LA FINE DI
UNETNIA IN SEI EPISODI
di Francesco Marchianņ
Questi brevi racconti sono il frutto di circa un
decennio di attivitą che ho prestato, come docente e come operatore
culturale, in vari centri calabresi e albanofoni della vasta provincia di
Cosenza. Le vicende che mi sono realmente accadute, dal 1996 a tutto il
febbraio 2006, hanno come filo conduttore il piccolo mondo arbėresh che
sta per scomparire, a mio avviso senza possibilitą di rinascita,
inghiottito dal vortice della globalizzazione, dallindifferenza delle
istituzioni e dalla cronica rassegnazione caratterizzante le popolazioni
meridionali, di cui noi Arbėreshė facciamo pienamente parte!
Isolamento, decremento demografico, mancanza di
stimoli culturali e, soprattutto, mancanza di lavoro, con conseguente
nuova emigrazione, stanno prostrando e spopolando tutti i centri
albanofoni ed in modo particolare i paesini di montagna e alta collina,
gią penalizzati dallinfelice posizione geografica in cui si trovano.
Alla luce di quanto detto, penso che oggi la
prioritą assoluta sia quella di salvare lUomo in queste realtą
garantendogli la dignitą di un lavoro, motore primario dellesistenza, pił
che a litigare, per esempio, se insegnare o usare larbėrisht o lo shqip
nelle scuole, nelle riviste o conferenze! (F.M.)

1) Una mattina, in una scuola media di un
popoloso centro della provincia di Cosenza, mi tocca sostituire un
collega. Durante lappello mi soffermo davanti ad un nominativo albanese,
Gj. Ervin:
-
A jeni shqiptar? chiedo, spinto dal richiamo di sangue.
-
Ccha rittu?- mi risponde in dialetto calabrese.
-
Flitni shqip?- insisto, stupito.
-
Nun ti capisciu Lui, di rimando.
Incollerito da tanta insolenza, invito
perentoriamente il giovane albanese a rispondere in lingua italiana per
poi avviare un colloquio amichevole con lui e scoprire che č arrivato
pochi anni fa da Tirana con la famiglia.
Dal dialogo č emerso che Ervin ignora completamente
la presenza degli Arbėreshė (Albanesi dItalia) nella provincia di
Cosenza, ma il fatto pił grave č che anche i suoi compagni di classe
calabresi nulla sanno dellesistenza di paesi albanofoni, a pochi
chilometri dalla loro cittą, ed inoltre alcuni di loro non sanno di avere
cognomi denotanti origini albanesi perché i nonni ed i genitori non gli
hanno mai raccontato di provenire da Lungro, S.Giorgio, Cerzeto,
..
Se per lalunno albanese Ervin il termine
Arbėresh non riveste alcun significato, anche il termine Ghiegghiu,
con cui una volta le popolazioni locali apostrofavano gli Arbėreshė
e che rimandava anche ad un famigerato motto, ai giovani calabresi, ormai
non parlanti pił il proprio dialetto, non dice proprio nulla!

2) Tempo fa un amico artista, che doveva
partecipare ad un concorso di pittura, invitņ me e Pino A. per fargli
compagnia a S. Cosmo Albanese, paese da lui scelto per schizzare qualche
antica gjitonia (vicinato).
Nonostante fosse un bel pomeriggio di luglio, il
paesino sembrava completamente spopolato, cosģ come lo erano i suoi due o
tre bar del centro storico. Questo senso di vuoto si acuiva man mano che
ci addentravamo nei vicoli e diventava ancora pił angosciante per la
mancanza di negozi ed altri esercizi (barbiere, lavanderia, edicola,
), e
in me ancor di pił nel vedere chiuso anche il negozietto del carissimo
amico Tuturo, una specie di bazar dove si poteva trovare di tutto.
Scelto il posto, il pittore piazzņ il cavalletto e
cominciņ ad abbozzare qualche schizzo.
Dopo alcuni minuti arrivarono quattro o cinque
monelli che, dopo aver curiosato attorno al cavalletto, cominciarono a
giocare al pallone.
Durante una pausa si avvicinarono:
-
Si ju e thonė? chiedemmo loro, ottenendo il silenzio come
risposta!
-
Si ju e thonė? E kini o ng e kini njėmėr?
insistemmo.
Con i loro occhietti vispi ed intelligenti si
guardavano fra loro facendo spallucce e ridendo.
- Nėng mund ju pėrgjigjen se nėng fjasėn
arbėrisht. Dica janė edhe tė ghuaj ēvinjėn ka malet e Akrės e tjerėt nėng
i mėsuan tė fjasėn gjughėn tone! - intervenne unanziana donna intenta
a sferruzzare dietro luscio, dopo aver sentito le nostre domande.
Ella continuņ sconsolata a raccontare che Tuturo era
scomparso da qualche tempo e che i giovani erano andati a lavorare al Nord
o allestero mentre altri si erano stabilmente trasferiti a Cantinella o
Corigliano, per cui a Strighąr erano rimasti soltanto i vecchi.
La gentilezza dellanziana donna fu tale che colsi
loccasione per chiedere di alcuni miei ex alunni che avevano studiato al
Liceo di S. Demetrio Corone e nella scuola media di Vaccarizzo: seppi cosģ
che alcuni si erano laureati, altri sistemati diversamente ma nessuno di
loro sarebbe tornato nel paese se non per il periodo estivo.
La sera ce ne andammo dopo aver visitato lo stupendo
Santuario dei SS. Cosma e Damiano ed aver reso omaggio al busto del grande
poeta arbėresh Zef Serembe (1844-1900).

3) Con la mia compagna Mariella una
mattina di maggio decidemmo di andare a Macchia Albanese, paese di nascita
di mio nonno.
Lasciata S. Demetrio percorremmo la strada, che la
collega alla citata frazione, in mezzo ad unesplosione di fiori e
tripudio di profumi della lussureggiante macchia mediterranea che la
lambisce da ambo i lati.
Dopo aver parcheggiato lauto allingresso del paese
non abbiamo potuto visitare la chiesa di S. Maria di Costantinopoli, dove
riposano le spoglie del nostro vate Girolamo De Rada (1814-1903), perché
inagibile per il terremoto del 1997.
Con Mariella mi avviai verso la via principale
indicandole la casa di De Rada, la famosa pietra che il Vate usava per
salire sul mulo, la casa del letterato Michele Marchianņ e poi tante
targhette di citofono stampigliate col mio cognome.
Nonostante fosse domenica, la stretta strada
principale che attraversa tutto il paese era vuota mentre solamente
lunico negozietto di generi alimentari dava segni di vita: qualche
anziana donna faceva tardivi acquisti prima di mezzogiorno.
Qualcuno si affacciava distrattamente dalla porta
mentre qualcun altro ci chiedeva:
-
Kush jini? Ka jine vini? Ēerdhit e bėtė kėtu ēnėng qindroi
mosnjeri?
Dopo aver fatto presente che ero originario del
luogo, chiedevo se conoscessero miei amici ed alunni. Ed anche qui la
stessa litania di S. Cosmo: Luciana, Anna, Ariosto, Domenica,
erano
tutti andati a lavorare al Nord.
Ce ne andammo mentre nella piazzetta davanti alla
chiesa due vecchietti godevano il tepore del sole primaverile e quattro
bambine osservavano curiose ed impazienti un marocchino che allestiva una
misera bancarella.

4) Giungo davanti alla scuola media di S.
Caterina Albanese (Picilģa) un bel pomeriggio di giugno con un
amico dopo aver percorso una strada a tratti disagevole.
La mia presenza in questo piccolo centro era dovuta
ad un progetto del C. T. P. di Malvito che affidava dei corsi di
alfabetizzazione arbėreshe, da tenere a Spezzano Albanese e S. Caterina
Albanese, rispettivamente a me ed al caro amico Ernesto Tocci. La
programmazione prevedeva uno scambio di sei ore dei docenti nelle due
sedi.
Nella scuola ad attendermi cera il personale di
turno, poi man mano cominciarono ad arrivare i corsisti che, per la
maggior parte, si rivelarono essere insegnanti. Dopo le dovute
presentazioni cominciai a parlare del mio paese, delle tradizioni, di
rituali, storia, etc
suscitando linteresse dei corsisti e dei curiosi,
che nelle due ore aumentarono di numero.
Il secondo giorno, dedicato alla storia e
costumanze di S. Caterina, ho constato con amarezza che nel paese che
aveva dato i natali al primo drammaturgo albanese, p. Francesco Antonio
Santori (1819-1894), la lingua č parlata solo da un ristrettissimo numero
di anziani mentre le giovani generazioni ormai si esprimono solo negli
idiomi calabrese ed italiano.
A causa dellisolamento e della mancanza di lavoro,
anche questo paesino di montagna va man mano spopolandosi a vantaggio dei
grossi centri vicini o delle frazioni, non isolate, dove esistono piccole
realtą economiche pił prospere, come Pianette.
Lultimo giorno si verificņ il pienone, con corsisti
e curiosi, forse perché avevo anticipato che avremmo letto e commentato
insieme le bellissime rapsodie di Kostandini e Jurėndina e di
Kostandini vogėlith.
La lettura, da me effettuata, in alcuni presenti
suscitņ delle emozioni in quanto richiamava alla memoria di tanti anziani
e meno giovani termini desueti ed espressioni scomparse e, soprattutto,
note di colore che appartengono ormai ad un lontanissimo passato.
Terminato il corso gli amici di Picilģa mi
salutarono con caloroso affetto mentre uno sparuto, rumoroso ed
indifferente gruppo di giovani giocava a calcetto.

5) Quando esco dallabitazione dei miei
genitori per rincasare volgo sempre uno sguardo nel vicoletto che mi ha
visto crescere assieme ad una quarantina di compagni della gjitonia
che, fino a qualche lustro fa, risuonava ancora delle voci di tanti
bambini.
Ora in questa strada alcune case sono disabitate,
altre sono abitate da anziani o meno giovani, mentre i giovanissimi si
contano sulle punta delle dita. Ed i bambini? Beh, ora cč solo una mia
cuginetta, una vispa bambolina di circa tre anni nata da genitori che
parlano larbėrisht.
Spesso la nonna la porta nel nostro vicinato per
farle fare una passeggiata e quando ogni tanto cerca di sfuggire alla
vigilanza:
- Dove vai? Stai attenta! le grida con
apprensione la nonna.
- Cjč Marģ, pse vajzėn ng e mbėsuat t fjas si
na? - chiedo con un tono volutamente provocatorio, nonostante io
conosca la risposta.
- E jore! Ēi bizėnjarėn kjo gjuhė? -
risponde lei infastidita e convinta dellaffermazione.
Dato che i miei genitori sono avanti con gli anni,
spesso sono oggetto di visita di parenti. Fra questi cč una giovane
cugina con due figli frequentanti le scuole elementari ed ai quali si
rivolge rigorosamente in italiano, mentre al marito ed ai conoscenti in
arbėrisht!
-
Marģ, thuajėm, pse i fjet lėtisht kėtire?
-
Pse kėshtu gjėnden mė mirė te skolla, perņ vajza vete te korsi
di albaneze!
E mentre lei cosģ pontifica, penso a quei pochi
validi, e spero motivati, colleghi che insegnano questa bistrattata lingua
albanese, nelle scuole elementari e medie, e non so perché mi vengono in
mente Don Chisciotte con i suoi mulini a vento!

6) Qualche sera fa siedo con Mariella davanti
ad un bar a Rende. Da un negozio esce una ragazza che, appena mi nota,
viene a salutarmi. Č stata mia alunna in un paese arbėresh, si č laureata
da pochi anni in lettere albanesi ed ora č operatrice in uno sportello
linguistico.
- Beh, che si dice di questi sportelli
linguistici? le chiedo con curiositą.
- E che si deve dire, professņ. Cč una
confusione! Non esiste un progetto comune a tutti e quindi uno sportello
allestisce un sito internet, un altro realizza un calendario, altri ancora
catalogano libri, svolgono ricerche di archivio,
Ma la nota pił dolente č
la totale mancanza contatti con gli abitanti del posto, scambi con gli
esperti, i circoli culturali esistenti. Per certi aspetti alla gente del
posto sembriamo dei marziani tanto che ci chiedono che cosa facciamo noi
al comune! risponde, ridendo su questultima battuta.
- Ma non dovevate tutelare la minoranza con
scritte bilingui, traduzioni, raccolta del patrimonio orale e materiale
delle comunitą albanofone? insisto.
- Professņ, secondo me la legge č nata sbagliata
e gli enti continuano a sbagliare. Nessuno controlla le attivitą degli
sportelli! Ma cč di pił! Piano piano il governo sta tagliando i fondi e
lanno prossimo non solo alcuni di noi non avranno pił la riconferma
dellincarico, quando nel futuro sarą ancora peggio! Inoltre ci sarebbe da
ridire anche sui criteri di reclutamento di alcuni sportellisti che non
parlano, o non conoscono affatto, né larbėrisht e né lo shqip! Basta
leggere i madornali e spesso esilaranti errori che si possono riscontrare
in quel poco che č stato prodotto!
- Guarda, sinceramente ignoro la realtą degli
sportelli linguistici e di altri organismi sorti in base alla legge
482/1999! Perņ quello che mi riferisci mi sembra tutto cosģ strano!
rispondo palesemente stupito.
- Professņ, per alcuni sč aperto lo sportello
per altri, invece, si č aperta la porta! Rrini mirė!
Ci accomiatammo con un velo di tristezza perché
se questa giovane e volenterosa laureata non avrą la riconferma in questo
posto precario sarą costretta a raggiungere i genitori allestero
proprio come unemigrante di mezzo secolo fa!