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TRASLOCO DELLE MEMORIE
di Mario Bellizzi
Accanto al numero incredibile di
individui che pensano soli, che cantano soli, che piangono e soffrono da
soli, che mangiano soli nelle strade delle metropoli, ve ne sono
altrettanti anziani, disabili, emarginati, resistenti, alienati,
creativi che vivono negli entroterra, nelle periferie dei sud, nei
paesini puntiformi, rarefatti. Se non c’è più la fabbrica e la comunità
operaia attorno ma tutto è diffuso sul territorio, anche le comunità
umane, le gjitonie quartieri italo-albanesi con aedi e tanta
oralità non possono più esistere. La gente si è spostata altrove, verso
altre solitudini, per frana, abbandono, disoccupazione, emigrazione,
rottura liberatoria dai luoghi per una circolarità e mobilità
psichica-geografica. Le comunità alloglotte si sono sciolte,
sbriciolate, slegate dai luoghi, dal territorio, parlano con nuove
grammatiche, fanno esercizio di memoria con tripli salti mortali del
pensiero. Parlano, molti parlano pochi scrivono: l’oralità ancora è
prevalente, come 500 anni fa, poco è cambiato nella comunicazione e
negli strumenti di massa o singoli. Standard linguistici e vigili con
codici non hanno vita facile, non si può normare facendo accettare la
Legge, nelle lingue è così: operazioni ‘esterne’ non reggono alla lunga
alla selvaggia o nostalgica voglia di comunicare. Importante è
comunicare, molte volte non si ha niente di speciale da comunicare,
vuoti, pause, buchi, mancanze, fantasmi affiorano nella lingua. La
lingua non riceve le sue regole dall’alto: non c’è mai stata operazione
dirigistica che abbia davvero orientato o addirittura fissato la
grammatica dei parlanti. Non esiste una grammatica ‘ufficiale’ di una
lingua parlata. Ci aveva sperato A. Manzoni nell’Ottocento per imporre
il suo modello toscano di italiano e non ci riuscì nonostante il
sostegno forte del governo e della scuola. I francesi ci provano sempre
vanamente per proteggere dall’alto la loro lingua dall’inglese che viene
dal basso, e i tedeschi hanno promosso d’ufficio una riforma
dell’ortografia che è stata rifiutata dalla stessa realtà comune. Se il
piano istituzionale è importante per favorire un impiego corretto della
lingua, è invece inidoneo a dettarne le regole; anch’esso non può che
limitarsi a prendere atto dei suoi movimenti. Può contribuire a
migliorarla nell’uso e nella conoscenza: adoperando per conto proprio
una varietà chiara, corretta, rispettosa del patrimonio lessicale nativo
e consolidato e favorendone lo studio grammaticale e storico nella
scuola, però può contribuire anche a peggiorarla, usandone (e quindi
avallando con la propria autorevolezza) una varietà oscura, snobistica,
imprecisa. Lo Stato, gli apparati e i pedagoghi, hanno partorito dopo
decenni di gestazione leggi per le minoranze etniche: la Pubblica
Istruzione e l’insegnamento della lingua in buona sostanza si può fare
solo sul posto dove sono stati fondati i paesini albanesi! Ma nei
paesini, in molti paesi, non c’è rimasto più nessuno e le grosse
concentrazioni sono nelle città, nei capoluoghi e all’estero …. qui la
Legge si ferma, non vale. In molti abbiamo traslocato, e fondato banche
con le nostre memorie purtroppo individuali, depositati sogni,
ribellioni, progetti, arcaicità, incredibili profezie, modernità che
s’incanalano nelle moltitudini metropolitane. Sì, il pensiero selvaggio
dei paesini fa scuola nelle Scienze, non si sa come ma i giochi nelle
piazzette, le scorribande nei campi di grano e fra i ciliegi, hanno dato
linfa alle Menti cognitive, gli indovinelli, le favole, hanno fatto
lievitare le creatività. Non si sa dov’è questo pensiero diffuso, per
fortuna!, ma c’è e si fa sentire. Cosa pensano gli ex arbëreshë?
Come pensano? Quali utopie / atopie o eterotopie inseguono? Se si
potesse fare un’inchiesta con gli strumenti che si hanno? Ma nessuno ci
prova! Si pensa a standard linguistici per fantasmi e non come sono
mutate etnicamente e antropologicamente le minoranze linguistiche. Una
volta non c’era un pensiero meridiano? Dopo centinaia di anni di vita
pericolosa per questure, ministeri degli Interni, vescovi, inquisitori,
ecc. e centinaia di certificati di morte presunta fatti da antropologi,
le minoranze etniche ‘storiche’ ci sono ma non più qui altrove, assieme
ai nuovi immigrati! A sud di nessun nord, tra scaltri gerani rossi,
piazze calde e palme, movimenti, laboratori, poesia, nuovi paesi con
cifre urbane ancestrali, come Cavallerizzo, micro gjitonie di
Farneta e Castroregio, Plataci, San Basile, Cerzeto, ecc. estrapolate
in Argentina, in Brasile, a New York.
Mario Bellizzi
(tratto dalla rivista SPOLA, n.2- dicembre 2007) |