LA LEGGENDA DEL FRATELLO MORTO NELLA TRADIZIONE ORALE ALBANESE
di Giovanna Nanci
La leggenda del
fratello morto, nota anche come ballata della besa, è una delle
rapsodie più affascinanti della letteratura popolare albanese. Si
configura come canzone a carattere didascalico, il cui intento è quello di
mettere in risalto virtù care al popolo, come la besa: l’onore e la
fedeltà all’impegno assunto.
Sorta in epoca
medioevale come creazione popolare e a lungo tramandata oralmente da
diverse popolazioni della penisola balcanica, tra gli albanesi della
madrepatria e tra le comunità albanesi emigrate, questa ballata è
largamente conosciuta e apprezzata anche nell’ambito letterario europeo.
In esso è penetrata, dapprima sottoforma di traduzioni e rifacimenti (è
stata, cioè, riproposta come motivo del fidanzato fantasma, ad esempio
nella ballata stürmeriana del tedesco Gottfried August Bürger, intitolata
Lenore) nell’ambito dell’attività di riscoperta,
trascrizione e traduzione di testimonianze culturali, lontane nel tempo e
nello spazio, intrapresa nell’ambito letterario inglese a partire dalla
metà del XVII sec., e successivamente nella veste originaria della ballata
del fratello morto, per mezzo delle raccolte di canti popolari realizzate
nel contesto letterario italiano negli anni del Romanticismo, (basti
pensare ai Canti popolari toscani, corsi, illirici e greci,
di Niccolò Tommaseo, del 1840-1841), ma soprattutto attraverso le
raccolte
degli scrittori italo-albanesi che rendono omaggio ai loro canti popolari
tradizionali (tra cui: Canti albanesi parafrasati di
Felice Staffa, del 1845; Rapsodie d’un poema
albanese di Girolamo De Rada, 1866 e
1883-1887; Appendice al saggio di grammatologia
comparata di Demetrio Camarda, del 1866; Canti
tradizionali di Giuseppe Schirò, del 1923; Canti
popolari albanesi tradizionali nel Mezzogiorno d’Italia di
Demetrio De Grazia, del 1889; Rapsodie albanesi di
Francesco Antonio Santori).
La tematica sulla
quale s’incentra è quella relativa ad un caposaldo della mentalità, delle
istituzioni giuridiche e della cultura popolare albanese: l’importanza di
tener fede alla parola data, la besa, principio generalmente
riconosciuto tra i popoli balcanici, ma reso qui fattore determinante
dell’impresa e della colpa tragica dell’eroe.
La vicenda
coinvolge una famiglia numerosa, composta da molti figli maschi (nove,
nella maggior parte delle varianti) e, per ultima, una femmina, e
un’anziana madre. Una serie di eventi infelici, e addirittura funesti, si
abbattono su di essa e causano la sua completa distruzione. Nella
dimensione tragica è collocato il matrimonio che la ragazza contrae con un
giovane venuto da lontano a chiedere la sua mano, o meglio, sembra proprio
quest’avvenimento ad aprire la strada all’incombente tragicità.
Alle nozze
esogamiche si oppongono tanto la madre quanto i fratelli, contrari ad un
allontanamento della giovane dalla famiglia e dalla sua terra. Solo il più
piccolo dei fratelli si dichiara favorevole e, per convincere la madre a
dare il suo consenso, le promette che avrebbe riportato a casa la sorella
in qualsiasi momento avrebbe voluto averla accanto a sè. Il destino
crudele però si scatena implacabile sulla sventurata famiglia e la morte
improvvisa strappa alla madre tutti i figli maschi.
L’anziana donna,
rimasta sola, afflitta dal dolore per la loro perdita e per la lontananza
dell’unica figlia, piange, si dispera, invoca la promessa che il figlio le
ha fatto e, sulla sua tomba, ne maledice l’inadempienza.
Nella notte il
figlio portatore della colpa tragica risorge dalla tomba e si reca dalla
sorella, al fine di ricondurla dalla madre, portando finalmente a termine
l’impegno assunto in vita.
La ragazza, ignara
della tragedia che ha strappato alla vita i suoi fratelli, si mette in
viaggio con colui che è venuto a prenderla e, alla fine della loro
misteriosa cavalcata, giunge alla casa natia. L’eroe lascia andare la
sorella da sola dalla madre, mentre egli ritorna nella tomba, nel regno a
cui ormai appartiene.
La ragazza si
presenta alla madre incredula e le dichiara di essere stata ricondotta a
casa dal più piccolo dei fratelli. La donna, sconvolta e inorridita, le
confessa la tristissima verità della loro scomparsa. Sono attimi in cui
alla gioia dell’agoniato ricongiungimento subentra il dolore e la morte
repentina delle due donne, annientate dalla rivelazione funesta delle
sorti drammatiche della loro famiglia.
Con l’apoteosi
della tragedia familiare si conclude uno dei motivi più tristi e
appassionanti della cultura popolare albanese, di cui si segnala una
diffusione particolarmente ampia e diramata in tutto il sud-est europeo,
tanto che risulta difficile individuare, all’interno delle letterature
orali di area balcanica, un archetipo della leggenda, la cui paternità è
rivendicata dai Greci, dai Romeni, dagli Albanesi, dai Serbo-Croati, dai
Bulgari e dagli Ungheresi. Sulla questione si è espresso anche Ismail
Kadare, il rappresentante più autorevole della letteratura albanese
moderna, ravvisando nella specificità etno-psicologica della besa
il presupposto dell’autenticità della variante albanese rispetto alle
altre varianti balcaniche. (Ismail Kadare, Autobiografia e popullit në
vargjie).
La componente
popolaresca di fondo si presta a sostanziali variazioni nei diversi
territori in cui la ballata si diffonde: ciascun popolo elabora il tema in
virtù dei propri valori morali, delle proprie tradizioni, della propria
struttura socio-economica, della propria fede. Complessivamente,
nell’Europa sud-orientale, il motivo si evolve in due cicli: quello
elleno-albano-romeno, che sviluppa il tema come canto di morte; e quello
bulgaro-serbo, che amplifica l’aspetto festoso del canto nuziale. Nel
folklore albanese sono identificate quattro
varianti principali.
La connotazione
religiosa è forte nella variante meridionale, nota come Kënga e
Dhoqinës, ambientata in un contesto cristiano, come si
apprende dal riferimento al giorno di Pasqua (Ditën e pashkës së madhe)
in concomitanza all’evento della resurrezione dell’eroe (emblema della
resurrezione del figlio di Dio), e dalla presenza del serpente, simbolo
del male nella fede cristiana, il cui veleno, finito in modo
incomprensibile nel pentolone dove la madre sta preparando la carne, è la
causa di morte dei nove fratelli.
La variante delle
regioni del centro e del nord-est dell’Albania, intitolata Aliu e
Fata, si presenta invece in vesti islamizzate, come mostra il nome
del protagonista. Questa variante, più lunga e articolata della
precedente, approfondisce gli elementi peculiari del dialogo tra fratello
e sorella e si contraddistingue per una particolarità: la peste che uccide
i nove fratelli rende, inoltre, cieca la madre.
Priva di
riferimenti religiosi è la variante della Malsia del Nord, costituita dal
canto di Halil Garrja, che si distingue dalle precedenti per
diversi dettagli: innanzitutto sono sette fratelli e si promettono di non
far sposare mai la sorella; Halil infrange la parola data e dà la sorella
in sposa ad uomo di un paese lontano, che l’ha ospitato durante un suo
viaggio, con la promessa di farle visita una volta a settimana e di
andarla a prendere una volta al mese; priva delle sue visite, la ragazza
invia un uccello dal fratello per ricordargli la promessa, provocando così
la sua resurrezione; prima di partire con Halil, la ragazza lascia una
lettera al marito; l’incontro delle due donne non avviene sulla porta, ma
all’interno della casa; poi si recano sulle tombe dei cari defunti e
muoiono su quella di Halil.
Infine la variante
arbëreshe, divulgatasi nelle colonie dell’Italia meridionale a seguito
degli insediamenti in queste regioni di esuli albanesi all’epoca di
Scanderbeg e delle invasioni turche. Anch’essa è una versione
cristianizzata, priva della maledizione materna e di cui si attestano una
serie di rielaborazioni nelle diverse comunità italo-albanesi. Si tratta
di rifacimenti che conservano il motivo e la connotazione
etno-psicologica e morale originari, ma che aggiungono e modificano gli
elementi accessori della vicenda. Il conflitto esterno fondato sul
matrimonio esogamico della ragazza, inteso come fattore scatenante del
destino tragico legato al dovere di mantenere fede alla promessa; il
lamento funebre della madre sulle sepolture dei figli, in particolare nel
giorno dei morti; il pianto raddoppiato su quella di Costantino e i due
ceri accesi sulla sua tomba; la trasformazione in destriero della pietra
sepolcrale dell’eroe; l’atmosfera apparentemente festosa nell’incontro
dello spettro con i figli della sorella, che corrono dietro le rondini, e
con le donne, che ballano per le strade del villaggio; lo scambio di
battute dense di mistero e di cupi presagi tra fratello e sorella; infine
la conversazione intensa e conturbante tra madre e figlia, sono alcuni
degli elementi caratteristici di questa variante.
Tuttavia, tra le
varianti arbëreshe, una versione che si distingue dalle altre è quella
diffusa tra gli italo-albanesi del Molise, con il titolo di
Costantino e Fiurendina.
Essa ha subito una
serie di cambiamenti a livello contenutistico, e in modo particolare per
ciò che riguarda i presupposti iniziali dell’intreccio: il matrimonio
esogamico è sostituito dall’invio della ragazza in un monastero lontano
per compiere gli studi. Si accentua inoltre la componente fiabesca, che si
evidenzia tra l’altro nel dialogo tra gli esseri umani e gli animali: non
si assiste al dialogo tra la sorella e il fratello, bensì alla loro
interazione, durante il viaggio di ritorno alla casa natia, con animali
parlanti, che scoprono e rivelano l’identità dell’eroe morto. Anche il
dialogo tra madre e figlia risulta considerevolmente ridimensionato; ma
l’aspetto che suscita il maggiore interesse, consiste nell’assenza
dell’epilogo tragico della loro morte.
Tra le numerose
versioni elaborate e tramandate all’interno delle comunità albanesi
d’Italia quella più nota e apprezzata in ambito europeo è la ballata
trascritta da G. De Rada e inserita, come canto XVII del I libro, sia in
arbëresh che in italiano, nelle sue Rapsodie d’un
poema albanese, con il titolo di Costantino e Garentina.
La critica letteraria riconosce a questa versione della ballata della
besa particolare dignità letteraria, in virtù della sua ricchezza
tematico-motivazionale, del pregio della sua realizzazione artistica,
della precisa struttura metrica del verso, della perfetta elaborazione dei
dialoghi e della loro armonizzazione con i versi a carattere narrativo.
Nella versione di
De Rada, l’inizio della ballata, in contrasto con la sua conclusione
tragica, propone l’atmosfera armoniosa di una famiglia felice composta da
nove figli maschi e una femmina, arrivata per ultima, e da una madre
onesta.
Gli avvenimenti
quotidiani e le azioni dell’uomo s’intrecciano con la fatalità e
l’ineluttabilità del destino: sarà determinante ai fini dell’evolversi
della vicenda la presa di posizione di Costantino in favore delle nozze
della sorella con un giovane di un paese lontano, alle quali invece sia la
madre che i fratelli si dichiarano decisamente contrari, a causa della
lontananza. La sua promessa di riportare la sorella a casa, qualora la
madre avesse avuto necessità o desiderio di averla accanto, sarà il filo
conduttore della ballata.
Gli avvenimenti principali (la
realizzazione delle nozze di Garentina; la morte dei nove fratelli sul
campo di battaglia; il lutto della donna, la quale si veste di nero e
sbarra le finestre della sua casa rimasta vuota impedendo alla luce di
entrare; la sua visita, nel sabato dei morti, alle tombe dei figli, sulle
quali piange e accende un cero) sono narrati sottoforma di un racconto
tranquillo che conduce alla situazione lirica del compianto funebre della
madre. Il carattere narrativo, quindi, attenua la tensione prima
dell’esplosione dei profondi sentimenti lirici, nel momento in cui
l’anziana madre rivolge il suo pianto più accorato a Costantino. Il suo
monologo si delinea come lamento particolare all’interno del quale,
all’andamento sereno e naturale, sottostà una forte intensificazione sulla
scia del significato profondo della besa, ed esprime tutto il
pathos contenuto nella commistione di dolore, desiderio e disperazione per
l’infrazione della promessa da parte del figlio.
Tracce della passata serenità si
ripresentano, nell’incontro dell’eroe morto con i figli della sorella che
giocano a rincorrere le rondini, e con le ragazze che danzano per le vie
del villaggio, danze cui partecipa anche Garentina. L’atmosfera di gioia è
interiorizzata dallo spettro stesso, come si deduce dalla sua
constatazione della bellezza delle ragazze, considerazione che rivela il
riconoscimento della sua estraneità, del suo distacco dalla vita e dalle
sue gioie. L’iniziale sensazione di allegria inizia a dileguarsi al
momento dell’incontro tra Costantino e Garentina, sia a causa della sua
richiesta inquietante di partire insieme immediatamente, proferita con
impassibilità e fermezza, sia per via dei cattivi presentimenti della
sorella, sorpresa da una sua visita tanto imprevista. La percezione, da
parte di Garentina, di un evento tragico, è preannunciata simbolicamente
dalla sua richiesta di potersi cambiare d’abito prima della partenza, in
modo tale da essere adeguata alla situazione che l’attende al suo ritorno
a casa. Altrettanto significativo è il perentorio rifiuto del fratello.
Il tono della
ballata s’innalza poi con l’intensificarsi del dialogo drammatico tra i
due, in cui vengono alla luce i loro sentimenti: lo stupore e la
preoccupazione sconvolgente della sorella, assieme all’ardente curiosità
di conoscere la verità, si confondono con la fredda logica e la
lapidarietà delle risposte del fratello, che intende nascondere la realtà
e la sua condizione. La drammaticità del ritorno è preludiata dalle
tenebrose circostanze del viaggio, del quale non è riportata nessuna
descrizione, ma è presentito in tutto il suo orrore per via del breve e
terrificante interloquire dei due protagonisti. La sorella, infatti
menziona i segni funesti che scorge nella figura del fratello –la muffa
che gli ricopre le spalle e la polvere che gli avvolge i capelli– ma
Costantino la contraddice e giustifica quegli elementi rispettivamente
come conseguenze del fumo degli spari e della polvere lungo la strada. E
poi ancora inganna Garentina, insospettita dal fatto che nessuno dei loro
fratelli e dei loro cugini vada loro incontro, rispondendole che il loro
arrivo era inatteso. Di nuovo, mente quando la sorella gli fa notare che
le finestre della casa sono serrate e l’erba è cresciuta sulle imposte; la
scusante questa volta è che, essendo inverno, le finestre sono state
chiuse a causa del vento.
Giunti nei pressi
dell’abitazione, Costantino chiede congedo alla sorella per poter andare
in chiesa a pregare – in realtà per tornare nella tomba– cosicché
Garentina si reca da sola dalla madre. Il loro incontro presuppone un
dialogo drammatico, con l’emergere di cupe sensazioni di dolore, angoscia,
nostalgia, stupore nell’animo della madre, la quale pensa di scacciare la
morte che le ha rapito i figli e che adesso – questo è il suo
presentimento- è venuta a prendere anche lei, presentandosi alla sua porta
con la voce della figlia.
L’epilogo,
incredibilmente tragico e luttuoso, è suggellato dalla morte di entrambe,
strette nell’abbraccio che le lega nel loro ultimo sospiro e che allude al
loro legame indissolubile in una dimensione ultraterrena dove,
ricongiungendosi ai loro cari, sarà ricostituito il nucleo familiare
dissolto sulla terra.
I tre versi che
costituiscono la conclusione della ballata sono unità particolarmente
toccanti, sia in virtù degli effetti sonori, prodotti dalla ripetizione di
due parole ( e jëma e e bila, madre e figlia), per
tre volte all’interno di questi ultimi tre versi, sia per via della
penetrante sensazione visiva, prodotta dall’immagine delle due donne
strette nell’abbraccio, come in un monumento scultoreo.
Del resto,
l’epilogo tragico si configura come la sola possibile conclusione logica
della costante tensione drammatica che percorre la ballata, tensione che
inizia con la prodigiosa resurrezione di Costantino dalla tomba e con il
sovrumano viaggio di ritorno alla casa natia, e che si sviluppa come
conflitto irresolubile tra la vita e la morte, unite adesso sulla scia
della perseveranza della madre e del desiderio della sorella di ritornare
nella cerchia familiare. La morte della madre e della figlia unite
nell’ultimo abbraccio rappresenta la dimostrazione del trionfo della vita
sulla morte. L’obiettivo tematico del motivo della ballata del fratello
morto, infatti, è l’adempimento della promessa di Costantino e il relativo
ritorno a casa della sorella. Dal momento che questo fine viene
raggiunto, sia anche per via di una conclusione tragica e funesta, allora
il senso profondo degli ideali dei protagonisti della ballata si considera
realizzato come trionfo morale sulla morte stessa.
Infatti, nonostante
la consapevolezza della tragicità, la ballata albanese reca in sé traccia
di una certa felicità, di una gioia di vivere insita nell’animo puro e
spontaneo del popolo, come testimonia l’atmosfera festosa dei giochi dei
bambini e delle danze delle ragazze, in cui è coinvolta la stessa
Garentina.
Per quanto riguarda
la figura dell’eroe assoluto della ballata, Costantino, si rileva una
psicologia molto complessa. Innanzitutto in lui sono racchiusi gli
elementi che testimoniano l’evoluzione sociale in atto, la trasformazione
di alcune consuetudini tradizionali e l’introduzione di fenomeni
innovativi e non sempre unanimemente accettati, come l’istituzione del
matrimonio esogamico. Proprio il più piccolo dei fratelli, infatti, si fa
sostenitore del processo trasformazione sociale, pur costituendo un ponte
d’aggancio alla salda mentalità tradizionale e conservatrice del suo
popolo, a cui, del resto, anch’egli è profondamente e imprescindibilmente
legato. Sebbene, da un lato, si dichiari favorevole alle nozze della
sorella con uno straniero e, addirittura s’impegni affinché anche la madre
dia il suo consenso, dall’altro dà la propria disponibilità ad esaudire la
volontà della madre di riavere accanto la figlia in qualunque circostanza,
mettendosi dunque al servizio dell’ideologia popolare tradizionale
incarnata dalla madre stessa.
Nella vita di molti
popoli, alcune delle norme etiche con origine più profonda hanno creato
precisi fenomeni etno-psicologici che rappresentano la componente costante
del modo di comportarsi e di agire dell’individuo e della collettività.
Per quanto riguarda il popolo albanese, un tale fenomeno è costituito
dalla besa, che si è guadagnata un posto specifico nel suo mondo
interiore e nelle sue convenzioni sociali, inizialmente come espressione
dell’impegno morale dell’individuo, poi come norma giuridica del diritto
tradizionale, e ancora come componente essenziale della sua
etno-psicologia. Nel corso della storia albanese, essa ha svolto anche la
funzione di istituzione mobilitante nella formazione della nazione,
qualificandosi come presupposto ideologico già nella lotta contro il
dominio ottomano e tutti gli occupatori stranieri, e successivamente
durante le vicende della Rinascita Nazionale del XIX secolo, fino alla
Guerra di Liberazione Nazionale del XX secolo. Ancora oggi la besa
presuppone valori che condizionano le azioni e i comportamenti degli
individui, e che contraddistinguono la mentalità albanese da quella delle
altre etnie della stessa area. Non mantenere fede alla parola data
costituisce una delle colpe più gravi nell’ideologia di questo popolo, una
mancanza che fa perdere l’onore e priva il colpevole del rispetto che la
società riconosce a ciascun individuo in virtù del Kanun. (Kanun
di Lek Dukagjini: Diritto consuetudinario che, assieme al principio della
sostanziale uguaglianza fisica e morale tra le persone, e della libertà di
agire secondo il proprio onore e la propria coscienza civile entro i
limiti della legge, riconosce l’onore, l’ospitalità e la besa come
i cardini della vita individuale e collettiva nella società
eroico-patriarcale albanese).
Fondamentale dunque
è il ruolo che la besa svolge all’interno della ballata popolare
del fratello morto, nota appunto anche come ballata della besa,
nella quale, innescando e condizionando le azioni e i comportamenti del
protagonista, si giustifica in primo luogo come obbligo morale che deve
assolutamente essere rispettato, poichè la sua inosservanza esclude tutti
gli altri valori dalla vita del trasgressore.
Come virtù che
caratterizza di solito le figure dei giovani e come causa scatenante della
conclusione tragica in virtù dell’inesorabile obbligo del suo adempimento,
la besa rappresenta in modo particolare quegli individui che si
distinguono per sincerità e per prontezza al sacrificio, eroi che, per via
del loro particolare vigore morale, sono chiamati a stravolgere le norme
sociali canonizzate e realizzare un nuovo ideale di umanità.
Nonostante la
conclusione tragica della ballata, dunque, la besa opera in vista
di una generale umanizzazione della vita dell’uomo, per mezzo del
consolidamento della sua volontà, delle sue virtù e in generale dei suoi
sentimenti. Il rafforzamento della volontà non subisce alcuna imposizione
esterna, ma deriva dalle spinte interiori dell’individuo, il quale assume
su di sé un compito importante e gravoso, per mezzo del quale modella e
consolida il suo carattere; l’inosservanza della promessa fatta, per
contro, presuppone la sua degradante debolezza di spirito.
Il motivo della
besa, dunque, deve essere riscoperto alla luce della sua ripercussione
sulla particolarità etnologica del popolo albanese, considerando i suoi
effetti nelle relazioni familiari e sociali.
Dalla ballata del
fratello morto si può recuperare l’espressione più sensibile che la
besa produce nello spirito dell’eroe, il quale si sente
incondizionatamente chiamato a tenere fede alla sua parola, persino dopo
la sua stessa morte: il rispetto della besa ha un vigore tale da
far risorgere il morto dalla tomba. Quest’aspetto si ripete in tutte le
varianti albanesi della ballata, sia nella madrepatria, sia presso gli
Arbëreshë d’Italia.
Il significato
della besa, inoltre, contraddistingue la ballata del fratello morto
d’origine balcanica dalle ballate sorte in ambito europeo.
Il mantenimento della parola data può
essere considerato il filo conduttore dell’intera vicenda, tanto nelle
versioni balcaniche quanto in quelle nord-europee, seppure con una diversa
sfumatura psicologica, morale e motivazionale: mentre nelle ballate
balcaniche la causa scatenante del ritorno dell’eroe consiste nella
promessa fatta alla madre di ricondurre a casa la sorella, sposata in
terre lontane, in qualsiasi circostanza l’avesse voluta vicina, nel
rifacimento in ambito nord-europeo il movente del ritorno dell’eroe è pur
sempre collegato ad una promessa, ma questa volta sono in ballo i
sentimenti tra due giovani innamorati. Inoltre, se nella leggenda
medioevale, la decisione di portare a termine l’impegno assunto si
ricollega allo spiccato senso dell’onore diffuso tra le antiche
popolazioni e all’invocazione o alla maledizione materna, nella ballata
legittimata nel contesto romantico europeo è la forza indomabile della
passione e dei sentimenti che accende nell’eroe il desiderio di compiere
la sua impresa.
La ballata del
fratello morto conserva nel tempo un fascino indiscutibile.
L’ultimo cantore di
turno risulta essere
Ismail Kadare, scrittore albanese
contemporaneo, all’interno del romanzo Kush e solli Doruntinën?
(Chi ha riportato Doruntina?), pubblicato nel 1980, nel quale ritroviamo
il filo conduttore originario della ballata medioevale, il mantenimento
della besa, a cui si legano gli elementi innovativi e moderni del
genere romanzesco, e nello specifico del romanzo giallo, con connotazioni
oniriche e gotiche, e l’aggiunta di dettagli a carattere documentario,
consentendo l’inserimento dell’evento prodigioso all’interno della realtà
concreta.
La narrazione
prende l’avvio dall’indagine che il capitano Stres –immagine speculare
dello stesso Kadare- compie sulla morte improvvisa di Doruntina Vranaj e
della madre, in seguito al misterioso rientro, dopo tre anni d’assenza,
nella casa materna, della ragazza andata sposa in un paese molto lontano e
sulla cui sorte finora non era giunta nessuna notizia. La ragazza, anziché
gioire per il tanto atteso ritorno a casa, viene colta da un’improvvisa e
letale emozione, ricollegabile apparentemente all’improvvisa scoperta
della morte di tutti e nove i fratelli; ma in realtà provocata dalla
rivelazione che a ricondurla a casa sarebbe stato il fratello Costantino,
morto anche lui. L’ipotesi del suo ritorno assieme al fratello morto,
accettata con piena fede dai cantori della ballata, non può essere
facilmente avallata da Stres, spirito positivista e chiuso nel suo mondo
burocratico, mentre trova appiglio tra il popolo, le cui dichiarazioni
risultano assurde e irritanti agli occhi del capitano, che si propone di
far luce sulla vicenda, sia per onore del vero rispetto alle superstizioni
popolari, sia in virtù del suo ruolo professionale, ma anche in nome
dell’antico sentimento che egli stesso aveva nutrito per la ragazza.
Tuttavia, nel corso della narrazione la sua determinazione vacilla e si
abbandona anch’egli alla propensione popolare per l’evento prodigioso,
restando così fedele alle tradizionali concezioni etno-psicologiche del
suo popolo, ma tradendo l’onorabilità professionale.
Emblema
dell’indissolubile legame dell’individuo con l’ideologia mitologica in cui
si rispecchiano i principali valori morali del popolo albanese, è il
rifiuto di accettare la confessione di un commerciante di icone circa il
rapimento consensuale di Doruntina.
La collocazione
della vicenda in una dimensione reale porta all’individuazione di ipotesi
oggettive per la soluzione del giallo del ritorno della ragazza.
Essendo impostato
sulla domanda di fondo -chi ha riportato Doruntina?– il racconto si
caratterizza per la crescente tensione alla scoperta della verità, per
mezzo della formulazione di una serie di ipotesi che, qualora comprovate,
possano discreditare la credenza popolare della venuta dello spettro in
correlazione alla realizzazione di particolari obblighi morali
dell’individuo, come quello del mantenimento della parola data.
Oltre alla
supposizione che Doruntina possa essere stata ricondotta nella casa natia
da un truffatore o addirittura da un amante, si insinua persino il
sospetto che lo stesso Stres possa esserne responsabile, data la sua
assenza all’inizio del romanzo e la rivelazione dei sentimenti che, in
gioventù, l’avevano avvicinato alla ragazza. Il dubbio non troverà mai
chiarimento. Inoltre, in conseguenza del prevalere del significato
ideologico, la tensione al raggiungimento della verità si va affievolendo,
e la scomparsa conclusiva del capitano stesso, ne è la conferma.
Anche nel romanzo,
dunque, la dimensione mitologica propria della ballata s’impone alla fine
su quella reale, e comporta la definitiva risoluzione della vicenda
nell’accettazione dell’impossibile e del prodigioso, come sublimazione
della sfera emozionale del popolo albanese.
Giovanna Nanci
Questo testo è apparso
sulla rivista
Catanzaro Arberia