Dopo tanti anni
(dieci, ormai : sono tanti?), un nuovo lettore per il mio libretto “Lo
specchio l’enigma”. Si lamenta, anch’egli, dei “troppi errori di stampa
che sfigurano il tuo agile libro, per altro, ben scritto”.
Colgo l’occasione per
pubblicare questa nota che ho scritto a suo tempo per un altro lettore che
mi rimproverava la stessa cosa. Chissà che non serva a guadagnarmi un
altro lettore, ancora? A futura memoria, in ogni caso. Peccato che non ci
sia più papas Matrangolo.
POST/ILLA A “LO SPECCHIO L’ENIGMA”
(Ai colleghi
insegnanti a proposito di alcuni errori di ortografici)
di Nando Elmo
cette
perpétuelle erreur,
qui est
précisément la “vie”…
Proust
“Ils ne
savent pas que ce n’est que la chasse,
et non
pas la prise, qu’ il recherchent”
Pascal
“Je
suis en grève…Je est un autre”
Rimbaud
Presento questa
post/illa (de quibus agitur ne “Lo Specchio L’Enigma”)
dopo che un lettore, un amico sacerdote litirë, mi ha segnalato la
presenza di errori di stampa ortografici nel mio libretto, immaginando che
siano “scappati” alla mia “attenzione”. E carinamente mi avverte: “Stai
invecchiando”. Me ne segnala, però, solo due: ortus senz’acca (che
non è un errore), e “chiachiera” con una /c/.
Il lettore evidentemente non sa che chi,
come me, scrive al computer e usa il “Word”, non può commettere
errori d’ortografia. Una linea spezzata, che solo un cieco non vede, li
segnala. Se lo scrittore computerizzato, quindi, commette errori
d’ortografia, lo fa consapevolmente.
Il mio computer,
oltre a segnalare errori d’ortografia in inglese francese spagnolo ecc…,
corregge anche la sintassi, suggerendone una pulita. Da segretaria
d’azienda, devo dire. Una sintassi ecumenica, da ut unum
sint cattolico, che censura le diversità, le peculiarità stilistiche
individuali. Ne faccio volentieri a meno.
Comunque sia, a
pag. 5 del mio libro avverto di essere ricorso “spesso” al misreading
- ma in questo caso, al miswriting -: l’ho fatto, e addomesticando
interpretazioni, e ricorrendo a “errori” d’ortografia. L’una e l’altra
cosa mi hanno aperto significati nuovi, introducendo una forte carica
informativa nella frase che la comune lezione non avrebbe.
Giustificherò, qui,
il “significato” dei miei “errori”, del mio miswriting.
Prima di farlo,
però, voglio ricordare ancora, che nel mio libro parlo di faiblesse,
di contaminazione, di Kenosis, di scacco. Le
quali cose, per me, non sono solo figure retoriche, ma modi di vivere e di
pensare. Non potevo non cogliere l’occasione della pubblicazione del mio
libretto per farne ancora esperienza nella scrittura, attraversando le
Simplegadi del misreading, e del miswriting. E per che cosa?
Per sottrarmi, lo dichiaro nel mio libretto (pag. 5), alle
“autorità di questo mondo” (Kosmos, Mundus, Pulizia, Ortus/Hortus
conclusus). Prima fra tutte, l’autorità del computer, che mi presenta
la petulante trascendenza, l’astrazione, de La Lingua, de La
Correttezza. Petulante come l’autore dell’Appendix Probi,- chi ha
studiato filologia romanza non può ricordare non quel professore d’altri
tempi, che guardando al vetulus che diventava vetlus, si
sarà domandato: “ma dove andremo a finire?” – gli sfilavano il Cicerone da
sotto i piedi. Se lo avessero ascoltato, gli erranti di allora (felix
culpa) non ci avrebbero regalato le lingue romanze. Quanti professori,
però, si scandalizzano oggi di fronte all’uso poco puro d’espressioni come
“il più intimo amico”, “posizioni così estreme” , “gli
chiesi come stesse” ecc…? Non disdegnano queste espressioni anche
illustri scrittori.
Una
divagazione.
Vangelo di Matteo,
19,24: “eukopoteron esti kamelon dià trupematos hrafidov
dielthein ,e plousion eis ten basileian tou Theou eiselthein –
facilius est camelum per foramen
acus transire, quam divitem intrare in regnum cœlorum”.
In questo versetto l’autore greco – tardo greco – sembra scambiare
kamilon
(fune – con iota) con
kamelon
(cammello – con eta). Si sa che
nel tardo greco jota ed eta hanno lo stesso suono
dell’italiano /i/. E’ probabile che lo scambio sia stato involontario.
Per
noi la questione della volontarietà, e non, è irrilevante. Abbiamo un
segno da interpretare e la sua correttezza grammaticale non ci riguarda.
Un messaggio “passa” nella frase: il misreading (hapax
legomenon), eventuale, di Matteo dà alla frase, con “cammello”,
una carica informativa, che la lectio facilis di “fune” non
darebbe. L’autore fa passare il rapporto tra predicato e argomenti da una
possibilità relativa (il passaggio della fune, per la quale potremmo
sempre approntare un ago adeguato), ad una possibilità assolutamente
remota, improbabile, (perché mai un cammello dovrebbe voler passare per la
cruna di un ago? Che prossimità c’è, in questo senso, tra cammello e
ago?). Il versetto, per l’incompatibilità sintattica e paradigmatica che
instaura, rende ancora più problematica la situazione del ricco.
Nessuna edizione dei Vangeli dei nostri
giorni, nonostante gli strumenti moderni della critica testuale e
filologica, si è curata di apportare correzioni: né la Bibbia Protestante,
né l’Editio Princeps della CEI 1971. Non corregge la versione della
LCD-ABU, né quella, interconfessionale, dei Vangeli Mondadori 1973 – l’una
e l’altra traduzione eccessivamente interpretanti –; né quella dei
Testimoni di Geova.
Che io sappia, solo
Craveri, da buon professore di lettere nei licei (La Vita di Gesù -
Feltrinelli1974, pag. 233), traduce correggendo. Altri volenterosi,
anch’essi professori, pedanti, per salvare la correttezza (il Kosmos –
Mundus – Pulizia - Ordine) del Vangelo, si sono dati da fare per
cercare a Gerusalemme una porta “Ago”, così stretta da non permettere il
passaggio di un cammello – e pare l’abbiano trovata.
La scoperta,
tuttavia, della porta “Ago” (la solita adaequatio che rende
sensate le frasi), non toglie nulla alla carica informativa del
misreading/miswriting dell’Evangelista. Misreading/miswriting
che noi preferiamo, non curandoci né di funi né di porte. Conosciamo la
teoria dell’informazione, che ci assicura che un segno, meno è atteso in
una sequenza, più si carica di contenuto informativo. Il significato della
frase passa, e in maniera forte, al di là della “sensatezza”
(“Porta Ago”) e della “correttezza” (fune) della lectio facilis.
E tanto basta.
Oggi, il
misreading/miswriting è assurto alla dignità di figura retorica e di
strategia ermeneutica con Paul De Man. Tanti vanno per aggiustamenti con
trattini, parentesi, barre, corsivi, all’interno del corpo delle parole
stesse, per segnalare nuovi significati (si veda per esempio il nostro
(mio e di quanti altri – Heidegger, Derrida, ecc…- me l’hanno suggerito)
ri-velarsi, dove il manifestarsi si traduce in un velarsi
di nuovo).
Che errore,
l’errore
(direbbe
Vattimo - e Agostino aggiungerebbe: Felix culpa)
Veniamo ai miei “errori” d’ortografia.
A pagina 24 de “Lo
specchio/ L’enigma” appare il primo, che ripeto non è un errore: “Ortus
conclusus” (ma mentre scrivo, il computer mi rileva lo scambio). Può
sembrare errore a chi prende per corretta solo l’accezione corrente “hortus
conclusus” (dal Canticum Canticorum, 4,12 - lectio che il mio
computer riconosce come corretta). Lo scambio mio, è volontario. Ho scelto
ortus perché mi arricchisce di connotazione il lemma. “Ortus”
mi dà la possibilità di far riferimento, in una volta sola, ai suoi
molteplici significati: origine, nascita, oriente ecc... Sto
parlando, nel mio testo, di tradizione, di un sapere
originario, di un sapere orientale, non di un orto, non
di un orticello (ma anche).
Al lemma
attribuisco il conclusus, sia per assonanza con l’altro hortus,
sia perché traduco quell’aggettivo participiale con trincerato (per
usare un’espressione di un epistemologo dei nostri tempi). In altre
parole, mi domando: quel sapere, della tradizione bizantina, è
originariamente conclusus? È dato per sempre? Ha proposizioni
trincerate, inattaccabili? Ha un’origine de-finita,
non discutibile? È un oriente non passibile di tramonto? Luogo
Sacro, e quindi conclusus
®
recintato,
come un templum?
Se
avessi usato la lectio facilis /hortus conclusus/, tali
significati, non sarebbero passati (io qua li evidenzio, nel mio libro no,
lasciando spazio alla perspicacia del lettore. Se l’avessi fatto, che
giuoco sarebbe stato?- Ora però, svelato il trucco, non c’è più il giuoco
pojetico). In ogni caso la lectio /hortus conclusus/
“corretta” (ma stereotipata – e quindi a basso contenuto informativo)
appare a pag. 50, dove l’immagine dell’orticello è pù opportuna.
Il rimanere nella
”incertezza” ortografica tra ortus e hortus, mi richiama,
anche, la posizione ambivalente di tradizione:
a) come punto di
vista degli integralisti, per i quali la tradizione è sempre ortus
conclusus (= origine trincerata®
oriente non destinato al tramonto®
Luogo, recinto (Hortus conclusus), sacro – gli integralisti
tendendo ad essere conclusi come omphalómpsychoi (Horti/Ortus
conclusi) che eleggono il proprio ombelico ad axis (Hortus/Ortus)
mundi;
e b) come punto di
vista critico (ogni tradizione, dal punto di vista ermeneutico, si
declassa da Ortus a hortus conclusus, orticello, dove
crescono le piante rachitiche dell’ottusità, se essa non si mette
nell’alveo della re-interpretazione, ri-semantizzazione: reaedificanda
de novis et politis lapidibus).
Il secondo “errore”,
segnalatomi dall’amico lettore, appare nella pagina di fronte (pag. 25):
“chiachiera” con una /c/ (e il computer mi rileva l’errore –
non posso non vederlo. Vado avanti nella scrittura cliccando su “ignora
tutto”). Una chiacchiera depotenziata è quella cui alludo. Una
“chiachiera” (ora il computer non sottolinea più perché ha avuto
prima l’ordine di “ignora tutto” – potenza della tecnica) che non
ha neanche lo status di “chiacchiera” con due /c/.
Alla “chiacchiera”
di Heidegger, però, (quattordici righe più sotto) restituisco lo status
e la dignità filosofici, scrivendola correttamente. - Pippo
Baudo a quale delle due chiacchiere farà ricorso? E la Carrà? (il
computer non conosce né Carrà né Baudo e io non cliccherò né su “aggiungi”,
né su “ignora tutto”).
Ma vengo agli “errori” significativi, che
il mio lettore non segnala (evidentemente non conosce il francese).
A Pag. 6: “s’attachet” (levis
immutatio epitetica?) per il corretto “s’attache”, e “s’assert”
(sincope?) per “s’asservit” – che corrisponderebbe allo scambio
dell’italiano di ‘”s’asserve” per “s’asservisce”.
A parte le suggestioni delle reminiscenze
di filologia romanza dalla Chanson de Roland, alle pagine originali
di Montaigne, che tali “errori” possono evocare, ed evocano, colgo
l’occasione per vedere se per caso è possibile togliere l’errore dal piano
eminentemente fiscale, e, per così dire giuridico, della grammatica, per
portarlo su quello più specificatamente semiologico della retorica della
lettura e della scrittura. Siamo tutti vaccinati, no?, possiamo allora
fare a meno della matita rossoblù e non vietarci di fumare, come si fa con
i bambini: “quand’ero piccolo ragionavo da piccolo, dice San Paolo, ora
che sono grande ragiono da grande”. Proviamo a fumare, anche se siamo
avvertiti che fa male alla salute.
Il primo “errore”, “s’attachet” (levis
immutatio epitetica?) per il corretto “s’attache”, giuoca con
uno scambio solo fonetico con l’imperfetto del verbo (introduco una prima
contaminazione). Il secondo giuoca con la coniugazione di
/servir/ e /asservir/. Questi due verbi pur avendo una parte
comune (ciò che li unisce: “servir”) hanno esiti diversi
nella coniugazione nella terza persona dell’indicativo presente (seconda
contaminazione, “in coniugio”). Nella incertezza temporale del primo
miswriting sottolineo l’imperfetto che è sempre presente
(imperfetto presente) o il presente che è sempre imperfetto (presente
imperfetto) nella esperienza del mistico.
C’è qualcuno che si ricordi il “quod quid
erat esse” (to ti hen heinai) di Aristotele? Che cosa avrà
segnalato il filosofo greco con lo scambio imperfetto/presente? E come mai
Rimbaud si affida allo scambio suis/est nell’ “je est un autre”?
Non avrebbe potuto più comodamente lasciare la grammatica in pace?
A pag. 57 scambio “les
doubles tènébres” con “le double tènébre” facendo cadere le
tre esse del plurale tantum francese (nel vocabolario francese – in
quanto lingua en soi - non esiste la tènébre). Ottengo un
ossimoro(?) che mi consente, se possibile, una lettura al femminile
(Culler: On Deconstruction). Abbiamo imparato da don Matrangolo che
la “donna è presso Dio” ( Matrangolo: La venerazione di Maria
nella tradizione della Chiesa Bizantina, di cui il mio libro è una
“nota al margine”), perché lasciare al femminile la tenebra? La
tènébre femminile è ormai luminosa, come “chandelle”. Il
maschile è, allora, tenebra? Ognuno faccia secondo i propri gusti.
Dovremmo reinventare il neutro della lingua greca (to skotos),
tenendo presente, però, che questa lingua ha anche la forma maschile (ho
skotos) e femminile (he skotia). -{E qui segnaliamo
l’assonanza tra il greco thelys, theleia, thely (femminile - un
femminile di tre generi, per tutti i possibili ossimori) e l’arbresh,
i thellë, i thellëm (profondo, abissale, cupo,
tenebroso. C’è parentela semantica?-)} – Da un punto di vista semiosico le
cose si complicano: perché questa ridondanza di forme nel greco? Il
latino, lingua eminentemente maschilista, pareggia il conto con un
plurale tantum, tenebrae, da cui il francese.
Seconda domanda:
perché il plurale? Forse perché ontologicamente alle tenebrae manca
l’unità della lux
(hoti
to phos ho logos kai ho nous logos – Plotino II,4,5)?
Tenebrae è plurale come la diabolicità polimorfa, (la pluralità è
femminile (la donna è mobile) o il femminile è pluralità)?
Qualche rigo più
sotto dello stesso luogo, pareggio il conto anch’io e leggo la
duble tenebre, riducendo il tutto a una interferenza (contaminazione)
dell’italiano, iniziata con la caduta della /s/ dopo la /e/. Non solo, il
maschile (neutro?) e il femminile, con cui contamino il francese,
avvicinano la lectio all’uso del N.T che leggo quotidianamente. (
Gv,1,5 en te skotia, he skotia; ibidem: 3,19 kai egapesan
oi anthropoi mallon to skotos; ibidem: 8,12
peripatesei en te skotia; ibidem: 12,35 ina me skotia
ymas katalabei³; At 26,18: epistrepsai apò
skotous; 1Ts 5,4: ouk esté en skotei; ibidem: 5,6
ouk esmen nyktos oude skotous; 1Gv 2,8: Hoti e skotia
paragetai; ibidem: 2,9 en tei skotia estin, etc....;
di contro la vulgata traduce sempre con il plurale tantum tenebrae
del latino classico). Plotino, Enneadi II,4,10, usa solo il
neutro, più sopportabile, (to skotos).
Non solo. Bachelard,
come sapete, parla di separazione (il y a rupture) tra la città
della scienza e la città dei comuni mortali: perché non tentare una
breccia, prima con la caduta delle esse del plurale e la contaminazione
del maschile, poi con l’interferenza dell’italiano e del (tardo) greco?
(Si tenga conto che il Francese è una lingua molto contaminante nella
pronuncia delle parole straniere, perché non restituirgli la
contaminazione nella scrittura?). - È il caso di notare che i miei errori
sono tutti in posizione strategica, e che riguardano quella parte che
presiede alla mutazione delle lingue?-
Giuochi di parole, fatui calembours?
A proposito di
parole. È bene che si legga “parole” alla francese, con
riferimento a De Saussure, nella locuzione, a pagina 26: “Giuochi di
parole”. L’ambiguità, tra la “parole” saussuriana e
le “parole” dell’italiano, anche qui, giuoca un buono scambio
semantico. Perché non utilizzarlo?
Qualcuno, però, potrebbe lamentarsi:
“Perché non sei ricorso alle virgolette o ad altro artificio grafico per
indicare lo scambio?”. Rispondo: ” Detesto, a questo proposito, perfino i
tre puntini di sospensione, destinati a tirare il lembo della giacca al
lettore, o a sgomitarlo, per avvertirlo che ciò che segue è un luogo
notevole. Evito, quando posso, ogni punto esclamativo. Mi affido
all’intelligenza del lettore, alla sua capacità creativa, alla sua
capacità di leggere oltre la superficie, tra i
segni”.
Il purista (metafisico,
hortus/ortus conclusus, omphalómpsykos) storce il naso. Lo so. Ho
frequentato troppo i giuochi di parole (vedete?, scrivo giuochi
e non giochi – qui il computer non segnala lo scambio, ma
c’è differenza tra i due segni, non semantica, ma filologica). Ho giocato
(qui il dittongo /uo/ sarebbe un “errore”, a voler essere puristi:
perché, caro lettore?). Nessuno me ne voglia. Ho giocato ancora, proprio
perché la materia mi dava una mano.
Avevo, in verità,
nella prima stesura del libretto, abusato del miswriting,
rendendolo inerente a ciò di cui facevo discorso. Ma, visto che
rischiavo di passare per un analfabeta di ritorno, ho preferito
“correggere”. Tuttavia mi sono ispirato a un padre fondatore di non
poco conto: lo Pseudo Longino del Sublime, il quale, mentre parla
dell’iperbato, lo mette in opera nella scrittura, senza dire: ”guarda, qui
sto facendo un iperbato”. E ad una madre: Amelia Rosselli, che
nelle Variazioni belliche, e non solo, si “diletta” con
“barbarismi” come: volei (contaminatio in coniugio), etmisfero
(levis immutatio), gli piedi, ginocchia
pieghe (enallagi).
Ripeto: nel mio
libretto si parla di misreading, di lettura al femminile, di
faiblesse, contaminazione, eroe non positivo che si perde, scrittura
erratica eretica (proprio nel senso dell’errore). Parlo di
" rumori" da assimilare a detriti espressivi della deriva linguistica,
delle contraddizioni e devianze che non rispettano la lingua istituzionale
– torna l’Istituzione che va sempre secolarizzata e decostruita -.
Parlo di « specchio ». Costruisco periodi a specchio. Metto in opera le
figure , senza strizzare l’occhio al lettore (anche questa è una
figura). Sono d’altra parte gli elementi, la “regola” della mia “formattività”.
Chi conosce la mia produzione artistica, sia in composizioni poetiche sia
in disegni e pitture, sa che v’inserisco sempre elementi dissonanti, di
cedimento, di rottura, di ripensamento, di falso ripensamento, anche. Più
che chiudere amo cedere; più che l’hortus conclusus, amo l’hortus
reclusus, o quella che in musica si chiama falsa partenza (ortus
reclusus), dove i temi più che svilupparsi, verso una “naturale”
chiusa, sono accennati appena per lasciare il posto ad “altro”. La porta
aperta. Per essere sempre pronto ad uscire da qualsiasi situazione che
tenda a diventare definitiva, quindi metafisicamente sussistente. Mi
suggestiona la “disgregazione meridionale” o il “mancamento”
di cui parla Gottfried Benn nella “Autobiographische…”? - ho letto
troppo il Joyce di Finnegans Wake ?
L’errore nella pratica didattica
Durante
la mia pratica didattica ho sempre usato i giuochi di parole.
I miei allievi erano invitati ad inserire
“errori” nei loro elaborati, ma dovevano saperli giustificare. Alcuni
erano diventati molto esperti. Avrebbero saputo, per esempio, giustificare
lo scambio /elemosinieri/ /elemosinanti/, che fa C. Marco, un
editore scrittore delle mie parti, nel suo romanzo Ahlem. Sarebbero
stati in grado di lanciare al nostro romanziere una sagola
(evitando l’abusata e poco capiente ciambella) di salvataggio.
Avrebbero affermato che un /elemosinante/ è sempre un
/elemosiniere/. Lo zingaretto che ti chiede mille lire, ti sta facendo
l’elemosina di quello stato di Grazia che consente di fare un’elemosina.
Ma perché, alla fine, come noi, avrebbero rimproverato allo scrittore lo
scambio come grave errore di struttura, e non come
lapsus, o ipercorrettismo? Perché, conoscendo Marco, Che tra l’altro
non sa che cosa sia misreading/miswriting, avrebbero saputo che
nessuno può permettersi di fargli un’elemosina: scherziamo?
Gli avrebbero poi citato il Socrate dell’Ippia
minore: ”E nel suonare la cetra, il flauto ed in tutte le
manifestazioni di tecnica e di scienza, non è forse migliore l’indole che
di proposito opera male, dà cattiva prova di sé e sbaglia e peggiore
quella che fa tutto questo involontaria mente (tmesi mia)?”
(Platone, Ippia minore, 375 C).
Per questo ci lamentiamo anche degli
errori di stampa quando non sono nostri e sono chiaramente involontari.
Essi danno “una cattiva prova” di sé. Ma allora che cos’è una virgola nel
corpo di una parola? Vi sfido a darmene un’interpretazione .
Tuttavia, giuochi di
tal fatta guariscono dal mal di parola, la parola che
istituisce, per natura, il mondo dell’astrazione, il mondo come
astrazione, come realtà virtuale, che nessuna adaequatio può
rendere più vera – negando il valore veritativo della adaequatio,
non si vuole negare che il mondo là fuori abbia realtà, ma solo che
la verità di ciò che diciamo intorno al mondo là fuori è
legato agli statuti di evidenza che siamo disposti ad accettare come veri:
in fondo che l’aspirina faccia bene lo possono dire tutti, tranne il
sottoscritto. Vediamo quello che vogliamo e possiamo vedere secondo
criteri e metodi nostri: Hotan logizometha, hemeis
logizometha toi tous logismous psyches einai energemata
- “quando ragioniamo siamo noi che ragioniamo, dato che i ragionamenti
sono atti dell’anima”(Plotinou Enneades,
I,1,7), anche se c’è qualcosa , il
Nous, dicono, sopra di noi (hyperano hemon,
ibidem, I,1,8) che ci assicura della verità della adaequatio (anamartetos
he psyché, - l’anima non sbaglia
ibidem, I, 1,12).
Prendere sul serio le parole?
Cristo (non posso
non dirmi cristiano, e alla B. Croce, e perché prendo sul serio il
battesimo), davanti all’adultera, scrive sulla sabbia, non sulla pietra
come Mosè. Ci invita a fare altrettanto, in attesa che lo Spirito spiri (Pneuma
pneiei (Omero vola, con due dittonghi) te kai herpei) e si
porti tutto via, il significante con tutto il significato? In attesa dello
Pnevma come pnevmation, annunciatore di vento,
insomma.
La parola /adultera/
istituisce un’ipostasi, o una finzione giuridica ad hoc? La parola
/adultera/ è scritta sulla roccia della “Natura” o sulla
sabbia, che il vento mutato spazza via, della “Cultura”
(maschilista)? Perché don Matrangolo, contro anche sue certe posizioni
forti, insegna che “il cristiano guarda la Legge con appena la coda
dell’occhio”? Sa che i verbi della psychè anamartitos
s’incarnano e passano attraverso i “rumori” della storia e sono
sempre “in partibus”, per questo si contaminano.
Che cosa dire dell’
“errore”, allora? Che non bisognerebbe censurarlo (“oportet ut skandala
eveniant” per muoverci dalle posizioni forti?): prima di cancellarlo
prima di inserire al suo posto la parola corretta, si guardi che non
contenga qualche significato che si presenti sotto mentite spoglie; che
non sia un mendico, che si sieda alla soglia (enghìs tis sklerokardias)
della reggia della nostra correttezza ed attenda di essere riconosciuto
come re, principe, o per quel che sempre è, un dio: un
arrivant,
un erchomenos, un e-veniente,
un di-verso (non nel senso del de-ex-vertere ma nel senso
del dis-vertere, vertere due volte, verso il proprio
e verso l’estraneo, il “corretto” e lo “scorretto”, verso il “codificato”
e il “da codificare”, verso il “riconosciuto” e il “da riconoscere” – di
nuovo (si veda: Elmo: “Lo specchio l’enigma”): diplopia, kenosis
cinetica) che chiede ospitalità, che ci fa la carità di aprirci
ad un atto di carità come l’elemosinante/ elemosiniere.
La mentalità
censurante è sempre quella dei filistei e dei dottori della legge.
Mentalità sadomasochistica. Che eleva la Legge (la Grammatica) a tali
altezze, a tali purezze, da farla diventare per tutti e per nessuno. Per
tutti in quanto è imposta a tutti come lex, dura lex; per nessuno,
in quanto tutti sbagliamo, tutti siamo condannabili: è solo la legge che
mi fa colpevole. Per la dimensione della Charis, dove non c’è
Legge, ma solo la Com-passione, /adultera / diventa solo un
mero flatus vocis.
Il di-verso
ci di-verte? Ci invita a un di-vertissement l’Amore (soggettivo e
oggettivo) del di-verso? Forse sì. E nel senso di Pascal, ma nel
riguardare il nostro limite, la nostra morte, nella culpa felix,
quella per la quale un /elemosinante/ diviene /elemosiniere/;
e nel senso di Hume, come “messa in moto delle nostre capacità”
mitopojetiche, del fare, creare mondi, con le parole, per le quali, di
nuovo, /elemosinante/ diventa /elemosiniere/.
D’altra parte
mantenere la sacralità dell’oggettività dello scritto (siamo disposti a
perdonare difetti di pronuncia di grammatica e di sintassi nella lingua
parlata) è altrettanto violento che perorare la sacralità del sabato.
Essere guardiani della sacralità dello Scritto è altrettanto blasfemo che
essere guardiani della sacralità del Sabato.
Il faut
étudier avant de penser
dice Bachelard.
Proviamo a
interrogare Bachelard, chissà che non ci voglia dire qualcosa di diverso
da quello che appare in superficie. Intanto per studiare bisogna aver
studiato; bisogna essersi caricati di teoria. La teoria nostra è quella
molto liberale e secolarizzata che secondo Feyerebend dice: « everything
goes, tutto va bene ».
Nel caso che stiamo
esaminando, studiare significa studiare la nostra posizione di professori
e tutta la teoria ad essa connessa. Studiamo, poi, la species
dell’errore, prima di pensare di censurarlo; guardiamolo da tutti i lati,
come direbbe Carneade, e poi decidiamo per il pithanón. In una
prospettiva fenomenologica, di fenomenologia dell’errore, significa andare
verso l’errore stesso e interrogarlo, mettendo in epoché le nostre
aspettative precostituite. Trasformiamoci, insomma, da guardiani della
grammatica in ascoltatori simpatetici della lingua e del suo farsi. Chissà
che non diventiamo così degli autentici pedagoghi che sanno trasformare a
proprio vantaggio ogni evento? E non è questione d’essere anarchici, ma di
essere più tolleranti e creativi.
- Avrete notato, con
la vostra perspicacia, che sono passato, come un ermeneuta medioevale,
dalla littera alla allegoria, dalla moralis
alla anagogia -.
Che nessun
insegnante, queso, m’imiti: c’è pericolo che qualche preside
zelante gli tolga la cattedra.
P.S.
L’oroscopo della
settimana (Scorpione, in cauda venenum), mi avverte: “Sorvolate su
una battutaccia che merita una risposta solo nei fatti”. (“Venerdì di
Repubblica – 3 ottobre 1997 -).
Quali fatti? Quelli
non interpretabili (in claris non fit interpretatio)? Ma quali sono
quelli non interpretabili? Due per due fa quattro? Ma questo non è un
fatto, è un tautologia, che non dice granché. La legge, la regola
del mio giuoco, che interpreta i fatti forniti da me, è
comunque sempre la stessa, danzante: “If you change the point of view
all reality changes: every thing depends on you”.
Nando Elmo
Rivarolo Can.se 24/10/97