Mirë se erdhe...Benvenuto...
ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

Arbriana taurinense

di Paolo Borgia

Si era svenato Filardi, istruttore tecnico all’ITIS Avogadro, in quel di Torino, per farsi spedire il vocabolario arbrescio di Giordano, appena uscito dal torchio e ancora impregnato di odore di petrolio. Me lo mostrò goduto come una pasqua: ci si era tuffato dentro e ci navigava felice in quel mare di parole ritrovate. La gioia di un mondo ritrovato, un ritorno.

Teresa seppelliva sua madre vestita col costume tradizionale che non aveva mai smesso di indossare. Seppure derisa dai nuovi concittadini.

Paolo si adoperava per trovare ogni domenica una chiesa e un prete per una messa bizantina, ambulante e cosmopolita. La voce di Dimitri da Rodi era roca e orientaleggiante. Più morbida quella di Nicolao ateniese. Sublime quella di Charlies da Betlemme. Tutti studenti del politecnico, giovani senza pregiudizi. Paolo riuscì, dopo qualche anno, persino a farsi assegnare una chiesa in custodia gratuita dalla laica-autorità e si fece prete, da avvocato che era, ma il suo ierogerarca, a cui era incardinato, non condivideva e così si ritrovò in una sperduta pieve di valle, dove c’è una minoranza Walser. Mentre ora San Michele Arcangelo assiste, da solo, quella chiesa e l’anziano presbitero.

Intanto nasceva il megalitico calcolatore, con la sua ingessata lingua e la sua scrittura, fatta di inumane cartoline perforate, e con i lenzuoli di lettura, piegati a soffietto con le cimose bucherellate. Una vera palla al piede, una tortura. Così rudimentale e modesto che per poter ta/estare l’algoritmo di funzionamento della prima macchina per scintigrafia medica si dovettero collegare in conferenza telefonica tre ingombranti elaboratori di due grandi facoltà di fisica e del Cern. La teleselezione non esisteva ma già nasceva la medicina nuova.

Nascevano spontaneamente riviste, anche arbresce, su cui giovani e meno giovani si cimentavano magari in “temini” ovvi e banali ma così facendo uscivano fuori dal guscio, dalla impacciata timidezza imposta e rimasta loro incollata dalla scuola, più incline a preparare affidabili gregari piuttosto che protagonisti creativi della propria vita e di quella della società civile. Chi preparava carrieristici “vasetti” ben confezionati e chi col ciclostile a manovella faceva girare matrici battute a macchina senza il nastro, che oscuri sparsi improvvisati gazetari approntavano in domestiche redazioni notturne e che mandavano per posta al main trank. Dove giovani, maturi e vecchi decrepiti-santi-quasi-cospiratori creavano archetipi comunicativi ora diventati routine.

Sfidavano costoro anche il dileggio di chi informato al centralismo democratico non aveva ancora recepito il senso dello scrivere in una lingua vera o presunta anticaglia reazionaria. Il senso del  girare per le redazioni dei quotidiani per far pubblicare l’annuncio di corsi gratuiti di albanese, quando per molti europei l’Albania non stava ancora nel continente europeo. Il senso dell’insegnare a leggere e a scrivere arbërisht, quasi per gioco, assegnando delle particine in lavori teatrali ad improvvisati attori di ogni età. Il senso del tornare in Arberia per fare l’ambulante vendendo magari formaggi per sopravvivere e appendendo poster fotografici di ambito folclorico (coi controfiocchi) gratis e solo per vivere e sentirsi vivo. Il senso dello scrivere canzonette e organizzare festival canori. Il senso del pubblicare romanzi di ambiente, criticabili magari, ma che almeno cercano di parlare di Arberia a quanti non la conoscono. Quel senso che l’esperienza della lontananza rende più vivo e forte.

E molti emigrati risparmiavano persino sul companatico per ristrutturare la decrepita casa del paese originario. Là dove poter tornare a vivere da pensionisti e celebrare in gioia il nulla del proprio concernere, confessato soltanto al dio personale, e far festa con l’altro che condivide una identicità se non una più altera pretesa di identità.

Intanto, però, il mondo diventava sempre più liquido, cadeva in preda ad una totale degenerescenza entropica, dove gli assunti di verità vanno continuamente rimodellati. La sfera sessuale veniva radicalmente sconvolta. L’alterità assoluta, il futuro personale e del mondo, avvolto da nubi dense, faceva, a ragione, più paura. La fragilità esistenziale scoraggiava la stipula di accordi matrimoniali alla vecchia maniera, per acquisire una consanguineità perenne  e aggettante con i figli oltre la propria morte (fisica). Si diffondeva, gradualmente, l’usanza della coabitazione uomo-donna come forma di rodaggio-prova. La relazione transitoria uomo-donna non cercava più il mimetismo, diventando palese e rispettabile. Mentre le pulsioni erotiche ricorrevano diffusamente a molteplici frequentazioni occasionali nel reiterato tentativo di un impossibile appagamento (metafisico). E la perduta funzionalità riproduttiva, a causa del suo alto costo, doveva essere incentivata con premi statali.

Al senso della sartriana solitudine-in-mezzo-alla-folla, che il mondo conosce come male, Buber opponeva che la struttura fondamentale dell’uomo è la relazionalità, che come ogni struttura costitutiva diventa esigenza naturale. Ma il valore di tale esigenza non è condiviso allo stesso modo o in eguale misura.

Si cercava, poi, la verità nella dimensione politica, per sua natura luogo del relativo: un nonsenso, perché non sa cogliere le istanze di mutamento dei paradigmi, né ha una prospettiva praticabile (o sostenibile) sul nostro pianeta anche per le future generazioni.

E c’era chi si indignava per il troppo poco fatto da se stesso (addebitando ciò agli altri) e chi si indignava col potere politico che sperpera, che non vuole controlli né politici né scientifici, che non tiene conto dei reali bisogni linguistici e culturali del popolo tutto. Minoranze comprese!

Certo ci si può indignare quando la sovranità dei cittadini è impedita da un “ceto” autoreferenziale. E i capi di alcune associazioni private (i partiti) o occulte élites decidono le azioni politiche, con ottiche particolaristiche e orfane di un disegno generale, sottraendo di fatto il potere democratico al giudizio popolare (e alla reale competizione delle idee). Ma a che serve indignarsi se quasi tutta la carta stampata  e i giornali sono finanziati da questo stesso ceto politico con cui fanno comunella?

Certo ci si può indignare quando il centro studi Sintesi ci fa sapere che il rapporto tra la ricchezza di un brianzolo e di un arbrescio è del 660% (6,6 volte più ricco, 66000€ annui contro 10000€ annui) o che solo una donna arbrescia su cinque ha un “posto” di lavoro. Ma perché indignarsi quando sappiamo che tra Lubiana e Prishtina è successo quello che è successo con un rapporto di reddito pro capite di appena il 400%?

Forse, piuttosto, possiamo con Zygmunt Bauman, Amore liquido – Sulla fragilità dei legami affettivi, GLF Editori Laterza, Roma-Bari, marzo 2006, € 6,00, ricondurre la nostra riflessione a «l’elemento più marcatamente assente nel calcolo economico dei teorici e che figura in cima all’elenco di bersagli della guerra commerciale stilato dai professionisti del mercato, [che] è l’immensa area occupata da quella che A.H. Hasley ha definito “economia morale” – la condivisione familiare di beni e servizi, l’aiuto dei propri vicini, la cooperazione degli amici: tutte le strategie, pulsioni  e azioni di cui sono intessuti i legami umani e gli impegni durevoli».

Paolo Borgia

Priru /Torna