Mirë se erdhe...Benvenuto...
ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

AVVERTENZE:Per la buona pace di tutti: le opinioni di Nando Elmo sono solo sue. Spera che nessuno le condivida. Come  dice un tormentone: meno siamo e meglio stiamo – in un mondo di affluenti e confluenti – e di similsedicentiautorità...

Come tutte le cose che entrano dentro, anche le parole di N.Elmo sono pharmaka che  possono esaltare il loro carattere di veleni – anche il pane, il santo pane, chi lo direbbe, può trasformarsi in  un veleno. Assumerle, dunque, solo sotto stretto controllo di chi sa, leggendo attentamente le presenti  istruzioni.

Precauzioni: Siccome, come si dice, con bel luogo comune, “le parole sono pietre”,  si raccomanda di assumere quelle di Elmo con un pizzico di sale (cum grano salis, come dicono i farmacisti) sciogliendole in mezzo bicchiere di  buon senso comune.

Effetti collaterali: le parole di Elmo possono indurre  pensiero.

LA PRESENTAZIONE A TORINO DEL ROMANZO DI ABATE

Di Nando Elmo 

Atë çë ke mbrënda shtire jasht, njëmos të bëfet rruxë

(butta fuori quello che hai dentro se no ti fa la ruggine)

Detto popolare arbëresh di Acquaformosa

Quod exit bonum est

Scuola salermitana

 

Torino 22 – 03 – 2006

No, non ci sono andato alla presentazione dell’ultimo romanzo di Abate alla libreria Feltrinelli di piazza C.L.N. a Torino, nonostante le insistenze di qualche amico del tamtam letterario.

Uno:  il libro l’avevo già letto e non avevo bisogno di farmi convincere ad acquistarlo.

Due: il posto non mi piace.

Qualche volta frequento l’altra Feltrinelli di Piazza Castello. Sono invece un habitué della  “Claudiana”, la libreria dei Valdesi, che è seria come solo i Valdesi sanno esserlo - nessun occhio al mercato, nessuna futilità, nessun’abbondanza da supermercato.

La Feltrinelli di Piazza C.L.N. è troppo megastore per attirarmi - d’altra parte questa Torino olimpica è troppo bella per andare a chiuderti in un simile posto. Di solito in questi megaluoghi del terziario avanzato (dove?)  mi prende l’angoscia, e l’asma mi soffoca.

La Claudiana: così essenziale, così severa, e ti rappacifichi con i libri, di cui penso quello che pensava Platone: tutto il male possibile, anche se ne ho letti a migliaia – ma ne son guarito finalmente...

Alla Claudiana trovo quello che altrove non si trova, perché i libri che cerco sono di solito fuori “mercato”. Alla Claudiana non ho trovato Abate, ma invece in bella mostra un libro su Gangale.

 

No, a sentire gli imbonitori della Feltrinelli non ci sono andato.

Che  volete che sia, con tutte le buone intenzioni,  la presentazione di un libro se non uno spot pubblicitario?

Alle presentazioni sono tutti bravi.  Non c’è da dubitare, lo sappiamo: perché scomodarsi per andare a sentire quanto è bravo Abate? A furia di sentirselo dire, anche da fior di critici, va a finire che non ci credi più, senti puzza di comparaggio... – mi dicono che il vostro è andato anche da Marzullo....oh diobon...

 

Di solito voglio sentire l’altra campana. E quella non te la suona nessuno

Allora, me la suono da solo.

E me la sono suonata. Da handicappato, certamente.

Un paio di handicap, ce li ho. Non ho difficoltà a riconoscerlo.

Il primo: ho una testa che si mette in moto da sola.

E funziona, non so se bene o male, ma funziona. Sa pensare in proprio e non attende di sapere dagli esperti d’ogni settore (detesto gli esperti, non se ne può più – sono per il libero esame) che cosa pensare.

Capisco l’obiezione del lettore avveduto: esprimo, nel caso di Abate il mio pensiero, non voglio impegnare nessuno, come nessuno mi impegna. Nella fattispecie mi dà un enorme fastidio l’attesa del consensus omnium – che si materializza nelle vendite – per acquistare e leggere un libro. Il libro di Abate l’ho acquistato appena ho saputo che era in libreria e per leggerlo – o non leggerlo – ho seguito solo il mio fiuto di lettore.

Fiuto  – secondo handicap – che ho costruito leggendo tutto il leggibile. A casa mia ci sono libri d’ogni branca del sapere, perfino nel cesso – il miglior luogo di lettura perché combina due piaceri. Spendo in libri una fortuna. Mia moglie minaccia di buttarli fuori della finestra insieme a me, non sappiamo più dove metterli.

 

No, non sono andato alla Feltrinelli alla presentazione del libro di Abate.

Mi dà fastidio che i libri siano trattati come merce.

E, tuttavia, bisogna tener presente, poiché si tratta di merce, che sono una merce particolare: sono venduti a scatola chiusa. Hanno bisogno dello spot pubblicitario, dunque. Ma si può fare affidamento su quello che dicono gli imbonitori?

 

Ho acquistato una merce acquistando il libro di Abate.

E se un libro è una merce, come tale va trattato. A casa ho voluto vedere che cosa ci fosse dentro, e se, come fosse un jeans, mi calzasse bene. Come jeans, ho notato che mi andava stretto. L’ho dichiarato.

Fossi dei NAS, potrei aggiungere che a parer mio, nella confezione c’era merce adulterata: l’arbëresh. Mi si offriva un arbëresh scaduto e non da ora.

C’è chi porta a casa di tutto, purché sia, anche i souvenir delle stazioni di servizio dell’autostrada, o tutte le cianfrusaglie di tutte le Taormine di questo mondo. Faccia pure.

 

Ho - terzo handicap - del gusto, suvvia...

E – quarto handicap – possiedo quello che in musica si chiama orecchio assoluto.

Ho orecchio, perdinci – e non scalciate, amici miei, state calmi – ho un orecchio che sa riconoscere le stecche – e il nostro stecca, oh se stecca...  

Il mio gusto. Il mio orecchio. Mi hanno impedito di andare oltre la seconda pagina dei libri di Baricco.

Tant’è, se vi pare.

Preferisco tornare (se è il caso di dichiararmi informato sulle patrie lettere) su qualche pagina di Consolo, di Biamonti, di Erri De Luca. Di Luigi Pintor, che ha lasciato senza battage tre quattro libricelli di una bellezza straordinaria.

Autori che non fanno nessun casinodellamadonna.

Ma, però, sono scrittori marginali nel successo, nelle vendite, nella destinazione dei loro romanzi a divenire film. Tuttavia sono signorissimi scrittori.  Nei quali trovo pensiero e non il feto dell’Arberia che marcisce nella retorica e nei luoghi comuni.

 

L’identità? Certo. La sostengo. Detesto le omologazioni, e tutto ciò che è en masse. Ma cum grano salis. Una identità “debole”. Un “als ob, un “come se” su cui appendere per comodità logico-sintattica un nome e raccoglierne attorno infiniti aggettivi. In Verwindung, come direbbe Heidegger, o in “accettazione ironica” come direbbe Vattimo che così traduce il termine heideggeriano. O, per non incorrere in ideologie abusate, un’identità ciambella con il suo giusto buco, con il suo giusto vuoto che ne “sostenga”, o, meglio ancora, che ci sospenda sull’abisso; che sfondi ogni pretesa metafisica (Dio, il Dio del principio d’identità, è morto, vivaddio e non da ora); che ci desitui e lasci essere gli eventi, e nell’incertezza del tertium datur. Un’identità dove non si configurino grammatiche prescrittive (Dio è morto. “Finché c’è una grammatica c’è Dio” – cito Nietzsche a memoria), purismi di qualsiasi specie (Dio, il Dio che prescrive la necessità delle leggi, è morto – io ho fede in un Dio che mette nel deserto e che non sa dove ti porti, non ha scopi, dà gratis, ohne warum, e niente chiede in cambio...)...

 

Ricordo mia nonna – perdonatemi, orecchie caste, questa commistione di generi.

Mia nonna, questa donna colpita da gravissimi lutti, era ossessionata dall’impermanenza del tutto. Mia nonna  mi ha fottuto da bambino...

Eravamo nell’orto ad annaffiare pomodori, fagioli, lattughe, stente piante di mais. Mi fece notare – coglieva immagini che la persuadessero e consolassero dell’inconsistenza dell’io - un mulinello che si formava nell’acqua che scorreva nella canaletta: “Jemi nj’ujë çë shkonë e vete. Për një moment zdridhet ket një mullinel. Ty je ai mullinel, çë humbe ndërsa je. E pè çë jemi ty bir. Luajë nga mon  biri im...”

Altre volte quando girava la polenta mi faceva notare i grumi: “E shef këtë koqe, këtë nocollë, këtë palotë? Ajo mejton se ng’ësht qullët ç’e rrethon. Kështù ty pënxon se ng’je ajir ose gjithë atë çë të rrethon...”

Questa era mia nonna che diceva di credere – quando s’incazzava coi preti e con i missionari passionisti che venivano ad evangelizzare Acquaformosa – i suoi erano stati tutti massoni - in un Dio che non sta nè sopra nè sotto e neanche accanto, ma (se Dio non abita alcun tempio e alcuna chiesa) in quello che abita dentro di noi, in interiore, e condivide (synkatavasis) la nostra sorte – nel bene e nel male... lui è la polenta di cui noi siamo i grumi, lui è il fiume di cui siamo i gorghi...

 

No, non sono andato alla presentazione del libro di Abate per non farmi venire questi tristi pensieri e per non sentire che egli è scrittore arbëresh.  

Se tale è, allora abbiamo risolto tutti i vostri problemi di tutela. Basta parlare in italiano, raccontare di skanderbeg, tradurre la messa greca litisht (come fate, per la maledetta volontà di sapere) e avere un atteggiamento di sufficienza nei riguardi di quei don Chisciotte - penso soprattutto a Zef Skirò di Maxho - che si ostinano a scrivere arbërisht – quando lo fanno.

 

Metábasis eis allo genos, chiamavano gli antichi padri nostri quel trasferimento da un argomento a un altro che si porta dietro ogni discorso. L’ho già detto altrove che mi dispiace fare i discorsi che faccio perché gli argumenta ad rem si trasformano in argumenta ad personam e in argumenta ad baculum. E mi dispiace davvero dei mal di pancia che vi prendete, amici miei, ogni volta che scrivo. E tuttavia bisogna riconoscere che i diritti dell’arte non sono i diritti della persona: di nuovo katavasis is allo gjenos. Cerco di difendere i diritti dell’arte...

Tuttavia, ciò non accade quando si fa il “processo” ad una partita di calcio e si danno i voti ai giocatori. Non mi risulta che alcun giocatore si offenda se un giornalista (o l’allenatore) gli rimproveri di aver giocato una cattiva partita. Non so perché nelle “patrie” lettere arberische non si debba criticare niente e nessuno... todos caballeros.

 

Vedete l’editore di Lungro: davanti ad una critica va in bestia tanto che non ti rivolge più la parola e ti ingiunge di non interessarti più di lui e delle sue cose.

E  no, caro signore, sei un uomo pubblico, sei un commerciante che vende libri e il consumatore ha tutto il diritto di dirti se gli hai venduto merce buona o patacche, se fai cultura o se rifili sole.

Se sei così suscettibile, quaeso, chiudi bottega, così non sei più sotto l’occhio (“malevolo ed invidioso”, si sa) di nessuno.

Baci a tutti, da questa Torino dove sono tornati a cantare i merli...

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