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ANCORA SUL TOPONIMO DI ACQUAFORMOSA
“PALAZZO”
di Nando Elmo
Caspita, che sollecitudine. Ancora Pino
Cacozza doveva pubblicare la mia lettera agli acquaformositani che l’amico
D., che vuole rimanere anonimo per non entrare nelle polemiche mie col
prof. Belluscio, mi chiama per telefono per dirmi che la mia etimologia
del toponimo “Palazzo” gli pare davvero una mia fantasia. Dice di aver
consultato tutti i dizionari arbëreshë e di non aver trovato niente che
assomigli a “pëllaci” o a “pëllackë”.
Dico subito che nessuno dalle nostre
parti ha compilato un dizionario serio che riporti tutte le varianti,
tutti gli allotropi, tutte le apofonie. È chiaro che più una forma è
“marginale”, meno appare nei dizionari. D’altra parte ognuno degli autori
ha fatto il “suo” dizionario. Per compilare un dizionario che si rispetti
ci vuole una schiera di esperti linguisti che sappiano che cosa fare, come
regolarsi davanti ai fenomeni di lingua, di “langue” e “parole”.
Per quanto ci riguarda i nostri dizionari sono frutto più di buona volontà
di privati raccoglitori di trouvailles linguistiche che non imprese
scientifiche. Dobbiamo allora affidarci alla memoria, al gusto, ai
pregiudizi dell’uno e dell’altro piuttosto che a ricerche serie.
Io ho fatto l’imperdonabile errore di
non citare la fonte della mia etimologia, ma quel “pëllaci” era di Don
Matrangolo, il quale lo faceva derivare dal greco “palássô”, “inzacchero”,
“sporco” (scil. di fango).
Ora però mi soccorre un soprannome che
ad Acquaformosa ancora s’usa di cui nessuno sa il significato: “pallaku”,
“fango”. La radice “palak” da “palasso”, ci sta tutta, per avvicinarmi
alla etimologia di don Matrangolo. Posso oggi dargli una mano con “pallak
– u”. Da “pallakë” a “pëllakë”, a pëllacë-i”, e via allotropizzando, il
passo è facile.
È chiaro che se il lessema non è più
nell’uso, le sue forme e il suo significato si perdono. Rimane solo il suo
involucro fonematico. Ci sono tanti toponimi ad Acquaformosa, oltre a
quelli da me riportati nella lettera sopra citata, di cui non si conosce
più il significato. Sono rimasti puri rumori. Chi potrebbe immaginare che
“shpia” ha che fare con il greco “shpiti”, e che tutt’e due hanno a che
fare con “shpella” che ci riporta agli omerici “speos”, “spei”,
“spelonca” (spelaion) - la “sh” è allotropo di “s”, un sua
palato-alveorizzazione. Chi sa che “Shpella” significa spelonca, grotta
riparo – dunque per traslato “abitazione”. D’altra parte, in quel luogo,
così denominato, non c’é più nessuna grotta, nessuna spelonca, nessun
“riparo”. So che si crede che “shpella” significa “burrone” o giù di lì.
Il luogo così denominato oggi è una gola dove scorre un torrente.
Anche di “pallakë – u”, quando lo si
italianizzò in “Palazzo” esisteva probabilmente, come oggi, solo
l’involucro fonetico. Quando, però, in tempi remoti si nominò quel luogo “Pallakë”,
o col non diversamente attestato “Pëllacë”, come voleva don Matrangolo, ci
sarà stata gran quantità di “pëllakë”, di fango, per l’affiorare
dell’acqua delle sorgive convogliate nell’odierno serbatoio. Se ricordo
bene, appena sotto il serbatoio c’è un terreno dei Gigliotti, dove affiora
una polla d’acqua che formava, ai miei tempi, “pëllecka”, o “pëllacka”,
tutto attorno. Il serbatoio “Palazzo” è recentissimo rispetto al “Pallakë,
o “Pallacë, o “Pëllakë”, o “Pëllacë”. E ai tempi, come oggi si dice “ka
Pallaci”, si sarà detto “ka Pallaku”, o “ka Pëllaci”. Il fascismo si sarà
incaricato poi di italianizzare il tutto, con l’autarchia linguistica. E
la devozione e lo zelo dei don Fatucci di turno avrà acceso gli ingegni.
La questione delle apofonie e dei
cosenguenti allotropi non è di poco conto. Così non si può sorridere di
“pëllackat” per “pëlleckat”.
Don Fatuccio, sempre lui, ha male
informato lo studioso tedesco che è venuto a studiare la nostra parlata,
contrabbandando per acquaformositane forme apofoniche e allotropiche che
erano solo sue: “bore” per “bëre”, “oshtë” per “është”. La “ë” pronunziata
“o” era tutta sua e solo sua. Pare, tuttavia, che oggi molti ragazzini
abbiano questa tendenza. E forse un domani, se qualcosa sopravvivrà, si
dirà “oshtë” piuttosto che “është”. Molti giovani italiani, soprattutto le
ragazzine, dalle Alpi a Lampedusa, hanno la tendenza a dire “ballo” in
luogo di “bello”.
Forse l’apparato fonatorio, con le
allergie, le tonsilliti sempre più diffuse, le adenoidi sempre più
ipertrofiche, è mutato, spingendo i parlanti ad allargare la “ë” in “o” e
le “e” in “a”.
Caso inverso ad Acquaformosa sento
sempre più spesso stringere “a” in “o”: “jotrua” al posto di “jatrua”.
La deriva allotropica forse non è
addebitabile sempre al mutare dell’apparato fonatorio. Ma non è un caso
che ai siciliani venga difficile pronunziare la esse impura senza
scivolarci sopra palatalizzando – “shtato”, “shpada” – ma basti guardare
come atteggiano le labbra, e come parlino tra i denti. Non c’è nessuna
ragione per preferire “stato” a “shtato”. Si dirà: il “consensus omniun”,
il “consensus doctorum”, o meglio la dittatura della maggioranza.
Ma per la deriva allotropica si tratta
forse solo di un fenomeno di ipercorrettismo: più la parola mi suona
strana più tendo a considerarla corretta. Tuttavia è un fatto che essa
accada. È l’allotropia che ha mutato il latino in italiano. E potrà mutare
l’italiano in globish.
Ora di “pëllaci” non abbiamo nessun
documento scritto. Ai tempi non si producevano vocabolari. Si parlava e
basta, adattando la plasticità della lingua a tutti gli eventi.
Se “pëllaci” e “pallaku” sono usciti
dall’uso, un motivo ci sarà. In ogni caso nessuno se n’è curato. E quando
si è trattato di scrivere sulle mappe il nome della località si è
preferito tradurre suono da suono senza preoccuparsi della congruità
semantica.
Tanto a chi poteva servire sapere che
“Palazzo” non corrispondeva ad alcunché di arbëresh? E ai tempi del Fascio
era meglio non essere di bocca buona.
Dobbiamo fidarci, dunque, della
testimonianza di don Matrangolo. E, da quando non c’è più lui, dovete
fidarvi di me. Con beneficio d’inventario, s’intende. E tuttavia sarei
contento d’essere contraddetto, per sapere finalmente che cosa si celi
dietro “Palazzo”.
Certo i fondatori del nostro paese
avranno anche adottato adattando la toponomastica esistente, ma a “Farnitat”,
“Llakat”, “Mazavetrat”, “Difizat”, “Qinllajrat”, “Pandanat”, “Quzat” si
trova senza difficoltà un corrispettivo italiano traducendo da
significante a significante, da assonanza fonetica a assonanza. È facile
capire che “Farnitat” si chiamano così per le querce farnie, o farnetti –
da cui i Farnesi che avevano nello stemma un ramo di quercia farnia – che
in quella località abbondano.
Si trova anche un perché al nome
“Acquaformosa” senza scomodare le principesse di Don Fatuccio.
“Acquaformosa” è toponimo della più autentica tradizione Cistercense. Quei
monaci, che concessero il loro territorio ai nostri antenati, davano nome
d’acqua a tutti i loro monasteri facendo cenno all’acqua battesimale,
all’acqua della Grazia e alle acque lustrali che lavano tutti i peccati.
Tradurre “Fíerit” con “fílici”, può
essere sopportabile. “Fílici” può essere benissimo, com’è, un allotropo
altomontese o sandonatese di “Felci” – e, in effetti, il luogo è ricco di
felci.
Non parlo del Lungrese “Muzëkat”
tradotto con “Musici”. “Musici” in arbëreshë non significa niente, in
italiano non si sa che relazione ci sia tra il luogo e il toponimo che lo
che lo nomina. Ma di questo ho già ampiamente parlato altrove.
Delle parole, delle espressioni di cui
s’è perso il significato (chi sa oggi, tra i giovani, che cosa significa:
“të zëft slliba si sirkut”) qualche volenteroso studente potrebbe
occuparsi.
Quanto a me, oltre a quello che lascio
in scritti occasionali non mi sento di fare altro.
Ma mi incuriosisce sapere che memoria
si abbia oggi di quelle parole di cui non c’è più un referente oggettivo
per le condizioni economiche mutate. Mi vengono in mente parole come “qindrì”,
“stavar”, “hosten”, “kakavë”, karroqe, “shkallandrun”, “livere”, “finjë”,
“sirmë”, “fendì” ecc...
E che fine abbiano fatto parole che
usavamo ai tempi beati come “oreks”, “zeks”, “ngjeps”, “theror”, “llikuç”,
“kopic”, “ndrishk”, “saraqe” ecc...
E chi sa il significato di soprannomi
come “Çallapë”, “Cillati”- il quale non ha niente che fare con il verbo
“cillarë” che è un allotropo di “cellarë”, da “cellë”?...
Anche qui, apofonie che disviano...
Non vado oltre perché
il prof. Belluscio potrebbe avere il sospetto che io stia barando.
Nando Elmo |