MEDITERRANEO E MIGRAZIONI
Gli albanesi di Lungro –Parte Prima
Un libro del lungrese avv. Francesco Damis.
Considerazioni extra/vaganti similteoriche a
margine.
di Nando Elmo
Ha
lasciato scritto il nostro compianto amico, storico e sociologo, Antonio
Sassone che “la Storia è uno scherzo che i vivi fanno ai vivi”. Correggeva
il detto di Voltaire: “La Storia è uno scherzo che i morti fanno ai vivi”;
e quello di Lynn White Jr.: “La Storia è uno scherzo che i vivi fanno ai
morti” (cfr. Antonio Sassone, Villa Falconieri, 2 vol. Armando
Editore, Roma).
Sassone assumeva la sua posizione non per prendere le distanze da ogni
“storia”, ma perché temeva con il suo libro di nuocere ai personaggi
ancora vivi.
La
sua posizione non era, certo, quella che avevamo più volte discusso in
lunghe passeggiate romane durante la stesura della sua opera. Alla sua
severità di scienziato opponevo la mia tesi secondo la quale la “storia” è
una delle tante opere letterarie contaminata, nella sua presunta
“oggettività”, da tutta una serie di finzioni e funzioni retoriche, per le
quali la sicumera della sua “scientificità” va a farsi benedire.
Per
me, di sicuro, la storia è uno scherzo che i vivi fanno ai vivi, quando
essi non la dichiarano per quella che è: un’interpretazione di
interpretazioni. I documenti, senza i quali non si fa storia, sono già
interpretazioni - che vanno interpretate...
Per
la mia posizione scettica mi meritai da Sassone l’epiteto di “dendrologo”.
Come tale mi dedica un ironico pensiero nel suo libro: lo pregavo di
guardare a che cosa c’era dentro le sue intenzioni, non solo di
storico, ma di “storico vivo”.
Pensavo a queste cose durante la presentazione a Firmo, lo scorso 29
dicembre, del libro di Francesco Damis: Mediterraneo e migrazioni – Gli
albanesi di Lungro, parte prima – Edizioni Prometeo, Castrovillari,
10,00 euro -.
Pensavo a questo e ad altro.
A
Nietzsche della Seconda inattuale. Mi chiedevo se per caso
l’occupazione in studi storici di tanti arberischi non si traduca in un
“danno per la vita” dell’Arberia: invece di dedicarsi a scrivere un rigo
in arbëresh, che richiede non poca fatica, si coltivano alibi contemplando
in italiano un passato inattingibile. Alibi, forse, per non abbassarsi al
popolare, al “volgare” dell’arbëresh d’oggi – ma allora di che ci stiamo
occupando, che cosa vogliamo con le nostre ricerche storiche
salvaguardare (secondo la vulgata)?
E
avrei voluto esprimere qualche commento ai discorsi dei conferenzieri,
tutti adeguati alla situazione, ma tutti analfabeti in arbëresh: come si
potrebbe parlare di storia greca e romana senza frequentare latino e
greco?
Ma
il freddo, il freddo della sala dell’exconvento di Firmo, m’impediva di
raccogliere le parole per un discorso articolato. Tra l’altro non avevo
ancora letto il libro di Damis per poter obiettare qualcosa. Così
farfugliai tutt’altro e tornai a sedermi nella speranza di riconquistare
un po’ di tepore nella posizione seduta.
Perché fa tanto freddo in Calabria? Perché si costringono al gelo i
volenterosi?
Non
c’entra tutto questo col discorso che voglio fare?
Ma
sì, che c’entra.
Vado per metafore? E sia pure.
E
questa sensazione di gelo l’ho più avvertita la notte quando, per
accompagnare l’insonnia, ho letto il libro di Damis.
Se
la Storia è uno scherzo (dei vivi o dei morti), raccontarla e leggerla al
gelo è un altro scherzo.
Dico la storia raccontata alla maniera di Damis, avvocato, giudice di
pace, col gelo del burocratese, dell’avvocatese.
-
E che esista un esperanto avvocatese me lo dimostra la rivista “Attualità
forensi” della Fondazione Avvocatura Italiana del CNF che trovo a Roma
a casa di mio fratello che ne cura la grafica.
“Ma
come scrivono questi qua? Ma chi li capisce?” mi domanda mio fratello.
Ecco forse avrei voluto parlare a Firmo di questo scherzo che fa Damis ai
suoi lettori, se mi avessero recapitato il libro prima della conferenza.
Non
posso obiettare niente alla sua ricerca storica; non sono uno storico. Non
mi appassionano gli studi storici. So, con questo, di tradire il mio
Vico.
Per
quella riserva espressa a Sassone, preferisco un romanzo. Di Dostoevskij,
magari. Che mi dice molto di più sull’uomo.
Si
dice, di solito: “Ora apriamo il dibattito”.
Di
solito, però, non si tratta di dibattito, ma di “questions time”.
Si fanno domande “d’approfondimento”. Non si esprimono tesi opposte a
quelle presentate. Si magnifica l’autore del libro presentato – si fa,
insomma, promozione, e chi s’è visto s’è visto... arrivederci, alla
prossima. Così è accaduto a Firmo .Le domande vere mi sono rimaste in gola
e peggio per me, se, per tornare a casa, ho dovuto, sulla vecchia
cinquecento di Alfredo Frega, affrontare una nebbia della madonna, l’umido
malsano della Calabria, a mani vuote.
Conoscevo lo stile di Damis da alcuni suoi articoli pubblicati su K.Y.
Avrei voluto scriverne tempo fa. Non l’ho fatto perché hai sempre
l’impressione di offendere la sensibilità degli interessati, quando entri
nel merito di tali questioni. Come si dice:”Lo stile è la persona”.
Ma
mi picco d’essere un linguista e un semiologo. In questi ambiti mi sento a
casa mia, e mi pare di dover prendere, quando capita, la parola, per
correggere (ahi il professore) prospettive, vezzi, vizi, soprattutto
teorici...
Ora
però, mi pare scortese, avendomi l’autore, nella dedica del suo libro,
invitato a un confronto, non prendere la parola. E avrei voluto prenderla
a Firmo, se non per esprimere le mie riserve teoriche, almeno per
esprimere le mie riserve sullo stile dell’autore.
Ci
provo ora.
Dunque: se la storia è uno scherzo che i vivi fanno ai vivi, se lo storico
vivo fa poi lo scherzo di trincerarsi dentro uno stile (un idioletto)
difficile da decrittare, se usa preziosismi lessicali e una sintassi che
si arriccia come un manico di violino, come un fregio barocco; se per dire
“mio padre” egli si affida a un impersonale “il genitore” (che,
direbbe Socrate, è sempre genitore di qualcuno); se per dire “soprannome”
dice “agnome” – non appare questo lemma in nessun vocabolario
moderno, né in Sabatini Colletti, né in Oli Devoto, né in Zingarelli (che
sono i vocabolari più comuni - e dell’uso), e se non sai il latino peggio
per te - allora lo scherzo, è scherzo al quadrato.
Come sono scherzi – un latinorum alla fine – quei cartelli che
nelle stazioni portano scritto “emettitrice di titoli di viaggio”
per dire “biglietteria automatica”, o “obliterare il titolo di viaggio”
piuttosto che “timbrare il biglietto”, o “estinguere l’oblazione”
piuttosto che “pagare la multa” – e v’immaginate in quale paese si debba
trovare uno straniero (la fidanzata spagnola di mio figlio, per esempio)
che abbia studiato appena un po’ d’italiano, per orientarsi nelle stazioni
e negli aeroporti – o anche un italiano con la sola terza media? – mentre
scrivo, il mio computer mi sottolinea in blu “obliterare” e
m’invita a sostituire il termine desueto (?) con i più facili “annullare”,
“convalidare”. Il computer, che ha una grammatica da segretaria d’azienda
- e le aziende hanno bisogno di farsi capire, altroché – anche se poi
scrivono libretti d’istruzioni illeggibili... – io di solito, la
grammatica del mio computer, la mando a quel paese. Sono un professore,
diamine, e mi piace andare per i fatti miei, quando scrivo cose per pochi
eletti, che possono seguirmi nelle mie elucubrazioni.
Tic, vezzi, vezzacci, però, quando ci si rivolge a un pubblico più vasto
che comprenda anche analfabeti di ritorno. Insomma, non si può avere”il
mondo in gran dispitto” se si ha la pretesa che un libro sia letto a
scuola.
Santiddio, hanno tradotto perfino la Divina Commedia. In italiano.
Per i liceali di oggi. E qualche altro buontempone ha tradotto il
Decamerone.
Il
lessico, la sintassi dell’italiano che si parla oggi, non sono più quelli
della lingua Dante, né di Boccaccio, che pure era la nostra. Quella di
Damis e mia – siamo coetanei, abbiamo frequentato lo stesso liceo classico
a Castrovillari. Ma, Cristo benedetto, la storia ci ha fatto lo scherzo
(quanti scherzi fa la storia) di sottrarci, da sotto il sedere, la lingua
su cui abbiamo fondato la nostra cultura: i nostri giudizi e pregiudizi.
E,
allora, se vuoi farti capire devi metterti nella deriva storica, proprio
per essere nella storia come vuole quell’altro simpaticone di Lungro che
fa l’editore e si esprime, negando la storia, con lo stesso birignao dei
professori e avvocati di Castrovillari.
I
simpatici professori di Castrovillari, tutti ex figli della lupa. Erano
cresciuti a fichi secchi, retorica dannunziana, ed enfasi dei Film Luce.
Allungavano il labbro inferiore alla “mene frego”. Avevano assunto poi una
certa bonomia curiale democristiana come deterrenza delle anime belle: che
italiano poteva uscire dalle loro sapienti bocche? Mettiamoli in
soffitta: è ora, santiddio.
Io
- non so tu, caro Francesco - sono, come diceva Socrate nel Gorgia
(458 a), di quegli uomini cui piace essere confutati se dicono o fanno
qualcosa di “sconveniente” (cito a memoria e parafrasando).
Mi
lasciavo malmenare, a questo proposito, dal nostro Sassone, che ho sempre
stimato come il più intelligente scrittore di Lungro.
Mi
rimproverava egli aspramente quando scrivevo cose che gli sembravano
involute o compiacimenti stilistici (“quando ti perdi dietro le parole”),
“malversazioni – le chiamava - di quel patrimonio comune che è la lingua”.
Mi
diceva: “Sei un narcisista, sei un onanista. Non puoi dimenticare che stai
scrivendo per comunicare con gli altri. Allora, perché tutte queste
occasioni d’inciampo? Perché questo percorso ad ostacoli che ti alienano
il lettore?”.
Si
rammaricava anche del proprio stile. Diceva che l’aver imparato l’italiano
a scuola fa di noi albanesi dei compiaciuti inconsapevoli retori.
Sono d’accordo, a questo proposito, contro me stesso, contro le mie
assunzioni teoriche, con Socrate: la Retorica è come la cosmetica, la
culinaria, la moda: l’una e le altre tendono a mascherare, a sofisticare,
a infinocchiare la qualità del vino della verità (quale, per favore?) – si
veda il lifting di berlusconi che è un gran retore, un mascheratore
dei disastri del tempo, un sofista ingannatore del popolo – un populista (
il Gorgia sembra scritto per lui, è lui Callicle – niente di nuovo
sotto il sole....)
Tic, vezzi, viziacci.
Anch’io ne sono pieno e mi detesto.
So
che la realtà è complessa e non può essere rappresentata dalle
semplificazioni linguistiche, dalla linea retta di una proposizione ben
costruita. So che la lingua è un’astrazione (è sofistica,
berlusconiana, per sua natura) che non può rappresentare la complessità e
l’ambivalenza della “realtà”.
Tendo, per questo, ad aprire parentesi, a rendere presente il taciuto,
quelle singolarità che la natura astratta della lingua deve saltare a piè
pari. Vado per false partenze, per divagazioni, affaccio antinomie,
m’arriccio anch’io come un frattale... Il mio è un ingenuo (e pedante)
tentativo di riempire tutto l’orizzonte che le parole lasciano aperto ( e
guai se non lo lasciassero aperto)...
Qualcuno giustamente dice che sono complicato e che vado per
elucubrazioni.
Sassone, che sentiva un tale giudizio su di me, avvertì l’interlocutore
(chissà perché mi difese in quell’occasione a Lungro, ma, forse,
ironizzava): “Non è mica complicato lui, è complicata la realtà”.
Capisco dunque la tentazione delle prove d’autore, delle esibizioni di
stile...
E
tuttavia, me ne rendo conto, bisogna comuni/care – mettere in
comune i propri pensieri. Bisogna prendere quel giusto mezzo, quella
lingua mediana che è di tutti, che è “comune” – ma il comune
come “ricercatore mi ripugna... e tuttavia dopo l”ispirazione” che è tutta
“mia” devo, per forza, per comunicarla costringerla nel lessico comune
(trascendente la singolarità)... dove “il soggettivo” cerca di tradursi in
“oggettivo”...
Capisco che ciò che sto dicendo possa suonare come un richiamo all’ordine
(all’ordine della grammatica e della sintassi, al luogo comune alla frase
fatta), e dunque al conformismo (alla forma comune). Ma voglio che Anteo
caschi a terra, riassuma le forze per rialzarsi. Potrò meglio
strozzarlo...
Un
libro di storia non è un libro d’arte (anche se la storia è un’arte – e
l’essere essa un’arte, l’avere essa un metodo, dei protocolli da seguire,
la dis/traggono dalla “verità” che essa vuole rappresentare.- ma, Cristo
benedetto, abbiamo letto Croce: quanto pesa il suo stile, quanto il suo
metodo, le sue presupposizioni teoriche, su ciò che dice? La sua non
finisce per essere la storia di Croce? Leggo, ho letto, Croce come
si legge un romanzo, gustando (faccio per dire) il suo stile, le sue
“soluzioni tecniche”- m’interessano solo queste, alla fine).
Se,
dunque, assumiamo che un libro di storia non è un libro d’arte, chi
assume la storia per oggettiva, per scientifica, non dovrebbe concedersi
birignao.
Leggo Consolo. Il quale, quando scrive di storia, non usa lo splendido,
musicalissimo, barocco, la splendida ipotassi, dei suoi romanzi, ma si
riduce a una piatta paratassi. (Ma l’ipotassi di Damis leva il fiato anche
a uno come me abituato alle formazioni frattaliche).
Di
nuovo: contro Vico, sono convinto che conosciamo la storia non perché
l’abbiamo fatta noi, ma, semmai, perché l’abbiamo scritta, la scriviamo.
Non “verum ipsum factum”, ma “verum
ipsum scriptum”. Il nostro occhio è troppo carico di teoria, è
troppo impuro, perché possiamo conoscere qualcosa del mondo là fuori. Le
nostre anticipazioni teoriche ci consentono di conoscere solo il nostro
metodo, i nostri protocolli... sarebbe meglio tacere e rimanere incantati
di fronte al mistero delle cose... pietrificati dalla Medusa tutta greca
di Democrito: “eteêi dè oudèn ídmen: en bythôi gar he
alétheia – niente sappiamo: la verità è
nell’abisso”... pietrificarci noi uomini della volontà di potere... ?
della volontà di verità...?
Ci
rimane, dunque, solo la parola da comunicare e per questo dovremmo
dimenticare la nostra singolarità anche se questa dimenticanza si traduce
nella più grande menzogna: la verità che vogliamo trasmettere nei termini
della linearità “scientifica” è menzogna. Ciò che comunichiamo è sempre e
solo la “nostra” comunicazione...
(Antonio Sassone era disperato, sapeva che i suoi medici non potevano
guardare alla sua malattia. Erano essi troppo presi dai protocolli,
dentro i quali la sua malattia, la singolarità della sua
malattia, poteva non rientrare, come non rientrò: lo “scientifico”,
l’”oggettivo”, che escludono le singolarità, alla fine, gli stavano
facendo la festa...)
Mi
perdonerà Francesco Damis che dice (il suo cognome sembra il nome di un
sillogismo - nomina numina?): “Io son fatto
così, ergo non posso cambiare”.
Lo
so: è difficile scollarsi da se stessi, dalla propria pelle. E tuttavia
bisognerebbe farlo, se si desidera frequentare l’agorà, e se non
si ha voglia d’essere buttati fuori della Politeia come artisti...
Le
reprimende di Sassone mi suonano nelle orecchie come un complesso di
colpa: non sarò davvero un narcisista?
Celebriamo il rito della verità storica, nei termini della “comunione” del
linguaggio “chiaro e distinto” (altra sottilissima finzione retorica). Il
rito, altrimenti, non si compie. Se escludiamo i catecumeni – e siamo
tutti catecumeni – con chi “comunichiamo”?
“Antonio Sassone, che ci guardi dal cielo, smettila di suggerirmi le tue
visioni da pragmatista: la lingua è uno strumento per far cose (“How to
do things with words” l’hai letto, sì? – Certo che l’ho letto. E in
inglese, a tuo scorno - gli rispondevo stizzito), per risolvere problemi
per tutti, se no, è meglio tacere...”.
E
tuttavia proprio tu, quando ti obbiettavo che tradivi lo stile oggettivo
dello storico, lasciandoti andare nel tuo libro al vezzo della tua
sferzante ironia, mi confidavi che per una battuta ben azzeccata, per un
giro di frase per evitare un luogo comune, una frase fatta, avresti dato
la vita.
Alla faccia dell’oggettività. Allora, liberi tutti? E che Damis
tranquillamente si dedichi al suo stile che è appunto lui stesso in carne
ed ossa, così come s’è costruito nel tempo?
Per
me va bene”.
Ecco, è questo che avrei potuto farfugliare se avessi letto il libro prima
della conferenza – facendo un po’ d’accademia, s’intende, come dicono i
monsignori e i professori quando vogliono troncare un discorso che si
torce contro la loro oggettività, la loro verità apodittica.
Sento che mi si sta rigirando la frittata e che, ahimè, la maionese non
monta.
Questo avrei voluto dire quella sera a Firmo, soprattutto per smascherare
i miei “vezzi antidemocratici”, per dirla con Sassone, se il freddo non
mi avesse gelato le meningi.
Perché fa così freddo in Calabria?
Tuttavia, non posso non consigliare il libro di Damis a quanti, lettori
avveduti, non asmatici come me, e ben padroni dei sottocodici della lingua
italiana, s’interessano di cose arberische. I documenti che Damis pubblica
sono, lo assicura lo storico di professione Attilio Vaccaro dell’Unical,
delle assolute novità.
Perché fa così freddo in Calabria?