ARBITALIA 
Shtėpia e Arbėreshėvet tė Italisė
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
Ndėrhyrje kulturore / Interventi culturali
 

AI CITTADINI DI ACQUAFORMOSA

(o almeno ad alcuni di loro, impiegati comunali, corsisti del prof. Belluscio)

di Nando Elmo

Carissimi,

mi piacerebbe continuare il nostro incontro dello scorso agosto quando ci siamo per qualche ora improvvisamente trovati arbėreshė avendo io costretto i partecipanti alla presentazione del libretto delle poesie di don Fatuccio a parlare nella lingua dei nostri avi. Ci siamo capiti allora, almeno con i miei coetanei, e il mio arbėresh stretto stretto non vi č parso dell’atro mondo, se molti di voi si sono complimentati con me per aver osato.

Vi ho liberati per un poco dalla vergogna a cui ci hanno costretti secoli di pregiudizi piccolo borghesi – fjit litisht njėmņs na shajin –, di etnocentrismo italiota, di annullamento del diverso in odore d’eresia ortodossa, di disprezzo delle classi umili ecc...

Ci si sono messi anche la scuola fascista prima, democristiana poi, nonché santa madre chiesa che con il suo “ut unum sint!”  ci volle tutti cattolici romani perché si sa: fuori della chiesa di Roma non c’č salvezza.

Cosicché: via tutto quanto possa ostare a quel “comunismo” becero che sembra la cifra pił tipica del capitalismo mondiale – altro che il comunismo di Marx.

Todos caballeros, nel partito unico. Cosģ vediamo i cinesi biondi, le negre cotonate, le indiane in jeans,  e gli italiani tutti berlusconidi. Per fortuna, resistono all’omologazione i soliti musulmani che non abbandonano le loro tonache e i loro elegantissimi copricapo, lasciando i borsalini a chi non ha pił testa come noi, e i pantaloni strettissimi a chi non ha pił niente tra le gambe da lasciargli prendere aria.

Ci siamo rilassati lo scorso agosto lasciando fluire dalle nostre bocche i nostri vecchi fonemi. E che scialo.

Ora pare che il mio arbėresh, che ai pił vecchi tra voi non č sembrato strano, č stato dimostrato essere quello di un marziano. Č venuto da voi il prof. Belluscio della Unical a tenere agli impiegati del comune un corso di tre giorni tre (per far cosa? Prendere un gettone di presenza e chi s’č visto s’č visto?  In tre giorni tre che cosa volete che si faccia? Imparare tutto l’arbėresh che avete dimenticato?). E  ha colto l’occasione per leggere lo scritto di un anonimo per veder se davvero quella lingua č alla firmoēkeza come sostiene il marziano autore. E ha scoperto, che sģ, quello scritto č tutto tranne che alla firmoēkeza.

Quell’autore sono io, proprio quello che lo scorso agosto vi ha intrattenuto, senza far venire l’itterizia a nessuno, con la stessa lingua che scrive.

C’č tra voi, vivaddio, chi ha letto il mio “racconto” e lo ha trovato “acquaformositano”.

Ma lasciamo stare.

Il punto č: come si fa a dire che una parola non č “acquaformositana” solo perché alcuni di voi la ignorano, perché la storia non vi ha dato l’opportunitą di usarla pił?

Ogni volta che sono in paese tormento la signora Borrescio del minimarket (non me ne voglia) a salutarmi in arbėresh quando esco dal suo negozio augurandole: “rri mir, zonja ime”.

Lei risponde con l’esperantico “Ciao”.

E io m’incaponisco pregandola di rispondermi “ec me shėndet”.

Niente da fare: naturalmente il marziano sono io.

Una volta le domandai di indicarmi un buon liquore “pse kam t’i bėnjė nder njij miku”. Fino a “miku” ci siamo, ma “nder” che significa?

Č chiaro che se ad Acquaformosa non si capisce pił che cosa significa “kam tė bėnj nder”, la frase č una mia invenzione presa in prestito dallo shqip.

Ora queste sono belle conclusioni da un punto di vista linguistico, degne di un buon linguista armato di matita rosso bleu.

Il fatto č che ad Acquaformosa e non solo, coloro che, come me, vengono dal medioevo linguistico, quando l’italiano s’imparava a scuola a suon di ceffoni e di bacchettate, hanno una competenza linguistica che poco si misura con la competenza delle nuove generazioni.

Diverge anche il mio italiano dal loro, figuriamoci l’arbėresh che ha dovuto subire le mortificazioni di cui dicevo sopra.

In ogni caso: io ne tengo memoria perché sono un intellettuale, o forse perché non ho tenuto conto dei pregiudizi? Si diceva ai tempi che l’arbėresh impediva un giusto apprendimento dell’italiano. Un mio zio impedģ alle figlie di imparare la lingua di Lungro, a casa sua ci si esprimeva tassativamente solo in italiano. Al liceo classico di  Castrovillari noi studenti arbėreshė eravamo ignoranti per definizione...

Ma in ogni caso ancora, sono almeno quaranta anni (mi riferisco al mio primo articolo su K.Y.) che scrivo la nostra lingua. Scrivere una lingua vuol dire rallentarne la deriva.

Ora č chiaro che in quaranta anni coloro che non l’hanno pił usata censurandosi, l’han dimenticata. Quanti oggi dei ragazzi  globish saprebbero capire l’italiano di un libretto d’opera di Verdi?

Oggi ad Acquaformosa si usano termini che nessuno capisce pił. Chi sa che cosa significa “gorrica”, termine che si usa come soprannome di cui s’č perso il significato? Come s’č perso il significato di “ēifuti”, altro soprannome.

 Chi sa che cosa significa “lumunielėth”, tradotto, anche con l’avallo del dottissimo sedicente poeta don Fatuccio, in “limoncello”? E chi sa perché abbiamo un toponimo “Palazzo”, che nomina un luogo in cui palazzi non ce n’č.

E chi sa ancora distinguere nel continuum fonetico di “karangunga” i segmenti lessicali da arrivare ad un accettabile significato del toponimo? Ho sentito solo l’avvocato Mele arrivare alla soluzione: “Ka arra ngunga”. Ma “ngung” oggi suona “stupido” e questo “noce (arra) stupido” non si sa che cosa sia...

Il fatto č che “lumunielėth” č, come, in effetti, č, il torrentino, il rigagnolo, il fiumiciattolo, che in quel luogo ancora scorre – e quindi cosģ avrebbero dovuto tradurre il dotto don Fatuccio e Aronne, o chi per loro. In  ogni caso don Fatuccio dall’alto della sua competenza di arbėresh e shqip non č riuscito ad evitare l’enormitą linguistica di “limoncello”. Quando mai abbiamo avuto ad Acquaformosa piante di limone. Scorro, comunque, un libro di botanica di mio figlio per vedere se per caso non esista qualche erba di tal nome e trovo solo “limosella”, ma pare sia pianta che popola solo luoghi umidi dell’Italia settentrionale, lungo laghi e Po.

E il dottissimo arbėresh e shqip don Fatuccio non č riuscito ad evitare di chiamare “Palazzo” quello che era “pllaci”, ovvero “luogo infangato”, come in effetti č quel luogo di sorgive – vi č ubicato il serbatoio dell’acqua potabile.

”Pllaci” il luogo “tė pllacėkavet”, o “tė plleckavet” come si dice anche ad Acquaformosa – il Fjalor di Giordano non registra il nostro allotropo, sembrandogli corretto solo “plecka” e non “placka”, come se in italiano fosse pił corretto “desio” e non “disio”, “pesca” e non “persica” – “E bėri, o tė bėnj, pllacėk . Mos ec ndėr atņ pllacėka”.

Anche “bregu” č diventato “bredo”, non potendo, il nostro intellettuale, diversamente storpiare.

Ma che significa “bregu”?

E “vidhi”, che cos’č “vidhi”?

Si provi Belluscio a domandarne agli impiegati comunali, scoprirą che il suo “N&O” (che suoni NO, come quello della bambolina) sogna un arbėresh che arbėresh alla firmoēkeza č anche se nessuno sa pił cosa sia. Ed agli stessi domandi di “shkėmbi”, di “shpella” di “honi”, toponimi di ignoto significato anche se tuttora in uso.

Ora non si puņ dedurre dal fatto che non usandole pił gli acquaformositani di oggi, parole come “pirsėruar”, “lekė”, “lėkėngė” ecc... non siano esse acquaformositane. Lo erano; sono passate nella discarica della storia.

Cosģ il “mio” malfamato e risibilissimo “mesimvria” per dire “sud”.

“Ma dove le va a cercare?” si sconcertarono subito i sedicenti addetti ai lavori quando, ricordandomi di mia nonna che l’usava (“ė e hapin moti ka mesimvria”) l’usai anch’io al posto dello jug-o-slavo “jug”.

“Ma č parola greca”.

E allora? Non ha pił nobiltą di “jug”? Perché se non veniamo dalla greca Morea, veniamo dalla Ēameria, la quale, mi dice la mia colf shqipetara Prena, č greca e ortodossa: “ atą kan shumė fjalė grekisht si gjyshi im”. Lo dice la mia colf e non ho motivo di dubitare che sia cosģ. Io in Shqiperia non ci sono mai stato e non conosco la sua geografia, né fisica, né linguistica.

E tuttavia puņ darsi che “mesimvria” sia un residuo della Magna Grecia prima e della Calabria bizantina e ortodossa poi. Sapete, gli scherzi della storia, quanti residui greci nei dialetti calabresi?

Ma ci sono buoni motivi per credere che i nostri antenati parlassero greco e arbėresh come noi oggi parliamo arbėrisht e litisht. Ma puņ darsi anche che mia nonna  abbia imparato quella parola da suo fratello Nicola Aronne, diplomatico a Cipro, che conosceva e parlava correntemente il greco antico e il moderno – a detta di sua figlia. E perché non dovrei accettare nel mio nobile vocabolario “mesimvria” come gli italiani accettano oggi tutto il globish possibile e come gli shqipetari hanno accolto il francese “tablņ” per dir quadro, e come gli arbėreshė “slliba” dagli emigranti americani?

A Lungro sono entrati nell’uso comune “pava”, “pombixha” che sono termini argentini. Dovremmo buttarli via perché non shqip? Che pensare linguistico č mai questo?

Mi ripeto. Pazienza. Le lingue sono sistemi aperti che perdono e acquistano elementi in tutti i mercati.

Cosģ č se vi pare. E il vostro Belluscio che č venuto ad Acquaformosa a farmi le analisi del sangue, rimarrą con le sue inutili fialette in mano e un niente di fatto. Io, per me la lingua č quella che uso. Dovrą rassegnarsi Belluscio al fatto che il sottoscritto non presta il collo a nessun collare e se ne va come il randagio che č. Con il viatico che gli č stato consegnato dai suoi avi. Dai quali soli ha appreso l’arbėresh che sa non avendo fatto altri studi in proposito. E al suo arbėresh appartiene “slliba”, come “pava” e “pombixha”.

Non ho capito per quale fine gentilezza egli non vi abbia svelato il nome dell’autore del testo intorno al quale s’informava, come se io non avessi argomenti contro i suoi scornamenti - ma per chi mi prende?!

Certo non aveva difficoltą a capirmi don Matrangolo (capite che interlocutore ho avuto?). Egli veniva da un medioevo pił antico del mio. Un medioevo dove il novanta per cento della popolazione parlava un arbėresh non devastato dalla scuola. E anch’io fino ai dieci anni parlavo un arbresh discretamente integro.

Con don Matrangolo si parlņ, durante le estati di quarant’anni, ogni giorno, dalle dieci alle dodici, di teologia bizantina rigorosamente in arbėresh, e con rigorose citazioni in greco perché non ci fossero interferenze cattoliche e tomiste.

Egli si concedeva il lusso di predicare arbėrisht durante la prima messa domenicale, alle sei del mattino. Qualche volta facevo l’alzataccia per andare a sentire il suo arbėresh musicalissimo. Durante quella messa si cantava il rosario nella nostra lingua. (Mi dicono che da quando non c’č lui non usa pił – e poi si vuole insegnare lo shqip). E si cantava un “Salve regina” (quando si vuole si puņ tradurre tutto nel nostro “misero”, come dicono, arbėresh) che m’incantava come solo m’incantņ una volta in latino a Parigi.

Don Matrangolo usava quella messa del mattino per mettere al riparo dalle censure il suo arbėresh?

Don Matrangolo poi usava un termine che ho sentito solo da due sole persone in vita mia. Da  don Matrangolo stesso, che mi rimproverava: “Pse kurrivare?”. Nel senso di: perché desisti, ti lasci andare, rinunci? E da Alfredo Frega: Mos u kurrivarte? Non ti sei per caso offeso? Ki usa pił questa parola ad Acuaformosa?

Quando mi sarą stata data l’occasione dovrņ o non dovrņ usare “kurrivare” in uno dei due sensi? Correrą  di nuovo Belluscio a farmi le analisi del sangue o a misurarmi la febbre, o a domandare a qualche psichiatra che misuri la mia salute mentale?

 

Uso un unico vocabolario, quello di Giordano.

Solo per l’ortografia, altra scienza dei somari come la calligrafia. Mi serve per sapere se ho messo tutte le /ė/ che il consensus doctorum ha decretato. Č chiaro a questo proposito (ma anche queste cose ho detto e stradetto, maledizione) che i tropi di forma non valgono in arbresh (sincope) come in italiano. Scherziamo? Si vuol far venire l’itterizia ai sedicenti addetti ai lavori? Si puņ usare in arbresh il troncamento “ėsht” come in italiano il trocamento “son”? Pare di no. E io mi arrovello, per non offendere nessuno, neanche la santa pazienza di Skirņ di Maxho, alla ricerca delle “ė”: le ho messe tutte?

In Giordano non appare “kurrivarė” perché non č in uso a frasnoeianinacivita, l’ambito arbėresh per eccellenza. In Giordano non appaiono tanti altri lemmi, in veritą. Manca tutto il lessico della sfera sessuale: un dizionario, diamine, non puņ avere pruderie.

Ma ho un’altra persona che mi conforta sull’uso della mia lingua vetero (se cosģ vi pare) arbėresh. Ha  l’etą di mia madre ungirnjote (novantatre anni) di cui perņ non  mi fido, non perché non abbia memoria ma perché viene da famiglia piccoloborghese nella quale il parlare arbėresh era ritenuto volgare e dunque censuratissimo.  Nella famiglia dei miei nonni materni ero considerato “i trash” per quel mio esprimermi solo in arbėresh. Venivo da Acquaformosa, dunque ero anche taban. Ancora qualche anno fa mio cugino Teodoro ungirnjot, guardando delle fotografie della nostra infanzia, mi diceva: “Popo, sa i trash ishe”. (Kįkkio, mi sto accorgendo solo ora di aver avuto e di avere una vita infelice: la mia guerra contro le persone fini, mio cugino prima, Belluscio oggi, non č mai finita). Chiusa parentesi: mia madre non ha una competenza linguistica arbresh affidabile, per la sua educazione piccoloborghese, ma la signora di cui sopra sģ, pur essendo anche lei ungirnjote e d’estrazione borghese...

La signora č zonja Lleticj’e Solanit (Ēitonja) ka Ungra. Ha una memoria linguistica veramente sorprendente. Non so quanti a Lungro capiscano certe espressioni sue.

Ma:  e se le troviamo anche nel vocabolario shqip  che cosa dobbiamo pensare, che zonja Lleticje abbia studiato o si sia appoggiata a un vocabolario shqipetaro, giacché a Lungro quelle espressioni non usano pił?

E qui bisognerebbe aprire un capitolo sulle tangenze delle due lingue e vedere come ognuna per rimpiazzare gli elementi, che il sistema andava perdendo, si sia appoggiata al mercato dell’usato. Ognuna con la sua legittimitą. Di far acqua e di pascolare nel campo del vicino pił vicino.

Anche su questo ho argomentato varie volte. Mi assale la noia e la nausea delle ripetizioni. Chi vuole vada a leggersi i miei scritti, tenendo presente che non voglio insegnare niente a nessuno...

 

Quanto alle mie carte in regola con le facoltą di Lingua e Letteratura Albanese di Roma e Palermo, s’intenda questo. Li ho frequentati, li  ho pesati, li ho giudicati. Avevo le carte in regola per giudicare: gli studi di linguistica generale e semiologia col prof. Cusimano e di strutturalismo col prof. Buttitta.

Erano quei professori di Letteratura e Lingua Albanese dei gigioni che davano trenta a tutti. Anche  a mia moglie. Che vomitņ a un incantato, dai suoi occhi, Gurakuqi quello che le raccontavo durante le nostre passeggiate d’innamorati sul lungo mare di Palermo. Allora la zona era infestata dai guardoni (ma si sa come sono i siciliani, certi siciliani), oggi č elegantissima, frequentata da bellissime donne che si dedicano al joking. Anche oggi, il mio andare da innamorato a braccetto con l’arbresh pare oggetto di voyeurismo e di parleurismo. Un po’ di privacy, diamine. La storia non finisce mai: tutti ti tengono il fiato sul collo.  

Ci voleva stomaco per sopportare la retorica di Koliqi e le noiosissime lezioni di Valentini sulle sue traduzioni di Alfieri. Non ho frequentato si capisce, ma il trenta non me lo levņ nessuno.

Di quei tempi mi ricordo l’uscita di uno dei nostri, di cui non faccio il nome. Un cattedratico anche lui, che parlando ex cathedra avrą avuto il dono dell’infallibilitą. Dunque il nostro ha lasciato “scritto”, papale, papale, come si conviene a uno che parla ex cathedra: “L’albanese č facile da apprendere perché si scrive come si pronuncia”.

Diobon.

E le altre lingue come si scrivono? O il rapporto tra grafemi e fonemi non č assicurato da regole di corrispondenza arbitrarie come  in albanese? O in albanese c’č un rapporto necessario tra grafemi e fonemi, che nelle altre lingue non si dą?

Una madornalitą linguistica di questo tipo mandņ a gambe all’aria tutto l’ex cathedra del nostro e mi fece venire le madonne tutte insieme. Insomma, insomma... meglio fare da solo...

Capisco che un autodidatta ha sempre da imparare – anche questa č una idiozia che ho sentito, ma insomma, insomma... il guaio č che ci sono troppi “allodidatti” che si sentono arrivati e smettono di considerarsi autodidatti. Insomma insomma...

 

Dunque, carissimi toccati dalla grazia di Belluscio e dal suo occhio professorale (Ty bir, do t’jesh ngamon vet njė profesur), scommetto, in giacca e  cravatta, ho le carte in regola perché presso voi sono nato e presso voi ho imparato quello che so, e “nessuno mi puņ giudicare/ nemmeno tu” – perché “un nativo non sbaglia mai”, secondo un principio notissimo a tutti i linguisti.

Per l’etą che ho, sono quello che si dice, con bel luogo comune, una biblioteca ambulante. Fra non molto, quando non ci sarņ pił se ne andrą tutta una memoria arberisca acquaformositana. Per evitare questa disgrazia e per dare futuro lavoro (non potranno non fare i conti con me) a quelli di bella promessa come Belluscio, tengo un diario da due anni su www.mondoalbanese.org . Vi sto ammassando tutto l’arbresh che so. A futura memoria. Per non portare nella tomba tutto quello che ho ricevuto, ve lo restituisco, sano e salvo. Dopo don Fatuccio, dovrete ricordare pure me, ahimč. Ho scritto tanto arbėresh quanto mai se n’č scritto ad Acquaformosa da cinquecento anni a questa parte: una vera miniera...regolato l'...zzare gli elementi che il sis

Spero che il nostro sindaco mantenga la promessa e ci faccia vivere un’altra “giornata arbėreshe”. Come l’anno scorso. E che possiamo raccontarcela arbėrisht. Come  ci pare. E  come ci viene. Senza remore: chi c’č c’č.

E mos njariu (si edhé thomi, me njetėr allotrop, Firmozė) i ardhėt nxé tė na kritikarinj o tė na qeshinj prapa, ne litisht e ne arbėrisht. Shi’ ka duall Bellushi...

“Va, cammina, vedi nzņ che devi fare, va...” come direbbe Montalbano...

Nando Elmo

Rivarolo Can.se 17 Apr. 007

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