ARBITALIA 
Shtėpia e Arbėreshėvet tė Italisė
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
Ndėrhyrje kulturore / Interventi culturali
 

L’INATTESO REGALO DI GIUSEPPE GRAMIS

Neo scrittore arbėresh di Lungro

di Nando Elmo

Sembra rispondere proprio alla richiesta della nostra conferenza dell’estate scorsa ad Acquaformosa: “Agli arbėresh l’arbėresh” (K.Y.,2006/3), questo inatteso dono di capodanno di Giuseppe Gramis, neo scrittore arbėresh di Lungro. Arbėresh non nel senso dell’origine – d’altra parte chi pił arbėresh di lui con tale cognome? –, ma perché  scrive in arbėresh.

Dopo tanti sedicenti scrittori arbėreshė che scrivono solo e soltanto in italiano, č davvero un miracolo trovarne uno che non s’é peritato di scrivere arbėrisht.

Sto parlando del libretto “Il paese del cuore – Racconti e liriche in lingua arbreshe”, edito, in elegante veste tipografica, dal benemerito e sempre puntuale editore di Lungro Marco (ε 10,00). Il quale non perde occasione per pubblicare opere di gran valore etico, dove la dimidiata personalitą arberisca trova la sua sospirata unitą nella tensione morale che finalmente fa boom.

 

L’autore mi ha fatto la cortesia di inviarmelo con dedica affettuosa. L’ho letto d’un fiato, e perché Pino č un carissimo amico, e perché vi ritrovo la mia lingua messa su carta.

Buon segno? Pino appartiene a quei superstiti, a quella “compagna picciola”, cui ho rivolto l’appello di non voler negare l’esperienza dello scrivere nella lingua dei nostri padri “a questa picciola vigilia ch’č del rimanente”?

Non c’č speranza che i giovani facciano altrettanto e a noi “canuti” vilipesi rimane quest’incombenza, pił archeologica che altro... una follia, o non so cos’altro.

Non so se Gramis ha letto il mio appello – non importa.

So che da anni aveva questo progetto, di mettere per iscritto le storie che raccontava a Diamante un’estate (una? o due? o tre? non ricordo pił), a una colonia di una cinquantina tra lungresi e acquaformositani che invadeva le spiagge della “perla del Tirreno”. Ogni sera era un rimandarsi di bocca in bocca, con le inevitabili varianti di particolari piccanti, storie esilaranti, surreali, che ci facevano sbudellare dalle risate.

I grandi narratori erano due: Lino Laffusa (ora in cielo) e Pin’i Trikitollės, Giuseppe Gramis, appunto.

Sto ricordando cose di trent’anni fa.

Senza nostalgia, se la vita č questo rinnovarsi d’eventi che non danno il tempo d’attardarsi pigramente su quel che č stato, o che avrebbe potuto essere e che non č stato - o č stato e non abbiamo avuto il tempo, o solo l’accortezza, di avvederci che stava accadendo, e, mentre avveniva, avevamo la testa altrove. Forse persi dietro un altro passato, solo sognato, o a un futuro che ci accecava con le sue speranze. Per esempio quelle di dover apprendere a scuola un arbėresh che avevamo lģ a portata di mano e il tempo ci stava sottraendo perché si faceva un baffo delle nostre pigrizie... – ma insomma neanche questo...

Non m’interessa la memoria (le memorie) dietro di cui si perde Pino. Proverņ a parlare di lui senza impaludamenti e senza gonfiare i muscoli per sostenere sulla punta di un dito una farfalla.

Questa, appunto, che Pino mi regala.

M’interessa, se possibile, la leggerezza con cui egli si esprime, la disinvoltura,  la nonchalance con cui offre le sue ostie trasparenti, fuori proprio dagli impaludamenti e la supponenza di chi crede di saperla lunga a proposito di capolavori. Un minimalismo gią datato il suo nel tempo delle mode della letteratura, ma che rimane come il segno di una leggerezza di spirito, che non tutti hanno. La leggerezza dello spirito č data, come la magrezza che non sia anoressia - non la si compra al mercato.

La lingua di Gramis č un sabir, un pidgin, un criollo, vivaddio. Una lingua, viva. Puttana, che ha perso ogni verginitą. Per questo Pino le fila dentro - e  via, senza impedimenti.  Non potrebbe essere pił di quello che essa č - se proprio dobbiamo giustificarci al tribunale delle pulizie, dei purismi, delle verginitą, delle schiettezze (che č uno stramaledetto luogo comune), fuori luogo. D’altra parte, valla a trovare una lingua che non abbia francesismi, italianismi, slavismi, e solecismi d’ogni genere. Per questo ci sembrano inutili le note: per dire cosa, poi? per fare la strizzatina d’occhio a chi? per denunciare quale arrischio? Se non si č sentita l’esigenza editoriale di un testo a fronte?

Dunque, Gramis scrive nella “sua” lingua, e noi che la (lo) conosciamo apprezziamo ancora di pił – come una mandorlina dentro un fico – i suoi eventuali “idiotismi”, i suoi “barbarismi”, i suoi prestiti.

Gli “idiotismi li chiamerei pił alla greca “idiomata”. Traduco con “peculiaritą”. Sono  le cifre dello scrittore, che non fa il verso o il versaccio a nessuno.

Le quali “peculiaritą, proprio come “scarti”, fanno stile.

E ciņ che apprezziamo č proprio lo stile del libretto. Perché ne ha. Altroché, se ne ha. Č ciņ che ci rende simpatiche le esili storie e gli haiku di Gramis.

Mi viene da pensare alle avanguardie russe che, quando vollero fare la rivoluzione, si rivolsero al loro folklore. Non per fare folklore, ma per attraversare rotture dissonanze e guardare di lą delle crepe della cultura europea, che sentivano estranea, accademica, stantia...

Se altri smettessero di scrivere le loro cronachette in italiano, nello stile sfibrato che gli impone l’italiano, che non gli č lingua madre; se altri si vietassero l’impaludamento dello shqip, che non č paludamento loro, come le penne del pavone sul sedere della cornacchia; se altri gracidassero  arbėrisht, forse potremmo leggere anche con una certa soddisfazione, e piacere, ciņ che, arrivati al secondo rigo, butteremmo nella carta straccia.

Tra l’altro, scrivendo in italiano o in shqip ci si misura con scrittori pił collaudati e di maggiore spessore dei nostri aspiranti tali. I quali  faticano sempre, hanno il fiato corto degli asmatici, persuasi a non smettere mai un’arte per la quale non hanno alcun talento.

Il talento č come il coraggio, se uno non ce l’ha non se lo puņ dare. E il talento appartiene alla follia.

Da qualche parte Thomas Mann scrive, traducendo a suo modo la “mania” di Platone, che bisogna essere delinquenti per scrivere qualcosa di buono. Per dire che non bastano le buone intenzioni e le tensioni morali per fare qualcosa di buono in letteratura o in arte (ma anche in altre discipline). Con le buone intenzioni non si va da nessuna parte: al massimo all’inferno (e vadano all’inferno i buoni intenzionati).

Io credo che Pino non si sia messo a tavolino per salvare le sorti dell’Arberia. Ha scritto perché quelle cose le aveva lģ, sulla punta della lingua...

Diceva un tale, una volta: “Una parolaccia č una parolaccia, ma scritta su un muro diventa un programma rivoluzionario”.

L’arbėresh č quello che č, ma scritto su un libretto come quello di Pino, puņ diventare, se non un programma rivoluzionario, almeno il tappetino su cui battere i piedi per fare con pił agilitą le nostre capriole letterarie, e liberarci dalla rigiditą e dalla tetraplagia mentale cui ci obbliga l’italiano stantio male appreso a scuola. La scrittura arberisca ci gioverebbe, soprattutto, sul piano della non deferenza verso la supponenza di nessuno, meno che mai dei puristi. E dei professori, vil razza d’annata...

Come  riusciva bene ad Antonio Sassone di esprimere tutta la rabbia che aveva in corpo quando scriveva in arbėresh e smetteva lo stile tumefatto della seriositą del professore...

Non facciamo per caritą, questioni d’etica e di morale e d’afflati d’idealismo mistico post post post romantico – che non sappiamo che cosa siano, e in ogni caso non sono a nostra misura. Vorremmo  solo poterci divertire, con gusto, come ci divertivamo nelle serate di Diamante alle sarcastiche invenzioni linguistiche di Lino Laffusa. E di Trikitolla, appunto.

Forza Pino: non č che (vaffankulo computer che mi consigli di evitare questo francesismo), non č che bisogna stare sempre sotto il ricatto del capolavoro o dell’opera altamente morale.

Anche “Il manifesto del partito comunista” non ha mai convertito nessuno, né il “Giudizio universale” di Michelangelo, ha mai fatto mettere giudizio ad alcun papa... – Guardati dall’alto, con aristocratico disincanto, fanno ridere l’uno e l’altro... nelle loro pretese. Visti invece come capriole dello Spirito, ci danno tutto il piacere di cui sono capaci. Sull’uno e sull’altro facciano le nostre brave prove retoriche, meri flatus vocis, e andiamo soddisfatti - soprattutto se nella pratica contraddiciamo la grammatica.

Rivarolo Can.se, 17 gennaio ’07

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