FESTIVAL IERI... E OGGI?
di Natale Vacalebre
E’ sempre bello ricordarsi,
prendere coscienza di far parte di una minoranza culturale viva, attiva e
prolifica come quella arbereshe.
Ci si sente non dico diversi,
ma quantomeno particolari e, a modo nostro, originali.
Sì, poiché la nostra cultura è
davvero originale, in quanto la si può considerare perfetta fusione di due
sfere speculative diametralmente opposte, ovvero la tradizione e il
progresso, e questo, nella storia delle arti, è sempre stato indice di
genialità. Basti pensare idealmente a Giotto in pittura o a Giuseppe Verdi
in musica, che in opere come le “Storie di Francesco” e “Un ballo in
maschera” hanno saputo stabilire una sinesi tra memoria e
novitas tale da elevarli a massimi esempi del genio artistico
mondiale.
Ora, per tornare alle nostre
comunità, anche la cultura arbereshe possiede tali caratteri distintivi e,
tralasciando personalità mitiche come De Rada o Variboba, a tal proposito
ricordiamo, ultimi esempi, il prof. Francesco Altimari, eminente studioso
di letteratura e filologia albanese, e Carmine Abate, oramai affermato
protagonista della scena letteraria italiana, di recente insigniti,
rispettivamente, dei premi “San Demetrio” e “Arberia”.
Ma le qualità che poc’ anzi ho
citato, per rendere davvero viva e originale una cultura, non dovrebbero
riguardare solo le singole personalità ma soprattutto le manifestazioni
collettive, ovverosia quei momenti di vita propulsiva in cui dovrebbe
aleggiare il sentimento di appartenenza ad un medesimo modus vivendi
, quei momenti in cui la partecipazione degli individui dovrebbe
davvero essere l’anima di una realtà culturale.
Ma, ahinoi, così non è, e ce ne
accorgiamo ogni anno quella sera d’agosto durante la quale ci si raccoglie
nella bella cornice del collegio di Sant’ Adriano per assistere alla
“Festa më e madhe çë ka Arbëria”, alias il Festival della canzone
arbëreshe. Una manifestazione in potenza eccezionale, ma in realtà statica
e priva di quel richiamo artistico che dovrebbe contraddistinguerla. Ma
non si creda che questa sia la polemica gratuita di un ragazzo troppo
avvezzo alla vita di piazza e quindi imbevuto della conseguente velleità
della “critica facile”, anzi, questo è solo un semplice commento su una
realtà che vive oggi dietro la maschera della sua gloria passata, maschera
ormai abbastanza deteriorata da far intravedere chiaramente le crepe del
tempo.
Molti se ne sono accorti e il
sottoscritto rientra fra questi. Sono già trascorsi cinque anni dalla
prima volta in cui feci parte della giuria del Festival e in cinque anni
non ho mai capito perché la stragrande maggioranza dei cantanti deve
eseguire i brani con l’ausilio di una base musicale registrata al posto
degli strumenti. Credo che questo sia l’unico festival canoro a livello
interregionale che nel suo regolamento non imponga ai partecipanti
l’obbligo di eseguire anche strumentalmente le canzoni in gara.
Forse i partecipanti hanno un
po’ di paura, pardon, terrore a prendere in mano una chitarra e suonare le
note dei propri pezzi?
O gli organizzatori temono che
questa gravosa imposizione scoraggi le persone a partecipare?
Mistero ancora irrisolto.
Sappiamo, poi, bene che il
nostro è un festival al quale partecipano composizioni musicali in “stile”
arbëresh, basate, cioè, sui canti e le melodie della tradizione.
Personalmente credo che la
tradizione da sola non basti, come ho detto prima, a caratterizzare una
cultura, e la nostra cultura di certo non è incapace di progredire o di
adeguarsi alla contemporaneità che ci circonda.
Il Festival, poi, non è
sicuramente una manifestazione folkloristica. Ma allora perché da ventisei
anni si ascoltano sempre le stesse nenie, gli stessi tristi, lenti
ritornelli, i sempre identici lule, mall, zëmër?
Non si è proprio capaci di
rinnovare il repertorio? Si parla tanto di portare i giovani a prendere
coscienza della propria identità culturale, di attirarli per far capire
loro che la nostra è un’etnia ancora viva e pulsante.
Ma coloro che dovrebbero
rappresentare il futuro preferiscono starsene in piazza a bere piuttosto
che, cito testualmente, “andare a sentire quel mortorio”. Ma, mi si dirà,
la canzone arbereshe ha per sua natura questi tratti distintivi;
d’accordo, ma non si può pensare di rimanere aggrappati ad elementi
musicali e interpretativi obsoleti per l’eternità.
Anche i celti delle regioni del
nord Italia hanno le loro tradizioni musicali, ma questo non ha impedito
loro di guardare al presente e di rinnovarsi facendo divenire un festival
di paese come “Trigallia” la più importante manifestazione di musica
celtica dell’ Europa meridionale.
E’ mia opinione (ma non solo)
che il Festival potrà considerarsi la più grande manifestazione culturale
dell’ Arberia solo quando l’intera comunità arbëreshe si riconoscerà in
esso, ovvero quando anche i giovani andranno a vederlo e sentirlo, con
piacere. Sino ad allora rimarrà l’ombra di quel momento magico nato una
sera d’agosto de 1980.
Natale
Vacalebre