SULLE ORIGINI DI
SPEZZANO ALBANESE E DEL SUO ETNONIMO
di Francesco Marchianò
Tentare di scrivere la storia di una piccola comunità, come anche di un
grande centro, significa inoltrarsi e spesso perdersi nei meandri del
passato. Questo percorso di ricerca, inoltre, può diventare irto di
difficoltà se subentra una penuria di testimonianze scritte che
costringono lo studioso all’arduo compito di procedere per ipotesi
appoggiandosi ad altre fonti, spesso poco o per nulla attinenti alla
comunità oggetto dello studio.
Per quanto riguarda le origini e la denominazione di
Spezzano Albanese il primo ad interessarsene fu il letterato e
studioso Giuseppe Angelo Nociti (1832-’99) che ha lasciato decine di
appunti sparsi sull’argomento, per la maggior parte non sempre
attendibili, in cui però, dopo tante argomentazioni, esclude l’origine
albanese del toponimo
[1].
In seguito, dall’opera del Nociti hanno attinto gli
storici Ferdinando Cassiani (1878-1935)
[2]
ed Alessandro Serra (1914-2000)
[3]
che sono incorsi, quindi, in qualche errore storico.
Comunque sia, i tre storiografi non hanno saputo o
potuto ricostruire i primordi del paese al quale essi, concordemente,
hanno assegnato come data di nascita il 1470 circa ignorando tutte le
vicende che hanno caratterizzato la storia della Calabria, dalla
dominazione romana a tutto il Medioevo.
Questa ricerca, che
non ha la pretesa di sminuire il lavoro svolto dagli autori citati e né di
esaurire l’argomento, si prefigge lo scopo di ricercare nell’antichità
romana e poi in tutto il periodo medioevale le origini di Spezzano
Albanese, che nell’idioma arbëresh suona
Spixana
(leggi Spizzàna), per seguirne lo sviluppo storico e linguistico fino agli
inizi del XIX sec.
Il territorio spezzanese registra la presenza umana
fin dall’antichità, come testimoniano i fittili che si possono scorgere
nelle sue campagne o gli importantissimi reperti che sono emersi nei vari
scavi effettuati in più epoche a Torre Mordillo, a pochi chilometri
dall’abitato e dall’antica Sibari.[4]
Le popolazioni italiche del luogo nel tempo sono
state assimilate da quelle magnogreche (italioti) che hanno lasciato le
proprie tracce materiali ma anche linguistiche, come alcuni toponimi tra
cui Kohja e Kuhjìlli
[5]
(in arb. rispettivamente la contrada Coscia e il fiume Coscile,
l’antico Sybaris) ma non qualche suono che evochi minimamente il toponimo
oggetto della ricerca.
Nel 282 a.C. a Thurio, minacciata dalla potente
Taranto, dai Bruzii e dai Lucani, si installa a sua protezione una
guarnigione romana provocando la guerra contro la potenza marinara jonica
che si concluderà circa un decennio dopo con la conquista latina di quasi
tutto il Meridione, da Napoli fino a Reggio Calabria.[6]
Dopo le lunghe e sanguinose guerre puniche lo stato
romano è prostrato da una grave crisi economico-sociale alla quale cerca
di porvi rimedio il tribuno della plebe Tiberio Sempronio Gracco, nel 133
a.C., il quale vara un’importante riforma agraria che prevedeva di
assegnare quote di terreno dello sterminato ager publicus ai
poveri, per la maggior parte veterani dell’ultima guerra contro Cartagine.[7]
Quindi, molto probabilmente uno di questi
assegnatari del fundus venne destinato in questa zona, come tanti
altri, per dissodare la terra e cercarvi di iniziare una nuova esistenza.
A questo punto si inserisce un dato linguistico
importantissimo desunto da un prestigioso dizionario in cui, alla voce
Spezzano Albanese, si legge: « […] Il toponimo, nella dizione
locale Spezzànu ed in albanese Spixanë [Spizzanë] dipende da un personale
latino Spedius (Schulze, 1933, 236) con il suffiso –ānus che indica
appartenenza (cfr. Flechia 1874, 50; Alessio, 1939, 390)».
[8]
L’ex legionario
Spedius[9],
diventato agricoltore, costruisce una casa, acquista e migliora il fondo
che così diventa praedium Spediani
[10]e,
come era costume dell’epoca, per tenere lontano il malocchio adotta un
simbolo astrologico, una freccia (lat. Sagitta) che, forse,
gli ricorda anche il signum
[11]
della legione in cui aveva militato nelle varie campagne di guerra e che
darà il nome al fondo.
Nel tempo la vasta proprietà di Spedius,
costituita dalla casa padronale (villa dominica), s’ingrandisce con
le dipendenze per i coloni, i ricoveri per gli schiavi, gli attrezzi da
lavoro e gli animali domestici diventando un’azienda agricola ante
litteram[12].
Intanto l’Impero Romano è in crisi e le orde
barbariche sfondano i suoi deboli confini e, dopo devastazioni e
saccheggi, che pongono fine ad una storia millenaria, gli invasori
instaurano regni romano-barbarici che, per certi aspetti, continuano la
tradizione giuridica ed economica latine.[13]
Nell’Alto medioevo la Calabria è teatro di continue
guerre e di invasioni (goti, bizantini, longobardi)[14]
che spopolano le campagne della Calabria settentrionale, fra cui anche il
fondo di Sagitta, con il suo piccolo nucleo di villici, che
si trova nella linea di confine fra il thema bizantino di Calabria
e i possedimenti longobardi.[15]
Ma fra tante guerre, in queste zone sorgono molti
monasteri che, oltre ad essere un faro di cultura, si prodigano a dare
sollievo e rifugio alle popolazioni martoriate, organizzando
l’agricoltura, fonte primaria di sostentamento.[16]
Intanto agli inizi dell’XI sec. all’orizzonte appare
un popolo proveniente da molto lontano: i Normanni.
Questi avventurieri avidi di conquiste e bottino,
guidati da Roberto il Guiscardo, si stabiliscono in un’altura naturale,
tra i fiumi Esaro e Coscile, costruendo una motta nel territorio di S.
Antonio di Stridola (o Stregola, Scribla) per poi spostarsi
verso l’interno.[17]
I Normanni, in questa parte di terra calabra, oltre
ad introdurre il sistema feudale fondarono le Abbazie di Santa Maria della
Matìna (S. Marco Argentano) e di Santa Maria di Camigliano (Tarsia) per
eliminare ogni traccia di spiritualità bizantina.[18]
Infatti circa la loro funzione la ricercatrice M. F.
Fioravanti così si esprime: “Alle abbazie benedettine i Normanni
attribuirono un notevole significato politico-economico, affidando loro la
ristrutturazione agricola del territorio, che comportava il controllo
dell’economia locale e l’assorbimento dell’elemento monastico greco,
considerato possibile oppositore al nuovo ordine normanno”.[19]
Ed è proprio alla luce di questo nuovo sistema,
religioso e sociale, che appare un documento (XI sec.) in cui viene citato
un tenimentum Sagittae cioè “il possedimento di Saetta” che,
molto probabilmente, era diventata una pertinenza agricola della citata
abbazia della Matìna.[20]
Nessun documento menzionante il toponimo e relativo
ai periodi successivi ai Normanni, cioè dell’epoca degli Svevi, Angioini
ed infine Aragonese, finora è stato reperito.
Sempre procedendo per ipotesi, nel Medioevo, questo
vasto appezzamento divenne feudo, cioè una struttura economica e sociale
costituita dall’azienda agricola (manso) in cui dimoravano i
dipendenti coltivatori (servi della gleba). Come ogni feudo, anche
quello di Sagitta aveva un suo piccolo agglomerato urbano che si
può identificare nel Casale di Spizzano (l’antica proprietà di
Spedius), con vicino un centro spirituale come la chiesa-monastero
della “B. Virginis Spezzani” di cui si farà menzione per la prima
volta in un documento ecclesiale del 1451, quindi preesistente di circa un
ventennio alla venuta degli Albanesi!
[21]
Un altro notevole contributo sul toponimo ci giunge
dallo studioso Francesco Rende che, interessandosi dello stanziamento
degli Albanesi nella diocesi di Rossano, ha reperito un documento (metà XV
sec.) in cui si afferma che dei profughi si stanziarono in “casale de
Sagitta” mentre più in là si menziona “…Sagitta de Terra Nova…”.
[22]
Quindi Spizzano e Sagitta indicano lo
stesso feudo, di cui però il primo ne costituisce il centro abitato dai
coloni.
Riferendosi ai vasti possedimenti dei potenti
Principi Sanseverino, nella metà del XVI sec., lo storico Savaglio così si
esprime: « Queste contrade, nella seconda metà del 1500, furono il
centro di continue liti tra i Signori di Terranova e il Vescovo di
Cosenza. La contesa, originatasi per diritti di caccia, esplose
violentemente durante il governo di Berardino Sanseverino, quinto Principe
di Bisignano, e dell’arcivescovo Fantino Petrignani che si contendevano la
giurisdizione del casale di “Spezzano o Casalnuovo».[23]
Il prelato sosteneva che il casale ricadeva nel “corso
de Sajetta”,[24]
quindi appartenente alla Mensa Arcivescovile di Cosenza, mentre Berardino
Sanseverino affermava che esso era di pertinenza del suo feudo di
Terranova, controversia che durerà fino alla metà del XIX sec.
[25]
Mettendo da parte queste dispute di potere, emerge
la doppia denominazione di “Spezzano o Casalnuovo ».
[26]
E’ quest’ultima la Spetianum noviter aedificatum
citata dal Cassiani ma di cui non si trova traccia alcuna nei
documenti finora consultati? Oppure Casalnuovo/Spetianum noviter
aedificatum indicano il Casale di Spizzano che
viene ripopolato dagli Albanesi fuggiti da S. Lorenzo nel 1559 a motivo
delle esose tassazioni?
[27]
Ma questi toponimi non compaiono mai negli archivi
parrocchiali del paese (1598) nei cui atti redatti in lingua latina, però,
si legge Spetianum, Casalis Spezzani e nei primi documenti
stilati dai papàs si legge Casale di Spizano/Spizzano –
Spezzano/Spezzanello di Tarsia. Quest’ultima denominazione per
indicare la sua dipendenza giuridica ed amministrativa da quel borgo,
mentre gli Albanesi del luogo lo deformarono in Spixàna (leggi
Spizzàna).[28]
Il Casale di Spizzano quindi altro non era
che un piccolissimo villaggio di contadini, dipendente allora da Tarsia,
una delle tante sedi in cui risiedevano spesso i Principi Sanseverino,
prima, e gli Spinelli, in seguito, anche se questi prediligeranno
Terranova.[29]
Sulla denominazione di Spezzano Albanese si è molto
soffermato lo storico locale G. A. Nociti (1832-1899) che afferma: “Il
più antico documento che faceva cenno di Spetianum è la verifica dei fondi
del Principe P. Antonio Sanseverino fatta dal regio commissario Sebastiano
La Valle nel 1546… Quindi Spetianum preesisteva agli albanesi coloni, i
quali vi vennero solo nel 1572, cioè 26 anni dopo la detta verifica”.
[30]
Circa l’evoluzione storica del “Casale di
Spizzano” il Nociti si perde, non sa neanche interpretare i preziosi
atti notarili da lui parzialmente trascritti, sbizzarrendosi in ipotesi
molto discutibili poiché si affida alle narrazioni fattegli
dall’ultracentenaria Vittoria Spataro, ma in seguito si ricrede perché: ”Essendo
molti i luoghi che portano il nome di Spezzano o qualcuno simile, l’idea
di trarlo dalla greca isola di Spezia ovvero dalla città di Spizza è
affatto insostenibile”.
[31]
Il Nociti prosegue affermando che il toponimo
potesse trarre la propria origine da hospitia, luoghi in cui
trovavano ricovero i pellegrini o viandanti, da cui Hospitianum.
Nella metà del XVII sec. nel territorio spezzanese, infatti, era citato
come hospitale la chiesa di S. Maria di Costantinopoli mentre
l’attuale Santuario di S. M. delle Grazie era con certezza assoluta un
convento.
[32]
Ma il Nociti in una nota successiva definisce
erronee tutte le congetture prima formulate mentre ritiene sostenibile la
seguente: “Spezzano in più remota età suonò Bessano, diminutivo o
dispregiativo dell’osco Bessa, o il buscione, gr. Βήσσα, latino tesqua,
albanese fusha. Vedi l’Etimologico in Bixantium”.
[33]
Per tutto il XVIII sec., nei documenti ufficiali gli
attuari scriveranno sempre Spezzano/Spezzanello di Tarsia. Ma il
piccolo centro agli inizi del secolo successivo progredirà economicamente
e culturalmente diventando più grande ed importante soprattutto durante il
periodo napoleonico (1806-1815).
[34]
Infatti con l’abolizione della feudalità
Spezzanello di Tarsia diventa capoluogo di mandamento con la nuova
denominazione di Spezzano Albanese e a tal proposito il Nociti scrive: “Il
primo a distinguerlo con tale nomenclatura fu il mio avo Antonio Nociti
notaio e giudice in Spezzano, quando il nome di Principe di Tarsia era
divenuto un’aborrita rimembranza”.
[35]
Però lo stesso Nociti in seguito riferisce di aver
visto in Napoli un volume recante, scritto a mano, la seguente dicitura: “Spetiani
Albanensis pro sua Bibliotheca –1798”, denominazione che anticipa di
un decennio l’etnonimo scelto dal notaio Antonio Nociti (1762-1828) e che
ancora oggi è in uso: Spezzano Albanese - Spixana.[36]

[1]
G. A. Nociti, Platea da servire per la compilazione di un
storia del distretto o del Circondario di Spezzano Albanese, 1860,
manoscritto inedito. Le argomentazioni dell’autore sulla formulazione
dell’origine del toponimo non sono concentrate in una sola pagina ma
sono sparse tra le centinaia che compongono questo zibaldone storico.
Abbiamo qui inteso riportare solo quelle attinenti alla ricerca. Il
Nociti, inoltre, sfatando l’origine albanese del toponimo cita
Spezzano Grande (ora Spezzano della Sila) e Spezzano Piccolo, mentre
ignorava l’esistenza nel modenese di Spezzano frazione di Fiorano.
[2]
Ferdinando Cassiani, Spezzano Albanese nella storia e nella
tradizione (1470-1918), Edisud, Roma, 1968, II edizione. L’autore,
appartenente alla corrente della Rinascita Albanese (1830-1912), nella
sua opera cerca di dare dignità al popolo albanese ed alla sua lingua
commettendo errori storici come quello dell’inesistente Casale
delle Grazie e la presenza in Spezzano Albanese del condottiero
Giorgio Basta (inizi del XVII sec.).
[3]
Alessandro Serra, Spezzano Albanese nelle vicende sue e
dell’Italia (1470-1945), Edizioni Trimograf, Spezzano Albanese (Cs),
1987. L’autore, nonostante abbia ripreso molti passi dal Nociti,
riporta il documento che esclude l’origine albanese del toponimo.
[4]
Nel sito archeologico (XVI- III sec. a.C.) di Torre Mordillo sono
state condotte, dal 1888 al 1987, diverse campagne di scavo che hanno
messo in luce elementi protostorici, una vasta necropoli dell’età del
bronzo e del ferro, un abitato di età ellenistica con doppia cinta
muraria.
[5]
I due toponimi traggono rispettivamente origine dal greco κώγχε e
κογχύλη = “conchiglia”. Il Nociti, profondo conoscitore delle
lingue classiche, nella sua opera citata non scrive mai Coscile bensì
Conchile, secondo la grafia greca. In Contrada Coscia, inoltre,
in alcuni punti sono visibili notevoli affioramenti di antichi fondali
marini.
[6]
Antonio Brancati, Popoli antichi- vol. 2, la Nuova
Italia, Firenze, 1984, pag. 55-56.
[7]
Ibidem, cap. 7. La riforma era nota anche col nome di
Lex Sempronia.
[9]
I nomi dei proprietari latini, o degli accampamenti, sono tuttora
presenti in alcuni toponimi della zona (Rossano, Cassano, Corigliano,
Camigliano, Castrovillari, Castroregio, …). Il toponimo Apollinara
richiama la XV Apollinaris, legione voluta da Augusto per la
sua devozione al dio Apollo Cfr A. Goldsworthy, Storia
completa dell’esercito romano, Logos, Modena, 2004, pag. 51. Non
si esclude che nella zona sorgesse un tempio dedicato alla divinità
pagana citata che in epoca cristiana e bizantina venne poi trasformato
e consacrato a Sant’Apollinare.
[10]
La /d/ e la /t/ intervocaliche nella loro evoluzione hanno avuto
l’esito in /z/ mentre la /e/ atona si trasformerà in /i/.per cui
Spedianu(m)>Spetianum, Spizano, Spezzano….Cfr. B. Migliorini,
Storia della lingua italiana, Biblioteca Sansoni, Firenze,
1971, cap. I.
[13]
R. Villari, Storia medievale per le scuole medie superiori,
Editori Laterza, Bari, 1971, cap. I e II.
[14]
G. Reina, La Calabria, Collana di monografie storiche
regionali, Mursia, Milano, 1984; M. Caligiuri, Breve storia
della Calabria – dalle origini ai nostri giorni, Tascabili
Economici Newton, Roma, 1996.
[15]
Maria F. Fioravanti, Il sistema difensivo della Valle dell’Esaro
– Traguardi visivi nell’organizzazione territoriale in età
svevo-normanna, edizioni “il coscile”, Castrovillari (Cs), 1998,
cap. II, § 1.
[16]
G. Reina, op. cit. E’ doveroso citare il Mercurion,
tra i monti calabro-lucani, ed il Vivarium di Aurelio
Cassiodoro, nella zona dell’attuale Vibo Valentia, che furono i centri
di maggior splendore culturale in quei secoli bui e tormentati.
[17]
Maria F. Fioravanti, op. cit., pag. 47. Il territorio
citato nelle antiche carte stradali viene segnalato come
Interamnium cioè “terra tra due fiumi”. Oggi della motta
normanna rimangono solo alcuni ruderi cadenti che dominano la vecchia
stazione FS di Spezzano Albanese Scalo.
[21]
Cfr. P. Francesco Russo, Regesto Vaticano per la Calabria,
Roma. Per la traduzione del testo latino del documento citato, cfr.
Alessandro Serra, Spezzano Albanese nelle vicende sue e
dell’Italia (1470-1945), Edizioni Trimograf, Spezzano Albanese (Cs),
1997, pagg. 122-123; cfr. Francesco Marchianò, Storia del
Santuario, in “Santuario Santa Maria delle Grazie in Spezzano
Albanese (ieri e oggi)”, Tipolitografia TNT grafica, Spezzano
Albanese (Cs), 2001, pag. 11 e seg.
[22]
Francesco Rende, Presenza albanese nel territorio di San
Lorenzo del Vallo (1460-1600), in “Katundi Ynë”, Anno XXVIII – n°
93 –1997/3, pag. 8-9. Il Rende esclude una presenza albanese dentro
l’abitato di S. Lorenzo mentre la colloca nel versante settentrionale
di Serralta, proprio di fronte al paese.
[23]
Antonello Savaglio, I Sanseverino e il feudo di Terranova
(La Platea di Sebastiano della Valle del 1544), Edizioni Orizzonti
Meridionali, Cosenza, 1997, pag. 243- 244. Da un’attenta lettura di
questa Platea si nota che i confini del Feudo di Sagitta sono quasi
identici a quelli dell’attuale estensione comunale di Spezzano
Albanese.
[25]
Il contenzioso fra la Mensa Arcivescovile di Cosenza ed i Principi
Spinelli (succeduti ai Sanseverino nel 1619) si concluderà solo nel
1840 ad opera dell’avv. Cesare Marini (1792-1865) del Foro di Cosenza.
Cfr. Avv. Cesare Marini, Sulle terre corse delle Calabrie –
Memoria dell’avvocato Cesare Marini nel tribunale civile di Calabria
Citra, Napoli, dalla stamperia di Criscuolo, 1840. Le terre corse
in questione sono “Sajetta e Rajetta”, rispettivamente fondi di
Spezzano Albanese e S. Lorenzo del Vallo.
[26]
Casalnuovo o Casalnovo, era la denominazione di alcune piccole entità
urbane nate in seguito alla fuga o allo spostamento di persone da un
centro minacciato da invasioni, da eventi naturali o costretti a
spostarsi per ragioni di vendita feudale. Col nome di Casalnuovo era
denominato, nel XIX sec., il paese di Villapiana (Cs).
[29]
Cfr. Edoardo Apa, Aggiornamento toponomastico in Terranova
da Sibari, edizione a cura del Comune di Terranova da Sibari (Cs),
Tnt grafica, Spezzano Albanese (Cs), 2000, pag. 36.
[30]
G. A. Nociti, op. cit.
[33]
G. A. Nociti, op. cit.
[35]
G. A. Nociti, op. cit.