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La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

LE CONDIZIONI DELL'ARCHIVIO COMUNALE DI CERZETO

di Oreste Parise

(Articolo pubblicato su Mezzoeuro)

Lasciata l'autostrada all'uscita di Torano, per raggiungere Cavallerizzo si percorre la provinciale per San Marco Argentano. Si inerpica lungo i pendii dei contrafforti della Catena Costiera in una serie di tornanti. Arrivati al cimitero di Cerzeto, immerso nell'ombra di maestosi castagni secolari ed il verde delle felci, si sente un'aria familiare. Si veniva qui sopra Triculuri per raccogliere l'erica, e per qualche picnic "fuori-porta", preparando una kandoja tra un tronco e l'altro degli alberi. Nel periodo pasquale amici e parenti stretti "mirreshin me riqe". Per rinverdire amori sopiti e amicizie affievolite, si appendeva alla porta un un bouquet di fiori di erica. 

Salutato i familiari che vi riposano si prosegue. Un centinaio di metri oltre, dove l'ebbio si confonde con il sambuco per la sua maestosa crescita, vi è la Pizzeria Melania, aperta da qualche anno. È ancora li, intatta e spettrale, sul bordo della frana, che l'ha lambita senza scalfirla, in attesa dei suoi clienti, chiedendosi perché l'hanno abbandonata. Le porte e le finestre amorevolmente serrate, l'ingresso ancora pulito e curato.

Sul ciglio opposto l'antica fonte Taraban, da dove sgorga una acqua fresca, segna l'ingresso del paese provenendo da Sud. Una sosta è d'obbligo per bere un sorso aiutandosi con il palmo della mano. Lo scolo dell'acqua si riversa in una antica cibia, utilizzata per annaffiare gli orti sottostanti, dove crescono rigogliosi il capelvenere, la saponaria e la coda cavallina.

Quel 7 marzo di un anno fa sbuffava furente impetuosi getti d'acqua da ogni poro con un gorgoglio impetuoso e turbolento. Segnalava che le viscere della terra erano impregnate d'acqua che aveva invaso ogni anfratto, ogni cavità sotterranea per emergere in superficie trasformando la terra in una melma viscida, fuoriuscita con grande violenza per liberarsi di quel peso insopportabile. La terra si era svuotata all'improvviso scrollandosi di dosso alberi e case.

Oggi Taraban segna la fine dell'universo, di quell'universo. Proprio all'altezza della fontana vi è oggi il cancello che impedisce l'accesso all'abitato, un cancello fragile nella sua materialità, ma terrifico nella sua ineluttabilità che riecheggia il monito dantesco: "perdete ogni speranza voi ch'entrate..." Si prosegue lungo un percorso tortuoso. A destra un ripido pendio adornato dalla ginestra, mentre sulla sinistra il ciglio assolato è  infestati dal cocomero asinino, con la sua capsula verde che i ragazzi si divertivano a far esplodere nel rito ripetuto tante volte dello struscio quotidiano per riempire i pigri pomeriggio estivi. I suoi semi mucillaginosi si dirigono verso un edificio sottostante.

Appare subito alla base di un dirupo, un precipizio. Sul fondo si intravede quel edificio semidiruto, piegato su sé stesso, con i muri spaccati, porte e finestre sgangherate, i vetri rotti, il tetto inclinato. I muri di recinzione mostrano crepe sempre più profonde. Siamo nella zona rossa, quella di maggior pericolo, di una frana attiva. Un lento movimento sta trascinando tutto a valle, facendo contorcere gli edifici, aprendo crepe e falle. Come un tremendo drago inghiotte tutto facendolo sparire in un abisso senza fondo. "Ronzi" veniva chiamato nel senso di palude, acquitrino per descriverne la fragilità, per metterne in evidenza il pericolo. In quel luogo non si costruisce avvertivano i vecchi. In quel luogo è stata costruita una scuola, negli anni settanta, poi una abitazione di più piani che oggi con le loro contorsioni continuano a chiedere inutilmente aiuto, a gridare vendetta per l'insipienza dell'uomo.

Quale interesse potrebbe avere un edificio sgraziato, di costruzione recente, senza alcuna evidente qualità architettonica? Ma se superata la resistenza iniziale ed il divieto assoluto di avvicinarsi attraverso le finestre con i vetri rotti si notano scaffali metallici, alcuni in piedi, altri crollati per terra, stracolmi di faldoni di documenti. È l'archivio del Comune di Cerzeto, sistemato con grande fatica qualche mese prima della frana dopo un peregrinare in locali di fortuna. Aveva trovato la sua sistemazione definitiva. Proprio definitiva, poiché vi è più di un dubbio che possa sopravvivere ai piovosi inverni, all'impeto del vento, alla voracità dei piccoli topi di campagna. Le zoccole sono scappate da tempo seguendo le orme dell'uomo per cibarsi dei suoi rifiuti. Una documentazione fotografica dello stato dell'archivio comunale realizzata il 14 maggio 2006 la si può trovare al sito www.oresteparise.it .

Continua una sorte di maledizione, un anatema che colpisce i popoli senza terra condannati ad una esistenza senza storia, senza documentazione, che deve affidare la propria memoria alla "memoria", alla tradizione orale, alla trasmissione di padre in figlio della piccola e grande epopea di un popolo. Ma la dispersione attuale delle comunità rende difficile, se non impossibile, la perpetuazione di questo sistema di trasmissione della cultura. Si rischia di perdere completamente traccia degli eventi passati. Si deve fare affidamento all'esterno, per non dire agli estranei per poter conservare traccia degli eventi.

Si tratta di documenti che riguardano una piccola comunità, ma che potrebbero avere interesse per la magistratura che si dice sia impegnata nella ricerca della verità. Nessuno ha mai visto un ufficiale giudiziario richiedere documentazione ammassata alla rinfusa nei corridoi, sugli strumenti urbanistici, la realizzazione degli edifici pubblici travolti dalla frana. Si indaga, forse. Mentre la documentazione cuoce al sole o viene sparsa dal vento.

C'è chi si affanna a documentare della comunità lacerata, raccogliendo testimonianze e documentazione fotografica come Vito Teti,  professore straordinario di Etnologia presso l'Università della Calabria, direttore del Centro di Antropologie e Letterature del Mediterraneo. Sta svolgendo una opera meritoria ed imponente per impedire che l'abbandono dei luoghi si trasformi nella cancellazione di ogni traccia della presenza antropica sul territorio. A Cavallerizzo è stato presente dal primo giorno con il suo gruppo di giovani ed è oggi uno straordinario archivio vivente.

La sua opera di sensibilizzazione si estende a tutti i luoghi abbandonati, delle mille tracce di insediamenti sparsi sul territorio calabrese che si sono trasformati in paesaggi spettrali, luoghi inaccessibili. Abbandono che ha coinvolto non solo i centri abitati ma anche il paesaggio rurale, le risorse della terra che sono state colpite da una sorte di maledizione. Pochi giorni fa, è stato direttamente colpito dalla tragedia che ha investito la Frazione di Longobardi e Pennello di Vibo Marina. Il violento nubifragio ha colpito anche il suo paese natale, San Nicola da Crissa. L'impeto delle acque ha cancellato il suo orto minacciando la sua casa. Si è ancora una volta evidenziata la fragilità delle nostre difese di fronte alla virulenta vendetta della natura nel suo imperturbabile incedere che travolge qualsiasi ostacolo posto dall'uomo. Un tragico e duro guidrigildo secondo le antiche consuetudini longobarde codificate nell'editto di Rotari, che non si è limitato alla semplice riparazione attraverso i danni materiali causati, ma ha preteso un terribile tributo di vite umane. Fiumiciattoli che non hanno l'onore di una menzione sulle carte geografiche improvvisamente diventano importanti. Il fiume Abate, l'Ancinale con il loro straripamento ed il cumulo di detriti che trascinano a valle sgomitano per un quarto d'ora di notorietà.

Raccoglie l'acqua di un fiume impetuoso con un cucchiaio Vito Teti, lottando contro il disinteresse e l'incuria di una amministrazione comunale che da più di un anno non ha avuto il tempo e la voglia di occuparsi del recupero dell'archivio.

È una storia che si ripete. I registri comunali di Cerzeto sono finiti in cenere negli anni trenta del secolo scorso per un violento incendio, chissà se doloso o dovuto a cause accidentali. Solo la lungimiranza di Giocchino Murat ha consentito di poter conservare qualche brandello di memoria. La legge comunale del 1806 aveva imposto la duplicazione dei registri in tribunale e prefettura. Questo ha consentito di poter reperire i documenti più importanti oggi disponibili nell'Archivio di Stato di Cosenza. Altro materiale, come la corrispondenza ad esempio è andata completamente distrutta. Non vi traccia del vitalizio che questo piccolo comune aveva concesso a Giuseppe Garibaldi dopo il suo ritiro a Caprera.

Vi hanno pensato i mormoni con la microfilmatura di tutti i documenti conservati negli archivi, per aiutare la ricomposizione delle famiglie al momento dell'Apocalisse. Hanno creato una imponente biblioteca  a Salt Lake City in Utah, contenente l'Indice Genealogico Internazionale ed il Repertorio generale dei microfilm e dei libri, Da essa dipendono i centri locali, uno dei quali è a Cosenza, in Corso Fera (già Corso d'Italia).

I gravi danni subiti dalla Chiesa di San Giorgio di Cavallerizzo hanno costretto alla sua chiusura per molti anni. I registri parrocchiali, gli unici che possono fornire informazioni sul periodo precedente quello napoleonico, sono stati abbandonati in sacrestia, alla mercé delle intemperie e dei malintenzionati. Magari solo ragazzi che allegramente riducevano a pezzettini i registri di battesimo. Per gioco, per ammazzare il tempo. Sono stati - in parte - salvati dalla curiosità di un pizzaiolo che li aveva presi per qualche salace commento sui loro omonimi contemporanei. Per fortuna l'Archivio della Diocesi di San Marco Argentano riesce in parte a rimediare all'incuria. 

La situazione di Cavallerizzo può considerarsi eccezionale, ma non molto migliore risulta la condizione degli archivi delle altre parrocchie di Cerzeto, dove si conserva una documentazione scarsa e poco significativa.

Tutto ciò che dipende dall'esterno mostra una vitalità, tenta un riscatto culturale e materiale di una comunità. Reazione che contrasta violentemente con l'immobilismo e l'attendismo dell'amministrazione locale. Nessuno dei problemi piccoli e grandi che non hanno trovato una soluzione in qualche autorità esterna è stato affrontato, non è stata formulata alcuna proposta, tentata nessuna soluzione. Al contrario si è acuito il contrasto con gli sfollati che subiscono il disagio della loro condizione di estraniamento, della difficoltà di trasformare una provvisorietà in una condizione vivibile. L'incuria e l'incapacità di concepire una qualsiasi proposta per la ricomposizione della proprietà fondiaria, la perdita di patrimonio rurale si somma a quella immobiliare. Quest'ultima è certamente prioritario, poiché bisogna assicurare un tetto a tutti gli sfollati, ma un borgo è un mondo indissolubilmente legato al suo contado, le sue colture, i prodotti dell'orto, la raccolta dei funghi e delle bacche nei boschi.

La ricostruzione va avanti, per impulso e merito della Protezione Civile, che si è fatta carico della ricostruzione. Una procedura un po' insolita, considerato che questo compito avrebbero dovuto svolgerlo la rappresentanza istituzionale della comunità colpita, che si è dimostrata totalmente insufficiente ed impreparata rispetto a questo compito che trascende l'ordinaria amministrazione. Il tentativo di ricreare oltre che l'intrico urbano, l'intreccio di rapporti interpersonali che caratterizzavano le "gjitonie" appare piuttosto come una conquista calata dall'esterno, una superfetazione culturale esogena piuttosto dovuta alla sensibilità dei progettisti e dei responsabili della ricostruzione.

In particolare, un plauso merita il Commissario Guido Bertolaso per l'impegno profuso e la tenacia con cui continua a sostenere una causa nell'incalzare di sempre nuove e drammatiche emergenze. Accorso a Vibo per rincuorare i nuovi sfollati di un'altra tragedia di questa terra fragile per la difficile orografia e la sciagurata azione dell'uomo, che non rispetta gli argini, se ne infischia dei naturali scoli d'acqua piovana, ricopre i pendii di ardite costruzioni, occupa i litorali. Il pericolo è che le nuove e più pressanti emergenze possano derubricare la ricostruzione di Cavallerizzo a problema non prioritario. Pericolo acuito dall'inconsistenza di un governo locale che non appare in grado di difendere adeguatamente gli interessi della collettività. Non una sola parola è stata spesa per la diffusione di una cultura urbanistica, della necessità dell'assoluto rispetto della normativa edilizia, di un completo ripensamento della politica urbanistica. Il territorio del comune è stato stravolto e la ricostruzione produrre una completa rivoluzione nei luoghi e nelle direttrici dello sviluppo. Una amministrazione incapace di farsi carico di questa impellenza culturale è "unfit", inidonea ed incompetente al ruolo che è chiamata a svolgere in questo momento storico della vita del comune.

L'unico organismo che dal basso difende gli interessi della popolazione colpita è il "Comitato Civico" che sta prodigandosi per agevolare l'iter della ricostruzione con una opera di sensibilizzazione della comunità. Sotto il suo impulso  la stragrande maggioranza ha dato la sua adesione per la cessione delle sue proprietà all'atto della consegna della nuova abitazione. Questo potrà consentire alla impresa Zinzi aggiudicataria dell'appalto di poter iniziare i lavori entro il corrente mese di luglio, dando priorità alla zona artigianale in località "Colombra". La sua opera già meritoria non può essere dilatata ulteriormente senza mettere a repentaglio l'ottimo lavoro svolto. Restano tuttavia senza alcun tentativo di soluzione il problema delle proprietà fondiarie, della rigenerazione di tutto il territorio che non può essere lasciato alla autorigenerazione naturale che richiede un tempo lungo. Troppo lungo per impedire che una sorte simile si abbatta su Mongrassano. Sarebbe necessaria una opera di ingegneria naturalistica per ricucire le ferite, recuperare produttivamente i circa 500 ettari abbandonati. Sarebbe il caso di tentare un esperimento pilota che costituisca un benchmark per tutte le situazioni a rischio ambientale della regione.

Cavallerizzo va ad aggiungersi alla lunga lista dei centri abitati spariti nel nulla. Per fortuna rivivrà nel nome "altrove". Come afferma Vito Teti, "l'altrove non ha soddisfatto come si credeva". Potrà avere una continuità se avrà memoria, se non perde la sua identità culturale, se riesce a non disperdere l'intreccio di relazioni interpersonali che costituiscono un unicum in ciascun borgo.  La stragrande maggioranza della comunità ha percepito la necessità di ricominciare "altrove" con la contenuta nostalgia di chi si vede costretto a guardare avanti, a proiettarsi nel futuro per sé e per i propri figli, ma vive nel suo cuore l'angoscia dell'abbandono. In questo caso si tratta di un altrove vicino, quasi contiguo, che tuttavia incontra la tenace resistenza di una sparuta minoranza che si oppone con tutta la forza della disperazione al trasferimento.

Vi sono tanti motivi di speranza, il cammino della speranza non si è interrotto. Gli "altri" non hanno abbandonato Cerzeto e la ricostruzione è possibile con un metodo ed un sistema che potrebbe avere un impatto molto positivo sulla capacità di poter affrontare le emergenze senza lasciarsi intrappolare dal metodo "INA-CASA", dalla trappola delle brutture edilizie, una edilizia di necessità che ha deturpato il paesaggio urbano dell'Italia. 

Restano e resteranno irrisolti altri nodi, altre esigenze che non potranno trovare soluzione senza ipotesi e costruzioni programmatiche che devono porsi fuori dagli schemi. Vi è una mancanza di rappresentatività della classe dirigente locale, una incapacità di uscire dalla strettoia della amministrazione ordinaria. Si crea una dipendenza totale dall'esterno, una richiesta di aiuto allo Stato, alla regione, alla Provincia, all'Università, una incapacità di ritrovare in sé stessi la voglia di costruire, di cominciare un percorso, di immaginare un futuro.

Chi dovrebbe provvedere a salvare l'archivio? L'UNESCO o il sindaco?

Oreste Parise

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