RELATIVISMO: IL CANTO DEL CIGNO
di Giulio Cesare De Rosis
Forte,
non facile, ampio, sottile quanto serio è un problema, quello del
relativismo, che attanaglia il nostro Occidente.
Numerose persone hanno ritenuto adatto il titolo che
sin dal primo momento sono stato convinto di adattare utilizzare.
E’sicuramente, come anticipavo prima, un discorso su
cui si potrebbe a lungo argomentare, visto che molteplici e consistenti
sono state le voci, senza ombra di dubbio più autorevoli della mia, che
hanno focalizzato la questione.
Scrittori e studiosi di un certo calibro vedono, a
ragione, nel relativismo un autentico “cavallo di Troia” all’interno della
fortezza assediata dell’Occidente.
Chi scrive non crede di esagerare se ritiene il
termine secolarizzazione sinonimo di relativismo.
Il cardinale Jorge Arturo Medina Estevéz afferma
giustamente che “la secolarizzazione si nutre dell’agnosticismo e
diventa una mentalità totalitaria perché esige che Dio sia ridotto
all’ambito dell’intimità personale, senza riconoscerle alcun diritto nella
vita pubblica della città, anzi segnalando qualsiasi riconoscimento come
un attentato al diritto della struttura secolarizzata.La secolarizzazione
diventa così un assoluto e quando un uomo di fede riesce a scalare una
posizione di potere in una società secolarizzata, si vede incatenato dal
dogma secondo il quale bisogna sempre prescindere da Dio e dalle sue leggi”.
Aggregato al fenomeno del relativismo,
del conformismo e della secolarizzazione è la manifestazione del
multiculturalismo. Qui, però, occorre una doverosa precisazione:
personalmente ritengo che il multiculturalismo non sia un elemento
negativo, anzi sono convinto del contrario,
esso diventa minaccioso se tenta di cancellare le radici, la tradizione e
l’identità di un popolo. E qui ribadisco ciò che sottolineavo con vigore
alcuni anni fa: ripresa dei valori
cristiani che sono alla base della nostra identità nazionale ed europea.
La Chiesa è concorde nel rispetto delle diverse
culture per le quali, oggi, propone una “missionarietà” che parte dal
valorizzare i valori propri di ogni popolo ed etnia. Se sia possibile
conciliare i valori etici delle varie popolazioni e quelli cattolici senza
che venga persa la cultura tradizionale originaria, è il tema delle
critiche più frequentemente rivolte ai missionari e alla modalità di
trasmissione dei valori evangelici, che viene accusata di essere troppo
occidentalizzante: per questo la Chiesa Cattolica si concentra invece
sull'inculturazione, cercando di mediare la visione etica delle "verità"
rivelate con le tradizioni locali.
In seguito al mio articolo del 2003
sono tornato sull’argomento in calce ad un convegno di natura politica
organizzato nella Sala consiliare del comune di Spezzano Albanese il 15
settembre 2005 presso il quale ho relazionato affermando che “le radici
culturali dell’Europa sono cristiane e il tentativo di mettere in ombra
queste radici porta alla crisi di identità e al relativismo culturale
dilagante”.
Alcuni mesi
prima il Decano del Collegio cardinalizio Joseph Ratzinger, alla vigilia
della sua elezione alla Cattedra di Pietro, nell’ omelia della Missa
Pro Eligendo Romano Pontifice affermava:
“Quanti
venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante
correnti ideologiche, quante mode del pensiero… La piccola barca del
pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde –
gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al
libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo
ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così
via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo
sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore (cf
Ef 4, 14). Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene
spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il
lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come
l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una
dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che
lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”.
Del fatto che
viviamo sommersi in un pauroso relativismo ne parlava di recente anche
l’amico Mario Gaudio, in seguito ad un articolo di Piero Ostellino apparso
sul Corriere della Sera, che cercava di individuare le cause del
relativismo che “inquina” l’Europa.E’ un articolo d’opinione e come tale
va rispettato, al di là della condivisione che in questo caso è parziale.
Ma devo ammettere che è un discorso organico e degno di attenzione.
Circa le unioni di
fatto per noi cattolici è assolutamente impossibile scendere ad alcun
compromesso. Ho espresso la mia opinione molto chiaramente su un articolo
pubblicato di recente:
Si deve assicurare un’attenzione speciale
all’istituzione coniugale e familiare, alla quale nessun’altra forma di
organizzazione relazionale può essere paragonata.
Ribadisco ancora una volta ciò di cui
sono assolutamente convinto: l’unica unione che deve rimanere legale è
quella tra uomo e donna punto e basta.
Medina
Estevéz nota che
si parla di coppia
per descrivere la situazione di un uomo e una donna che vivono insieme
senza essere sposati; la parola si usa anche per descrivere le unioni
omosessuali. Si evita il termine “matrimonio” per accontentarsi,
purtroppo, di un vocabolo ambiguo che lascia nel vago la realtà precisa
del legame. Sono inoltre consapevole che l’embrione sia vita (o
potenzialmente essere) e la vita va difesa dal primo momento del
concepimento. Tale opinione, essendo soggettiva, può raccoglierà il
consenso di molti ed anche le critiche legittime di chi la pensa
diversamente.
L’asserzione finale dell’articolo di Gaudio è
condivisibile. “Il criterio di una morale che sia sintesi della
migliore tradizione laica con i migliori principi del cristianesimo può
combattere il relativismo culturale dei nostri giorni e contribuire
all’edificazione di una nuova società che possa avere le sue radici
fondate su idee solide e su conoscenze inconfutabili”.
Il relativismo è una piaga della società ma anche di
molti cattolici, il compianto Servo di Dio papa Giovanni Paolo II, di
venerata memoria, affermava che “un certo relativismo tende ad
alimentare atteggiamenti discriminatori nei confronti dei contenuti della
dottrina e della morale cattolica, accettati o rigettati sulla base di
preferenze soggettive ed arbitrarie”.
Ma non solo, il fenomeno del relativismo è recluso proprio dal magistero
di papa Wojtyla:“In alcune correnti del
pensiero moderno si è giunti ad esaltare la libertà al punto da farne un
assoluto, che sarebbe la sorgente dei valori. In questa direzione si
muovono le dottrine che perdono il senso della trascendenza o quelle che
sono esplicitamente atee. Si sono attribuite alla coscienza individuale le
prerogative di un'istanza suprema del giudizio morale, che decide
categoricamente e infallibilmente del bene e del male. All'affermazione
del dovere di seguire la propria coscienza si è indebitamente aggiunta
l'affermazione che il giudizio morale è vero per il fatto stesso che
proviene dalla coscienza. Ma, in tal modo, l'imprescindibile esigenza di
verità è scomparsa, in favore di un criterio di sincerità, di autenticità,
di « accordo con se stessi », tanto che si è giunti ad una concezione
radicalmente soggettivista del giudizio morale”.
Sulla stessa scia il Sommo Pontefice
Benedetto XVI, il quale da Prefetto della Congregazione per la Dottrina
della Fede aveva affermato che "[il] relativismo culturale [..] offre
evidenti segni di sé nella teorizzazione e difesa del pluralismo etico che
sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione e dei principi della
legge morale naturale. A seguito di questa tendenza non è inusuale,
purtroppo, riscontrare in dichiarazioni pubbliche affermazioni in cui si
sostiene che tale pluralismo etico è la condizione per la democrazia”.
Ultimamente essendosi presentata la necessità, poiché il relativismo
avanza sempre di più e andiamo di male in peggio, il Santo Padre è
ritornato sull’argomento e l’ha fatto durante il suo viaggio in Germania.
Il papa teologo torna ad affermare il suo drammatico giudizio
sull’Occidente secolarizzato e lo ha ribadito con un suggerimento chiaro,
preciso e deciso che si è esplicato con l’invito alla cultura occidentale
per un nuovo “illuminismo”, intriso però di una razionalità non chiusa al
divino, che s’innesti nel dialogo fra le culture e le religioni. Ha
tessuto un discorso organico che è sintesi di conciliazione tra fede e
ragione. “La fede come ambito del sacro, ragione come sfera della vita
profana. Quando queste due dimensioni camminano da sole sono destinate a
produrre disastri: una fede cieca priva di intelligibilità , ha detto
papa Ratzinger, brucia ogni possibile
immagine di Dio producendo violenza e intolleranza nei rapporti personali
e sociali . Quando al contrario la ragione, disprezzando la fede, si erge
ad unica garante dell’interpretazione e del senso della vita, cacciando
fuori Dio dalla propria prospettiva, non fa che sconvolgere ogni possibile
verità sull’uomo e sul suo mondo.
Porre in antitesi Verità e Religione come fa Kierkegaard quando afferma
che la fede comincia li dove il pensiero finisce comporta un
isolamento di entrambi senza prospettiva.La
massima del filosofo appena citato può essere intesa in chiave positiva e,
partendo dai normali limiti umani, considerare la fede come stadio
superiore ai confini della ratio.
In conclusione
ritengo valido l’asserto che dovremmo capovolgere l’assioma degli
illuministi e dire: anche chi non riesce a trovare (perché,
sfortunatamente, affetto dal dramma dell’ateismo) la strada
dell’accettazione del Creatore dovrebbe in ogni modo cercare di vivere
indirizzando la sua esistenza, veluti si Deus daretur, come se Dio
ci fosse. Questo è uno dei grandi aforismi che ci ha trasmesso papa
Benedetto XVI.
La
società odierna purtroppo da molto tempo, scrive a ragione, João
Scognamiglio Clà Diaz, sta percorrendo un
cammino inverso a quello della Cananea, ossia, sempre più si paganizza e
fugge dal Salvatore. In fondo stiamo attraversando la peggiore crisi della
fede mai accaduta nella storia, immersi in un laicismo soggiogante, vera
minaccia e sfida della Chiesa.
Ma ci si
potrebbe chiedere qual è il risultato del relativismo culturale - morale
(che tendono a compenetrarsi a vicenda) e l’indifferenza religiosa?
L’amato Giovanni Paolo II avrebbe così risposto:
La diffusa perdita del significato trascendente
dell’esistenza umana porta al fallimento nella vita morale e sociale.
Non uniformarsi
ad ogni corrente nascente è un rimedio, così come l’anticonformismo
naturalmente supportato da una base di validi contenuti. Sia chiaro che
essere anticonformisti non necessariamente vuol dire andare
controcorrente. Insomma più spirito critico stabilito però sulla fede che
non oscura la ragione, ma la completa.
Il nostro
parroco don Giovanni Nigro diceva, e mi scuserà se prendo a prestito le
sue parole, che l’uomo non ha bisogno di configurarsi con ogni moda
momentanea, egli è fatto per volare alto come le aquile, ma la negligenza
di spiccare il volo gli fa credere di essere come le galline.
Spixanë 14 –
09 – 2006.
Giulio Cesare De Rosis.