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Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

ELIO VITTORINI, CARLO LEVI E CESARE PAVESE: DALLA CULTURA CATALANA E SARDA ALLE REALTÀ ITALO - ALBANESI E GRECANICHE. TRA MITI E TRADIZIONI

 

di Pierfranco Bruni

 

 

      La Sardegna sul piano dell’interpretazione antropologica resta,certamente,uno dei percorsi in cui la civiltà letteraria si manifesta attraverso dei processi che sono di natura etnica. Sappiamo benissimo che la difesa delle lingue minoritarie si fortifica grazie alla conoscenza e all’approfondimento di una dimensione della letteratura che ha come elemento dominante il rapporto con le identità e in modo particolare con le radici che sono le vere e proprie appartenenze di una comunità e di un popolo. Le etnie sarde hanno matrici storiche, certamente, diversificate da contesti territoriali ad altri ma sono ben rappresentate da un dato dominante che è quello della mediterraneità.

      Da questo punto di vista la Sardegna dalle pieghe fenici è anche la Sardegna che ha nel proprio interno delle “isole” straordinarie  come quella catalana di Alghero. Ci sono stati scrittori viaggiatori che hanno ben definito l’asse storico letterario e geografico di questa terra. Mi riferisco in modo particolare a due scrittori che sardi non sono ma che hanno tratteggiato i processi di civiltà di cui è ricca la Sardegna.

Mi riferisco ad Elio Vittorini (Siracusa, 1908 – Milano 1969) con il suo Sardegna come infanzia  che risale al 1932 (allora con il titolo di Viaggio in Sardegna e poi successivamente stampato nel 1952 col titolo prima citato) grazie al quale si può leggere una geografia che non è solo improntata sulla realtà dei luoghi ma sono rintracciabili quei segni tangibili di una poetica che porta in essere il vissuto di una metafora esistenziale quale è appunto l’isola.

      D’altronde Elio Vittorini proveniva da un’altra isola qual è la Sicilia ed è l’autore di quel magico ritratto dal nome Conversazione in Sicilia. L’altro scrittore che si è tuffato nella linea di luce e di ombra di una Sardegna indefinibile dai colori etnici e storici è Carlo Levi con il suo Tutto il miele è finito. Un libro-viaggio che risale al 1964 nel quale ci sono tratteggi mitici che hanno una profonda formazione in una memoria le cui dimensioni ondeggiano tra il lirismo e l’onirico. Anche Carlo Levi,nonostante tutto, pur provenendo dall’ambiente torinese aveva conosciuto gli stili e i modelli di vita del sud. Non ha scritto soltanto il Cristo si è fermato ad Eboli ma anche altri testi come Tre giornate in Sicilia.

      La Sicilia e la Sardegna sono il portato di una cultura che trova proprio nel Mediterraneo un suo bacino di modelli storici bene definiti. Tra descrizioni e immagini recuperano entrambi una eredità che è fatta certamente di territorio ma anche di lunghi e incisivi scavi in una memoria che mai può essere dimenticata perché costituisce il tratto di unione tra la tradizione e il tempo e ciò che esplode sono le immagini vivificanti del paesaggio.

La cultura catalana e sarda sono un incidere nella civiltà del non dimenticare e il racconto che Vittorini e Levi fanno sembra un incastro nel quale gli stessi tagli del tempo sono una referenza del passo dell’esistenza.

In Vittorini le descrizioni sono un vero e proprio recupero di memoria ma parimenti restano lo specchio dentro il quale si riflette la nostalgia per una civiltà.

Scrivendo di Alghero si sottolinea: “ Ecco,ancora una volta ci siamo fermati in rada. Abbastanza al coperto dal maestrale, per la manovra di carico. Laggiù, chiusa in una piega della costa oscura coi suoi campanili dentati, Alghero. Sembra di pietra pomice. E a sapere che vi parlano catalano, mi diventa più oscura nell’imbrunire nuvoloso d’una Spagna, anzi d’una Spagna d’America.

Ci abborda un barcone furibondo col la sua vela che non fa in tempo a calare. Sgoverna. E bisogna che viri perché si affianchi allo scafo. Porta panieri di aragoste vive che disperatamente masticano l’alghe in cui stanno. Ma si ricarica di cassoni sconquassati che lasciano intravedere fagotti di carta blu;pasta palermitana, senza dubbio.

“E presto si fa notte.

 “Alghero s’accende di lumi azzurrognoli che l’impressione del vento fa palpitare ai nostri occhi. Dal barcone salgono le voci dei caricatori al buio, poi si distaccano, sfumano, invisibilmente in cammino sotto il ciondolio di un fanale che il vento si porta.

“Il piroscafo, sospinto addosso alla negra costa, non sa restare più fermo. Suonano rintocchi alla campana di prua, si riparte;per salvarci dal baccheggio che scaglia fuori dai parapetti, ci rifugiamo in un salottino e qui a poco a poco nel caldo delle poltrone sentiamo la pioggia battere ai vetri”.

      Un immenso torpore in cui la nostalgia e la malinconia sono un vero e proprio dettato poetico ma la geografia del luogo c’è e con essa insistono quei segmenti che hanno una valenza etnica in quanto i  tasselli di un mosaico antropologico si vivono in quel rapporto che pone la cultura algherese a confronto  con la Spagna. La parlata catalana viene colta nella sua sostanza ed ecco dunque come il linguaggio, la storia e la letteratura sono un unicum.

      Così in Carlo Levi dove l’elemento antropologico forse è quello più accentuato e immediatamente vi cattura una sensazione. Infatti, Levi, nel testo dedicato alla Sardegna, cesella: “ Qui, nell’isola dei sardi, ogni andare è un ritornare. Nella presenza dell’arcaico ogni conoscenza è riconoscenza”.

Ci sono elementi in Levi che hanno una valenza mitica e lo sviluppo di tale valenza si manifesta in una interpretazione che è naturalmente antropologica. Il senso del remoto è come se chiamasse in causa quell’arcaicità che Cesare Pavese ha riconosciuto vivendo per alcuni mesi nella terra grecanica di Brancaleone in Calabria. Ma in Levi come già in Vittorini non manca il raccordo tra il reale geografico e il geografico poetico.

      In una immagine dedicata ad Orune si legge: “E’ un paese antico e chiuso, dove permangono, forse più che in ogni altro, gli usi, le abitudini, i costumi, le tradizioni popolari più lontane, e l’intelligenza e il valore di una vita tanto più energica quanto più limitata, piena di capacità espressiva,di potenza individuale e di solitudine. Il vento soffiava nelle stradette vuote, i monti curvavano i dorsi neri sotto il cielo notturno. Dal  municipio uscì una donna dai capelli grigi avvolta in uno scialle da contadina: era il sindaco di Orune”.

      Il territorio è una vera e propria rappresentazione in cui luoghi e figure si intrecciano e in questo intrecciarsi c’è la scoperta della tradizione che diventa la rivisitazione del mito. C’è un insistere in Levi nel raccontare i contorni del paese, paesi che hanno la loro lingua, la loro storia e il loro costume ma hanno soprattutto una loro forma che si esprime in alcuni “disegni” simbolici. Ritorniamo comunque al concetto indelebile di Mediterraneo.

      In quel concetto che è fatto come si diceva di una geografia del reale tanto da far dire a Levi, continuando nel suo viaggio: “Tra la Nurra e l’Anglona, oltre Sennori e Sorso, la strada scende verso il mare sempre più vicino, nella campagna mediterraneo di ulivi e di macchie, e lo raggiunge, e corre sulla strada elevata, verde e azzurro…”.

Ci sono i “paesi del silenzio” e “la pietra contiene ogni aspetto di una esistenza differenziata”: questa è la Sardegna di Levi con i “crepuscoli nelle sera” e i “declivi di boschi mediterranei, dove si mescolano le diverse essenze e i diversi verdi dei pini, degli ulivi e dei fichi d’India…”.

Questa cultura sarda con la sua parlata nelle fette catalane di Alghero sono il viatico nel quale non esiste solo il tempo passato ma esiste un presente che è fatto dei luoghi della memoria che continuano a vivere in una costante metafora come la metafora di Vittorini del definire emblematicamente la “Sardegna come infanzia”.

      E tutto questo in una chiave di lettura in cui i codici culturali prendono consistenza in una dimensione che è etnica perché la Sardegna stessa custodisce quell’etnos in cui si conservano i tessuti e le civiltà di popoli che vi hanno abitato o che soltanto vi sono passati. Stanziamenti o passaggi comunicano segni indelebili. E se la cultura catalana rimanda a quella cultura che ha come confronto Barcellona tutto l’etnos della Sardegna è un espressione, pur nelle diverse sfaccettature, di un destino che ha come principio dominante il mare, la terra, il mondo barbaricino, la tradizione, i canti e le danze, il recitativo poetico di una appartenenza profondamente mediterranea.

      Sia Elio Vittorini che Carlo Levi raccontando e viaggiando in questa isola non hanno fatto altro che restituirci un paesaggio mediterraneo nel quale le emozioni le sensazioni i sogni e le passioni contano più della realà. Una realtà che sfugge ma che non si perde. Un etnos che si tramanda nella sua oralità di linguaggio e in un sistema di cultura in cui l’uomo ha sempre vissuto le sue storie di terra e di mare nelle lontananze che tracciano, senza alcun dubbio, la contemporaneità.

Ecco perché sia Levi che Vittorini con il loro viaggio in Sardegna hanno caratterizzato una identità nella quale è viva una fisionomia antropologica dentro la quale i processi esistenziali restano processi di civiltà.

      Il rapporto etnia e letteratura si consolida e catalani e sardi preservano un humus fatto di antiche rimembranze ma anche di precise “desinenze” mediterranee.

 

 

 

      Sia Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo 1908 -  Torino 1950) che lo stesso Carlo Levi (Torino 1902 – Roma 1975) si sono trovati a vivere in due realtà geografiche e territoriali (ma anche linguistiche e culturali in senso piuttosto generale) che presentano i segni di modelli profondamente etnici. In quel concetto di “etnia” in cui l’idea di popolo e civiltà diventa caratterizzante. In Pavese c’è il contatto con i grecanici della Calabria mentre in Carlo Levi il rapporto è con gli arbereshe della Lucania.

      Cesare Pavese venne confinato a metà degli anni Trenta a Brancaleone in Calabria (1935 - 1936). Terra grecanica per formazione geografica e per spessore storico. Un piccolo lembo di Calabria in cui l’etnia dei grecanici è ancora abbastanza evidente. E il linguaggio (il cosiddetto modello etno – linguistico) costituisce insieme a forme di tradizione un inciso culturale abbastanza marcato.

      Qui Pavese consumò i suoi giorni da confinato e per lo scrittore piemontese tutto era greco. Persino le donne che con il loro passo di danza andavano alla fontana con l’anfora in testa. In una lettera alla sorella Maria, Pavese racconta frammenti di luogo definendo tutto il contesto come una ambientazione greca. Il mare, la terra rossa, la gente, la lingua, gli usi. E tutto ciò si evince nel suo romanzo che i giorni vissuti a Brancaleone gli hanno dettato. Ci si riferisce a Il carcere, al quale il regista Mario Foglietti ha dedicato un film per la Tv.

      Qui tutto è greco. Aveva ben intravisto Cesare Pavese nel raccontare i luoghi di quella grecità soffusa nella quale usi, costumi e linguaggio hanno quella matrice abbastanza profonde che rimandano ad una storia ed a una eredità, certamente, ellenica. Brancaleone è un paese dell’area grecanica della Calabria, anzi lo è stato. E ai tempi in cui Pavese vi dimorò veramente il luogo costituiva un tempo della memoria che veniva percepito come un tempo mitico. Quel tempo mitico più volte sottolineato dallo scrittore piemontese.

      Ci sono testimonianze di Pavese che ci portano a quella etnia non scomparsa ma mascherata o forse nascosta ma che ripropone dimensioni e immagini ricche di significato. Come si sa Pavese rimase a Brancaleone alcuni mesi che vanno dal ’35 al ’36 e qui scrisse poesie impregnate della grecità del luogo e scrisse delle lettere alla sorella Maria che offrono una forte capacità di lettura che danno il senso del territorio e del luogo ma altresì sottolineano un dato percettivo-simbolico che è quello della dimensione onirica e lirica di una terra il cui scavo è certamente riconducibile ai colori e al linguaggio greco.

 

      Il mondo greco (o il mondo greco – arcaico) resta per Pavese un riferimento, le cui radici hanno matrici ancora indelebili sia per ciò che concerne i processi artistici sia per una visione culturale d'assieme. Mi pare fondamentale una versione di comunanze di istanze in cui la cultura della tradizione è centralità pur in una diversità di esperienze epocali. La cultura grecanica è portatrice di modelli che hanno rimandi  non solo in termini dialettologici ma anche storici. Ebbene, Cesare Pavese visse tra i grecanici e ad essi si interessò con grande meraviglia.

      Così sottolinea Pavese in una lettera alla sorella in data 27 dicembre 1927: “La gente di questi paesi è di un tratto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca. Persino le donne che, a vedermi disteso in un campo come un morto, dicono ‘Este u’ confinatu’, lo fanno con una tale cadenza ellenica che io mi immagino di essere Ibico e sono bell’e contento”. Una bella immagine che ha antichi rimandi. Da qui l’amore profondo di Pavese per la grecità, che non è quella passione o  quell’interesse scoperto sui libri ma è completamente vissuto sul luogo.

      Il luogo rappresenta un punto di contatto e si stabilisce così un legame geografico forte. Si legge ancora: “I colori della campagna sono greci. Rocce gialle o rosse, verdechiaro di fichindiani e agavi, rosa di leandri e gerani, a fasci dappertutto, nei campi e lungo la ferrata e colline spelacchiate brunoliva. Persino la cornamusa – il nefando strumento natalizio – ripete la voce tra di organo e di arpa che accompagnava gli ozi di Paride…”.

      Un’altra immagine che ha chiari matrici etniche. La grecità nei paesi grecanici della Calabria, quei paesi e quella cultura che si racchiudono in Brancaleone, trovano nella testimonianza di Pavese un filtro che è umano e culturale. Il suo vissuto è un vissuto nella geografia di una comunità recuperando quell’humus che si presentava con un sistema di valori che andavano dalla lingua alla tradizione.

 

      Ed ora gli arbereshe di Carlo Levi: "…e più in là ancora i borghi degli albanesi, sulle prime pendici del Pollino, e dei monti di Calabria che chiudevano l'orizzonte. Un po' a sinistra e più in alto di Sant'Arcangelo, appariva, a mezza costa di un'altura, il biancore di una chiesa." E' Carlo Levi che traccia questa angolatura nel suo Cristo si è fermato a Eboli. Un viaggio nella cultura contadina e nel mondo della civiltà Arbereshe Lucana.

      Carlo Levi confinato in Lucania (1935 - 1936) spazia in quei territori. Etnie e tradizioni. Linguaggi e costumi. Riti e culture sommerse. Costituiscono un intreccio di luoghi esistenziali, geografici e spirituali che tracciano percorsi nell'identità dei popoli. Carlo Levi ha raccolto questa cultura. Una cultura profondamente radicata nella visione della terra e in quella riappropriazione di una memoria che ha un sentimento ricco di testimonianze.

      Carlo Levi ha amato gli Arberesh. Lo ha dimostrato in più occasioni. In questo suo saggio - romanzo il paesaggio rappresenta una dimensione, certamente, reale ma anche onirica. Ci sono fatti che lasciano segni. Carlo Levi ritorna in Lucania solo qualche mese prima della morte avvenuta nel gennaio del 1975 (era nato nel 1902 a Torino).

      Nel dicembre del 1974 ritorna in quei luoghi dove ha trascorso mesi  che hanno caratterizzato anche il suo ulteriore impegno umano e culturale. Accanto alle minoranze. Sempre per le culture minoritarie. Se si pensa che l'ultimo suo lavoro pittorico è dedicato a San Costantino Albanese si comprende subito che nella sua ricerca artistica, nella sua funzione intellettiva, c'è stato sempre un qualcosa che lo legasse a quel destino identitario che intreccia legame tra cultura dei paesaggi e geografia dell'anima.

      Infatti, questo suo "Ritratto dal vero" ha un titolo singolare: Giovani nel costume tradizionale. Porta la data del 9 - XII - 1974. Questo lavoro è conservato a San Costantino Albanese nella sede del Circolo Culturale "Vellamja". E' stato riprodotto, con foto, in copertina in un libro di Enza Scutari edito nel 1987 dal titolo: Plaka Prefien… Vita e storia di una comunità albanese della Lucania attraverso la "voce" della sua gente.

      Sono rappresentati tre giovani (i volti caratteristici di Carlo Levi) con cappello e colori che rimandano a quelle immagini italo - albanesi con profili orientalizzanti. Uno spaccato interessante non solo dal punto di vista pittorico ma costituisce proprio la sua ultima testimonianza. A meno di un mese Levi, ritornato a Roma, muore. Carlo Levi non si è interessato tout court degli Arberesh ma con gli Arberesh, con quei paesi e con quella civiltà, aveva stabilito un rapporto non solo spirituale ma un rapporto ricco di coincidenze. Ovvero di incrociati destini.

      San Costantino Albanese, per Levi, in realtà, resta un approdo. Ed è un fatto importante per le comunità Arbereshe aver avuto la presenza di uno artista che ha saputo cogliere, in un tratto di immagine, il volto di generazioni nel costume della tradizione. In fondo Carlo Levi aveva stabilito con la tradizione non solo un messaggio storico ma anche letterario.

      Cesare Pavese e Carlo Levi dentro quella cultura e quella geografia delle “etnie sommerse”. Da questi territori hanno tratto modelli che poi hanno trasferito nei loro processi letterari. Una testimonianza importante che costituisce una chiave di lettura per penetrare una dimensione di quella etno – storia che è dentro l’anima delle civiltà.     

      La Magna Grecia  in Pavese diventa un luogo di esistere, un luogo dell’esistenza, un luogo che penetra in quella cultura nella quale la storia la si legge con lo spazio del recupero. Le poesie sono spaccati, leggendole ancora adesso, che imprimono segni precisi e indelebili.

      In una poesia dal titolo “Luna d’agosto” scritta a Brancaleone la cui data risale al 24 novembre del 1935 si legge: “Al di là delle gialle colline c’è il mare,/al di là delle nubi. Ma giornate tremende/di colline ondeggianti e crepitanti nel cielo/si frammentano prima del mare. Quassù c’è l’ulivo/con la pozza dell’acqua che non basta a specchiarsi,/e le stoppie,le stoppie, che non cessano mai”.

      Il mare, la collina, la luna e poi i versi dal titolo “Lo steddazzu” che si traducono in “Stella del mattino”. E’ la poesia che segna la fine della permanenza a Brancaleone. Porta la data del gennaio del 1936. Il 15 marzo Pavese lascerà i greci di Calabria per le Langhe e le colline piemontesi. In questa poesia c’è sempre il mare, quel mare sul quale “le stelle vacillano” e il paese non è solo un immaginario ma è il custode di una cultura popolare ricca di valori che sono decodificabili come elementi etnici in una visione di tratteggio antropologico.

      Certo, Pavese in quella terra vi legge il mito e i personaggi ben delineati del suo romanzo lo testimoniano in modo marcato. La donna resta fondamentale la donna – madre (Elena) e la donna – passione – selvaggio (Concia). Sono reminiscenze di una tradizione chiaramente ellenica ma Pavese è a Brancaleone che vi rintraccia questi segni. Segni indelebili. Personaggi che resteranno impresse nel tempo della memoria che si fa letteratura anche attraverso il dettato linguistico – espressivo.

      Come resteranno nelle immagini della letteratura quelle “Donne appassionate”: “Le ragazze al crepuscolo scendono in acqua,/quando il mare svanisce, disteso. Nel bosco/ogni foglia trasale, mentre emergono caute/sulla sabbia e si siedono a riva. La schiuma/fa i suoi giochi inquieti, lungo l’acqua remota”.

      La parola come mito è la parola che ha una sua etnicità perché assume una forte caratura chiaramente simbolica ma si serve di una funzione comunicativa. Perché il mito comunica sempre. Il paese, in questo caso Brancaleone, vive nel mithos e si serve di un etnos che caratterizza quella contemporaneità nella quale storia e memoria si intrecciano. Uno degli abbinamenti che Pavese vi trova a Brancaleone è quello della donna e dell’anfora.

      L’anfora è un richiamo significativo per i rimandi che può contenere. Nelle lettere alla sorella Maria, scritte da Brancaleone, ricorre spesso l’immagine della donna che va a prendere l’acqua con l’anfora sulla testa. Un’immagine assolutamente greca. Ma anche il protagonista del romanzo ricorre spesso all’anfora: “Poteva prendere l’anfora e salire sulla strada e riempirla alla fontana fredda e roca” (così si legge ne Il carcere). Un altro codice che la cultura greca pone all’attenzione e Pavese se ne accorge immediatamente è il senso dell’ospitalità.

    

      I grecanici e gli arberesh. Due modelli, anche per Pavese e Levi, in un Mediterraneo che non smette di essere “destino”. Civiltà e popoli. L’etnos è dentro la cultura di una comunità. E Pavese, Levi e Vittorini tutto ciò lo avevano ben capito. Un percorso nella civiltà dei popoli attraverso lingua e tradizione nei segni del mito.

 

Pierfranco Bruni 

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