In Italia negli
anni '90 si sono accumulati pregiudizi negativi nei confronti degli
albanesi. Poi è arrivata anche, per alcuni, la ribalta del teleschermo.
E il Presidente albanese Moisiu ha premiato Maria de Filippi. Un
commento
Gli albanesi bussarono alle porte
dell’Occidente come semplici sconosciuti, dopo tanti decenni di oblio
forzato tra confini inviolabili. Persi nella foresta della storia,
cresciuti nella solitudine e nel terrore, vissuti nella sofferenza e
nella povertà, si presentarono davanti all’Europa stravolti, ma con una
valigia piena di sogni. Erano i primi anni del periodo turbolento del
postmuro, fatto di speranze, paure ed incertezze. Per tutti. L’identikit
dell’albanese fu affidato ai media, che tratto dopo tratto, notizia dopo
notizia, fotogramma dopo fotogramma, trasmissione dopo trasmissione,
delineò in poco tempo un’immagine inequivocabile. All’opinione pubblica
fu mostrato un ritratto essenziale, senza sfumature, profondamente
negativo. L’immagine offerta al pubblico forse coincideva con i suoi
desideri più inconsci, forse era una semplice imposizione; fatto sta che
da allora in poi l’albanese divenne sinonimo di delinquente, malvivente,
prostituta, fannullone, incivile, e altro ancora.
Il caso albanese non poteva non attirare l’attenzione degli studiosi,
per la sua emblematicità tra i fenomeni migratori, ma anche per la
semplicità con cui ha sintetizzato i rapporti tra i mass media e
l’opinione pubblica. L’esempio “albanesi” è finito in parecchi manuali
di studio, ma ciò non si è tradotto in una presa di coscienza da parte
della collettività dei rischi che comporta il sistema attuale mediatico.
Tanto meno si è avviata una riflessione profonda e sincera sul ruolo dei
mezzi di comunicazione nel mediare la realtà. Se è vero che negli anni
Novanta il mito negativo sugli albanesi viveva la sua stagione migliore,
non si può certo dire che il nuovo secolo abbia assistito al suo
disfacimento. Per parecchi anni i media hanno doppato un’immagine
negativa sugli albanesi, magari sfruttando ricostituenti reali che la
cronaca, vera o presunta, metteva a loro disposizione. Solo poche voci,
peraltro fievoli ed isolate, riuscirono a reagire prima che l’opinione
pubblica offrisse passivamente glutei e vene per continue iniezioni di
rappresentazioni distorte. Da allora i pregiudizi e gli stereotipi sugli
immigrati albanesi hanno fatto parte della società stessa, indotta ma
anche quasi in simbiosi con i suoi media.
Mentre gli anni Duemila aspettano ancora di essere studiati seriamente
per quanto riguarda i media e gli albanesi, la percezione di molti
riscontra un certo calo nella pressione dell’immagine negativa.
Dall’altro lato, gli albanesi “buoni”, prima esiliati in trafiletti
timidi, adesso vengono posti sotto i riflettori della prima serata.
Finora i casi non sono stati numerosi (eccezion fatta le trasmissioni di
Maria De Filippi tipo “C’è posta per te”, “Amici”, ecc.), ma sono
sufficienti per avvertire una differente presenza nei media. Tuttavia,
il vero salto qualitativo e quantitativo deve essere ancora registrato,
mentre rimane da capire se i protagonisti albanesi del “Canale 5” siano
la versione catodica degli articoletti di una volta sui bravi albanesi,
nella loro funzione da bilanciere, oppure un nuovo modo di rappresentare
la realtà. Non è detto che le due cose non coincidano, anche perché
nella percezione pubblica perfino le contraddizioni estreme possono
dividere lo stesso letto.
La reazione degli albanesi alla presenza di ballerini e cantanti
connazionali sui palcoscenici televisivi italiani era assolutamente
prevedibile. D’altronde, un’identità frustrata e umiliata
all’inverosimile, vissuta per anni con l’angoscia di essere riconosciuta
nel profilo delineato dai media, percepita e autopercepita come un
problema sociale, un’identità che si è rapportata agli altri come i
sopravvissuti ai terminator, non poteva che gioire di fronte a chi è
uscito fuori dai cunicoli della paura. La felicità era dovuta anche alla
velocità con cui i bravi ballerini albanesi toccarono gli olimpi della
tv popolare, dove presero le sembianze degli eroi, venuti a salvare il
loro popolo dall’oppressione mediatica e dalla discriminazione dei
pregiudizi. Per qualcuno i ballerini sono diventati motivo di orgoglio
nazionale, da aggiungere alla lunga sfilza di papi e imperatori romani
di origine albanese, con cui non si perde occasione per attestare la
dignità del proprio popolo. Dunque, era normale che insieme agli
albanesi esultasse anche il loro Presidente, il quale ha deciso di
conferire alla famosa presentatrice televisiva Maria De Filippi una
medaglia di riconoscimento per aver promosso un’immagine positiva degli
albanesi, premio ritirato dall’interessata qualche giorno fa. Vista in
questo contesto, la scelta di premiare chi ha dato la possibilità di
mostrare un’altra faccia dell’Albania è più che plausibile, tanto più
quando si tratta di trasmissioni tipo “Amici”, dove la bravura conta
davvero, e non si riduce all’ozio perverso nella casa del “Grande
Fratello”.
Forse non è un caso che le notizie sui premi accordati ai vari
personaggi di spettacolo, incluso l’ultimo appena menzionato, siano
rimasti principalmente nel circuito albanese. Ciò che succede dall’altra
parte, ossia nell’opinione pubblica italiana, nessuno lo sa con
certezza, ma probabilmente la questione si presenta ben più complessa e
articolata. L’unica cosa ancora fuori discussione è che oggi l’immagine
degli albanesi in Italia non può considerarsi positiva. Il resto aspetta
di essere scoperto ed analizzato. Nel frattempo i casi positivi non è
che hanno oscurato del tutto le rappresentazioni discutibili dei media.
Dall’altra parte, sebbene si tratti solo di canti e danze, l’operazione
mediatica, se così si può chiamare, ha incoraggiato molti albanesi ad
uscire dal mimetismo sociale e ad affrontare con coraggio le reazioni,
interne ed esterne, nei confronti della propria identità.
Ciò che preoccupa è lo sfondo in cui vengono analizzati i fenomeni
sociali, ossia lo spazio pubblico albanese, che diventa spesso testimone
passivo di scelte problematiche e poco dibattute. Non è ovviamente in
discussione il conferimento della medaglia alla De Filippi, che in fin
dei conti potrebbe essere visto come un semplice atto di galanteria
istituzionale oppure come un nobile gesto di gratitudine, concetto tanto
caro alla psicologia popolare albanese. Qualcuno potrebbe giustamente
dire che in tempi di penuria è un vero proprio sacrilegio rifiutare un
tozzo di pane in regalo. D’accordo, ma qui si cerca di guardare oltre la
sopravivenza. Infatti, la posta in gioco è molto più alta delle modiche
fiches rappresentate dal suddetto premio, tra l’altro per tanti
versi plausibile. Il gioco appare veramente più complicato e oneroso,
appunto perché tocca alcune attitudini acritiche delle elite albanesi.
Purtroppo, molte domande non sono state poste per nulla e altre sono
rimaste senza risposta. I ballerini albanesi sono stati scelti in quanto
albanesi o in quanto competenti nel loro mestiere? La TV è una finzione
o una realtà? Lo schermo televisivo – catodico o a cristalli liquidi che
sia – trasforma le persone in personaggi? Se si tratta di un albanese,
quanta albanesità rimane ad un personaggio televisivo? E come viene
percepita dai vari pubblici? Domande specifiche e generali. Comunque,
nel nostro caso è difficile che la famosa e brava presentatrice accetti
pubblicamente di aver scelto i suoi concorrenti dal suo passaporto. È
come se accettasse che nel suo programma è tutto finto. Allora perché
viene premiata? Per la sua bravura come professionista della TV? Ma non
ci sono i Telegatti per questo? Se ha fatto solo una scelta dettata
dalla sua indubbia professionalità, allora lei è identica
all’agricoltore emiliano oppure al costruttore milanese che assume un
abile potatore o un valevole muratore albanese.
Che il Presidente albanese abbia solo interpretato un desiderio
collettivo dei suoi cittadini, non ci sono dubbi; rimane invece il
dubbio che la medaglia sia solo il sintomo benigno del noto
“pragmatismo” albanese. Visto che le scelte della tv italiana sono
dettate dalla professionalità, è forse azzardato chiedersi se gli
albanesi “premiano” in realtà quel meccanismo mediatico che generalizza
tutto? Nel bene e nel male? Se dovessimo accettare l’idea che i media
scelgono di presentare i fatti in base all’etnia dei loro attori, con la
logica del tavolino, allora siamo costretti ad ammettere che l’immagine
negativa costruita intorno agli albanesi era non solo profondamente
falsa, ma anche intenzionalmente discriminatoria, nonché fabbricata
ad hoc, per mezzo di una perfetta regia occulta. Forse troppo, anche
per chi ama vedere complotti ovunque.
Allora l’unico modo per dare un senso a premi del genere è rifiutare
innanzi tutto l’attuale logica dei media, en bloc, senza
compromessi, senza esitazioni. Un sistema mediatico che modella il
proprio rapporto con l’opinione pubblica sulla logica dell’anfiteatro,
alla ricerca dell’audience e del puro divertimento, porta prima ad
osannare i gladiatori, poi ad esultare con i pollici in giù tifando per
le bestie. Da parte loro i gladiatori non possono atteggiarsi da
trionfatori e da vittime nello stesso tempo. Quando il gioco è sporco va
rifiutato in toto, insieme alle sue regole. Per gli albanesi
forse non sarà semplice uscire da una sudditanza mediatica e culturale,
in cui sono sprofondati dai tempi della cortina di ferro, ma forse vale
la pena di tentare. Almeno per ripudiare quel meccanismo perverso, per
cui basta un telecomando per mandare qualcuno dalle stelle alle stalle.
E se il viceversa assomiglia ad una favola, bisogna accettarla solo in
quella veste. In piena consapevolezza.
Rando Devole