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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

LINGUA E LETTERATURA ALBANESE? DOCUMENTI IN REGOLA

Di Nando Elmo

Quando Nando Gigliotti, acquaformositano emigrato dalle parti dell’altopiano di Asiago, mi comunicò che aveva trovato delle fotografie del “tempo bello” dell’Università, speso da noi “clerici vagantes”, tra Roma e Palermo, lo pregai di inviarmele subito perché volevo documentare la nostra frequenza delle lezioni di Lingua e Letteratura Albanese nelle due Università.

Ecco la prima: siamo a lezione da Koliqi.

Nella foto io non appaio perché scattavo.

Faccio fatica a riconoscere i volti delle colleghe d’antan. Mi pare che in seconda fila, la terza da sinistra con gli occhiali scuri, sia Enrichetta Ferraro la nipote del vescovo Stamati. Il terzo in prima fila con gli occhiali è Nando Gigliotti.

Accanto a Koliqi  siede il prof. Gradilone.

Le lezioni si svolgevano in ora postprandiale. Se non ricordo male, tra le tredici e trenta e le quindici, o giù di lì.  

Non era un problema per noi. Dati i nostri pasti frugalissimi, non avevamo problemi né di digestione, né di sonnolenza da siesta. Tuttavia, ricordo la testa del Prof. Gradilone che spesso ciondolava impietosamente, gravata dal sonno, mentre Koliqi ci intratteneva su “Lahuta e Malcisë”di Fishta; su Mujo e Agà e Halìl (“Tu, Halìl, parlasti da shqipetaro”) delle rapsodie delle Alpi Albanesi; su quel gran suonatore di lahuta che era Gjergji Pllumbi che sapeva di “kënga t’egra” e “kënga të buta”,  che il nostro professore definiva “I canti della bella morte” richiamandoci brividi da Repubblica di Salò.

Di quelle lezioni mi rimane nella memoria qualche verso : “Lum për ty, o Madhi Zot/ ç’po këndojin bylbylat n’mal/ç’po lodrojin fmija npër fushë..”; e ancora: “Ja punoi t’ngratit rreziku/ pa buk’n’shpi m’e gjetun miku?”.

Mi rimane memoria del Kanun e di  poco altro – devo avere, di quei tempi, persi in qualche angolo della mia biblioteca, libri di canti epici shqipetari pieni di appunti.

La retorica del buon tempo andato degli eroi; la missione di Koliqi di dare alla letteratura d’Albania, evocando dannunziane “Zonja” davanti a specchiere di Scutari o di Argirocastro, con i suoi versi retrò, il “neoclassicismo”, che essa non aveva avuto, mi annoiava a morte. Storicisticamente - mi par di ricordare dicesse Koliqi – ogni nazione deve avere le stesse fasi che hanno attraversato le grandi letterature (il Geist, ha necessariamente il suo Zeit). Dunque lui s’incaricava (a tavolino) di dare all’Albania la sua giusta dose di neoclassicismo... (data in quegli anni l’entrée di don Fatuccio Frascino in “Sheizat” come “schietto poeta” arbëresh” - poi divenuto “poeta misconosciuto”, cui Acquaformosa l’estate scorsa ha, ahimè, reso “giustizia”...)

La  memoria qui non  mi sorregge. Ma ricordo che per noi, che frequentavamo pragmatisti americani ed esistenzialisti francesi blousons noirs, era difficile passare, dalle lezioni di Ungaretti sui “coups de dés”, a quelle di Koliqi.

Non ricordo di averlo mai sentito parlare di De Rada; anche se mi pare che, a quei tempi, Gradilone curasse l’edizione del “Milosao” per Loscki di Firenze...

Ma ripeto di quelle frequenze ho memorie incerte, ho rimosso... anche perché lo shqip non mi interessava...

 

Questa foto invece  ci mostra (ma io, al solito, non appaio, forse fotografavo) gli amici dell’istituto di Lingua e Letteratura Albanese di Palermo:

Siamo con papàs Sciambra che teneva lezioni su “Antichità cristiane” – mi pare si chiamasse così la sua materia. Il primo a sinistra con occhiali scuri è Nando Gigliotti; gli altri sono ragazzi di Piana degli Albanesi ( i volti parlano chiaro). Anche di questi non ho più memoria.

Di papàs Sciambra sì (ma ho fatto fatica a riconoscerlo nella foto, senza l’aiuto di Skirò di Maxho), per l’esame che con lui si trasformò in una lunga discussione sul “Perì Ierosinis” del Crisostomo, che già allora frequentavo, fuori degli insegnamenti universitari e gli interessi di Azione Cattolica.

Anche la frequenza delle lezioni di Albanese all’università di Palermo non fu esaltante.

Passavamo dalla retorica di Koliqi a quella di padre Valentini, che teneva lezioni non sull’epica dei rapsodi  delle Alpi albanesi ma sulle sue traduzioni in shqip delle tragedie di Alfieri. Mi ricordo di aver dato l’esame sul testo tradotto in shqip del “Saul” del tragediografo astigiano, insopportabile in italiano, figurarsi in albanese...

Anche a Palermo si passava dalle lezioni di Armando Plebe sulle “Dissonanze” di Adorno e sulla “Eclipse of Reason” di Horkheimer (autori mai più abbandonati e sui cui testi ritorno con assiduità), all’aria stantia e, anche qui, retrò, di Valentini e Gurakuqi.

E tuttavia: eravamo arbëreshë, non potevamo esimerci, per amor di patria (si diceva) e per un trenta senza troppa fatica, dal sopportare le tirate di tabacco da naso di Valentini e le lacrime di tenerezza di Gurakuqi, che si commuoveva davanti alle belle ragazze con cui andavamo all’Aspra, a Barcarello, a Sferracavallo e all’Addaura.  Nella fotografia qui sotto siamo, forse, all’Addaura. Noi esperti nuotatori ci tenevamo lontano dalle sabbie e dalle folle di Mondello; preferivamo gli scogli.

In questa foto appaio anch’io, il primo a sinistra in piedi in seconda fila – faccio riposare la mia macchina fotografica che sostengo con la mano appoggiata al fianco. Quello con le gambe incrociate è Gigliotti.

Jeunesse dorée male in arnese, e, tuttavia,  trascorsa tra concerti e opere liriche al Massimo (facevamo i clacchisti in piccionaia, come si conviene a  buoni intenditori); concerti jazz con fiaschetta di whisky e congrui pacchetti di sigarette (ci si “faceva” così allora) al Biondo. Pizze, around midnight, al Bellini (cinquanta lire); birreria tedesca in piazza Ungheria (mangiate di gulasch e patate con cipolle alla maionese, a quattro soldi): erano il nostro dopo teatro.

Risparmiavamo sul mangiare, ma le nostre “sarde arrustute e passuluna”  in una bettola del Foro Italico; o un “timballino di pasta al forno” da Giannettino, o un cartoccio di “sarde allinguate” prese al volo a Ballarò, o un “panino c’a meusa”, o una porzione di “sfincione” a S. Francesco, e via, non avevano niente da invidiare alle triglie o ai maccheroni di Montalbano – ci tenevamo lontani dalla mensa universitaria che pure offriva ottime paste (anellini) al forno.

Anche di questi amici di allora non ricordo nessuno.

Palermo.

Molto più che Roma, Palermo mi ha formato perché vi ho trovato insegnamenti all’avanguardia: lo Strutturalismo insegnato da Buttitta in antropologia culturale, la linguistica generale e la filosofia del linguaggio insegnate da Cusimano,; e poi c’erano le grandi lezioni di Cesare Brandi e Armando Plebe.

Brandi, Plebe, la “crème” dell’intellighenzia dell’Italia di allora.

Ho allora studiato De Saussure, Martinet, Levi Strauss, Chomsky e Wrightt Mills, ma anche Cocchiara, De Martino, Frazer; e Mircea Eliade: l’incontro con lo yoga e la cultura orientale, dalla “Bhagavat Gita” al “Tao te Ching”, lo devo a lui.

Non ricordo in che circostanza e per merito di chi ho conosciuto Allan Watts: i suoi libri portano date di Palermo.

È per merito di Papàs Sciambra e delle sue “Antichità Cristiane” e della frequentazione della Martorana, dove sentiva messa ogni domenica il grecista Lavagnini, se ho incominciato a leggere i Padri orientali di cui non avevo sentito mai parlare né a Grottaferrata, né nella nostra diocesi.

Il passaggio a Palermo caldamente raccomandato da Gigliotti (“Dai, basta con Roma, andiamo a conoscere un’altra regione”) è stato ricco di frutti: vi ho conosciuto quella che doveva diventare mia moglie - che frequentava, anche lei, “litire”, le lezioni di Valentini - e l’amico Zef Di Maxho che era a quei tempi uno dei tanti della gran progenie degli Skirò. Skirò dice di non ricordare il “lieto evento”, ma fu nell’aula di Valentini che ci siamo incrociati, presentati da mia moglie, che allora era solo “la Cardinale” -  non appare, però, in nessuna delle foto di gruppo. L’amicizia con Skirò doveva diventare fraterna solo “nell’esilio” in Piemonte.

Chi dovesse dubitare dei miei trascorsi di intellettuale arberoshqipetaro, con tanto di esame biennale di shqip, sostenuto con i suddetti professori, è servito: ho documentato fotograficamente il mio curriculum: un corso a Roma, uno a Palermo.

Le “carte”, almeno quelle, le ho in regola.

Se dei tanti, dovesse capitare a qualcuno di riconoscersi in queste fotografie, si faccia vivo: gli perdonerò, “ça va sans dire”, d’essere invecchiato....

Rivarolo 29 nov. 06

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