BRIGANTAGGIO PRE-UNITARIO:
ANGELO M. CUCCI E IL RAPIMENTO DI D. LUIGI TARANTO DI FRANCAVILLA (1852)
di Francesco
Marchianò
La mattina del 30
novembre 1852, il giovane diciassettenne D. Luigi Taranto, figlio del
possidente D. Vincenzo di Francavilla, assieme al dipendente Pasquale
Gaudiano si reca in carrozza per controllare la mandria di bovini della
propria famiglia che pascolano in contrada Bruscate (Cassano allo Ionio).
Verso le quattro
del mattino, in località Ciccotonni nei pressi del fiume Raganello, tre
individui armati di fucili, stiletti e pistola, costringono i due a
scendere dalle cavalcature e mettersi a faccia a terra. I malfattori li
bendano e li conducono in una vicina macchia dove li tengono nascosti per
tutta la giornata e dove lasciano molte tracce, fra queste delle bucce di
arancia. La sera i delinquenti rilasciano il salariato intimandogli di
riferire al padre del rapito di preparare 8000 ducati per il riscatto.
I briganti, che nel frattempo erano
diventati cinque, si portano appresso il giovane tenendolo nascosto per
qualche tempo in un fossato nei pressi di Torre Scribla[1].
Poi la comitiva, sempre di notte, vaga nelle campagne di Fedula[2]
e nei pressi della Matina[3],
infine, attraversato l’Esaro, nasconde il rapito in una casupola, di
proprietà di Carmine Scorza, sita in contrada Serralta[4]
di Spezzano Albanese.
Qui i
sequestratori, a turno ed armati, sorvegliano a vista il giovane Taranto e
lo minacciano di gravi mutilazioni e di morte se non arrivano i soldi del
riscatto. Ma il capo della comitiva lo rincuora dicendogli che lo avevano
rapito perché erano andati precedentemente a vuoto altri due sequestri:
uno contro il “dovizioso D. Gaetano Rovitti” di Cerchiara ma
residente a Francavilla, la cui casa avevano assaltato invano notti prima,
e un altro contro il possidente D. Ambrosio Rizzi dello stesso luogo.
Intanto il padre
del rapito, informato del misfatto, avvisa le autorità e raccoglie subito
600 ducati per pagare il riscatto e sguinzaglia i suoi fidi guardiani nei
paesi circostanti per stabilire un contatto con i sequestratori. Il
previdente e scaltro D. Vincenzo Taranto, però, segna il denaro,
consistente in piastre e mezze piastre d’argento, incidendo un puntino
dentro la “O” della parola “Providentia”, scritta in rilievo sulle
monete borboniche dell’epoca, e negli zero delle monete da 120 e 60 grana.
Il denaro del riscatto, riposto
nell’impagliatura del basto di una mula, viene consegnato a due fidi
guardiani del Taranto, Gaudiano e Risoli, che per più giorni, pregati dal
padre del rapito, battono invano varie contrade. Ma la notte tra il 5 e 6
dicembre trovandosi nel tratto della Consolare che unisce Spezzano
Albanese e Tarsia, in località Fontanelle[5],
essi vengono avvicinati da quattro individui armati che chiedono il perché
della loro presenza in quel luogo.
I due si qualificano come guardiani ed
espongono i fatti al che i malfattori, a loro volta, si dichiararono come
i rapitori intascando i 600 ducati e rilasciando il giovane Luigi Taranto
dopo qualche ora[6].
Il giorno dopo,
questi, interrogato dal solerte e sagace Giudice Regio di Cassano, D.
Antonio Pittari, afferma di ricordare i luoghi e di aver ben osservato i
rapitori ed i loro atteggiamenti. Il Taranto non li ritiene abitualmente
dediti alle scorrerie, poiché i suoi sequestratori si muovono solo di
notte, ed aggiunge che il loro avvicendarsi nei turni per recarsi in paese
o in campagna serva loro a crearsi un alibi (“coartata”). Inoltre,
nella deposizione il giovane aggiunge che uno di essi, il sottocapo,
conosce il Pittari come una persona rigida e lo chiama col sopranome di “capo
bianco”.
Dall’abbigliamento indossato[7]
e dal dialetto parlato dai briganti, alcuni gli sembrarono Albanesi ed
altri come provenienti dai Casali di Cosenza. Uno di questi, che si
atteggiava a capo ed armato di fucile a due canne, era avanti con gli
anni, alquanto gobbo e col pollice della mano destra biforcuto. Di un
altro, invece, individuato come Albanese, che si atteggiava a sottocapo,
si ricordava la nuca, l’occipite ed i capelli poiché stava sempre di
spalle ed avvolto in un mantello. Il Taranto lo aveva fissato bene e lo
avrebbe riconosciuto fra tanti. Infine, di un altro ancora si ricordava le
pessime condizioni delle scarpe.
Il giudice Pittari avvia subito le
ricerche partendo con sopraluoghi nei conci di liquirizia[8]
dove lavoravano come stagionali molti Casalesi ai quali sottopone le
descrizioni dei malviventi. In seguito alle notizie attinte ed agli indizi
in possesso, il magistrato concentra subito le ricerche su Spezzano
Albanese dove vivono ed operano molti pregiudicati locali e forestieri. Il
Pittari, però, nutre il sospetto che i banditi siano stati informati da
qualcuno del territorio di Francavilla e quindi estende le indagini anche
in quella zona.
Il giudice regio supplente di Spezzano
Albanese, Nicola Guaglianone[9],
spicca subito i mandati di comparizione contro alcuni sospetti, fra questi
i delinquenti Matteo Sapia[10]
di Pedace, Francesco Zappa[11]
di Falconara, Angelo Maria Cucci[12]
di Spezzano Albanese che vantava un lungo elenco di precedenti per
ripetute violenze, furti ed omicidio premeditato.
Il Sapia, i cui evidenti difetti fisici
corrispondevano esattamente alla descrizione fatta dal rapito e lavorava
come coltellaio presso un proprio compaesano, Antonio Celestino[13],
si rese subito latitante venendo poi arrestato in Basilicata nel luglio
1853[14]
dove aveva messo a segno altri rapimenti. La pubblica voce lo dava come
gregario della comitiva del brigante Arnone. Era lui il capo comitiva
descritto dal Taranto e certamente anche la mente dei sequestri. Si ignora
quale fu l’esito del suo processo avvenuto forse a Potenza.
Francesco Zappa, colono mezzadro e
“chiusiere” nei fondi della famiglia Mortati in contrada Varco delle
Femmine, viene arrestato di notte da gendarmi, squadriglieri ed altri
armati[15]
mentre sorvegliava l’aranceto dei suoi padroni e trovato in possesso
illegale di una pistola.
Invece, nulla di
compromettente viene rinvenuto nell’abitazione di Angelo Maria Cucci, di
professione bovaro, il quale afferma che nel periodo del rapimento era
intento a seminare il proprio campo in contrada Saetta. I due inquisiti si
dichiarano estranei al rapimento e a prova di ciò affermano di poter
produrre delle testimonianze a proprio favore (vicini di casa, confinanti
di terreno, braccianti, contadini, locandieri e cantinieri).
Ma tutti i testi citati, pur
dichiarando di non averli mai visto insieme o con gli altri sospetti, non
producono alcun indizio concreto a loro discarico, anzi ne aggravano la
posizione descrivendoli come persone poco raccomandabili ed autori di vari
reati mentre sullo Zappa grava il sospetto come spia della banda che
sequestrò Francesco Bellizzi[16]
circa quattro anni prima.
Intanto, il 30 dicembre, i due
indiziati ed altri sospetti arrestati, provenienti dai vicini paesi
calabresi ed albanesi, vengono inviati a Cassano per un confronto in
relazione al sequestro, fra questi gli spezzanesi Achille Cucci, fratello
dell’accusato, Giuseppe Scorza, Giuseppe Pesce, Andrea Fronzino, Angelo
Maria Barbati[17],
Antonio Celestino di Pedace e Pasquale Mancuso di Casole sul quale grava
anche l’accusa di essere in possesso di un fucile a canna liscia di tipo
militare visto in mano ad uno dei rapitori.
La comitiva di
arrestati viene condotta nel carcere centrale di Cassano dove il giudice
Pittari effettua il confronto con il rapito che riconosce senza alcun
indugio Francesco Zappa ed Angelo Maria Cucci, individuato come sottocapo,
che vengono tratti subito in arresto.
Rinchiusi nel
carcere di Cassano, la notte del 20 febbraio 1853, Cucci e Zappa però
meditano la fuga corrompendo un loro compagno di cella, il salernitano
Michele La Rocca, offrendogli delle piastre che poi risultano essere
quelle del pagamento del sequestro mentre con lima e scalpello, forniti
dai parenti durante una visita, provvedono già a scassare una sbarra. Il
La Rocca, che aveva problemi di salute e tra l’altro forse non aveva
alcuna intenzione di aggravare la propria posizione, denuncia la fuga.
I due malfattori vengono rinchiusi in
una cella più sicura mentre le indagini proseguono a tutto campo
culminando con l’arresto di Pasquale Mancuso[18],
possessore di un fucile a canna liscia di tipo militare usato da uno dei
sequestratori, che si difende dicendo di aver scambiato tempo prima la
propria carabina con l’arma di Giuseppe Scorza. Questi, che aveva avuto il
fucile dai rivoltosi siciliani del 1848[19],
conferma lo scambio indicandone la data precisa (22-23 novembre) e
fornendo testimoni attendibili. Sul Mancuso, comunque, non è stato
reperito alcun estremo di sentenza poiché non riconosciuto dal Taranto ed
altri testimoni in un confronto avvenuto nel carcere di Cosenza e per
questo rilasciato per mancanza di indizi (27 agosto 1853).
Chiuse le indagini,
la legge compie il proprio corso. In un’ istruttoria del marzo 1855 per il
Cucci, considerati i suoi numerosi e gravi precedenti nonché la recidiva,
si prefigurava la pena dell’ergastolo. Ma il 3 maggio 1856 il Pubblico
Ministero della Gran Corte Speciale di Calabria Citra in Cosenza, dopo
aver riascoltato tutti i testimoni, chiede per :
1.
Francesco Zappa, 19 anni di ferri
e ammende varie;
2.
Angelo Maria Cucci, 25 anni di
ferri e ammende varie.
Gli avvocati
difensori, Raffaele Conflenti e Vincenzo Sartorio Clausi del Foro di
Cosenza, dopo un lungo dibattimento riescono ad affievolire la pena che
viene così comminata:
1.
Angelo Maria Cucci a 19 anni di
ferri, al pagamento di ducati 100 per tre anni, 1 anno di prigione per
tentata fuga e pagamento delle spese processuali ducati 111.73;
2.
Francesco Zappa a 13 anni di
ferri, al pagamento di ducati 100 per tre anni, 1 anno di prigionia per
tentata fuga e pagamento delle spese processuali ducati 111.73.
Ma le vicende del
Cucci non sono terminate. Se dello Zappa ignoriamo la sorte, del Cucci
sappiamo che finì nel Bagno Penale del Carmine in Napoli dove ebbe come
compagno di cella un tal Antonio Covello di Lappano, lì rinchiuso per
furto ed omicidio.
Forse perché in compagnia di un proprio
corregionale, il Cucci si sfoga affermando che gli altri complici del
sequestro Taranto sono fuori mentre lui sconta la pena e così dicendo fa i
loro nomi: Matteo Sapia di Pedace, Pasquale Mancuso di
Casole, Carmine e Giuseppe Scorza[20],
rispettivamente padre e figlio di Spezzano Albanese, nonché Pietro
Antonio Rizzo[21]
di Francavilla che ha fatto da informatore dei briganti.
Il Covello,
approfittando del fatto che il Cucci venne trasferito nel Bagno penale
della fregata Urania nella Darsena di Napoli, ai principi di luglio del
1857 fa piena confessione delle confidenze del compagno di cella forse
sperando in una riduzione di pena.
Il Cucci, subito
convocato ed interrogato, conferma la correità dello Zappa ma nega
decisamente le dichiarazioni del Covello scagionando così tutti i suoi
complici verso i quali non vengono avviati procedimenti penali.
Il caso relativo al rapimento Taranto
viene così definitivamente archiviato mentre pochi anni dopo Angelo Maria
Cucci, forse evaso dal carcere o godendo di amnistie concesse da Francesco
II o approfittando della confusione creatasi al momento dell’ingresso di
Garibaldi in Napoli, dopo il 1860 farà ancora tristemente parlare di se
come capo-brigante o gregario nel Pollino calabro-lucano[22].
Francesco Marchianò
Fonte:
Archivio di Stato di Cosenza –
Processi della Gran Corte Criminale della Calabria Citra – Fasc. N° 831
(nuova numerazione). L’autore ha tratto la cronaca dopo aver
consultato e sintetizzato le centinaia di pagine fra istruttorie,
interrogatori, perizie e sentenze. Si ringraziano gli addetti dell’A.S.Cs
di Via Panebianco e Via Miceli per lo loro disponibilità e competenza.

[1]
La torre Scribla, o S. Antonio di Stridola/Stregola, si trova su una
collinetta naturale che domina l’ex Scalo FS di Spezzano Albanese.
Dalla seconda metà del XV sec. si svolge la Fiera di Ottobre che un
tempo, iniziando dal primo del mese, si protraeva per una settimana.
[2]
La contrada Fedula (S. Lorenzo del Vallo) è una ricca località
rurale che domina la bassa valle del fiume Esaro proprio sopra
l’attuale scalo FS di Spezzano Albanese – Castrovillari.
[3]
Si tratta dell’Abbazia cistercense della Matìna (S. Marco Argentano)
dell’XI sec.
[4]
Serralta o Collina di San Salvatore (661m. s.l.m) domina gli abitati
di Spezzano Albanese, S. Lorenzo del Vallo, le valli del Crati e
dell’Esaro nonché tutta la piana di Sibari.
[5]
La sorgente Fontanelle si trova nei pressi del bivio S. Salvatore di
Spezzano Albanese, quasi di fronte alla casa cantoniera, in agro di
Tarsia. Ora la fontana è completamente secca.
[6]
Le località Fontanelle, contrada Serralta ed il ponte del Fiume Esaro,
il 25 giugno 1856, saranno riconosciuti dal rapito e confermati da due
periti nominati dal giudice regio spezzanese. Si trattava del
proprietario Emmanuele Tarsia (55 anni) e del locandiere Francesco
Nociti-Zavile (50 anni).
[7]
Particolarmente interessante risulta l’abbigliamento di tutti i
componenti la comitiva brigantesca. Nei connotati del Mancuso risulta
che indossava “Il cappello cervone con falde larghe all’ uso di
quei che portano gli Albanesi”. Il cappello descritto è il
copricapo calabrese troncoconico abbellito di nastri che, però, gli
Albanesi hanno voluto caratterizzare cambiandone la foggia.
[8]
I conci di liquirizia visitati erano quelli del Duca Serra in Cassano,
del sig. Luigi Longo in S. Lorenzo del Vallo e del Principe
Sanseverino di Bisignano sito nell’Abbazia cistercense della Matina
in agro di S. Marco Argentano.
[9]
Qualche anno dopo, il Guaglianone sarà sostituito dal Giudice Regio
effettivo Gennaro Moliterni (1856).
[10]
Matteo Sapia, di Pedace (Cs), di anni 40. Dalle testimonianze risulta
avanti con gli anni forse perché molto gibboso e di colorito itterico.
La sua fedina penale constava di “danno forestale” nei
confronti del Comune Spezzano Albanese, nel 1837, e di ferita lieve ai
danni di Giuseppe Perrone nel 1841. Il Taranto lo riconobbe come capo
comitiva.
[11]
Francesco Zappa, di Falconara Albanese, anni 44. La sera del 9 ottobre
1849 partecipò al sequestro di persona di Francesco Bellizzi ed al
furto di 350 ducati. Suoi complici erano: Giuseppe Vaccaro, Raffaele
Rio Perfetto, Raffaele Rio Sciarrico, Arcangelo Frascino, Pietro
Pugliese e Angelo Maria Barbato. Nel 1850 venne arrestato e l’anno
seguente rimesso in libertà provvisoria. Nel confronto del 30 dicembre
1852, il Taranto riconobbe subito Zappa perché questi si era fatto
sistemare la punta scarpe che erano malandate durante il sequestro.
[12]
Angelo Maria Cucci, nato a Spezzano Albanese nel 1809, di professione
bovaro ed analfabeta, si distinse fin da giovane come persona
violenta, dedita al furto e al danneggiamento delle altrui proprietà.
La sua fedina penale, infatti, vanta un lungo elenco di reati. Quello
più grave da lui commesso fu l’omicidio, nel 1834, di Ferdinando De
Leo che gli costò 19 anni di carcere. Uscito qualche anno prima,
perchè scagionato dal vero omicida, il Cucci continuò la sua vita di
miserabile e malfattore. Nel 1850 il suo nome compare fra i ricercati
dal Marchese Nunziante. Nel 1856 venne condannato a 19 anni di carcere
per il sequestro Taranto. Forse qualche anno dopo riuscì ad evadere o
a beneficiare di qualche amnistia concessa dal cadente regime
borbonico perché durante il brigantaggio post-unitario compare come
capobanda o come gregario nella famosa banda dei Saracinari o in
quella del lucano Antonio Franco. Venne ucciso nel 1863 da un
contadino, in contrada Cammarata di Castrovillari, mentre tentava di
violentarne la figlia. Il Cucci era noto nel proprio paese, forse per
il suo aspetto delicato, come Kuçarjeli, Cucci il piccoletto,
mentre alla giustizia come lo Spezzanese. Di lui hanno scritto:
G. Rizzo- A. La Rocca, La banda di Antonio Franco -
Il brigantaggio post-unitario nel Pollino Calabro-lucano, Edizioni
“Il Coscile”, Castrovillari, 2002, pag. 29; F. Marchianò, Un
brigante spezzanese: Angelo Maria Cucci, in “Katundi Ynë”, A.
XXVII – n° 88-1996/1-2; E. Miraglia, Notizie storiche
su Castrovillari, Edizioni Prometeo, Castrovillari, 1989; A.
Serra, Spezzano Albanese nelle vicende sue e dell’Italia,
Trimograf, Spezzano Albanese, 1987; Mario Bellizzi, San
Basilio Craterete – comunità albanofona del XV secolo dell’area del
Pollino, Edizioni Pollino, Castrovillari (Cs),1995.
[13]
Il coltellaio pedacese Antonio Celestino non godeva di una buona
reputazione nel paese. I suoi discendenti in parte si sono estinti nel
paese mentre altri vivono in Brasile. Essi sono individuati ancora
oggi dagli Spezzanesi col sopranome di Kurtilarërat cioè
i fabbricanti di coltelli.
[14]
Il Sapia venne arrestato il 29 luglio 1853 in provincia di Potenza
assieme a Vincenzo Cestari di Abriola, Paolo ed Angelo M. Serravale di
Mangone, Gaetano Olivito di Pedace e Giuseppe Capece di Abriola. La
comitiva aveva sequestrato ed usato violenza nella persona di Canio
Rocco Milano di Vaglio e poi di D. Michele Tucci di Vignola.
[15]
Si trattava del gendarme Francesco Nisi, guardia di 2^ classe dell’8^
divisione -18^ compagnia; dello squadrigliere Vincenzo Grandi e della
guardia urbana Francesco Concistrè ed altri armati.
[16]
Forse si trattava del benestante e notaio spezzanese Francesco Saverio
Bellezzi ( 1783-1859). Su questo rapimento nulla finora è stato
reperito oltre al fatto che i suoi rapitori erano quelli elencati alla
n. 11.
[17]
Leggendo la fedina penale di Francesco Zappa, residente in Spezzano
Albanese da oltre un trentennio, risulta che Angelo Maria Barbati era
suo complice nel rapimento di Francesco Bellizzi (v. nota 11).
[18]
Pasquale Mancuso, di Casole Bruzio, guardiano, di 40 anni. Al suo
attivo ha solo una denuncia per “furto qualificato” ai danni di
Pietro Rovitti, nell’aprile 1837.
[19]
Nel 1848 Spezzano Albanese, assieme a Paola, Castrovillari e Cassano,
era campo di battaglia e luogo di raccolta dei rivoluzionari calabresi
e dei volontari giunti dalla Sicilia al comando del Ribotti. Il 22
giugno 1848 i rivoltosi si scontrarono con le truppe borboniche del
generale Busacca nel ponte dell’Intavolato, a Nord dell’abitato.
[20]
Alcuni membri della famiglia Scorza furono implicati nel rapimento
della possidente Caterina Mascaro-Bevacqua avvenuto nel 1862 tra
Spezzano Albanese e Tarsia. Essi gestivano un’avviata locanda, con
annesso stallaggio e rimessa per le carrozze, sita nel palazzo omonimo
in Piazza Matteoti. In proposito si leggano: A. Serra, op.
cit., pag. 351 e segg.; Francesco Marchianò, “Spezzano
Albanese: briganti ed episodi di brigantaggio dopo l’Unità”,
in”Katundi Ynë” A. XXXIV- n° 113-2003/4.
[21]
Pietro Antonio Rizzo, proprietario di una masseria proprio nei pressi
della contrada Bruscate. Nella deposizione il suo bovaro, Pasquale
Barilaro di Francavilla, afferma che nella proprietà vi sono delle
piante di aranci ma che però non ne ha regalati e né venduti.
[22]
Vedi bibliografia nota 12.