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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

La redazione di Arbitalia non condivide nessuno dei giudizi espressi in questo articolo da Nando Elmo. Pubblichiamo tuttavia il suo scritto perché non possiamo venire meno al sacrosanto principio della libertà di pensiero e di parola. D’altra parte, ci sembra che i giudizi di Nando Elmo non siano gratuiti, ma ben argomentati. A lui la responsabilità di quanto scrive.

Speriamo, pubblicando questo scritto, di aprire un dibattito che Arbitalia sarà lieta di ospitare.

 

BIRIGNAO SIMILARBËRESH

nell’ultimo romanzo di Carmine Abate

 di Nando Elmo

Wann aber sind wir? (...)
... – lerne/ vergessen, daß du aufsangst. Das verrinnt.
 In  Wahrheit singen, ist ein andrer Hauch.
 Ein Hauch um nichts. (Rilke: Die Sonette an Orpheus,III)

“...lanciavo sguardi languidi alle polpette...” (Ornela Vorpsi: Il Paese dove non si muore mai. Einaudi, 2005). “...le immancabili polpette, più squisite, se possibile, del solito...” (Carmine Abate: Il mosaico del tempo grande. Mondadori, 2006).

Metto insieme, come in esergo, queste due frasi perché, diversamente da quel che appare, sono l’una l’opposto dell’altra. Le traggo da due libri di recente pubblicazione che fanno  luce su due modi di scrivere, due  modi di rappresentare un mondo, di costruire una Weltanshauung: l’Albania “reale” e l’Albania sognata; l’Albania da cui fuggire, l’Albania in cui ritornare.

I due autori - l’una Shqipetara, che vive a Parigi, l’altro arbëresh, che vive a Trento – per esprimere i loro mondi, non usano le lingue materne, si affidano all’italiano.  

Pare che in questa lingua abbiano potuto evitare di cadere, l’uno in sdolcinature ancora più sdolcinate, se si fosse espresso arbërisht; l’altra in un’acredine ancora più agra, se possibile, se si fosse espressa in shqip. Insomma l’italiano come lingua franca, “oggettiva”.

Le polpette della Vorpsi descrivono la desolazione, non solo umana, dell’Albania: che cosa di più squallido delle polpette?; quelle di Abate lo splendore del mito, la luce del “divino” che nel mito s’esprime: che cosa di più divino delle polpette di mammà?

L’acre italiano della Vorpsi, studentessa; prima, all’Accademia di Belle Arti di Tirana e diplomata a Brera, poi, quando poté lasciare “il paese dove non si muore mai”, è una lingua ispirata da una drammatica esperienza. Pare aderire alla “vita stessa”, tanto quanto quella, costruita a tavolino, di Abate pare trascendere ogni desolazione per descrivere un Eden dove “ogni cosa è illuminata” e redenta.

Accosto il libro della Vorpsi a quello di Abate solo per capire la natura del secondo.

 

Polpette.

Avrei preferito ciambelle, per dire alla Totò : “non tutti i buchi vengono con la ciambella”.

Ci nutriamo di buchi. Siamo fatti più di vuoto che di pieno. Quando abbracciamo una donna, diceva una volta uno scrittore, abbracciamo più vuoto che pieno. Tutto il Tao te Ching s’aggira intorno al vuoto. Il pieno è solo una finzione, una momentanea concrezione d’atomi, un giochetto degli dei, che non disdegnano “un giusto trucco”.

Il  trucco, però, non sempre funziona e la ciambella si rivela per quello che è, la negazione d’ogni vuoto che pure sostiene i passi di tutte le danze e la  concrezione delle nostre ciambelle.

 

 

Sì, d’accordo, l’ho già detto l’anno scorso recensendo “La festa del ritorno”: Abate è un romanziere abile, che conosce e domina i trucchi del mestiere.  Ma, proprio perché son tali, non dovrebbe metterli allo scoperto. E invece in questo “Il mosaico del tempo grande” i trucchi sono tutti in bella mostra.  Prevedibili.

Ma se il trucco è svelato, bisogna che un testo ti offra altro. E l’altro in questo libro non c’è. O se c’è, è scopertamente ruffiano. Una strizzata d’occhio, una tirata di giacca, che stufa, annoia, stucchevolmente già dalle prime pagine.

E se non ci avesse soccorso l’amor di patria, giunti a metà l’avremmo buttato nel dimenticatoio questo romanzo, riposto nell’angolo più remoto della biblioteca dove finiscono i libri che non m’invitano a una seconda lettura.

E che cos’è quest’altro, prevedibile, che il romanzo vorrebbe offrire? L’arbrescità. L’arbrescità dei personaggi, che la volta scorsa recensendo “La festa del ritorno” avevamo richiesto a gran voce.

Ma è proprio l’arbrescità che, questa volta essendo troppo scoperta, essendo troppo messa in primo piano dall’autore, ci lascia perplessi. Nella volontà d’arbrescità, l’autore è spinto a calcare i toni e a esibirsi in un birignao similarbreshino che si giustappone ai personaggi senza produrre niente nella economia della fabula, che è un incrocio tra Cappuccetto rosso, Pollicino, e La principessa sul pisello e La spada nella roccia: un eterno ritorno dell’identico – senza la maschera del nuovo, del nuovamente interpretato – con l’immancabile lieto fine che mette tutti in pace, come la risoluzione di un’equazione o l’esatta conclusione d’un sillogismo, che fanno la sicurezza dei nostri sapienti par excellence. Senza alcun problema lasciato aperto, possiamo dormire sonni tranquilli, tout se tient.

Manca il vuoto in questo romanzo, manca l’aperto...

 

*** *** ***

L’arbreshino è termine coniato da Skirò di Maxho, in vena di purismo, per indicare, per le nostre comunità, quel fenomeno linguistico che i tecnici chiamano “sabir”, “pidgin” o “creolo” che sono sottosistemi linguistici che s’istituiscono quando lingue minoritarie s’incontrano con lingue dominanti di cui assumono il lessico o la grammatica o la sintassi (si veda l’italiano impastato d’inglese di quanti la tirano per mostrarsi informati e all’altezza dei tempi).

Il similarbreshino soccorre, invece, me, per indicare il sottosistema di un sottosistema, creato, mi pare per l’occasione, dal nostro Abate, in vena di “impasto” linguistico: un italiano, questa volta, che vorrebbe calcare l’arbëresh.

Allora le cose sono due. O i personaggi nella realtà parlano il similarbreshino e dunque si esprimono in un nuovo sottodialetto italiano, oppure scimmiottano una lingua che non gli appartiene. Nel secondo caso l’autore avrebbe mancato il bersaglio dell’arbreshità e avrebbe fatto bene a far parlare – con traduzione a piè di pagina - in arbëresh, tout court, i suoi personaggi: ne “La pelle” di Malaparte gli inglesi parlano in inglese, i tedeschi in tedesco, i napoletani in napoletano – come avviene in tanti film veristi...

 

Ma prendo subito le distanze da ogni adaequatio dell’arte alla realtà.

L’ arte  è realtà in sé, che ha sue leggi che non hanno niente a che fare con quelle del mondo là fuori – in questo senso Abate è padrone di creare tutto il similarbreshino che vuole e di plasmare i personaggi come gli pare...

Ben inteso: è questo il trucco dell’arte: far vedere, far sentire, che essa imita il mondo là fuori; che è accrochable – come consigliava la Stein a Hemingway – alla “realtà” (da scrivere sempre tra virgolette).

L’arte deve sospendere l’incredulità del lettore e farti sentire che stai vivendo in un mondo più reale del reale. Se invece tiene desta la funzione critica del lettore, allora essa ha mancato il suo bersaglio - che è appunto la sospensione dell’incredulità.

L’arte è menzogna; e più la dà a bere più arte è. Lo sapeva Esiodo cantore delle Muse: esse raccontano storie simili al vero (pseúdea pollà etyúmoisin homoía). Per questo Platone voleva l’arte bandita dalla Repubblica.

Ma, contro Platone, abbiamo più bisogno d’arte che di verità. Abbiamo bisogno di mentire a noi stessi, come dell’aria che respiriamo, diversamente non potremmo sopportare “l’apparir del vero”, del “mondo là fuori”.

 

Non c’ è riuscito di sospendere l’incredulità di fronte all’ennesima evocazione ectoplasmatica di Skanderbeg – questa “oppressiva e immane allucinazione”.

Proprio mentre leggevo il libro di Abate mi è giunto un invito da Palermo per un convegno su “G. K. Skanderbeg e l’identità nazionale albanese”. Relazioni, di fior fior di professori, che non c’incantano più.

Anzi. Questi riti c’inducono a credere che l’identità sia solo una questione d’intellettuali in vena di “(simil)verità”. E siamo stufi di Skanderbeg, perché c’impedisce di capire, se possibile, il mondo in cui viviamo.  - Sempre girati dall’altra parte noi arbëreshë...

 

Ancora?

Non abbiamo ancora elaborato il lutto?

Non siamo ancora stati sputati fuori del seno materno per imparare a “odiare il padre e la madre” ed essere degni della “Verità” che, inafferrabile com’è, impone il desistere dall’in/sistere e dal con/sistere idolatricamente in ossessioni identitarie che sono una sconfessione dell’Essere e dell’esser-ci che sono deriva di tempo e spazio – Sein und Zeit?

Se non ci si pensa come s/nodi (esse privativo), quest’identità diventa un’ossessione devastante, degna della Madre- Partito da cui vuole redimersi la Vorpsi, che scopre che la “puttaneria (il non essere conformi a)” è la stessa sia nella sua desolata Albania che nell’Occidente emancipato che mangia “polpette, più squisite, se possibile, del solito”.... Avvelenate polpette identitarie, avvelenate polpette di conformità...

E già, bisogna essere “puttane”, sganciandosi da ogni idolatrica ossessione identitaria, per essere degni del regno dei cieli.

 

Ornela ha imparato che non c’è un luogo dove fuggire. Che chi è “puttana” tale rimane a tutte le latitudini agli occhi di chi (Shqipetaro, Arbëresh, Italiano, Litì) è abituato a vedere il mondo entro categorie identitarie (aristoteliche, vivaddio), persuaso che esse si diano “oggettivamente”.

Lo sappiamo anche noi,  che continuiamo a fuggire, che there’s not place for me, to hide..., come cantava una canzone anni fa. E soprattutto non c’è luogo dove tornare, una volta sputati nella vita. Un luogo dove costituire o ricostituire, per noi esseri plurimi, ondivaghi, “non stabilizzati”, plastici, un’identità che non sia una pura astrazione dettata dalla volontà di potere del principio d’identità – bazzichiamo tra l’altro da tempo la fuzzy logic, per ritornare, noi romei, ad Aristotile, lo Skanderbeg dei dogmatici litinjë.

 

Penso l’”identità” come il tronco di un albero che prende linfa da “infinite” radici che non si risolvono in se stesse, ma si allungano in un sottoterra senza fondamento, in un Abgrund, senza il quale non potrebbero vivere, ed essere plastiche, come sono, adattabili a tutti i mutamenti. Radici infinite, che si moltiplicano in infinite barbe (nell’oscurità della Terra, del Boden, che è oscurità, non luminoso Fondamento inconcusso). Holzwege, sentieri che s’interrompo per non occupare tutto il bosco in cui si perdono e da cui deriva il loro essere. Per rilasciarsi negli infiniti rami diversi che s’allungano in quell’altro Abgrund alla rovescia che è il cielo, che mette in contatto con l’infinità degli astri, dell’altro da noi - ma qui ci vorrebbe una kosmogonia che non siamo più capaci d’intendere - dove tetragônía platonica e Geviert heideggeriano, (la terra e il cielo, gli umani e i divini), s’incontrano.

In questa prospettiva, l’identità, è solo un “incidente” di percorso, un raccogliersi momentaneo di una pluralità di forze e d’umori, in un tronco, in uno s/nodo, perché sia più ricco il disseminarsi in altro: radici e rami e foglie e raggi del sole e acque del cielo e assunzione di veleni del giorno e rilascio d’ossigeno  la notte  ecc... Penso all’uomo come snodo dell’esserci  che è Apertura, Offene, non stabilità. “Muori prima; finiscila di muoverti, poi dirò di te che sei stato qualche uno” (parafraso un proverbio shqipetaro della Vorpsi).

 

Mentre leggevo il romanzo di Abate, questi pensieri mi troncavano la sospensione dell’incredulità e la mia lettura non era per niente appassionata.

Pensavo anche al Faust (zweiter Teil) di Goethe (uno de“i soliti tedeschi che guastano tutto”, come diceva don Matrangolo - che si sentiva sottratta la sicurezza delle “idee chiare e distinte”). Pensavo alle parole di Mefistofele  alla fine del quinto atto: Vorbei! ein dummes  Wort! Warum vorbei?/ Vorbei und reines Nicht.../ Was soll uns denn das ewge Schaffen?...Passato! Che parola sciocca! Perché passato?/ Passato e puro nulla... Questo perpetuo creare perché?

E già, perché questo perpetuo creare?

Forse per smetterla di astrarsi e distrarsi, ed essere “fedeli alla terra” – come raccomanda Zarathustra – “Terra”, “Boden” che è l’“ora”, l’hic et nunc,  di una rivelazione effimera, di una deriva temporale e spaziale, ohne warum...

E certo se il nostro scrittore avesse voluto essere fedele alla terra, avrebbe dovuto come minimo tralasciare la finzione dell’arbreshino e affidarsi alla lingua dei suoi (non dico avi). Scrivere in arbreshë, misurarsi finalmente con questo materiale vile, affidarsi a quest’effimera manifestazione della “Physis”, che appartiene carnalmente al mondo che vuol descrivere, per rendere più accattivante, più vera (per la sospensione dell’incredulità), la sua maschera, più credibile la sua menzogna.

Tra l’altro, con il similarbreshino si diventa solo epigoni di Pasolini, di Camilleri e di quanti altri nel dialetto, in presa diretta, hanno trovato “la carica emozionale” - “intraducibile in un’altra lingua”, come avverte Galimberti (Idee: il catalogo è questo,  Feltrinelli 1992, pag. 37) - l’indimenticabile “Angiò,  uomo d’ acqua” di Viani – la Versilia sì che ha il suo scrittore...

L’epigonismo è il peggiore nemico delle Muse, le quali vogliono essere sentite in proprio in quell’originarietà che non sopporta il far orecchio agli umani...

“Distruggiamo i musei”; se i musei opprimono e non educano contro se stessi, e contro la propria memoria: Defienda Dios de my (cit. da Nietzsche nella Seconda Inattuale).

 

Abate questa volta ce la canta di questi invasati di passato, ma non c’incanta.

I suoi personaggi recitano senza convinzione la loro parte, perdendosi talvolta in luoghi comuni e frasi fatte, nelle “gabbie del linguaggio” come le chiamava  Ascoli. Sospesi in un  mondo di favola che favola non vuole essere, in un mondo di sogno che non ci dice come il mondo “reale” sia  sogno davvero.

Ma si dirà: i personaggi di Abate si esprimono per quello che sono.

Ma è qui l’abilità dello scrittore, impedire ai suoi personaggi di esprimersi come personaggi e soprattutto di ricorrere a luoghi comuni  pigramente abusati (si vedano le scene d’”amore” piene del più corrivo déjà vu : capezzoli in erezione (kapiqe të ngordhura, diremmo noi con più forza) che immaginiamo siano quelli di una Scarlett Johansson, o di quant’altre mai dei corrivi primi piani televisivi - con relativi leccamenti di pancini... ).

Insomma dell’incanto di “Tra due mari”, dell’arbëresh lasciato sullo sfondo, più presentito che evidenziato, non ne è più niente – una deriva già denunciata ne “La festa del ritorno”: Abate, per stare sul sicuro, sta divenendo il manierista di se stesso, ed è troppo presto perché ciò gli accada. È troppo giovane perché non si conceda all’azzardo.

 

Lisi (i Radhanjit) ngë vë më fjeta të rea”.

Alla follia (alla theia mania) succede il mestiere. S’avverte stanchezza. Si spreme la rapa del passato, di una memoria neanche più condivisa – se non da pigri intellettuali. Provate a chiedere di Skanderbeg in giro per i paesi arbëreshë.

Vorremmo dell’ulteriore, in ogni caso.

Vorremmo dell’inaudito.

Magari cercandolo in quel taciuto che le convenzioni sociali impongono  –  nei nostri paesi omertosi, nei nostri paesi incapaci di sollevarsi dal perbenismo, del man, del così si dice, così si fa, non delle tradizioni avite, che non importano più a nessuno, ma della pigrizia intellettuale. E del tornaconto.

 Un colpo di reni, diamine; un colpo d’ala, insomma. Una scrollata di spalle, per respirare altre arie. Come fa la Vorpsi che usa quest’italiano straniato per non essere costretta a “ricucirsi una verginità” shqipetara (pare che in Albania sia pratica consolidata...).

 

*** *** ***

 

Dedico questo libro alla parola umiltà, che manca al lessico albanese” (Vorpsi: Il paese dove non si muore mai, pag. 3).

È il paese dove non si muore mai. Fortificati da interminabili ore passate a tavola, annaffiati dal rachi, disinfettati dal peperoncino delle immancabili olive untuose, qui i corpi raggiungono una robustezza che sfida tutte le prove. (... ) . Siamo in Albania, qui non si scherza.

Di polvere e di fango è fatto questo paese...” (ibidem pag. 5)”.

Potrebbe essere un fulminante incipit di un racconto ambientato in un  qualsiasi paese arbëresh. Ma ci vorrebbe l’ironia amarissima, e l’ateismo artistico e storico (vedi il Nietzsche sopra citato) di Ornela Vorpsi.

 

La spensieratezza lascia il posto all’angoscia, e tanti per guarire dall’ulcera tornano nell’assolata Albania.

“Lì va già meglio – assicurano.

“Non ne vogliono più sapere delle terre promesse. Hanno capito che lì si muore, e loro non vogliono” (ibidem, pag. 111)”.

Vi siete riconosciuti in questi immortali? Immortali con la grazia, non di una memoria skanderbekiana, che faccia, a questi figli della ciambella senza buco, da Grund, da “terra ben fondata”, per dirla con il solito Goethe, ma della semplice paura dell’arrischio, della morte?

Grund e ciambella ci soccorrono quando torniamo, noi malati di  malattia storica di  niciana memoria, a Skanderbeg. Per  non ammalarci d’ulcera e per non “morire”...

 

 

 

*** *** ***

Quando il marito era via per affari o in prigione, si diceva alla donna che non avrebbe fatto male a ricucirsi un po’ là sotto...” (Vorpsi, ibidem pag. 7).

Mi lacera con lo sguardo minaccioso... (...) Lo sguardo di mia zia mi disonora. (...) “Ti giuro, zietta, te lo giuro, non ho fatto niente! Sono nata così! Credimi! Te lo giuro!”. In questo paese dove nessuno muore, mia zia non fa eccezione: non muore neanche lei” (ibidem pagg. 8,9).

 

Ho letto il libro della Vorpsi – una “memoria del sottosuolo” - mentre ero a metà del romanzo di Abate.

L’amaro della Vorpsi veniva a equilibrare il miele del nostro romanziere; il buco di Ornela moderava la presunzione della hybris della ciambella de “Il mosaico del tempo grande”, metafora dell’eternità del passato che non muore mai, del “Dominio dei morti” (Harrison): “questo di buono hanno i mosaici: che durano più degli affreschi, più dei quadri e delle parole, più di noi” (Abate: Il mosaico del tempo grande).

M’evocava, questa presunzione, l’adikia, la grande “ingiustizia” d’Anassagora: “Là da dove le cose hanno il loro nascimento, debbono anche andare a finire secondo la necessità. Esse debbono fare ammenda ed essere giudicate per la loro ingiustizia, secondo l’ordine del tempo”.

 

Dunque, come l’Albania, anche l’Arberia è una terra dove non si muore mai.

Nessuno vuole pagare l’ingiustizia.

Forse  su questo bisognerebbe scrivere un romanzo che avesse come personaggi “teologi ton pateron emon”, iconografi, mosaicisti che s’affidano a un arte, a un pensiero, che non muoiono mai – a proposito dei quali ecco come s’esprime un teologo ortodosso d’oggi: “Quando manca l’esperienza del sacro, muore l’iconografia e ci basta solo imitare e ripetere” (Cito a memoria da “Italia ortodossa”). Ora l’esperienza è autentica solo se è esperienza nell’Apertura, dove il passato diventa viatico non certo per “Feste del ritorno”, ma per proseguire il viaggio che non si sa dove porti. Nessuno vuol pagare l’ingiustizia d’essere nati, d’essere apparsi in uno sprazzo di raggio della storia come Geschichte.

Bisogna in/sistere, con/sistere e per/sistere, in Albania, in Arberia: “qui non si scherza...”

Lo shqipetaro e l’arbresh non voglio ec/sistere, uscir fuori.

L’esistenza - l’uscire all’Aperto, lo scucirsi da memorie e abitudini, il deflorarsi - per loro non si dà: “A me sembra di toccare con mano l’ingiustizia della fuga dal proprio paese e il male che fa la partenza forzata” (Abate, ibidem, pag. 216).

Qui l’ingiustizia si ribalta. Altra hybris. Hybris arberisca.

All’arbëresh fa paura la vita, il divenire e vuole tradurre in eternità ciò che gli è dato momentaneamente nell’adikia: una vita in un tempo e in uno spazio. Nell’ingiustizia.

 

Il male che fa la partenza forzata”: anche il nascere è una partenza forzata.

Ma bisogna nascere. O no?

E bisogna affrontare il mondo e la vita che ci deflora. O no?

E bisogna accettare che la lingua sia deflorata dalla storia. O no?

Niente è puro; niente può essere puro in questa vita. Come si può spiegare questo all’Arbëresh e ai suoi professori metafisici?

E allora quella zia che non muore mai – che s’incarna nei professori dell’Unical (che sembra il nome di una  banca gestita da Fiorani) – che vuole impossibili restauri (ve li ricordate qualche anno fa su K.Y?), impossibili ricuciture d’imeni (ec qepë sqepëzin), che vuole la purezza della lingua; e che s’incarna nelle tirate di quel simpaticone di editore di Lungro che ci rimproverava di aver venduto la nostra intelligenza arberisca alle nostre (di Sassone, di Abate, mia...) mogli latine – quella zia quand’è che si decide a morire, dopo aver pagato l’adikia dell’essere nata?

Io, per me la patria è dove si vive”, è uno stupefacente verso di Pascoli (lui che pure non scherzava con Blut und Boden) che nell’anacoluto svergina le pretese d’una stabilità. Sì, la patria è dove si vive, dove è possibile ec/sistere, stare in quegli stati ec/statici che sono la cifra dell’Aperto, in completa Abgeschiedenheit, nell’abbandono d’ogni dominio dei morti e del passato (abbandonare  ta opiso, raccomanda S. Paolo), e in fiduciosa Gelassenheit, nel rilassamento, avendo superato tutte le angosce che l’Offene ci mette avanti.

 

*** *** ***

 

C’ incontriamo in tre (se posso pretendere d’entrare nel novero) che siamo usciti dal seno dei nostri Padri, dei nostri paesi, una a Parigi, uno a Trento, l’altro a Torino, forse per non ricucire innocenze violate, forse per non dover sopportare le idiozie delle zie.

Vivaddio.

Allora,  che cos’è questo ossessivo, impossibile collocarsi nella “poesia del passato” – passato che più viene ricercato dagli storici e più diventa inattingibile, dunque fatuo, inabitabile.

Tra l’altro, a Orfeo non è dato di girarsi a guardare indietro. Si sa: Euridice muore, contemplata nel suo essere cosa lasciata indietro (ta opiso).

Per quanto mi riguarda il mio scrivere arbëresh, non è assolutamente un volgermi ad un passato, ma un essere nel presente, se ciò è possibile; un mio essere ora quello che sono ora: in questo tempo e in questo spazio, in questo pluriverso che il caso, o l’assoluta gratuità (ohne warum) dell’essere, mi ha dato e che dovrò lasciare  katà ten tou kronou taxin, “secondo l’ordine del tempo”.

Che cosa io sia quando sono qui e ora nel mio presente, davvero non lo so. Quando lo so, quando lo trasformo in parola, in pensiero, allora non lo so più.

Non mi ricucirò, per tanto, la verginità perduta (se l’ho mai persa); non inseguirò la purezza d’alcuna lingua, né “la terra ben fondata” d’alcun passato. Queste ossessioni le lascio ai professori e alle zie che non muoiono mai.

 

*** *** ***

 

È strano che accanto alla memoria di Skanderbeg non si richieda la memoria ton en hagiois pateron emon Ionnou Krisostomou, Basiliou tou megalou, tou hagiou Gregoriou – delle loro opere s’intede del loro pensiero, di cui nessuno sa più niente. Non lo chiedo ad Abate che è litì in questo...

Forse.

Forse se fossimo rimasti nella Weltanshauung ortodossa e ci fossimo fatti guidare dal pensiero antitomistico e apofatico dei “nostri” padri, forse saremmo stati più “empiristi” – e più “relativisti”. Forse avremmo imparato che essere arbëreshë non è un dover essere, ma un essere quello che si è hic et nunc, con la lingua che si possiede nella congiuntura storica, deflorata nella sua deriva  temporale che non va da nessuna parte (meno che mai indietro), ma si giace in Gelassenheit nel suo andare, nel suo essere per la morte.

Avremmo imparato che l’essere arbëreshë è nella prassi quotidiana di quelli che come tali oggi sono esperiti.

L’arbëresh, la lingua arberisca non è nient’altro da quella usata dai dicenti e dagli scriventi. Non esistono arbëreshë puri, come non esiste una lingua pura, come non esiste un pensiero puro che possa restituirci le cose così come sono e come riposano en soi. Se si dà qualcosa en soi, è ineffabile.

 

***  ***  ***

C’è dell’infelicità e della sofferenza in quello che dico: avverto tutte le antinomie, tutte le antilogie, che nascono “per li rami”, che non ho mostrato, per non diventare ancor più illeggibile di quanto non sia.

Non  vorrei che la mia analisi suonasse come l’indicazione di un dover essere dello scrittore e del parlante arbëresh. Questo compito lo lascio ai professori... detesto fare il professore e il grillo parlante.

Solo chi si sente padrone degli altri e del loro essere può avventurarsi in simili pretese e prodursi in inattendibili sicumere – come le mie. ...- non sono capace di difendere alcuna delle mie tesi, che vado esponendo qua e là, le butto come bottiglie in mare: mitte panem tuum per aquas. - Ma se le trovate, “non seguitemi, mi sono perso anch’io”.

Ho voluto esprimere solo il mio disagio di lettore, e di lettore arbëresh, di fronte a un romanzo che tale si dichiara.

Ma noi, noi quando siamo?....
.... E tu impara a scordarlo,
il canto che ti nacque; e che si perde.
Vero canto è un altro alito, un alito che tende
a nulla.(...)
 (Rilke: Sonetti a Orfeo, III. Trad.A. Lavagetto)

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