Mirë se erdhe...Benvenuto...
ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

SULLE ORIGINI DI SPEZZANO ALBANESE E DEL SUO ETNONIMO

di Francesco Marchianò

           Tentare di scrivere la storia di una piccola comunità, come anche di un grande centro, significa inoltrarsi e spesso perdersi nei meandri del passato. Questo percorso di ricerca, inoltre, può diventare irto di difficoltà se subentra una penuria di testimonianze scritte che costringono lo studioso all’arduo compito di procedere per ipotesi appoggiandosi ad altre fonti, spesso poco o per nulla attinenti alla comunità oggetto dello studio.

Per quanto riguarda le origini e la denominazione di Spezzano Albanese il primo ad interessarsene fu il letterato e studioso Giuseppe Angelo Nociti (1832-’99) che ha lasciato decine di appunti sparsi sull’argomento, per la maggior parte non sempre attendibili, in cui però, dopo tante argomentazioni, esclude l’origine albanese del toponimo [1].

In seguito, dall’opera del Nociti hanno attinto gli storici Ferdinando Cassiani (1878-1935) [2] ed Alessandro Serra (1914-2000) [3] che sono incorsi, quindi, in qualche errore storico.

Comunque sia, i tre storiografi non hanno saputo o potuto ricostruire i primordi del paese al quale essi, concordemente, hanno assegnato come data di nascita il 1470 circa ignorando tutte le vicende che hanno caratterizzato la storia della Calabria, dalla dominazione romana a tutto il Medioevo.

Questa ricerca, che non ha la pretesa di sminuire il lavoro svolto dagli autori citati e né di esaurire l’argomento, si prefigge lo scopo di ricercare nell’antichità romana e poi in tutto il periodo medioevale le origini di Spezzano Albanese, che nell’idioma arbëresh suona Spixana (leggi Spizzàna), per seguirne lo sviluppo storico e linguistico fino agli inizi del XIX sec.

Il territorio spezzanese registra la presenza  umana fin dall’antichità, come testimoniano i fittili che si possono scorgere nelle sue campagne o gli importantissimi reperti che sono emersi nei vari scavi effettuati in più epoche a Torre Mordillo, a pochi chilometri dall’abitato e dall’antica Sibari.[4]

Le popolazioni italiche del luogo nel tempo sono state assimilate da quelle magnogreche (italioti) che hanno lasciato le proprie tracce materiali ma anche linguistiche, come alcuni toponimi tra cui Kohja e Kuhjìlli [5] (in arb. rispettivamente la contrada Coscia e il fiume Coscile, l’antico Sybaris) ma non qualche suono che evochi minimamente il toponimo oggetto della ricerca.

Nel 282 a.C. a Thurio, minacciata dalla potente Taranto, dai Bruzii e dai Lucani, si installa a sua protezione una guarnigione romana provocando la guerra contro la potenza marinara jonica che si concluderà circa un decennio dopo con la conquista latina di quasi tutto il Meridione, da Napoli fino a Reggio Calabria.[6]

Dopo le lunghe e sanguinose guerre puniche lo stato romano è prostrato da una grave crisi economico-sociale alla quale cerca di porvi rimedio il tribuno della plebe Tiberio Sempronio Gracco, nel 133 a.C., il quale vara un’importante riforma agraria che prevedeva di assegnare quote di terreno dello sterminato ager publicus ai poveri, per la maggior parte veterani dell’ultima guerra contro Cartagine.[7]

Quindi, molto probabilmente uno di questi assegnatari del fundus venne destinato in questa zona, come tanti altri, per dissodare la terra e cercarvi di iniziare una nuova esistenza.

A questo punto si inserisce un dato linguistico importantissimo desunto da un prestigioso dizionario in cui, alla voce Spezzano Albanese, si legge: « […] Il toponimo, nella dizione locale Spezzànu ed in albanese Spixanë [Spizzanë]  dipende da un personale latino Spedius (Schulze, 1933, 236) con il suffiso –ānus che indica appartenenza (cfr. Flechia 1874, 50; Alessio, 1939, 390)». [8]

L’ex legionario Spedius[9], diventato agricoltore, costruisce una casa, acquista e migliora il fondo che così diventa praedium Spediani [10]e, come era costume dell’epoca, per tenere lontano il malocchio adotta un simbolo astrologico, una freccia (lat. Sagitta) che, forse, gli ricorda anche il signum [11] della legione in cui aveva militato nelle varie campagne di guerra e che darà il nome al fondo.

Nel tempo la vasta proprietà di Spedius, costituita dalla casa padronale (villa dominica), s’ingrandisce con le dipendenze per i coloni, i ricoveri per gli schiavi, gli attrezzi da lavoro e gli animali domestici diventando un’azienda agricola ante litteram[12].

Intanto l’Impero Romano è in crisi e le orde barbariche sfondano i suoi deboli confini e, dopo devastazioni e saccheggi, che pongono fine ad una storia millenaria, gli invasori instaurano regni romano-barbarici che, per certi aspetti, continuano la tradizione giuridica ed economica latine.[13]

Nell’Alto medioevo la Calabria è teatro di continue guerre e di invasioni (goti, bizantini, longobardi)[14] che spopolano le campagne della Calabria settentrionale, fra cui anche il fondo di Sagitta, con il suo piccolo nucleo di villici, che si trova nella linea di confine fra il thema bizantino di Calabria e i possedimenti longobardi.[15]

Ma fra tante guerre, in queste zone sorgono molti monasteri che, oltre ad essere un faro di cultura, si prodigano a dare sollievo e rifugio alle popolazioni martoriate, organizzando l’agricoltura, fonte primaria di sostentamento.[16]

Intanto agli inizi dell’XI sec. all’orizzonte appare un popolo proveniente da molto lontano: i Normanni.

Questi avventurieri avidi di conquiste e bottino, guidati da Roberto il Guiscardo, si stabiliscono in un’altura naturale, tra i fiumi Esaro e Coscile, costruendo una motta nel territorio di S. Antonio di Stridola (o Stregola, Scribla) per poi spostarsi verso l’interno.[17]

I Normanni, in questa parte di terra calabra, oltre ad introdurre il sistema feudale fondarono le Abbazie di Santa Maria della Matìna (S. Marco Argentano) e di Santa Maria di Camigliano (Tarsia) per eliminare ogni traccia di spiritualità bizantina.[18]

Infatti circa la loro funzione la ricercatrice M. F. Fioravanti così si esprime: “Alle abbazie benedettine i Normanni attribuirono un notevole significato politico-economico, affidando loro la ristrutturazione agricola del territorio, che comportava il controllo dell’economia locale e l’assorbimento dell’elemento monastico greco, considerato possibile oppositore al nuovo ordine normanno”.[19]

Ed è proprio alla luce di questo nuovo sistema, religioso e sociale, che appare un documento (XI sec.) in cui viene citato un tenimentum Sagittae cioè “il possedimento di Saetta” che, molto probabilmente, era diventata una pertinenza agricola della citata abbazia della Matìna.[20]

Nessun documento menzionante il toponimo e relativo ai periodi successivi ai Normanni, cioè dell’epoca degli Svevi, Angioini ed infine Aragonese, finora è stato reperito.

Sempre procedendo per ipotesi, nel Medioevo, questo vasto appezzamento divenne feudo, cioè una struttura economica e sociale costituita dall’azienda agricola (manso) in cui dimoravano i dipendenti coltivatori (servi della gleba). Come ogni feudo, anche quello di Sagitta aveva un suo piccolo agglomerato urbano che si può identificare nel Casale di Spizzano (l’antica proprietà di Spedius), con vicino un centro spirituale come la chiesa-monastero della “B. Virginis Spezzani” di cui si farà menzione per la prima volta in un documento ecclesiale del 1451, quindi preesistente di circa un ventennio alla venuta degli Albanesi! [21]

Un altro notevole contributo sul toponimo ci giunge dallo studioso Francesco Rende che, interessandosi dello stanziamento degli Albanesi nella diocesi di Rossano, ha reperito un documento (metà XV sec.) in cui si afferma che dei profughi si stanziarono in “casale de Sagitta” mentre più in là si menziona “…Sagitta de Terra Nova…”. [22]

Quindi Spizzano e Sagitta indicano lo stesso feudo, di cui però il primo ne costituisce il centro abitato dai coloni.

Riferendosi ai vasti possedimenti dei potenti Principi Sanseverino, nella metà del XVI sec., lo storico Savaglio così si esprime: « Queste contrade, nella seconda metà del 1500, furono il centro di continue liti tra i Signori di Terranova e il Vescovo di Cosenza. La contesa, originatasi per diritti di caccia, esplose violentemente durante il governo di Berardino Sanseverino, quinto Principe di Bisignano, e dell’arcivescovo Fantino Petrignani che si contendevano la giurisdizione del casale di “Spezzano o Casalnuovo».[23]

Il prelato sosteneva che il casale ricadeva nel “corso de Sajetta”,[24] quindi appartenente alla Mensa Arcivescovile di Cosenza, mentre Berardino Sanseverino affermava che esso era di pertinenza del suo feudo di Terranova, controversia che durerà fino alla metà del XIX sec. [25]

Mettendo da parte queste dispute di potere, emerge la doppia denominazione di “Spezzano o Casalnuovo ». [26]

E’ quest’ultima la Spetianum noviter aedificatum citata dal Cassiani ma di cui non si trova traccia alcuna nei documenti finora consultati? Oppure Casalnuovo/Spetianum noviter aedificatum indicano il Casale di Spizzano  che viene ripopolato dagli Albanesi fuggiti da S. Lorenzo nel 1559 a motivo delle esose tassazioni? [27]

Ma questi toponimi non compaiono mai negli archivi parrocchiali del paese (1598) nei cui atti redatti in lingua latina, però, si legge Spetianum, Casalis Spezzani e nei primi documenti stilati dai papàs si legge Casale di Spizano/Spizzano Spezzano/Spezzanello di Tarsia. Quest’ultima denominazione per indicare la sua dipendenza giuridica ed amministrativa da quel borgo, mentre gli Albanesi del luogo lo deformarono in Spixàna (leggi Spizzàna).[28]

Il Casale di Spizzano quindi altro non era che un piccolissimo villaggio di contadini, dipendente allora da Tarsia, una delle tante sedi in cui risiedevano spesso i Principi Sanseverino, prima, e gli Spinelli, in seguito, anche se questi prediligeranno Terranova.[29]

Sulla denominazione di Spezzano Albanese si è molto soffermato lo storico locale G. A. Nociti (1832-1899) che afferma: “Il più antico documento che faceva cenno di Spetianum è la verifica dei fondi del Principe P. Antonio Sanseverino fatta dal regio commissario Sebastiano La Valle nel 1546… Quindi Spetianum preesisteva agli albanesi coloni, i quali vi vennero solo nel 1572, cioè 26 anni dopo la detta verifica”. [30]

Circa l’evoluzione storica del “Casale di Spizzano” il Nociti si perde, non sa neanche interpretare i preziosi atti notarili da lui parzialmente trascritti, sbizzarrendosi in ipotesi molto discutibili poiché si affida alle narrazioni fattegli dall’ultracentenaria Vittoria Spataro, ma in seguito si ricrede perché: ”Essendo molti i luoghi che portano il nome di Spezzano o qualcuno simile, l’idea di trarlo dalla greca isola di Spezia ovvero dalla città di Spizza è affatto insostenibile”. [31]

Il Nociti prosegue affermando che il toponimo potesse trarre la propria origine da hospitia, luoghi in cui trovavano ricovero i pellegrini o viandanti, da cui Hospitianum. Nella metà del XVII sec. nel territorio spezzanese, infatti, era citato come hospitale la chiesa di S. Maria di Costantinopoli mentre l’attuale Santuario di S. M. delle Grazie era con certezza assoluta un convento. [32]

Ma il Nociti in una nota successiva definisce erronee tutte le congetture prima formulate mentre ritiene sostenibile la seguente: “Spezzano in più remota età suonò Bessano, diminutivo o dispregiativo dell’osco Bessa, o il buscione, gr. Βήσσα, latino tesqua, albanese fusha. Vedi l’Etimologico in Bixantium”. [33]

Per tutto il XVIII sec., nei documenti ufficiali gli attuari scriveranno sempre Spezzano/Spezzanello di Tarsia. Ma il piccolo centro agli inizi del secolo successivo progredirà economicamente e culturalmente diventando più grande ed importante soprattutto durante il periodo napoleonico (1806-1815). [34]

Infatti con l’abolizione della feudalità Spezzanello di Tarsia diventa capoluogo di mandamento con la nuova denominazione di Spezzano Albanese e a tal proposito il Nociti scrive: “Il primo a distinguerlo con tale nomenclatura fu il mio avo Antonio Nociti notaio e giudice in Spezzano, quando il nome di Principe di Tarsia era divenuto un’aborrita rimembranza”. [35]

Però lo stesso Nociti in seguito riferisce di aver visto in Napoli un volume recante, scritto a mano, la seguente dicitura: “Spetiani Albanensis pro sua Bibliotheca –1798”, denominazione che anticipa di un decennio l’etnonimo scelto dal notaio Antonio Nociti (1762-1828) e che ancora oggi è in uso: Spezzano Albanese - Spixana.[36]

[1] G. A. Nociti, Platea da servire per la compilazione di un storia del distretto o del Circondario di Spezzano Albanese, 1860, manoscritto inedito. Le argomentazioni dell’autore sulla formulazione dell’origine del toponimo non sono concentrate in una sola pagina ma sono sparse tra le centinaia che compongono questo zibaldone storico. Abbiamo qui inteso riportare solo quelle attinenti alla ricerca. Il Nociti, inoltre, sfatando l’origine albanese del toponimo cita Spezzano Grande (ora Spezzano della Sila) e Spezzano Piccolo, mentre ignorava l’esistenza nel modenese di Spezzano frazione di Fiorano.

[2] Ferdinando Cassiani, Spezzano Albanese nella storia e nella tradizione (1470-1918), Edisud, Roma, 1968, II edizione. L’autore, appartenente alla corrente della Rinascita Albanese (1830-1912), nella sua opera cerca di dare dignità al popolo albanese ed alla sua lingua commettendo errori storici come quello dell’inesistente Casale delle Grazie e la presenza in Spezzano Albanese del condottiero Giorgio Basta (inizi del XVII sec.).

[3] Alessandro Serra, Spezzano Albanese nelle vicende sue e dell’Italia (1470-1945), Edizioni Trimograf, Spezzano Albanese (Cs), 1987. L’autore, nonostante abbia ripreso molti passi dal Nociti, riporta il documento che esclude l’origine albanese del toponimo.

[4] Nel sito archeologico (XVI- III sec. a.C.) di Torre Mordillo sono state condotte, dal 1888 al 1987, diverse campagne di scavo che hanno messo in luce elementi protostorici, una vasta necropoli dell’età del bronzo e del ferro, un abitato di età ellenistica con doppia cinta muraria.

[5] I due toponimi traggono rispettivamente origine dal greco κώγχε e κογχύλη = “conchiglia”. Il Nociti, profondo conoscitore delle lingue classiche, nella sua opera citata non scrive mai Coscile bensì Conchile, secondo la grafia greca. In Contrada Coscia, inoltre, in alcuni punti sono visibili notevoli affioramenti di antichi fondali marini.

[6] Antonio Brancati, Popoli antichi- vol. 2, la Nuova Italia, Firenze, 1984, pag. 55-56.

[7] Ibidem, cap. 7. La riforma era nota anche col nome di Lex Sempronia.

[8] AA, VV., Dizionario di toponomastica – Storia e significato dei nomi geografici italiani, UTET, Torino 1990.  Il toponimo è stato curato dalla Ch.ma Prof. Carla Marcato (Università di Udine), altri autori dell’opera sono i Ch.mi Prof. Giuliana Gasca Queirazza (Università di Torino),  G. B. Pellegrini (Università di Padova), Giulia Petracco sicari (Università di Genova), Alda Rossebastiano (Università di Torino).  Alla voce di Spezzano della Sila compare invece *Spetius che secondo il glottologo tedesco G. Rohlfs (1892-1986) ha avuto come esito Specianus.

[9] I nomi dei proprietari latini, o degli accampamenti, sono tuttora presenti in alcuni toponimi della zona (Rossano, Cassano, Corigliano, Camigliano, Castrovillari, Castroregio, …). Il toponimo Apollinara richiama la XV Apollinaris, legione voluta da Augusto per la sua devozione al dio Apollo Cfr A. Goldsworthy, Storia completa dell’esercito romano, Logos, Modena, 2004, pag. 51. Non si esclude che nella zona sorgesse un tempio dedicato alla divinità pagana citata che in epoca cristiana e bizantina venne poi trasformato e consacrato a Sant’Apollinare.

[10] La /d/ e la /t/ intervocaliche nella loro evoluzione hanno avuto l’esito in /z/ mentre la /e/ atona si trasformerà in /i/.per cui Spedianu(m)>Spetianum, Spizano, Spezzano….Cfr. B. Migliorini, Storia della lingua italiana, Biblioteca Sansoni, Firenze, 1971, cap. I.

[11] M. Simkins, L’esercito romano da Cesare a Traiano” e “L’esercito romano da Adriano a Costantino” , in “Eserciti e Battaglie” , n.° 75, Edizioni del Prado, Madrid (Spagna), edizione italiana. Il portatore del signum o insegna si chiamava signifer . Consultare il sito www.signainferre.it

[12] Alessandro Barbero – Chiara Frugoni, Dizionario del Medioevo, Edizioni Laterza, Bari, 1998, II ed. riveduta ed ampliata e cfr. Rosario Villari, Storia Medievale per le scuole medie superiori, Editori Laterza, Bari 1971, cap. IV, par. 4.

[13] R. Villari, Storia medievale per le scuole medie superiori, Editori Laterza, Bari, 1971, cap. I e II.

[14] G. Reina, La Calabria, Collana di monografie storiche regionali, Mursia, Milano, 1984; M. Caligiuri, Breve storia della Calabria – dalle origini ai nostri giorni, Tascabili Economici Newton, Roma, 1996.

[15] Maria F. Fioravanti, Il sistema difensivo della Valle dell’Esaro – Traguardi visivi nell’organizzazione territoriale in età svevo-normanna, edizioni “il coscile”, Castrovillari (Cs), 1998, cap. II, § 1.

[16] G. Reina, op. cit. E’ doveroso citare il Mercurion, tra i monti calabro-lucani, ed il Vivarium di Aurelio Cassiodoro, nella zona dell’attuale Vibo Valentia, che furono i centri di maggior splendore culturale in quei secoli bui e tormentati.

[17] Maria F. Fioravanti, op. cit., pag. 47. Il territorio citato nelle antiche carte stradali viene segnalato come Interamnium cioè “terra tra due fiumi”. Oggi della motta normanna rimangono solo alcuni ruderi cadenti che dominano la vecchia stazione FS di Spezzano Albanese Scalo.

[18] Ibidem, pag. 56.

[19] Ibidem.

[20] Ghislaine Noyé – Anne –Marie Flambard, Il Castello di Scribla : studio storico ed archeologico, in “Società, potere e popolo nell’età di Ruggero II”, Atti delle terze giornate normanno-sveve, Bari 23-25 maggio 1977, Dedalo Libri, Bari 1977. Le due archeologhe riferiscono nella n. 15: “I documenti medievali menzionano alcuni appezzamenti di terra vicino al castello i cui domini si ritrovano attualmente tra i toponimi circostanti il Torrione. Cfr. il tenimento di Sagitta, citata da una carta conservata negli archivi dell’Abbazia di S. Maria della Matina e pubblicata da A. Pratesi, Carte Latine di Abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, Città del Vaticano, 1958, pag. 35-35 n. 10”. Oggi si conserva ancora il toponimo “Udha e Saitës” indicante la strada di Saetta che, dopo un percorso tortuoso in collina, collega il paese con la strada dell’Apollinara nella pianura. Nel passato doveva essere la strada principale del vasto feudo. Il termine saitta, inoltre, indica anche la condotta d’induzione dei mulini ad acqua.

[21] Cfr. P. Francesco Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, Roma. Per la traduzione del testo latino del documento citato, cfr. Alessandro Serra, Spezzano Albanese nelle vicende sue e dell’Italia (1470-1945), Edizioni Trimograf, Spezzano Albanese (Cs), 1997, pagg. 122-123; cfr. Francesco Marchianò, Storia del Santuario, in “Santuario Santa Maria delle Grazie in Spezzano Albanese (ieri e oggi)”, Tipolitografia TNT grafica, Spezzano Albanese (Cs), 2001, pag. 11 e seg.

[22] Francesco Rende, Presenza albanese nel territorio di San Lorenzo del Vallo (1460-1600), in “Katundi Ynë”, Anno XXVIII – n° 93 –1997/3, pag. 8-9. Il Rende esclude una presenza albanese dentro l’abitato di S. Lorenzo mentre la colloca nel versante settentrionale di Serralta, proprio di fronte al paese.

[23] Antonello Savaglio, I Sanseverino e il feudo di Terranova (La Platea di Sebastiano della Valle del 1544), Edizioni Orizzonti Meridionali, Cosenza, 1997, pag. 243- 244. Da un’attenta lettura di questa Platea si nota che i confini del Feudo di Sagitta  sono quasi identici a quelli dell’attuale estensione comunale di Spezzano Albanese.

[24] Ibidem. I feudi dei Sanseverino in questa zona erano quelli di Tarsia e Terranova con i rispettivi omonimi centri. Inoltre erano pure loro il Corso di S. Antonio, che aveva il borgo vicino all’ex stazione FS e quello di Saetta con il Casale di Spezzano. Con il termine “corsi” o “terre corse” si intendono i “Demani o colonie sulle quali ad uno apparteneva il diritto di seminare o di falciare la prima erba, oppure entrambi i diritti, ed il pascolo era comune a tutti. Gli alberi erano sempre di proprietà dello Stato”cfr. Antonino Basile, Baroni, contadini e Borboni in Sila”, Gangemi editore, Reggio Calabria 1988, pag. 3.

[25] Il contenzioso fra la Mensa Arcivescovile di Cosenza ed i Principi Spinelli (succeduti ai Sanseverino nel 1619) si concluderà solo nel 1840 ad opera dell’avv. Cesare Marini (1792-1865) del Foro di Cosenza. Cfr. Avv. Cesare Marini, Sulle terre corse delle Calabrie – Memoria dell’avvocato Cesare Marini nel tribunale civile di Calabria Citra, Napoli, dalla stamperia di Criscuolo, 1840. Le terre corse in questione sono “Sajetta e Rajetta”, rispettivamente fondi di Spezzano Albanese e S. Lorenzo del Vallo.

[26] Casalnuovo o Casalnovo, era la denominazione di alcune piccole entità urbane nate in seguito alla fuga o allo spostamento di persone da un centro minacciato da invasioni, da eventi naturali o costretti a spostarsi per ragioni di vendita feudale. Col nome di Casalnuovo era denominato, nel XIX sec., il paese di Villapiana (Cs).

[27] Nel suo volume su Spezzano Albanese (v. n. 4), il Cassiani sostiene: “Dopo il paese si ampliò, risalendo dal lato della Chiesa dei Santi Pietro e Paolo, e questa parte rinnovata si chiamò Spetianum noviter aedificatum. Così nelle antiche carte…”. In realtà, nonostante la consultazione di molti documenti ecclesiali e notarili, finora non è stato trovato alcun indizio per confermare questa affermazione. Nel 1559, il barone di Altomonte, il nobile Marcello Pescara, impose delle esose tassazioni agli Albanesi di S. Lorenzo costringendo perciò la maggior parte di loro a spostarsi nel vicino casale spezzanese che divenne più grande demograficamente ed urbanisticamente. Cfr. Francesco Rende, cit., pag. 9. Il dato del Rende, che spiega l’incremento demografico del casale spezzanese, inoltre, smentisce il Nociti e la Spataro  che affermavano che gli Albanesi fuggirono in seguito ad una violenta rissa sorta nel Carnevale del 1572 con i sallorenzani.

[28] Tali denominazioni si possono leggere negli atti dell’archivio parrocchiale, in quelli notarili e nei documenti della Gran Corte Criminale della Provincia di Cosenza conservati nell’Archivio di Stato di Cosenza. Addirittura il termine Spezzano di Tarsia si mantenne in questi atti fino al 1817.

[29] Cfr. Edoardo Apa, Aggiornamento toponomastico in Terranova da Sibari, edizione a cura del Comune di Terranova da Sibari (Cs), Tnt grafica, Spezzano Albanese (Cs), 2000, pag. 36.

[30] G. A. Nociti, op. cit.

[31] Ibidem.

[32] La chiesa di S. Maria di Costantinopoli, il cui primo dato ecclesiale risale al novembre 1649, negli atti successivi a tale data risulta hospitale. Il primo dato su questo edificio si trova trascritto nel II vol. dei morti (1662-1678) e precisamente alla data del 28 agosto 1661 quando Giovan Tomaso Donato, di S. Lorenzo, fu seppellito “a la chiesa seu ospitale di Costantinopoli”. Invece, che la chiesa di “S. Maria di Spizzano”  (attuale Santuario della Patrona) fosse un convento lo si evince da due dati: il 4/8/1720 viene trovata una neonata abbandonata “in arnis S.M. de Spetiano” mentre il 30/1/1755 viene rivenuta morta una certa Cornelia “in cellis S. Mariae de Spetiano…” . I termini arnis e cellis  indicano chiaramente le celle di un convento di cui oggi non resta alcuna traccia.

[33] G. A. Nociti, op. cit.

[34] Cfr. Pier Emilio AcriAntonio Sitongia, Castrovillari e Circondario nella Legislazione Napoleonica, Edizioni Prometeo, Castrovillari (CS), 1995.

[35] G. A. Nociti, op. cit.

[36] Ibidem.

Priru /Torna