CONSIDERAZIONI MALEVOLE SU UN EDITORIALE DI D. EMMANUELE SU K. Y.
di Nando Elmo
-
“...solo il racconto di chi non ha trovato posto e riesce a esprimere il
proprio malessere merita di farsi ascoltare: il resto è noia...”
(Fernando Savater: De los dioses y del mundo.
Nihilismo y acción- trad. It Frassinelli 2001)
- “...una
triste poetica della volgarità edificante, una retorica dello
sbadiglio...” (ibidem)
- “...non
di propria musa, ma scimia de la musa altrui...”(G. Bruno: Gli eroici
furori- BUR, pag.93)
- “...
li quali si mettono a fare quello che veggono fare agli altri uomini...
ma senza sapere il perché, cioè per rassomiglianza accompagnata da
usanza”. ( L. Castelvetro: Poetica d’Aristotele... 1576 - citato in
supra)
Ho
letto lo sconsolato e sconsolante editoriale di D. Emmanuele su K. Y. n.
112 – 2006/1 sullo stato dell’”informazione” in Calabria in generale e in
Arberia in particolare. L’editoriale del mio amico per il suo breve
respiro, per l’assenza d’argomentazione, come al solito, è una pietra
lanciata nella palude, così, per caso, senza, forse neanche l’intenzione
di provocare una qualche reazione. Il nostro è buono e urbano - e mai
s’indignerebbe e mai vorrebbe scomodare alcuno, soprattutto se sono
personaggi delle istituzioni – locali soprattutto....
Un
dire e non dire. Un dire tutto per non dire niente, nel perfetto stile
della (nostra) rivista.
È
inutile chiedersi perché in Calabria, nel Parco del Pollino, nella
Provincia, vada “tutto bene e tutto alla grande”. Anche perché scorri la
rivista e monta “il tutto bene, il tutto alla grande”. Monta l’ovvio, il
banale, il temino in classe sull’ultima festa del paese, il birignao simil
curiale, per non dispiacere a nessuno, per strizzare l’occhio a coloro i
quali fanno, proprio loro, il male della Calabria, dell’Arberia, della
Provincia.
Monta la celebrazione indebita di eventi che non hanno niente di grandioso
e niente da celebrare. Monta la retorica di parrocchia.
Monta il padiglione della festa strapaesana dove si esibiscono i tangheri
di turno, per appassionati balli figurati.
Montano i luoghi comuni della “identità”. Vuota. Tanto quanto è vuota la
retorica e la sofistica che la sostiene.
Monta il disperato sforzo del niente a diventare qualcosa.
Monta alla fine l’ignavia di sempre.
E ,
come direbbe l’amico Sassone dal cielo, il narcisismo.
Perché tutto questo?
Perché non siamo abituati a fare i conti con il “vero”, con quel vero che
si sottrae ad ogni presa e proprio per questo richiede d’essere cercato:
investigo ut credam – nella verità,
appunto...
Dice Platone, in un luogo del Gorgia, che quando non si fanno i
conti col “vero”, ci si affida alla retorica e alla sofistica, così come
quando non si fanno, per il corpo e la sua salute, i conti con la fatica
della ginnastica e l’amaro della medicina, si ricorre alla moda e alla
culinaria per coprire e nascondere le proprie mancanze, i propri deficit.
- In effetti, Platone non parla del “vero” ma della politica che è
propedeutica a quello.
Ma
ci siamo capiti. E Berlusconi, con il suo lifting e la sua bandana, che
sono retorica e sofistica che negano la “verità” del tempo – almeno questa
- ci ha insegnato quanto Platone abbia ragione.
E
abbiamo capito anche quanto fosse sofista il dis-onorevole Pera che
parlava di Platone ai liberali ciellini. Ma tant’è.
Ecco dunque l’origine del “male”, della “malattia”, che D. Emmanuele
denuncia, anodinamente; senza dire da che derivi questo male.
Il
sintomo più evidente della malattia che affligge Calabria, Arberia,
Provincia, è che non sappiamo scrivere, non sappiamo parlare.
Le
scoreggine delle cronachette, delle memoriucce (che non sono “me/moria),
della piccola antropologia, dell’inutile sociologia, a buon mercato (vedi
Geo, Aprile 2006), sono tutte lì a dimostrare la palmarità di
questa defaillance culturale.
Non
sappiamo scrivere, non sappiamo parlare, perché non siamo impegnati con la
“verità “. Ché se lo fossimo non abbonderemmo di frasi fatte di luoghi
comuni di retorica simil curiale.
E
non mi riferisco solo a K.Y.
Basta aprire un qualsiasi quotidiano locale, sentire un qualsiasi
telegiornale regionale di cui i giornali (è necessario dirlo?) seguono
pedissequamente lo stile. Lo stile dei monsignori, degli onorevoli locali,
pieni sempre di buon senso e di “buona educazione”, incapaci
d’indignazione. Di tale malattia soffre anche taluna stampa nazionale dove
il saper scrivere consiste solo nel saper mettere le virgole dove sono
richieste e nell’ottimo uso dei congiuntivi.
Ma
perché non s’indignano mai, dalle nostre parti (e non solo)?
Perché l’indignazione non è nello stile dei monsignori e degli onorevoli.
L’indignazione secondo la vulgata non è di un “paese normale”: “Bisogna
abbassare i toni”.
L’indignazione è estremista, dicono: e non bisogna offendere nessuno, non
bisogna toccare la suscettibilità di nessuno. Non perché c’è pericolo di
galera, come teme D. Emmanuele, ma perché siamo amici di tutti, siamo
tutti boys scouts, tutti figli dell’azione cattolica, siamo tutti collusi
(in buona fede s’intende) e tutti abbiamo famiglia.
Così, per tornare sul nostro, il Parco del Pollino può essere devastato da
sindaci in affari con geometri ingordi. Si possono costruire rifugi che
mai si utilizzeranno accanto a rifugi fatiscenti perché mai utilizzati.
“Centri rapaci” che non ospiteranno nessun rapace. Canili, che non
ospiteranno nessun cane. L’importante è mettere le mani sui finanziamenti,
non lasciar perdere l’occasione per far crescere i conti bancari.
Riviste (l’abbiamo visto in televisione ultimamente) che non rivistano se
non il niente, ma che consentono ai direttori (vedi il Feltri,
onestissimo) di tenere altissimi tenori di vita – tacciamo dell’altro,
solo per non annoiare.
D’altra parte se non si hanno occhi per vedere inutile far prediche.
Opsis protera akoé – la vista, dovremmo
sapere noi bizantini, viene prima d’ogni ascolto. Che
tradotto significa, ancora, “l’esperienza viene prima d’ogni discorso”.
Ma se noi il discorso lo possediamo già come luoghi comuni, come frasi
fatte, come birignao, che cosa di nuovo possiamo vedere? Il discorso qui
precede l’esperienza.
Tutti dovrebbero saper che non si può impunemente scialacquare il denaro
pubblico (poi si finge di piangere sulla voragine del debito dello Stato)
in opere inutili. –
E
nessuno si dà pensiero del fatto che quel denaro mangiato solo da alcuni
(i soliti due o tre aventi diritto), è denaro di tutti -. Siamo distratti
da altro, le feste...
Si
può stare, per tanto, in mezzo a incendi dolosi, con aerei ed elicotteri
della protezione civile che passano e ripassano sulla testa nella
indifferenza totale, col telegiornale regionale occupato a intervistare i
monsignori sull’ultima festa patronale – grande occasione, non di fede
(meglio così), ma turistica. Si può essere circondati dal mare più
inquinato d’Italia e sentire i turisti magnificare la Calabria. Si può
essere divorati dalla corruzione e sentire i politici parlare delle
magnifiche sorti e progressive della Calabria (con i giornalisti, e le
giornaliste in adorazione).
Se
fossimo impegnati con la “verità”, non prenderemmo sul serio le nostre
porcheriole che sono d’essa risibili cucù. Risibili tanto quanto era
risibile la seriosità dei professori da cui le abbiamo apprese. Essi,
anche, figli di seminari, erano più occupati con se stessi che non con la
“verità”. Celebravano, come noi, la loro prosopopea, la loro retorica, la
loro marginalità, le loro assunzioni metafisiche, credendole sicuramente
fondate... nella tradizione. Così oggi si perseguono insostenibili
purismi, presuntuose “adaequatio” ed “orthotes”,
dimenticando che navighiamo in un mare d’incerte metafore legate al tempo
ed allo spazio.
L’identità, la stramaledetta identità, non ha a che fare con la “verità”.
È pura blasfemia, menzognera incarnazione, proprio perché non si decide a
morire, come ogni cosa incarnata – se non muore incarnata non è...
Immaginiamo che essa abbia a che fare con la memoria. Ma memoria, l’ho
scritto altrove, è me/moria ciò che “mora” in “me”, come a priori, come
charisma, come dote, come “moira” (mé/moire), destino di
giudizio e pregiudizio, tic e stile. E in me “muore”, come “mora” e
“moira” la “verità” appunto. A/letheia, metafora, figura,
apparizione di un nascosto, inconscio, suo puro phantasma (oddio,
forse sono un docetista).
Avere a che fare con la “verità”, è avere a che fare con l’impossibilità
di dirla.
Questo impone di non dimorare nei luoghi comuni che pretendono di
catturarla.
Chi
è impegnato con la “verità” abita il linguaggio come luogo del suo
accadimento “futuro”, come strumento di puntamento e di appuntamento
sempre de/luso.
Il
linguaggio in cui abitiamo ci abita come passato che ci sta sempre davanti
(come il peccato, direbbe Davide), per questo è ciò che ci genera e
generandoci ci impone d’essere da noi ucciso.
Se
incontri il Buddha uccidilo, perché non è il Buddha, “allontana da te
qualsiasi immagine ti si possa parare davanti” (Isacco di Ninive).
Uccidi il padre ma non generare figli con tua madre, perché la “verità” è
oltre il padre che hai ucciso, oltre i figli che generi con tua madre.
L’impegno con la “verità” destituisce di fondamento, tutti i nostri “come
se”. Le statistiche, che ci rimangono, e a cui possiamo affidarci, sono
solo una verità che “funziona”, misurata dal nostro “torna conto”, ma la
“verità” non ha a che fare con la nostra richiesta di un “redde rationem”.
Detto questo, ci rimane solo di allontanare da noi gli idola: il
birignao con cui facciamo letteratura scrivendo pessimi romanzi
immaginando che il romanzo possa farsi con il romanzesco, la poesia con il
poetico, la pittura con il pittoresco. Allora, forse, qualcosa possiamo
vedere - e forse possiamo imparare a scrivere.
Lo
scrivere (che è fatica dellamadonna per uscire dai luoghi comuni, dalle
frasi fatte) è capacità di visione ma di visione della vista come “vista”.
La nuova visione, forse, anzi senza forse, ci porterà nuove parole: il
nuovo non può essere espresso con parole vecchie...
Risolvere la lingua in musica che si rigira su se stessa... come mano che
indica la luna, la luna distante irraggiungibile.
Ma
queste cose, sotto altre metafore (sub umbris)
le ho già scritte su K.Y. tante volte, non è vero? Suscitando il
risentimento di molti, dei tanti che d’estate m’incontrano e mi evitano,
sentendosi offesi in prima persona – anche se non li ho mai cagati neanche
con un ciao.
Ho
già detto che ogni argumentum ad rem, si
tramuta in argumentum ad baculum e questo in
argumentum ad personam, per questo forse i
nostri (i vostri) autori, giornalisti e quant’altro mai, si guardano bene
dall’arrischio di una denuncia.
E
tuttavia quando è il momento dell’indignazione, bisogna lasciare ogni
prudenza.
L’indignazione non è estremistica come vuole la prudenza della cosiddetta
buona educazione, del fair play, dell’opportunismo, che recita (con buona
pedanteria gesuitica) che non sempre ciò che è giusto è opportuno.
L’indignazione è virtù per se medesima, non è mediana, come le altre,
d’alcun estremo. Lo insegna Aristotele.
L’indignazione è sorretta dalla parresia che non è vizio infantile
(“ora dico tutto alla mamma”), ma virtù dell’ottimo cittadino, il quale,
secondo il Platone delle “Leggi” ha l’obbligo morale di denunciare
(per questo pera lo detesta), chi non rispetta le leggi – che sono sempre
divine.
I
disonesti di turno colti con le mani nel sacco gridano subito al
giustizialismo, come ci hanno insegnato cinque anni di devastazione della
moralità pubblica e delle regole della convivenza democratica (i casini di
casini).
Denunciare di giustizialismo (come il cicchitto che prova a difendere il
moggi, per contrastare Borelli) la richiesta di legalità, direbbe il
“comunista” Platone, è argomento sofistico da parte di coloro che si
sentono protetti dall’immunità e non sottoposti ad alcuna legge.
Le
ho dette queste cose, tante volte. Mi brucia che ora D. Emmanuele se ne
esca con la scoperta che nessuno veda il marcio (io direi: la puzza di
morte) che c’è, non in Danimarca, ma in Calabria, in Arberia, in Provincia
di Cosenza.... - si vede che D. Emmanuele, al quale sono legato da
profonda stima, non mi ha mai letto (ma fa bene, mica glielo ha prescritto
il medico) neanche come direttore del giornale che ospita i miei
scritti...
Come al solito, forse ho esagerato. Forse non vale la pena prendersela
tanto. Forse sono un Don Chisciotte estemporaneo. Ma scrivo a futura
memoria, per non essere messo, da qualche nipote, nella prava compagnia
degli addormentati, addomesticati...
Alfredo Frega, che è il mio buon senso, la mia urbanità, la mia buona
educazione, a cui mi nego, mi rimprovera aspramente: faccio solo il
demolitore, lo sfascia carrozze, il “picconatore” (per dirla con luoghi
comuni – nel senso di: non temete, ci sono anch’io), non propongo niente
di nuovo.
E
no, caro Alfredo, ti pare niente demolire (ecomostri, della mente, s’intede)?
Il mio costruire è questo, se il demolire ti par niente.
Io
almeno questo lo faccio: farmi il deserto attorno, anche se protesto che
voglio bene a tutti quelli ai quali do in testa il mio computer – non
m’interesserei di loro se non li amassi. Se poi sono di quelli che si
offendono, allora davvero lasciamo perdere, soprattutto gli inutili
finanziamenti – ma a questi nessuno rinuncia, a costo di prodursi in
sciocchezze.
Come al solito sollevo da ogni responsabilità, le riviste cartacee e on
line che vogliano ospitarmi.
Le
valutazioni sono mie e solo mie.
Come dice un luogo comune degno omaggio a tutti i luogocomunisti: “meno
siamo e meglio stiamo”.
Cristo, siamo cristiani, siamo...
Nando Elmo