Mirë se erdhe...Benvenuto...
ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

LE DEGRÉ ZÉRO DEL SESSO

IN UN LIBRO DELL’ACQUAFORMOSITANO MARCO GIGLIOTTI

di Nando Elmo

“Io starei bene anche con un pene e basta...” – Sexy kids, pag. 219.

“Tutto ciò che è profondo ama la maschera” – Nietzsche: Al di, là del bene e del male.§40.

È uscito, da qualche mese, presso l’editore Castelvecchi  di Roma il libro di Marco Gigliotti, ventitreenne di Acquaformosa: Sexy kids – Diario erotico degli adolescenti italiani.

Ci siamo affrettati ad acquistarlo e a leggerlo con attenzione proprio perché di un acquaformositano alla sua prima prova letteraria.

Il libro è la trascrizione e il “montaggio” d’interviste che l’autore ha fatto, sulle loro abitudini sessuali, a ragazzi d’ambo i sessi, la cui età va dai quindici ai diciannove anni.

Data, però, l’insistenza d’alcuni stilemi, che si ripetono pari pari di pagina in pagina, di primo acchito, c’era venuto il sospetto che si trattasse solo di fantasie erotiche dell’autore – in questo caso Gigliotti, nella mimesi dei tic verbali dei suoi coetanei, sarebbe stato abilissimo scrittore.

Sospetto subito corretto dalla considerazione che questi ragazzi appartengono a un mondo omologato, a une masse che si esprime con gli stessi stilemi, in un  esperanto passepartout,  che va da S. Donato di Ninea a Padova - passando per Genova, Sulmona, Modena.

E, in absentia, per Acquaformosa. Anche. Visti  gli atteggiamenti e sentito il linguaggio della gioventù  del loco, émancipé par sa précocité gloutonne. E  delle ragazzette soprattutto. Del tutto disinibite e più intraprendenti dei maschietti, ancora impacciati.

In ogni modo, chi ha esperienza della vita e della letteratura, sa che niente è più ricorrente nelle abitudini sessuali di giovani e meno giovani “arrapati”, infoiati, degli atteggiamenti, non solo verbali, descritti dai ragazzi intervistati dal Gigliotti.

Insomma, verrebbe da dire, niente di nuovo sotto il sole, dal Cantico dei Cantici, a Dafni e Cloe di Longo sofista, all’Asino d’oro di Apuleio; dai racconti di Anaïs Nin, a Tropico del Cancro e Tropico del Capricorno di  Henry Miller, all’ultimo Moravia, a Bukowski ecc...; dalle sculture erotiche dei templi indiani, alle decorazioni dei lupanari di Pompei; dalle illustrazioni dei pittori cinesi e giapponesi (Hokusai in testa), ai disegni erotici di Picasso; dai film di Nagisa Oshima a quelli di Bertolucci; la fouterie, scorticata del “pensiero”, dell’arte degli autori citati, ripete, noiosamente per il lettore consumato, se stessa.  Solo che nelle  sue ultime forme, questo “eterno ritorno dell’identico”, si presenta all over the world. Sempre meno fantasioso, meno all’altezza d’ogni Kamasutra che è opera d’alta poesia: “Plus l’homme cultive les arts, moins il bande” (Baudelaire). Qualcosa si è lost in translation?

Ma questa è una considerazione da vecchio brontolone.

Il quale sa che, essendo i giovani, gli adolescenti, sempre affamati, pardon, “arrapati” non si dovrebbe chiedere loro di portare “altrove” l’impellente, coattivo, bisogno fisiologico. Né a  Marco Gigliotti – giovanissimo anche lui (il Kamasutra è scritto da un vecchio saggio esperto della complessità della vita) - interesserebbe questo “altrove”, legato com’è a una pura indagine “fenomenologia”, in cui egli s’aggira, molto abilmente, incontrando “le cose stesse in carne ed ossa”.

 E certo questi  di Gigliotti non sono i Porci con ali, di felice memoria, che pure facevano la fatica di cercare un senso “politico” alla loro fouterie. Finalmente, questi figli del terzo millennio delle meraviglie, tanto atteso, hanno perso le ali e vivono terra a terra, “senza pensiero”, nella deriva secolarizzante che è la marca del nostro occidente...

Hanno, costoro, acquisito finalmente quella “innocenza” invocata da Zarathustra, quella “salute”, che, per dirla con Freud, ha prosciugato ogni inconscio?

 

Così è, se vi pare, in ogni caso. Ben venuti nel “Brave new world”. E peggio per la  pruderie acquaformositana, che alla notizia del libro, apparsa su Panorama la scorsa estate, storceva il naso dimenticando di averli sotto il naso questi sexy kids. Al cimitero, per esempio, dove si rintanano tra le tombe per le loro cose...

E che si tratti di fantasie erotiche dell’autore, o di fantasie degli intervistati, rimane il fatto nudo e crudo che il libro di Gigliotti, se ce ne fosse stato bisogno (viene dopo  gli scandalosissimi (si fa per dire) per la Sicilia puritana, “Volevo i pantaloni”, “Cento colpi di spazzola” e quant’altro mai), è un documento della mutazione antropologica generalizzata ormai stabilizzata delle nuove generazioni. Che dimostrano “dalle Alpi alle Piramidi” di aver perso qualsiasi incanto, tanto che nel narrare le loro cose (stavo per scrivere “esperienze”) si lasciano possedere da una “oggettività” di linguaggio degna dell’ipnopedia televisiva che omologa tutto e tutti.

Anche Marco Gigliotti, figlio della “ragione strumentale”, si esprime, secondo i dettami del mercato editoriale, oculis siccis. Il suo libro funziona da questo punto di vista.

Come i suoi interlocutori, anche Gigliotti ricorre a un degré zéro. Questa volta, de l’écriture.

È lo stile giornalistico che lo richiede. Senza trasalimenti. Oggettivo. Di qua i fatti, di là le opinioni. Come se dietro le parole – certe parole – ci fosse il mondo là fuori.

- Ma, ci piace avvertire, en passant, che l’oggettività è solamente una pratica retorica: la retorica dell’antiretorica. Noi rimaniamo, per quanto ci riguarda, fedeli a quell’altra che vuole, con Nietzsche, che non si diano “fatti, ma solo interpretazioni”. È  un’interpretazione che là fuori si dia un mondo oggettivo -.

L’oggettività è una Weltanshauung dove il soggetto è ridotto a occhio meccanico, a software, che risponde passivamente a stimoli esterni che “si danno” nel loro “purezza”, senza intermediazione di pensiero -.

A questa presunta oggettività, tutta giornalistica, appartiene anche, lo ripetiamo, l’”oggettività” del linguaggio degli intervistati: non si “ama” più, non si “fa” neanche più “l’amore”, semplicemente si “fa sesso” - si “scopa”, si “tromba”, si  “sbatte” (ma questi termini sono soggettivamente connotati, comportando un atteggiamento di disvalore dell’altro, di puro strumento di soddisfazione del “cieco” impulso sessuale).

Il fatto che si abbia “commercio”, come si diceva una volta cum grano veritatis ante litteram, con questa o quell’altra, con questo o quell’altro, indifferentemente e occasionalmente, la dice lunga (o cortissima) sulla deresponsalizzazione, e sulla riduzione alla pura “animalità”, al puro bisogno fisiologico, del sesso - anche questo ridotto a un fast food (la sveltina al ristorante)  che serve solo per ridurre la fame, nell’immediato: “le brut seul bande bien,  et la foutrerie est le lyrisme du peuple” (Baudelaire).

Il fast sex consumato dove capita - come dove capita si mangia un trancio di pizza – ai giardini, in spiaggia, in mare, in macchina, magari con una platea di astanti non più neanche guardoni – cade addosso a questi adolescenti come uno scroscio di pioggia, che dal niente viene e al niente va, senza lasciare segno, senza tradursi in esperienza.   

Il non darsi pensiero, il non dare il sesso al pensiero, il non mettere “le ali ai porci” – ali che pur si nutrono della “porcitudine” – dal fango nasce il fior di loto - rende questi racconti non erotici, proprio perché Eros mette le ali, la divina follia per il conseguimento di “quella terra lontana”, di greca memoria, che non osiamo nominare.

La mancanza di Eros: è questo il dato più immediato del libro.

Gigliotti avrebbe potuto eccedere – la materia gliene dava l’occasione – in quelle che una volta si chiamavano sconcezze, che, pur così “velate”, pur così rese “caste” dall’arte, così “mascherate”, ma forse proprio per questo, eccitavano i lettori in crisi d’astinenza, com’erano quelli della mia età, che, o andavano “con timore e tremore” a casino, o ricorrevano all’amore (?) solitario leggendo Lady Chatterly – di cui trascuravano, si capisce, il lato artistico, il coté del pensiero...

Ma un eccesso in questo senso avrebbe comportato un turbamento nell’occhio dell’autore, e dunque un carico di teoria, dunque una “mascheratura”...

E dunque questi “racconti” si leggono senza turbamento, senza “fascinazione”, proprio come sono stati scritti...

 

Certo, tra questi ragazzi non potresti trovare un Piramo e Tisbe, un Romeo e Giulietta, un Ortis, un Werther, e forse neanche un “giovane Törless”, alla lettura delle cui vicende si torna e si ritorna....

Il fast sex non richiede “turbamenti”. Anzi il turbamento è d’ostacolo al fast sex – come il gusto è nemico del fast food.

Il degré zéro riduce il rapporto umano alla mera cosalità, alla mera reificazione della sessualità, senza neanche la “grazia” della nausée sartriana – la nausée essendo ancora un sentimento, è ancora un residuo del sentire romantico.

A questo proposito, la “smania” per il rapporto “more pecudum” o “more ferarum” (che non è però sodomia, come nel caso di questi kids) o del cunnilinctus, o della fellatio, la dice lunga (o forse corta, cortissima) sull’eliminazione del “volto dell’altro”, della sua specificità, peculiarità, individualità – l’”altro” richiedendo scambio, dono, dunque “amore”.

L’“altro” qui è puro mezzo di un rapporto, alla fine, onanistico (“a me basta un pene... ”).

Dove l’altro, il “volto dell’altro” non c’è, c’è solo la nostra solitudine.

L’”altro” – usa e getta - è lasciato nella solitudine dell’indipendenza del significante da ogni significato, nel significato essendo coinvolta la nostra responsabile soggettività. O la nostra “malattia” che proviene da quel fondo oscuro della nostra anima che fa nascere tutti i significati, soprattutto quelli desituanti da ogni “rassegnazione” al conformismo, sempre così “sano”. Ma queste monadi, ognuna racchiusa nella propria solitudine monologante, hanno eliminato ogni soggettività. È una strana “encráteia” questa, uno strano e straniante bastare a se stessi, dove della propria parzialità e insufficienza (platonica se vogliamo) in cerca dell’altro per completarsi, è niente. “Autismo” già descritto da Jonesco e da Becket. S/oggetti senza progetto, senza “deontologia”, senza dover-essere, fermi appunto e stabilizzati eteronomamente dal “così si dice, così si fa” della chiacchiera comune (l’ipnopedia del Brave new world), nel loro grado zero. Disincantati d’ogni oltre, d’ogni apertura, che segnano l’umano. Le  alienate appendici marxiane...

 

Il disincanto è però esso stesso un incanto.

L’incanto del nichilismo moderno, che apre non ad un’emancipazione dai cosiddetti “valori”, borghesi e non, ma alla pura e semplice deresponsabilità verso l’altro, verso il corpo e lo spirito dell’altro – essendo questi, ostacoli alla nostra presunta libertà.

Puro mercantilismo, pura mentalità bottegaia, oggi imperante, che fa dell’altro solo il mezzo per soddisfare la mentalità consumistica, da prêt-à-porter, da asporto (“quante donne, quanti uomini hai “posseduto”? “Madamina, il catalogo è questo...”).

Mentalità acquisitiva che è tutta moderna e occidentale (americana?) “volontà di potenza” – poveraccia nella sua manifesta impotenza – che riduce tutto a oggetto a disposizione di un soggetto che si avvolge solo e soltanto intorno al proprio ombelico, alla propria philopsichia, ai propri “affari”...

Deindividualizzare l’altro, renderlo sostituibile, indifferentemente intercambiabile, renderlo numero, è qui che si gioca il senso capitalistico del rapporto sessuale che non riconosce il volto dell’altro – che dovrebbe essere il nostro dio – se fossimo alla ricerca di un dio..

Ma queste sono malinconie da filosofo in  disarmo.

E forse è un bene che le cose vadano come vanno - chi lo sa? –: il materialismo non è morto con Marx; torna, per una sua, forse, nuova dissoluzione, con il capitalismo moderno, che, aprendo deserti di senso, non vuole, appunto, “pensieri”, vuole tutto ridotto a merce, a calcolo, a mondo a disposizione – magari con la benedizione degli integralismi cristiani... materialismo che ha anche il suo falso comunismo nella globalità dei mercati e nella omologazione dei saperi... con “una vogliuzza per il giorno e una vogliuzza per la sera, fermo restando la salute... ” (Nietzsche: Zarathustra).

 

Tuttavia sappiamo di associazioni di asessuati – i medici li dicono afflitti da disfunzioni di testosterone e di prolattina – i quali praticano la castità, senza chiudersi in convento. Hanno ultimamente, nell’associazione Aven (Asexual visibility and education net work), richiesto visibilità, perché vivevano nella clandestinità come gli omosessuali.

Sarebbe interessante un libro sulle loro confessioni, giusto perché non appaia che gli eterosessuali siano la maggioranza assoluta e monologante dell’universo non solo giovanile, ma della variegata umanità – il sottotitolo del libro di Gigliotti è troppo generalizzante e sa di sicumera -. Potrebbero anch’essi, gli asessuati, essere degli infernali “solisti”, che non vogliono nella loro castità il “pensiero” dell’altro...- veda Gigliotti...

 

Non  volendo (anch’io un “solitario”) assumere, per chiudere un discorso che lascio aperto, l’antipatico ruolo del maestro, e del maestro moralista, del Grillo parlante – passo la mano a un antenato di Gigliotti (così tutto rimane in famiglia), a un prozio di suo padre – Gigliotti viene da una famiglia di scrittori ai quali Acquaformosa non si decide a dare un degno onore  dedicando loro una via, una piazza, una scuola... – il “divino” Vincenzo Capparelli.

Perché proprio Capparelli? Perché era un medico, uno scienziato che non si è lasciato incantare dai dati immediati dell’esperienza che vuole il corpo una macchina, una quantità senza qualità, e il pensiero, nella migliore delle ipotesi, una schizofrenia. – Abbiamo ultimamente sentito dire a un Piero Angela in cattedra che l’imperatore  Francesco Giuseppe ebbe una “reazione chimica” nei confronti di una bella donna, presentatagli dalla moglie Sissi – come dire che nel Tondo Doni Michelangelo si produsse in una mistura di colori, spinto da compulsione di gesti schizofrenici nella rappresentazione di un mondo non sostenuto da alcun principio di realtà; o che lo stesso Angela, nel pronunciare la sua dottissima frase si è esibito in un rilascio di rumori vocali (il riduzionismo a tutti i costi, è davvero ridicolo) -.

Ma torniamo a Capparelli.

Divino, perché secondo Ippocrate: Iatròs philósophos isótheos (Il medico che diventa filosofo è simile a un dio – perché - commentiamo noi - è capace di “prendersi cura” di corpo e anima, senza risolverli l’uno nell’altro, ma guardando e destinando l’uomo al “senso” che trascende la pura biologia - “oltre senso” che la pura biologia vieta).

Proprio a Capparelli – a questo maestro di umanesimo integrale - pensavo mentre leggevo il libro di Gigliotti e contemplavo il deserto di senso cui si destinano questi adolescenti. Paradossalmente  non un deserto vuoto, ma ricchissimo, un “gulag dove si mangia bene”, come dice degli USA  il tassista newyorchese di Terzani (Ultimo giro di giostra). Non un deserto da attraversare, ma dove permanere. E stabilir dimora, perché ricco di quaglie e cipolle d’Egitto.

There stand / for you are spell-stopped...”

Scriveva, dunque, Capparelli:” La scienza (nelle intenzioni di Pitagora, la cui filosofia Capparelli praticava) non tanto doveva  mirare ad accrescere il benessere materiale dell’uomo, il suo potere sulla natura esteriore, quanto guidarlo ad una iniziazione superiore, condurlo gradatamente a superare la comune condizione umana, cioè la sua strapotente animalità” (Capparelli: Il Contributo pitagorico alla scienza. Zannoni, Padova).

Se mutiamo “scienza” in “sesso”, il monito di Capparelli, trova il suo bersaglio in questi adolescenti. Abbandonati al cinismo (“il cinismo bene informato è un’altra variante del conformismo” – Horkheimer), cui la vulgata moderna di una società solo attenta alla favola del successo (ahi, il luogo comune del Grillo parlante), li destina.

Attenta  solo alle “magnifiche sorti e progressive” della dea Economia, li destina, per esempio a scuola solo alle “tre I”, rendendoli unicamente consumatori – e dunque conformisti - anonimi lobotomizzati senza volto (la barbarie americana di American beauty)...

Il cinismo, poi, nasce a letto, o nelle sveltine in macchina o ai piedi di un altare, o in un santuario (pag. 192 : “per me quel posto ha un certo romanticismo lirico...” – che strani afrodisiaci, e che strano romanticismo riservato solo alla scopata, esaltata non dall’”altro” ma dalla location...) ecc... 

Nella prospettiva di Capparelli e di Pitagora si muovevano il Kamasutra, le sculture indiane e tutto il Tantra, e le Metamorfosi di Apuleio: il sesso come strada verso il divino, verso il “sacro” inizio. Dove il divino è, però, per quanto ci riguarda, il luogo dove gli opposti si incontrano, ma non si risolvono in un “uno”. Gli dei sedendo l’uno di fronte all’altro. Gli antichi sapevano vedere; noi abbagliati dall’illuminismo razionalistico, che ci vieta ogni senso che vada oltre i dati immediati dell’esperienza, siamo più ciechi che mai.

Un’ipotesi percorribile quella di Capparelli nella temperie che destina perfino la morale all’economia (essere disonesti rallenta gli ingranaggi della produttività: un Fiorani, un Tanzi sono punibili non perché rubavano ai clienti, ma perché adulteravano la borsa: “Pour le commerçant, l’honnêteté elle-même est une spéculation de lucre” -Baudelaire) ?.

Per quanto ci riguarda, anche perché è un “laico, sì”. Per essere inattuali. Per  non essere conformisti. Per giocare, alla fine, la propria vita, e destinarsi fuori dei pantani delle posizione raggiunte (soprattutto se sostenute dal senso comune), degli schemi già tracciati da chi ci vorrebbe freddi e cinici secondo un collettivismo globalizzante (fascistoide, alla fine), dettato solo dai fini supremi del mercato – il gulag dove si mangia bene, ci si veste meglio e si va perennemente in vacanza, appunto...

Chissà se c’è qualcosa, nella prospettiva di Capparelli, oltre il degré zéro che abbiamo denunciato: non varrebbe la pena di esplorare quella terra lontana?

Priru /Torna