ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëvet të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
Ndërhyrje kulturore / Interventi culturali
 

IL GEROGLIFICO E IL LABIRINTO

Katundi u mblli: il paese si è chiuso, così si dice in arbërisht quando si vuol significare la morte di una comunità, ‘chiuderla’ come si chiude una porta e il paese ha una porta. In molti paesi italo-albanesi si dice così per indicare una situazione di spopolamento in atto. Cerzeto è ufficialmente vivo ma in realtà è un paese vuoto con le strade vuote, molte porte e finestre chiuse, serrate: qui e là nelle gjitonie si sente qualche voce surreale di televisore a tutto volume. Si può gironzolare con curiosità per vedere com’era la sua anima, … invece se si sale verso l’alto a pochi chilometri si incontra Cavallerizzo, il paesino dove un anno fa c’è stata una frana gigantesca. Qui le cose cambiano, l’ingresso del paese è veramente chiuso da una rete gialla e una porta di ferro con catenaccio non fa accedere all’interno. Katundi u mblli veramente. A dieci metri c’è il cimitero, rimasto fuori dalla rete di cinta, sembra che solo i morti abbiano saputo scegliere una zona non franosa: un locus sacro, un simulacro fra i castagneti, nel silenzio rotto dal rumore continuo dell’acqua, simile ad un rombo sordo. Il silenzio geologico, siderale, del paesaggio ha come colonna sonora questo scroscio. Accanto al ridere dell’acqua, all’acqua chiara e gioiosa delle fontane, qui si è fatto largo ora  un’inquietante archeologia dell’acqua, alla sua azione nefasta, all’aspetto tenebroso, superlativamente mortuario, diceva Poë. L’acqua si è trasformata da ‘divenire idrico’ eracliteo in acqua cupa che rimanda al viaggio senza ritorno: è clessidra definitiva, materia della disperazione, acqua legata alle lacrime …un giorno dell’anno 2005. Cavallerizzo è dietro una curva e bisogna tornare indietro per vedere l’ex paese, le casine inclinate, scheletrici e grigi pilastri di cemento e ferro, come zampe di galline o palafitte preistoriche, che sono scivolati giù per la frana. Sembra uno strano presepe al quale un sortilegio ha tolto la parola, la montagna è alle sue spalle e a destra attonito un altro paese nella sua impertinente stabilità. Dalla balconata di uno strapiombo si vede frontalmente il paesino pudico di Cavallerizzo che sta zitto, mostra le finestre aperte, le tendine ancora in ordine, i colori tenui dei muri, colori ovattati, pastello, teneri e la montagna sorniona minacciosa alle sue spalle. La storia e il passato accumulati in una progressione secolare ora sono un eterno istante, immobile: un flash con gesti, pensieri, il fare quotidiano, potentemente schiacciati e rappresi in solitudine, vuoto, silenzio, acqua, ferite, stigmate, attesa e sospensione infinita e desolante. La foto del panorama e del paese è come una pellicola estatica caduta dall’oggetto reale ma morto, è la catastrofe non alla fine della sua azione distruttiva ma sublimata nel suo momento più spettacolare. L’irreale è ora pura realtà geologica. La comunità delle case con le sue vatre-focolari, le gjitonie, ora si è liberata del suo s/oggetto umano, è introversione, misterioso geroglifico, assenza di parola. I segni impastati di cultura ora stanno per dialogare con le felci, i rovi ferrat, forse bizzarre rose canine spunteranno con la gramigna nello sheshi-piazzetta, l’architettura obbedirà ai perastri, ai castagni.  La scenografia è la mestizia, un vuoto pieno di timore, pudore, tinte marrone e verde, gorgoglianti sorgenti, ferite d’argilla aperte tra l’erba dei prati. Non può accadere null’altro oltre ciò che è accaduto! Da Cerzeto si osserva questa strana cartolina mentre accanto si avverte la primavera nelle ventate dei profumi dei glicini. Ovunque scorre acqua, ovunque ci sono sorgenti con Ninfe: le Zane orientali che stanno lì dalla notte dei Tempi. Questa è la cifra del territorio. Cavallerizzo è un paese aperto ma u mblli non è più vivibile, è chiuso. Solo in lontananza si può ammirare, spettrale. La distanza crea oblio, rispetto, riflessione ma anche memoria, una lunga ed eterna pausa per raccogliere storie, favole, emozioni, miti, infanzie ed innamoramenti, nascondini, giochi nelle gjitonie, i giardinetti con fiori da ‘accudire’. Un immane trasloco della memoria stanno compiendo gli abitanti della nuova diaspora di Cavallerizzo. Forse è necessario inventare una banca, la banca dei sogni e dei racconti. Lì depositare e dare asilo ai sogni, ai desideri, alle storie minime. Qui sta nascendo un nuovo ‘Tempo Grande’, si stanno forgiando miti e divinità, dai vecchi e con i vecchi si plasmano i nuovi. Non c’è Skanderbeg, non c’è un eroe, ma di sicuro si tratta di un’epopea leggendaria. Siamo alle origini del mito ma al di là della nostalgia! Il trasloco dei sogni, dei desideri, degli incubi, degli occhi delle ragazze innamorate, della creatività di quel pugno di case avviene con scrupolo e meticolosità. Cavallerizzo: paese dalle mille sorgenti ora ha i morti che stanno alla porta del paese a vigilare e che dicono ai vivi di essere radicali testimoni della vita. L’etnologo Vito Teti, come un rabdomante si aggira dalla prima ora tra la gente, raccogliendo storie, sogni, incubi, progetti, date, nomi, luoghi, incontri burocratici. E sperimenta la limitatezza dei mezzi materiali a disposizione per raccogliere quella realtà: fogli di carta, registratori hifi, hand-camera, … la sua voce, i suoi occhi, il suo corpo. La comunità trasforma l’etnologo in mezzo di comunicazione e narrazione stessa. Io dico che nel DNA di Cavallerizzo ci saranno di nuovo le gjitonie, gli amuleti cromatici del Marsi, nuovi comparaggi, relazioni e patti, giuramenti e feste che faranno ritornare le persone. Così va il mondo nel sud e nel Mediterraneo e così sarà. All’etnologo hanno donato un cestino di paglia intrecciata, tovagliolo merlettato con i dolcetti tondi, le foglie di limone … per me somigliava all’ardita cupola della moschea blu di Costantinopoli, una straordinaria sfida alla gravità, alle infinite combinazioni cromatiche e olfattive, un potente mandala orientale. Era la comunità di Cavallerizzo che si donava a chi non è stanco di cercare la bellezza.

Mario Bellizzi

Festa di San Giorgio, domenica 23 aprile 2006,  a S. Giacomo di Cerzeto.

priru / torna