetojė o ēė kish tė krijohej te funksioni i tė shenjtit (pėrfshirė sfera seksuale dhe shpirtrat ēė dalin), tek ajo ushtarake e tek ajo ekonomike (prodhim tė tė miravet dhe gėzim pėr gjithė atė ēė jep pėlqim dhe siguri jetės) (krh. E. Campanile, 1994). Nė mes tė kėsaj njėjtėsie rreth tė cilės gjithė lėviz, ka gruaja, roli i sė cilės krijues, i shenjtėruar ėshtė pėrfaqėsuar nga kostumi i saj mbretėror (krh. L. Conti, O. Marquet, 1988).

Stratifikimi i shumėfishtė historik tė tė ndryshmevet shprehje lokale arbėreshe e bėn tė rėndė mėsimin dhe studimin e gluhės. Kam besė se duhet tė zėhet fill tue hyrė mė parė me veshtė te rregullat ēė kanė tingujit, si kur mėsohet njė kėndim tue e gjegjur, pse themeli ēė pėrbėn gluhėn arbėreshe rri gjithė kėtu, te tingulli. Do me thėnė,  sot si sot, pėr kush do tė mėsohet tė flasė njė nga tė folmet arbėreshe ė’ dobishėm tė mirret vesh, tė konceptohet, tė kėrkohet tė pėrsėritet dhe tė kujtohet, si bėjnė fėmija, makar tue marrė shėnime me alfabetin i njėsuar, sot si sot hyrė (hyjtur) nė pėrdorim tė pėrditshėm.

Sigurisht i dobishėm de/ojė tė ish njė fjalor-enė-i-haptė liti-arbėresh, plotėsuar me tė pandarshmėt paradigma kushtetues tė fjalėvet (nyje, em(b)re/a, pėrem(b)re/a, mbiem(b)re/a dhe folje) e nga mė e gjera frazeologji popullore dhe letrare. Edhe e dobishme dejė tė ish njė gramatikė-enė, por ēė ngė tė kish pretendimin tė njėsojė, tue pakėsuar, tue thjeshtėzuar o mė lik, tue nxjerrė (si u bė me asnjanėsin, me nyjen shumės ‘-t’, me mbaresat ‘-uam’, ‘-iem’, etj.) ‘tout kourt’ por tue miratuar, tue pėrfshirė dhe tue shumėzuar gjithė pasurinė, nderueshmėrinė dhe lejueshmėrinė e shprehsuesit ēė ekziston, jo vetėm letrar por edhe e mbi tė gjithat tė pėrditshėm.

E kjo, pse nėse lejohet potencialit pėrdorues, ēė di tė flasė ēė mė parė, tė njėjtėsohet tė paktėn nė njė pjesė tė pėmbajtjes tė ndihmavet ēė do tė dhurohen, ahierna ato pėrbėhen njė vegle tė vlefshme pasurimi pėr prindėrit dhe pėr mėsuesit, tė domosdoshėm pėr misionin edukues dhe formues e tyre. Mirė se ata tė duan tė e bėjnė dhe tė tregojnė miratimin (o refusimin) parashikuar pėr administrimin e programevet skollorė, si pėrcaktuar nga li.5.

Por, problemi mė i rėndė tė pėrballohet dhe tė tejkalohet rri te pakuptimi i vlerės o tė tė supozuarės inkonsistencė ideologike strukturore tė brėnshme tė shprehjes arbėreshe dhe tė konsekuentit refusim nga ana e tė sprasmėt  breza. Pse nėse pjesa mė e vėrtetė dhe mė e brėndshme tė njeriut ėshtė “njė interiorizim tė komunitetit” (J. Hillman), ahierna pa-ngeja e rinisė shprehet me refusimin, pikėrisht, e gluhės sė mėparshme dhe nė pėrdorimin e njė xhergoni si pėr tė shprehur dishirimin, mbajtur pėr i pamundshėm, tė realizohet “tė vėrtetėn vete”.

Ahierna, tue parafrasuar ndėlgimin shprehur nga Jisui (Jezui) “Pa mua ngė munt tė bėni gjė”(Ja. 15,5), jemi detyruar tė themi tė sprasmėvet breza nė mėnyrė tė jokundėrshtueshme “pa njė ideologji ngė munt tė bėhet gjė” e kjo – jo ideokratike dhe abstrakte – ka nė arbėrishten, si posa kemi treguar, nga moti pakujtueshėm, tue nisur, pėr shembull, nga solemnja thjeshtėsi relacionale tė u folurit me tė panjohurit: “ Ti burrė, ti grua, ju vajza, ju djem”. Kėtu sheh respektin pė’ tjetrin dhe sinqertėsinė e lojėravet gluhėsore: «u’ tė dalloj si vetė (personė) e tė jap njė em(b)ėr ekskluziv te bota». Vetėm pastaj vazhdon me normativin, “strote, zotrote o zotėria jote” dhėnė nj(ė)i te panjohur mė tė moshur se ti, supozuar ‘a priori’ zotėria jote.

Tė rinjihet gjysmakėsinė, e prandaj atė te vet, (i) sa tė munt tė rinjihet vlera reale tė njė bashkėradhitje tė lirisė, (ii) sa tė munt tė rinjihet vlera e ndryeshmėrisė horizontale bashkėradhitur e vėllezėrisė, (iii) sa tė munt tė rinjihet vlera e ndryeshmėrisė vertikale bashkėradhitur tė barazisė. Pyetje, kėto ēė nga mė shumė se dyqint/d vjet presin tė harruara e ēė thomse nėper ripėrvetėsimin e gluhės dhe tė kulturės arbėreshe, natyrisht si tė tjeravet ende tė gjalla, munt tė pėrparojnė mė shpejt te udha e glatė tė realizimit planetar tė tyre, tue folur me nder.

Paolo Borgia

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