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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

ANDAR PER MARE O PER TERRE

In  quale Mediterraneo – Adriatico si colloca la letteratura albanese?

La metafisica del viaggio (nella metafora dell’Italo – Albanese) è un  luogo del destino e dell’essere

 

di Pierfranco Bruni

 

 

      Andar per mare. Il viandante va per mare senza dimenticare, comunque, il deserto, la terra, i monti, il vento. C’è un vento d’altura e c’è un vento dei monti. Andare nella storia ma è la memoria che definisce il tempo come luogo e il luogo come dimensione di una spiritualità del territorio. Il tema del "viandante" nella letteratura contemporanea resta fondamentale. Non è soltanto una metafora o una geografia che interessa la dimensione del viaggio.

      Il viandante è l'uomo che ha una sua peregrinazione interna. Anzi vive un suo pellegrinaggio. In questo caso l'andare e il tornare, per lo scrittore, è un cercare di capire il senso e l'orizzonte di un percorso che non è solo interruzione perchè il vissuto di una diaspora è una centralità dentro la comunicazione dei linguaggi.
      Il confronto fra scrittura e letteratura con la cultura o le radici italo-albanesi è una feritoia nel panorama di quel contesto che definisce, appunto, l'asse del viaggio-partenza-ritorno. Un ulissismo che non resta solo tale. Perchè per molte generazioni si è sottolineata una versione dantesca.
      Gli scrittori italiani che si sono occupati a modelli antropologici di linguaggi e di metafore o scrittori proveniente da cultura “etniche”, sui quali mi sono soffermati nel mio saggio dal titolo “Tra Giorolamo De Rada ed Ernest Koliqi.  Tracciati Arbereshe per viandanti” (quindi trattasi di un lavoro sulla cultura Italo Albanese ed Albanese, edizioni Co.Na.M - MiBAC) ci danno una dimensione letteraria particolare ma ci fanno capire che la letteratura italo-albanese e albanese è stata sempre un incontro.
      De Rada e Koliqi, due generazioni che si incontrano in un destino comune. La morte di uno segna la nascita dell'altro. Non si tratta solo di un riferimento storico ma soprattutto letterario e simbolico. Nel mio studio appena citato si è voluto, dunque, cercare di tracciare un percorso sul quale poter discutere. D'altronde il capitolo conclusivo è la chiave di lettura che potrebbe offrire una interpretazione non folcloristica  della letteratura di viaggio che ha interessato la civiltà italo-albanese. Un capitolo denso di citazioni che va oltre la stessa letteratura italo-albanese proprio con la proposta di autori altri che hanno intrapreso un viaggio nella dimensione della testimonianza e della spiritualità.
      De Rada e Koliqi, comunque al di là degli aspetti di un folclore che non offre grandi respiri metafisici, restano un solco nel tempo delle generazioni. Il 1903 è una data che focalizza dei riferimenti esistenziali e storici. Siamo all'inizio del Novecento. De Rada sembra consegnare (e lo fa realmente) il testimone a Koliqi, il quale mai smette di analizzare la stessa opera del De Rada.
      Un destino quasi segnato. Ma i destini si incrociano e non possono essere spiegati, non possono dare giustificazioni. Soprattutto in letteratura. Così in questo caso. Gli altri autori camminano sul solco individuato sia da De Rada che da Koliqi. Mi sembrava doveroso in tutto questo non ricordare la figura e l'opera di Scanderbeg che lega culture e parametri di civiltà.
      L'antologia posta in appendice al mio lavoro credo che sia  un utile strumento che ci consegna delle significative testimonianze e ci introduce in un vero e proprio viaggio. Vengono riportati gli appunti, le annotazioni, le riflessioni di scrittori italiani e stranieri. Un documento che ci aiuta ad approfondire dei particolari e ci permette di stabilire dei confronti anche tra viaggio e territorio, tra luoghi e scrittori, tra letteratura e realtà.
      Ho cercato di scrivere questo mio libro come se fosse un  libro - diario di un altro scrittore che ha viaggiato tra i luoghi, le letterature e alcuni autori che hanno lasciato un segno indelebile in un immaginario che è anche geografia di un'anima che scava in quelle identità che sono radici e appartenenze. Piccoli tasselli. Ma sono proprio questi che potrebbero formare un articolato mosaico.
      Tra De Rada e Koliqi offre degli stimoli che hanno l'obiettivo di aprire, tra l'altro, un confronto e una verifica. Si mostra con una metodologia didattica perchè si è sempre creduto al fatto che è necessario stabilire un rapporto tra la letteratura, gli scrittori e la vita. In questo caso specifico il tema del viandante-viaggio-viaggiare resta una delle grandi metafore dei nostro tempo. E De Rada e Koliqi restano in quel tempo delle letterature in cui gli italoalbanesi, gli albanesi e il Mediterraneo sono un costante incontro.
      Dall'esodo alla consapevolezza. La consapevolezza della diaspora non deve allontanare. Anzi deve accorciare le distanze. La letteratura, in fondo, avvicina. Non separa. L'esperienza di De Rada e di Koliqi e dei percorsi che qui sono stati individuati dimostrano proprio ciò.
      Il sottotitolo che ho voluto dare non è solo una metafora. Tracciati per viandanti. Non facciamo altro che seguire questi tracciati. Noi viandanti e come sempre i viandanti non solo viaggiano, ma cercano e cercando seminano riflessioni, dubbi, pensieri. Volenti o nolenti, i viandanti seguendo il loro cammino o il loro destino incidono, qualche volta, un pensiero. Sul deserto, lungo le linee del mare, tra le vie, tra quelle vie che portano oltre l’Adriatico e in quella cerniera che è il Mediterraneo.
      Tracciati per viandanti. Come gli italo-albanesi. Popolo venuto dall’antico (non solo da lontano) e su quale la valutazione non può essere affidata solo ad una interpretazione visiva o di antropologia dello sguardo o lasciata a modelli, come già detto, folcloristici. Bensì occorre una lettura complessiva che debba toccare un raccordo che è sostanzialmente etno – archeologico ed etno – letterario.

      Penetrare la metafisica di una civiltà è anche approfondire la metafora di un viaggio che è diaspora. Speranza del ritorno, capacità di vivere la lontananza come nostalgia dell’indissolubile. È ora di andare oltre i luoghi comuni e gli schemi di una valutazione meramente ancorata al dovere delle tradizioni o al rispetto di codici linguistici.

      C’è bisogno di una valenza archeologica certamente per stabilire definitivamente il rapporto tra comunità italo – albanese e  Magna Grecia ma c’è sostanzialmente la necessità di addentrarsi nelle culture del Mediterraneo. Non c’è un solo Mediterraneo.       

      La cultura albanese (e Arbereshe intesa in termini storici) in quale Mediterraneo si colloca? E qui entrano in gioco le civiltà, le religioni, le eredità.

Credo che la letteratura (una letteratura interpretata non solo al suono della grammatica e della sintassi) possa rappresentare una di quelle espressioni fondamentali in questa chiave di lettura.

      La cultura islamica e la letteratura albanese. Le eredità musulmane e la poesia albanese moderna. L’ebraismo e l’identità bizantina nella letteratura moderna. I significati cristiani nella tradizione scandaberghiana. Sono tutti elementi che non vanno sottaciuti ed ognuno di questi elementi si presenta all’interno, soprattutto oggi, di un preciso modello mediterraneo.

      L’Oriente e l’Occidente non sono percorsi astratti. Sono dentro il Mediterraneo ma sono vitali nella letteratura albanese anche recente. Oltre De Rada e Koliqi siamo a Kadarè, siamo a  Nasho Iorgaqi, siamo ad una giovane scrittrice di nome Ornella Vorpsi che ha scritto di recente un testo da non trascurare dal titolo: “Il paese dove non si muore mai”.

      Il tema del viandante, comunque, è un mosaico abbastanza articolato ma in questo discorso la favola diventa mito e il mito del Viaggiare – Fuga - Tempo-ritorno non consiste soltanto nella ripetizione di un non luogo pre – stabilito ma di una vera e propria metafisica dell’esistere in una memori senza orologio.

      Il realismo è fuorviante (basta leggere la Vopsi, classe 1968, per rendersi conto di ciò o uno scrittore italiano Daniele Giancane che pubblica un libro dedicato al “ragazzo albanese” o ripercorrere le grandi pagine delle “Fiabe e leggente albanesi” curate da Mitrusk Tuteli, 1907 – 1967 o di Virgjil Muçi, 1956, nelle su “Fiabe albanesi”). Gli stereotipi fanno male.

      La letteratura non è (solo) un ripassarsi la tragedia e la favola di Scanderbeg. Ma non dimenticare certamente e andare dentro quell’ulissismo che “incatena” l’Oriente e l’Occidente. L’Occidente non può esistere senza l’Oriente.  

      Il tema del viandante è superare gli schemi che stanno tra De Rada e Koliqi ma è Koliqi il grande interprete di una civiltà che trova nel sentimento del ritorno il destino di un popolo. Andar per mare o per terre. Il viandante segue sempre i tracciati della propria anima.
 

PIERFRANCO BRUNI

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